... in occasione della Giornata del 17 gennaio.
"Le 'Dieci parole' non sono solo il nostro passato, ma sono anche il nostro futuro e cioè la strada per la realizzazione di quella pienezza di umanità di cui tutti abbiamo bisogno e sete. Spesso, sbagliando, pensiamo all'ebraismo come un evento del passato ma - come ricordato dall'allora card. Ratzinger in un documento della Pontificia Commissione Biblica (2001) - le Scritture, anche nella fase della prima alleanza, sono la radice della nostra identità". Lo ricorda il vescovo Mansueto Bianchi, presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo, che, in occasione della 24ma Giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei, interviene sulla Radio Vaticana 'dialogando' con il rabbino Rav. Elia Enrico Richetti, presidente dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia.
"L'ebraismo - continua mons. Bianchi - è una tradizione di spiritualità, cultura e liturgia che accompagna il cammino dell'umanità. Andare verso l'ebraismo, per noi cristiani, non è andare lontano da noi, ma andare dentro di noi. Ci fa crescere nella nostra stessa identità di cristani". "Al giorno d'oggi - aggiunge Rav. Richetti - abbiamo molti segnali che ci sono ancora diverse sacche di odio e contrapposizione nei confronti del mondo ebraico. Credo che soltanto la conoscenza e il dialogo possano far conoscere la realtà e contribuire a far cessare l'odio, figlio dell'ignoranza". Il 'settimo comandamento', 'Non commettere adulterio', è il tema della Giornata di quest'anno. "Nel vincolo che lega l'uomo alla donna - spiega il vescovo Bianchi - è riconoscibile quella che potremmo chiamare la struttura naturale di questo rapporto, ma anche la Rivelazione del volto e della Santità di Dio per l'uomo, che è data nel vincolo dell'alleanza e si realizza, in una forma alta, nell'allenza nuziale tra l'uomo e la donna. Proprio questo impegno a promuovere il vincolo nuziale ci aiuta ad opporci alla banalizzazione e al qualunquismo che si addensano intorno all'amore nuziale e allo stato familiare, così caratteristico della cultura del nostro tempo". "Il concetto ebraico di 'Kedushà', 'Santità', - spiega il rabbino - implica il portare i momenti della vita quotidiana a un livello di consapevolezza superiore, quindi al livello del rendersi conto di come ogni cosa sia voluta da Dio in un certo modo. La 'santificazione' della vita matrimoniale consiste proprio nel non vivere questa vita come un fatto puramente fisico, ma come un momento di un disegno molto superiore". "La famiglia - prosegue mons. Bianchi - è minacciata dalla cultura attuale perché viene svuotata dei suoi contenuti tipici e riempita di una tipologia di altri rapporti che non hanno molto a che fare con il progetto di Dio. Abbiamo perciò bisogno di rafforzare la nostra adesione a questo progetto, e abbiamo bisogno di esprimere modelli belli di famiglia, che siano persuasivi di quanto è autenticamente umano il progetto biblico sulla famiglia". "Nell'ottica della tradizione ebraica - conclude Rav. Richetti - la famiglia è il primo nucleo della società che esiste in quanto c'è qualcuno che porta avanti la famiglia umana, cioè la coppia. C'è però oggi una parte della società umana che rischia di dimenticarselo" (Radio Vaticana)
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(Norbert Hofman - *Segretario della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo) Il 17 gennaio 2013, giorno in cui viene celebrata la Giornata dell’ebraismo nelle Chiese di Italia, Polonia, Austria e Paesi Bassi, è un’ottima occasione per ripensare alle attività intraprese dalla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo nel 2012.
Dal 1965 il compito di questa commissione è tradurre nella realtà l’orientamento suggerito dalla dichiarazione conciliare Nostra aetate (n. 4), ravvivarlo continuamente nelle relazioni concrete tra ebrei e cristiani e approfondire l’amicizia reciproca, impartendole impulsi sempre nuovi. In questo testo conciliare, fondamentale per il dialogo ebraico-cattolico, viene evidenziato quale intento prioritario quanto segue: «Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo».
Questo dialogo fraterno ha in ultima analisi lo scopo di incoraggiare la collaborazione tra ebrei e cattolici per la giustizia e per la pace, di rafforzare l’impegno per la tutela del creato, e, sulla base di una crescente amicizia, di approfondire la conoscenza e la stima reciproche, affinché sia possibile rendere una testimonianza comune della presenza e dell’opera salvifica di Dio in questo mondo.
Se è vero che la crisi maggiore del nostro tempo è la crisi di Dio, ovvero l’oblio di Dio e l’estromissione di Dio dall’esistenza quotidiana, allora ebrei e cristiani sono chiamati soprattutto oggi a rendere sempre presente questo Dio, in tutte le circostanze, a parlare di Lui e ad annunciare i suoi insegnamenti a favore di una pacifica e gioiosa convivenza di tutti gli uomini.
