Conclusa la fase diocesana del processo di beatificazione. Verso gli altari il gesuita Matteo Ricci che evangelizzò la Cina
(Sante Cavalleri e Stefania Careddu) Nel "Museo del Millennio" di Pechino solo due stranieri sono ricordati fra i grandi della storia della Cina: Marco Polo e padre Matteo Ricci, un missionario gesuita le cui “intuizioni pioneristiche” Papa Francesco ha indicato come un esempio da seguire. Fu astronomo e teologo, studente di diritto e matematico, missionario e diplomatico, scienziato e sinologo e così riuscì per portare il Vangelo ”fino agli estremi confini della terra”.
Sono stati consegnati il 10 gennaio alla Congregazione delle Cause dei Santi i documenti relativi al processo diocesano di beatificazione di padre Matteo Ricci, il gesuita che 4 secoli fa evangelizzò la Cina facendosi cinese tra i cinesi, per annunciare e dimostrare attraverso le vie più diverse, della scienza, della filosofia, della cultura, che le attese e i desideri di ogni uomo, qualunque sia la sua storia e a qualunque civiltà appartenga, trovano compimento nell’incontro con Cristo. La figura di padre Ricci è accompagnata, fin dai giorni della sua vita terrena, da una fama di santità, riconosciuta ora nella prima fase della causa, celebrata nella diocesi di Macerata, che è quella di origine del religioso, e dove in realtà era stato celebrato un precedente processo negli anni '80, senza che però gli atti fossero completati e trasmessi a Roma.
Seguirlo per non uccidere il carisma
Proprio negli stessi giorni nei quali si chiudeva la fase diocesana della causa, è stata pubblicata sulla Civiltà Cattolica una conversazione di Francesco con l’Unione dei Superiori Generali, nella quale analizzando i nuovi ‘compiti’ della vita consacrata, il papa ha parlato del grande evangelizzatore della Cina come un esempio per i missionari di oggi. “Pensiamo ad esempio - ha detto - alle intuizioni pioneristiche di Matteo Ricci che ai suoi tempi sono lasciate cadere”, a causa di una incomprensione con la Chiesa occidentale, in quanto nelle loro missioni i gesuiti cercavano di adeguare l’annuncio del Vangelo alla cultura ed ai culti locali. Partendo da questo grande missionario italiano, Francesco ha ribadito che non si tratta di un adattamento folkloristico ai costumi di quel Paese: “è una questione di mentalità, di modo di pensare… Inculturare il carisma, dunque, è fondamentale, e questo non significa mai relativizzarlo. Non dobbiamo rendere il carisma rigido ed uniforme. Quando noi uniformiamo le nostre culture, allora uccidiamo il carisma”.
Il rifiuto del proselitismo
L’accenno di Francesco alle opposizioni alla linea di padre Ricci riguarda il fatto che egli rifiutava il proselitismo non mirando a battezzare chiunque incontrava ma piuttosto a creare comunità cristiane nei centri urbani più importanti, preferendoli alle piccole località e alla campagna. Per questo alcuni gli imputavano di aver nascosto la natura religiosa della sua missione e il carattere spirituale del cristianesimo, pretendendo di essere scienziato, quando in realtà era missionario; parlando di Dio (tianzhuismo) ma non di Cristo, e soprattutto nascondendo la Crocifissione e ingannando così i convertiti circa la vera natura del cattolicesimo.
Che il papa la pensi diversamente (e cioè come Benedetto XVI che - sulla scorta della prima Lettera ai Corinzi - ha sempre detto “no” al proselitismo) emerge anche nel discorso alla Civiltà Cattolica in occasione del 150esimo anniversario della rivista, quando Francesco ha citato padre Ricci per raccomandare “una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza di Dio, che vanno considerate sempre insieme, e sono preziosi alleati nell'impegno a difesa della dignità dell'uomo, nella costruzione di una convivenza pacifica e nel custodire con cura il creato”.
Le “ragioni” della beatificazione
”Da questa attenzione - ha spiegato Bergoglio ai padri scrittori - nasce il giudizio sereno, sincero e forte circa gli avvenimenti, illuminato da Cristo. Grandi figure come Matteo Ricci ne sono un modello. Tutto questo richiede di mantenere aperti il cuore e la mente, evitando la malattia spirituale dell’autoreferenzialità”.
