lunedì 4 maggio 2015

Un tabernacolo nel luna park




(Maurizio Fontana) Un tabernacolo in un caravan di un luna park. È il “segreto”, la fonte quotidiana di energia di due suore che, nel parco giochi che sorge proprio accanto alla chiesa di Regina Pacis, spendono la loro vita annunciando il vangelo tra giostre, autoscontro e tiri al bersaglio.
Su quel piccolo tabernacolo di legno, domenica pomeriggio, ha poggiato la sua mano il Papa raccogliendosi in preghiera. Francesco è entrato nella roulotte con la stessa semplicità che si respira in ogni angolo di questa singolare oasi di spiritualità ritagliata nel parco giochi dalle Piccole sorelle di Charles de Foucauld. Poi, dopo aver salutato e benedetto tutti i giostrai — una comunità di ventotto famiglie italiane che l’anno scorso hanno festeggiato il cinquantesimo anniversario del Parco Lido — ha raggiunto la folla di fedeli che lo attendeva lungo le strade e sul piazzale davanti alla chiesa.Gli occhi azzurri di suor Geneviève, 72 anni, brillano ancora di felicità mentre racconta la visita del Papa. Con lei sono suor Anna Amelia e anche suor Maria Giancarla, che di tanto in tanto giunge a Roma e aiuta le consorelle nella loro attività di evangelizzazione, che conta ormai quarantasei anni. Da sei anni, dopo la chiusura del luna park dell’Eur, sono a Ostia. «Di Papa Francesco — ci dice suor Geneviève — ci ha colpito la profonda umanità, la sua attenzione a ogni singola persona». Le fa eco una signora che lavora in uno dei baracconi: «Si vede che è stato in mezzo alla gente e capisce i nostri problemi».
Dopo il fuoriprogramma al Parco Lido, alle 15.40 Francesco è giunto nel cortile che è alle spalle di Santa Maria Regina Pacis. Ad accoglierlo c’erano il cardinale vicario Agostino Vallini, il vescovo ausiliare del settore sud Paolo Schiavon, il vescovo ausiliare eletto Paolo Lojudice, il parroco don Ludovico Barbangelo, della società dell’apostolato cattolico, con i viceparroci don Joseph Michael Agudelo De la Cruz, don Raffaele Zaccagnino, don Thomas Rzempoluch, e con il collaboratore don Giovanni Patanè. Era presente il reggente della prefettura della Casa pontificia, monsignor Sapienza.
Subito il Papa è stato accompagnato nella grande palestra parrocchiale dove solitamente si allenano i bambini del minibasket Stelle Marine di Ostia. I piccoli atleti affollavano gli spalti, ma al centro i protagonisti del primo incontro erano gli ammalati e gli anziani. Un incontro tra generazioni prontamente sottolineato dal Pontefice: «È bello questo: nella palestra dove giocano i bambini, i giovani, oggi ci sono gli ammalati, gli anziani, quelli che hanno saggezza della vita, anche quelli che hanno la saggezza del dolore, della pazienza!». Proprio agli ammalati Francesco ha dedicato un’attenzione particolare: li ha salutati uno a uno, li ha accarezzati, baciati, ha scambiato qualche parola. E per sottolineare la sua vicinanza a tutti ha scherzato anche su se stesso: «E pregate per me, anche, che sono un po’ anziano, un po’ malato, ma non tanto!».
Dopo aver abbracciato ed essersi lasciato abbracciare da centinaia di ragazzi dell’oratorio e del gruppo scout che lo aspettavano in cortile, il Pontefice si è diretto in una delle sale parrocchiali per incontrare una rappresentanza delle famiglie dei battezzati nel corso dell’anno. Francesco si è piegato sulle mamme con i bimbi in braccio, ha regalato carezze e piccoli buffetti, ai più piccoli ha chiesto sorridendo: «Mi dai un bacetto?». Poi, rivolto ai genitori, li ha invitati a custodire il tesoro della fede, a mantenersi fedeli nel cammino accanto ai loro figli, non frequentatori saltuari della parrocchia solo in occasione dei sacramenti, ma costanti, «sempre in cammino», sempre «vicini».
