Quel lembo di terra chiamato ecumenismo
(Alberto Fabio Ambrosio) Siamo nella chiesa evangelica di Istanbul, per una preghiera officiata da una donna, probabilmente la prima a guidare una comunità cristiana in questa città a maggioranza musulmana. È la settimana dedicata all’unità dei cristiani e il mio pensiero va a una metafora dell’ecumenismo un po’ bizzarra. Come di consueto a Istanbul, per antonomasia città della presenza storica delle diverse Chiese e quindi dalla valenza ecumenica fondamentale, la settimana per l’unità dei cristiani si realizza nell’accoglienza reciproca nelle chiese delle differenti confessioni e nella preghiera per l’unità insieme a tutte i cristiani nel mondo.
Nell’antica Costantinopoli la grandezza di questa esperienza, che si ripete di anno in anno, risiede nel fatto che in ogni chiesa si respira, si sente quasi a fior di pelle, si sperimenta la tradizione cristiana, antica o recente che sia. Sì, perché quando ti trovi in un’assemblea di cristiani siro-ortodossi percepisci una lingua e una ritualità che affondano le radici nell’antichità cristiana. Quando sei tra gli armeni, c’è tutta l’essenza di un oriente dalle sonorità che lasciano sognare l’Ararat (Masis per gli armeni), montagna sacra dell’antica Armenia. In casa dei greci ortodossi, tra l’incenso che s’innalza come la preghiera e le meravigliose iconostasi, si ascolta la rotonda bellezza del greco, lingua grazie alla quale conosciamo il Vangelo e il messaggio del Nuovo Testamento. E tra i protestanti residenti a Istanbul sperimenti la ricerca dell’essenzialità, tanto del messaggio che nella ritualità, ma non a scapito della profondità dei valori cristiani e dell’accoglienza. Il pastore della più antica comunità protestante della città accoglie come in un abbraccio i cristiani che vengono da tutte le chiese per questa occasione. La sua cappella assomiglia a un’arca rovesciata e ti fa pensare a quell’arca che è la Chiesa intera, la riunione di tutti gli uomini riconciliati con Dio, tra di loro e con il creato, grazie all’opera redentrice dell’unico Cristo.
Nell’andare dei giorni, mi balza questa idea presa a prestito dal mondo musulmano, quello che ci accoglie in questo Paese dalle tante sfaccettature. Nell’islam si parla di araf, cioè del lembo di terra sospeso tra paradiso e inferno nel quale vaga l’anima della persona defunta in attesa di un giudizio. La metafora è quella dell’immaginario di un luogo teso tra la disperazione e la certezza della salvezza. L’ecumenismo è quella strada, quella via stretta nella quale siamo tutti dei viandanti e che ci porta alla salvezza di Cristo.
Avanziamo come pellegrini su un cammino voluto da Cristo stesso, ma nella ricchezza delle differenze, sebbene sia un percorso strettissimo. In comune abbiamo tutto, Cristo, ma poi nell’andare dell’esistenza, rischiamo di rimanere con una corda sottilissima tesa sotto i nostri piedi, come di funanboli. Quella è la strada, la porta stretta attraverso cui dobbiamo passare per trovare la salvezza: individuale, certo, ma comune perché l’ha desiderata il nostro Signore Gesù. Quel lembo di terra proteso tra la disperazione della divisione e la speranza esile, ma ben reale, dell’unità è l’ecumenismo. Attraversiamo allora quel sentiero strettissimo con la gioia di chi sa che è già stato salvato.
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di Stefano Magni