“Ho potuto constatare di persona, durante un viaggio in Cina, che padre Ricci è quasi più conosciuto lì, che da noi in Italia”, racconta monsignor Claudio Giuliodori, l’assistente generale dell’Università Cattolica che - da vescovo di Macerata - ha chiesto e ottenuto alla Santa Sede di riaprire il processo per la canonizzazione. “La sua attualità - spiega il presule - non risiede solamente nell’impresa che ha compiuto ma anche in quell’insegnamento che ci aiuta a leggere l’oggi, a interpretarlo in profondità e a relazionarci in modo giusto con il futuro”. Per questo, Benedetto XVI ha fatto riferimento alla sua figura nella Lettera ai Cattolici della Cina del 2007, per esemplificare il proprio atteggiamento fiducioso nella possibilità di un rinnovato dialogo con Pechino. E in un discorso del giugno 2010, in occasione del IV centenario della morte, ha invitato a “non dimenticare la prospettiva con cui il missionario gesuita è entrato in rapporto con il mondo e la cultura cinesi”: quella di “un umanesimo che coglie tutto ciò che di positivo si trova nella tradizione cinese” e si offre di arricchirlo “con la sapienza e la verità di Cristo”. Padre Ricci cioè “non si recò in Cina per portarvi la scienza e la cultura dell’Occidente”, ma “per portarvi il Vangelo, per far conoscere Dio”. E con i dignitari cinesi instaurò “un dialogo fra culture; un dialogo disinteressato, libero da mire di potere economico o politico, vissuto nell’amicizia, che - per il papa emerito - fa dell’opera di padre Ricci e dei suoi discepoli uno dei punti più alti e felici nel rapporto fra la Cina e l’Occidente”.
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Quelle lacrime verso il cielo
Nato a Macerata nel 1552, dopo il noviziato a Sant'Andrea al Quirinale e presso il Collegio Romano, a trent’anni Matteo Ricci salpa alla volta di Macao, che era la porta per la Cina interdetta agli stranieri. Prima a Macao e poi a Nanchino si dedica all'apprendimento della lingua e degli usi e costumi cinesi, vestendo successivamente gli abiti propri dei letterati. Nel 1601 riesce finalmente a raggiungere Pechino dove la sua fama di teologo, predicatore e letterato occidentale aveva incuriosito e colpito l’imperatore che gli concede il permesso di fondare una chiesa (sostenuta a spese dell'erario) e, ammettendolo spesso a Corte, lo introduce nella cerchia dei mandarini, i più importanti funzionari imperiali. Un percorso che però non è stato esente da sofferenze: “per più di venti anni - confidò lui stesso - ogni mattina e ogni sera ho pregato in lacrime verso il cielo, so che il Signore del Cielo ha pietà delle creature viventi e le perdona. Un giorno alcuni amici mi dissero che anche se non ero in grado di parlare perfettamente non potevo rimanere in silenzio”. Quando muore nel 1610, la comunità cristiana cinese, fondata da padre Matteo Ricci, contava 500 convertiti di cui 400 solo a Pechino; tra questi-neofiti spiccano figure di primo piano della vita sociale, culturale e politica cinese, nonché alcuni parenti dell'Imperatore. Per questo riceve il più alto riconoscimento: il privilegio imperiale di un terreno di sepoltura nella capitale.
(A Sua Immagine)
Sono stati consegnati il 10 gennaio alla Congregazione delle Cause dei Santi i documenti relativi al processo diocesano di beatificazione di padre Matteo Ricci, il gesuita che 4 secoli fa evangelizzò la Cina facendosi cinese tra i cinesi, per annunciare e dimostrare attraverso le vie più diverse, della scienza, della filosofia, della cultura, che le attese e i desideri di ogni uomo, qualunque sia la sua storia e a qualunque civiltà appartenga, trovano compimento nell’incontro con Cristo. La figura di padre Ricci è accompagnata, fin dai giorni della sua vita terrena, da una fama di santità, riconosciuta ora nella prima fase della causa, celebrata nella diocesi di Macerata, che è quella di origine del religioso, e dove in realtà era stato celebrato un precedente processo negli anni '80, senza che però gli atti fossero completati e trasmessi a Roma.
Seguirlo per non uccidere il carisma
Proprio negli stessi giorni nei quali si chiudeva la fase diocesana della causa, è stata pubblicata sulla Civiltà Cattolica una conversazione di Francesco con l’Unione dei Superiori Generali, nella quale analizzando i nuovi ‘compiti’ della vita consacrata, il papa ha parlato del grande evangelizzatore della Cina come un esempio per i missionari di oggi. “Pensiamo ad esempio - ha detto - alle intuizioni pioneristiche di Matteo Ricci che ai suoi tempi sono lasciate cadere”, a causa di una incomprensione con la Chiesa occidentale, in quanto nelle loro missioni i gesuiti cercavano di adeguare l’annuncio del Vangelo alla cultura ed ai culti locali. Partendo da questo grande missionario italiano, Francesco ha ribadito che non si tratta di un adattamento folkloristico ai costumi di quel Paese: “è una questione di mentalità, di modo di pensare… Inculturare il carisma, dunque, è fondamentale, e questo non significa mai relativizzarlo. Non dobbiamo rendere il carisma rigido ed uniforme. Quando noi uniformiamo le nostre culture, allora uccidiamo il carisma”.