Congedatosi dalle famiglie, il Pontefice ha quindi raggiunto la sagrestia dove, dopo aver salutato la comunità dei pallottini alla quale è affidata la guida della parrocchia — era presente anche il provinciale, don Nicola Gallucci — ha confessato quattro fedeli (un sacerdote, due ragazzi e una suora) e si è preparato per la celebrazione eucaristica.
Durante il rito, diretto dal maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie monsignor Marini, il vescovo di Roma ha usato un calice appartenuto a Papa Pio XI: venne donato da Papa Ratti al cardinale Serafino Vannutelli per il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale. Il porporato, ordinario di Porto - Santa Rufina, divenuto decano del collegio cardinalizio aveva ricevuto il titolo di vescovo della diocesi suburbicaria di Ostia e lasciò alla parrocchia di Santa Maria Regina Pacis il dono del Pontefice.
Al termine della messa, concelebrata anche dai sacerdoti della prefettura, il parroco ha ringraziato il Papa per le quotidiane esortazioni alla testimonianza e per la salutare scossa data a tutta la comunità con la sua visita. «Nonostante le difficoltà e ancora qualche timore», ha detto, tutti si impegneranno a «osare di più» e a «portare con gioia la buona notizia».
L’ultimo saluto del Pontefice è stato per la folla di fedeli che riempiva il piazzale davanti alla chiesa e che lo ha atteso per diverse ore. Verso le 19, dopo la benedizione impartita dal sagrato, Francesco ha fatto ritorno in Vaticano.
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Il Papa chiede ai vescovi della Repubblica del Congo di farsi modelli di riconciliazione. Per una nuova fraternità

E ricorda che la Chiesa dev’essere libera di annunciare il Vangelo. --«Vigilare affinché gli aiuti economici concessi alle Chiese particolari per sostenerle nella loro missione, non ostacolino la libertà della Chiesa, che dovrebbe avere carta bianca per annunciare il Vangelo in modo credibile». È l’invito rivolto da Papa Francesco ai vescovi della Repubblica del Congo, ricevuti in udienza lunedì mattina, 4 maggio, in occasione della visita «ad limina». Nel suo discorso — consegnato in lingua francese e qui pubblicato in una nostra traduzione italiana — il Pontefice ha anche ricordato «le ferite provocate dalla grave crisi che ha colpito» il Paese alla fine degli anni Novanta, lasciando profonde cicatrici.
Cari Fratelli nell’Episcopato,
È per me una grande gioia accogliervi in occasione della vostra visita ad limina Apostolorum, che vi permette di rinsaldare i vostri vincoli con la Sede Apostolica e con i Vescovi del mondo intero, rafforzando così la collegialità. La mia gioia è ancora più grande perché, attraverso di voi, scorgo comunità cristiane giovani e dinamiche, che cercano di radicarsi nell’amore del Signore. Nel ricevervi, ho un pensiero speciale per loro, come pure per i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i catechisti e tutti gli altri agenti di pastorale che operano per il progresso del Regno di Dio in Congo. È anche per rafforzarvi nel vostro impegno al loro servizio, ritornando alle fonti, che effettuate il pellegrinaggio sulle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo, i quali hanno testimoniato la fede a Cristo fino al sacrificio supremo del martirio. Sono toccato dalla testimonianza di attaccamento al Successore di Pietro, espressa a vostro nome, da Sua Eccellenza Monsignor Daniel Mizonzo, Presidente della vostra Conferenza. Nel ringraziare vivamente lui, come pure ognuno di voi, vorrei esprimervi il mio incoraggiamento nel vostro lavoro apostolico.
La recente creazione di tre nuove Diocesi testimonia la vitalità della Chiesa cattolica nel vostro paese, e anche lo zelo di cui i suoi pastori danno prova nell’opera dell’evangelizzazione. È un motivo di grande soddisfazione, che sprona allo stesso tempo a uno sforzo maggiore per rispondere sempre meglio ai bisogni del popolo di Dio e alle aspettative delle tante persone alle quali il Vangelo di Gesù Cristo non è stato ancora annunciato.
È un bene che in questi ultimi anni le riflessioni della vostra Conferenza si siano incentrate sulla missione dei laici nella Chiesa e nella società. Vorrei qui rendere omaggio al loro rilevante contributo all’opera dell’evangelizzazione. È importante che la vostra pastorale aiuti i loro movimenti di spiritualità e di apostolato a riscoprire e ad affermare la propria vocazione in vista della «testimonianza credibile dei laici alla verità salvifica del Vangelo, al suo potere di purificare e trasformare il cuore umano, e alla sua fecondità nell’edificare la famiglia umana in unità, giustizia e pace» (Discorso ai leader dell’apostolato laico, Corea, 16 agosto 2014). I laici hanno in effetti bisogno di essere accompagnati e di essere formati alla testimonianza del Vangelo negli ambiti socio-politici, che costituiscono il loro campo specifico di apostolato (cfr. Apostolicam actuositatem, nn. 4 e 7). La pastorale della famiglia è parte integrante di questo accompagnamento. Le riserve dei fedeli di fronte al matrimonio cristiano rivelano la necessità di un’evangelizzazione profonda, che implichi non solo l’inculturazione della fede, ma anche l’evangelizzazione delle tradizioni e della cultura locale (cfr. Africae munus, nn. 36-38). A tale proposito, tengo a ringraziarvi per il contributo delle vostre Diocesi al Sinodo dei Vescovi sulla famiglia. Non mancherete di trarne beneficio per adattare meglio la vostra pastorale alle realtà locali.
Cari Fratelli nell’Episcopato, in questi ambiti e in molti altri, i sacerdoti sono i vostri primi collaboratori. Di conseguenza, le loro condizioni di vita e la loro santificazione non devono smettere di essere al centro delle vostre preoccupazioni e della vostra sollecitudine (cfr. Presbyterorum ordinis, n. 7). In particolare, la formazione continua è indispensabile per loro, perché possano servire sempre meglio il popolo di Dio e accompagnarlo spiritualmente come si conviene, in particolare attraverso celebrazioni liturgiche degne e omelie che nutrano la fede dei fedeli. A tale riguardo, vi invito a continuare a vigilare sulle condizioni di invio agli studi dei sacerdoti delle vostre diocesi e a sostenerli durante il loro soggiorno all’estero, per favorirne il ritorno in tempo utile, di modo che il bene della Chiesa sia sempre salvaguardato.
Rendo grazie a Dio per le numerose vocazioni sacerdotali e religiose che fioriscono nelle vostre diocesi. Esse testimoniano altresì il vostro zelo apostolico, benedetto dal Signore, poiché in definitiva è Lui il Padrone della messe che chiama e manda operai alla sua messe (cfr. Mt 9, 38). Ciò crea ancora più obblighi per voi pastori a cui queste vocazioni sono affidate, affinché in un ascolto personalizzato, accompagniate quanti si sentono chiamati a servire il Signore nella sua vigna, secondo i diversi carismi. L’immenso bisogno pastorale della Chiesa locale esige a sua volta un discernimento rigoroso, affinché il popolo di Dio possa contare su pastori zelanti, che edifichino con la loro testimonianza di vita, soprattutto per quel che concerne il celibato e lo spirito di povertà evangelica. Inoltre, non bisogna trascurare nulla affinché tutti, sacerdoti, catechisti, famiglie giovani, gruppi di preghiera e altri ancora, prendano sempre meglio coscienza dell’importanza del loro contributo nell’accompagnamento e nella formazione dei candidati al sacerdozio e ne assumano ognuno la propria parte.
In questo Anno della vita consacrata, vorrei rendere omaggio a titolo personale all’impegno dei religiosi e delle religiose al servizio delle popolazioni del Congo, alle quali offrono con generosità e dedizione assistenza sia spirituale sia materiale, testimoniando Cristo casto, povero e obbediente. Se un’armoniosa collaborazione tra voi Vescovi e i consacrati, necessaria a tutti i livelli, favorisce l’annuncio del Vangelo, la vostra affettuosa vicinanza non può che rassicurarli e permettere loro di contribuire sempre più alla crescita della Chiesa locale, nella diversità dei loro carismi.