Il rifiuto del proselitismo
L’accenno di Francesco alle opposizioni alla linea di padre Ricci riguarda il fatto che egli rifiutava il proselitismo non mirando a battezzare chiunque incontrava ma piuttosto a creare comunità cristiane nei centri urbani più importanti, preferendoli alle piccole località e alla campagna. Per questo alcuni gli imputavano di aver nascosto la natura religiosa della sua missione e il carattere spirituale del cristianesimo, pretendendo di essere scienziato, quando in realtà era missionario; parlando di Dio (tianzhuismo) ma non di Cristo, e soprattutto nascondendo la Crocifissione e ingannando così i convertiti circa la vera natura del cattolicesimo.
Che il papa la pensi diversamente (e cioè come Benedetto XVI che - sulla scorta della prima Lettera ai Corinzi - ha sempre detto “no” al proselitismo) emerge anche nel discorso alla Civiltà Cattolica in occasione del 150esimo anniversario della rivista, quando Francesco ha citato padre Ricci per raccomandare “una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza di Dio, che vanno considerate sempre insieme, e sono preziosi alleati nell'impegno a difesa della dignità dell'uomo, nella costruzione di una convivenza pacifica e nel custodire con cura il creato”.
Le “ragioni” della beatificazione
”Da questa attenzione - ha spiegato Bergoglio ai padri scrittori - nasce il giudizio sereno, sincero e forte circa gli avvenimenti, illuminato da Cristo. Grandi figure come Matteo Ricci ne sono un modello. Tutto questo richiede di mantenere aperti il cuore e la mente, evitando la malattia spirituale dell’autoreferenzialità”.
“Ho potuto constatare di persona, durante un viaggio in Cina, che padre Ricci è quasi più conosciuto lì, che da noi in Italia”, racconta monsignor Claudio Giuliodori, l’assistente generale dell’Università Cattolica che - da vescovo di Macerata - ha chiesto e ottenuto alla Santa Sede di riaprire il processo per la canonizzazione. “La sua attualità - spiega il presule - non risiede solamente nell’impresa che ha compiuto ma anche in quell’insegnamento che ci aiuta a leggere l’oggi, a interpretarlo in profondità e a relazionarci in modo giusto con il futuro”. Per questo, Benedetto XVI ha fatto riferimento alla sua figura nella Lettera ai Cattolici della Cina del 2007, per esemplificare il proprio atteggiamento fiducioso nella possibilità di un rinnovato dialogo con Pechino. E in un discorso del giugno 2010, in occasione del IV centenario della morte, ha invitato a “non dimenticare la prospettiva con cui il missionario gesuita è entrato in rapporto con il mondo e la cultura cinesi”: quella di “un umanesimo che coglie tutto ciò che di positivo si trova nella tradizione cinese” e si offre di arricchirlo “con la sapienza e la verità di Cristo”. Padre Ricci cioè “non si recò in Cina per portarvi la scienza e la cultura dell’Occidente”, ma “per portarvi il Vangelo, per far conoscere Dio”. E con i dignitari cinesi instaurò “un dialogo fra culture; un dialogo disinteressato, libero da mire di potere economico o politico, vissuto nell’amicizia, che - per il papa emerito - fa dell’opera di padre Ricci e dei suoi discepoli uno dei punti più alti e felici nel rapporto fra la Cina e l’Occidente”.
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Quelle lacrime verso il cielo
Nato a Macerata nel 1552, dopo il noviziato a Sant'Andrea al Quirinale e presso il Collegio Romano, a trent’anni Matteo Ricci salpa alla volta di Macao, che era la porta per la Cina interdetta agli stranieri. Prima a Macao e poi a Nanchino si dedica all'apprendimento della lingua e degli usi e costumi cinesi, vestendo successivamente gli abiti propri dei letterati. Nel 1601 riesce finalmente a raggiungere Pechino dove la sua fama di teologo, predicatore e letterato occidentale aveva incuriosito e colpito l’imperatore che gli concede il permesso di fondare una chiesa (sostenuta a spese dell'erario) e, ammettendolo spesso a Corte, lo introduce nella cerchia dei mandarini, i più importanti funzionari imperiali. Un percorso che però non è stato esente da sofferenze: “per più di venti anni - confidò lui stesso - ogni mattina e ogni sera ho pregato in lacrime verso il cielo, so che il Signore del Cielo ha pietà delle creature viventi e le perdona. Un giorno alcuni amici mi dissero che anche se non ero in grado di parlare perfettamente non potevo rimanere in silenzio”. Quando muore nel 1610, la comunità cristiana cinese, fondata da padre Matteo Ricci, contava 500 convertiti di cui 400 solo a Pechino; tra questi-neofiti spiccano figure di primo piano della vita sociale, culturale e politica cinese, nonché alcuni parenti dell'Imperatore. Per questo riceve il più alto riconoscimento: il privilegio imperiale di un terreno di sepoltura nella capitale.
(A Sua Immagine)