Cari Fratelli nell’Episcopato, alcune Diocesi provano grandi difficoltà, a causa dell’insufficienza delle risorse materiali e finanziarie locali disponibili. Capisco l’entità dei pensieri e delle preoccupazioni legati a una simile situazione nel cuore di un pastore. Ecco perché v’incoraggio ad instradare risolutamente le vostre diocesi sulla via dell’autonomia, del progressivo prendersi carico e della solidarietà tra Chiese particolari nel vostro paese, secondo la bella tradizione che risale alle prime comunità cristiane (cfr. Rom 15, 25-28). A tale proposito, continuerete a vigilare affinché gli aiuti economici concessi alle vostre Chiese particolari per sostenerle nella loro missione specifica, non limitino la vostra libertà di pastori, né ostacolino la libertà della Chiesa, che dovrebbe avere carta bianca per annunciare il Vangelo in modo credibile.
Per quanto concerne l’aiuto reciproco e la solidarietà tra Chiese particolari, essi devono tradursi anche nella promozione dello spirito missionario innanzitutto all’interno dell’Africa. Vi rivolgo volentieri l’appello solenne del mio predecessore, il beato Paolo VI a Kampala: «Africani, voi siete ormai missionari di voi stessi!» (Omelia durante la celebrazione eucaristica a conclusione del Symposium dei Vescovi dell’Africa, 31 luglio 1969).
La comunione ecclesiale si deve anche manifestare concretamente nell’esercizio della dimensione profetica del vostro compito pastorale. È in effetti importante che possiate, con una sola voce, dire parole forti ispirate dal Vangelo per orientare e illuminare i vostri concittadini su ogni aspetto della vita comune, nei momenti difficili per la Nazione o quando le circostanze lo esigono. In tal senso, i vostri sforzi in vista di una concertazione sempre più grande vanno proseguiti, perché l’unità nella diversità è una delle note caratteristiche e insieme una delle esigenze della Chiesa, in quanto Corpo di Cristo. Questa coesione non solo vi permetterà sempre di difendere il bene comune e anche il bene della Chiesa dinanzi a qualsiasi istanza, ma favorirà anche i vostri sforzi per affrontare insieme le numerose sfide pastorali, tra le quali il proliferare delle sette non è la minore.
L’evangelizzazione profonda costituisce un’altra grande sfida. Ebbene, essa presuppone necessariamente un’attenzione particolare alle condizioni concrete di vita delle popolazioni, ossia in definitiva alla promozione della persona umana. Anche su questo piano l’impegno della Chiesa cattolica in Congo è importante: in ogni ambito, sia esso dell’educazione, della salute, dell’assistenza alle diverse categorie di persone nel bisogno, tra le quali i rifugiati dei paesi vicini, le vostre comunità diocesane apportano un contributo considerevole. Con la generosità e la dedizione del buon samaritano, si prodigano senza riserve al servizio dei loro fratelli e delle loro sorelle. Come pastori, continuate a vegliare affinché la pastorale sociale si realizzi sempre più nello spirito del Vangelo e si percepisca sempre meglio come un’opera di evangelizzazione, e non come l’azione di un’Organizzazione non-governativa.
A tale riguardo, in alcuni settori della società, le ferite provocate dalla grave crisi che ha colpito il Congo alla fine degli anni Novanta hanno lasciato profonde cicatrici, che a volte non si sono ancora completamente richiuse. In questo campo in particolare, la Chiesa, forte del Vangelo di Gesù, ha ricevuto la missione di riconciliare i cuori, di riavvicinare le comunità divise e di costruire una nuova fraternità ancorata al perdono e alla solidarietà. Voi pastori, continuate a essere modelli e profeti in tal senso!
Di recente, nella Diocesi di Dolisie, a Louvakou, è stato inaugurato il Santuario dedicato alla Divina Misericordia, divenuto luogo di pellegrinaggio, di ritiri e d’incontri spirituali. Me ne rallegro, e auspico che questo Santuario divenga realmente un luogo in cui il popolo di Dio si reca per rafforzare la propria fede, soprattutto in occasione del prossimo Giubileo straordinario della Misericordia e delle altre iniziative pastorali che prenderete.
Per concludere, rinnovandovi il mio affetto fraterno e orante, ribadisco il mio incoraggiamento ai sacerdoti, ai religiosi, alle religiose, ai laici consacrati, ai catechisti, e a tutti i fedeli della Chiesa che peregrinano in questa bella e amata terra del Congo. Invocando su di voi e sul vostro paese la Divina Misericordia, di tutto cuore imparto a voi e a ognuna delle vostre comunità diocesane, la Benedizione Apostolica.
L'Osservatore Romano