Un ateismo politico sempre più diffuso nelle nostre latitudini e un’aggressiva secolarizzazione in tutti i campi dell’esistenza spingono ebrei e cristiani a unire i loro sforzi, affinché la dimensione religiosa non sia cancellata dalla vita pubblica, ma venga proprio là difesa con determinazione. Il fatto che ebrei e cristiani possono far fronte comune nel dibattito pubblico riguardante i riti religiosi è stato mostrato dalla discussione accesasi recentemente in Germania sulla circoncisione, pratica che gli ebrei sono soliti effettuare l’ottavo giorno dalla nascita di un bambino maschio. Un tribunale di Colonia aveva emesso una sentenza di condanna contro la circoncisione di un bambino musulmano, con la motivazione che essa ledeva il bene del bambino. Al riguardo, ebrei, musulmani e anche cristiani hanno fatto sentire insieme la loro voce, così che, nel dicembre del 2012, il legislatore è stato costretto a emanare un ordinamento esplicitamente favorevole a tale rito religioso. Sin dall’inizio del dibattito, la Conferenza episcopale tedesca ha preso posizione in difesa della circoncisione, offrendo in tal modo un appoggio significativo ai fratelli ebrei. Frutto del dialogo è dunque anche la possibilità di contare su un partner affidabile quando le proprie tradizioni religiose sono messe a repentaglio nella società.
L’esempio di questo caso in Germania evidenzia quanto è importante il sostegno vicendevole di ebrei e cristiani in concrete situazioni problematiche. Alimentare la fiducia reciproca, che comporta affidabilità e sicurezza, fa parte di un’intensa amicizia tra ebrei e cristiani. La Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo ha un mandato internazionale, che agisce in prima linea là dove ebrei e cattolici vivono quotidianamente gli uni accanto agli altri.
Il dialogo con l’ebraismo varia molto di Paese in Paese, essendo esso influenzato inevitabilmente dalla situazione concreta della comunità ebraica locale. La grande maggioranza dei circa quattordici milioni di ebrei che vivono in tutto il mondo risiede negli Stati Uniti e in Israele (approssimativamente undici milioni). In entrambe le nazioni sono in corso numerose iniziative di dialogo, anche se il contesto è marcatamente diverso. Mentre negli Stati Uniti la comunità ebraica rappresenta una piccola minoranza della popolazione che vive accanto a una grande varietà di confessioni cristiane, in Israele la situazione è capovolta: le comunità cristiane sono una minoranza davanti alla maggioranza ebraica. In questo Paese, inoltre, il dialogo ebraico-cristiano subisce le conseguenze del conflitto politico, mentre negli Stati Uniti, anche grazie alla libertà religiosa affermatasi fin dagli inizi, questo dialogo è diventato un vero e proprio modello.
In Europa, il dialogo ebraico-cristiano spesso risente del peso della storia, perché durante la Shoah in questo continente sono stati sterminati due terzi della popolazione ebraica. La nazione europea con il maggior numero di comunità ebraiche è oggi senza dubbio la Francia, la cui Conferenza episcopale, nella tradizione del cardinale Jean-Marie Lustiger, è attivamente impegnata nella promozione di legami di amicizia sempre più intensi con gli ebrei. Anche nell’America del Sud, soprattutto in Argentina e in Brasile, vi sono forti e vivaci comunità ebraiche. In questi Paesi a maggioranza segnatamente cattolica, dove è dunque particolarmente importante per gli ebrei entrare in dialogo con la Chiesa cattolica, sono state intraprese molte iniziative a favore di un’intesa e di una collaborazione. Nel luglio del 2004, la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo ha organizzato a Buenos Aires, insieme all’International Jewish Committee on Interreligious Consultations (Ijcic), un organismo che raggruppa diverse organizzazioni ebraiche e che si occupa specificatamente di dialogo interreligioso, il XVIII incontro dell’International Catholic-Jewish Liaison Committee sul tema «Giustizia e carità», per fornire nuovi impulsi al dialogo ebraico-cattolico in Argentina. In tale occasione, si è riconfermata la solidità e la vivacità delle relazioni esistenti tra le due comunità in questo continente.
Nel maggio del 2012, per la prima volta nella storia del dialogo ebraico-cristiano dal 1965, è venuta in Vaticano una delegazione del Latin American Jewish Congress. Il 10 maggio Benedetto XVI ha salutato il gruppo composto da circa venticinque alti responsabili ebrei dell’America del Sud, provenienti prevalentemente dall’Argentina e dal Brasile. Nel suo messaggio, il Santo Padre ha sottolineato il carattere storico dell’incontro e ha ricordato il rafforzarsi delle relazioni ebraiche-cattoliche anche in America Latina grazie alle numerose iniziative che approfondiscono l’amicizia reciproca. Facendo riferimento, nel quadro del cinquantesimo anniversario dell’inizio del concilio Vaticano II, alla dichiarazione Nostra aetate (n. 4), ne ha sottolineato la chiara condanna contro ogni forma di antisemitismo e il carattere teologico. Circa le buone relazioni in corso tra ebrei e cattolici, egli ha aggiunto: «Considerando il progresso realizzato negli ultimi cinquant’anni di relazioni ebraico-cattoliche in tutto il mondo, dobbiamo rendere grazie all’Onnipotente per questo segno evidente della sua bontà e della sua provvidenza. Con la crescita della fiducia, del rispetto e della buona volontà, gruppi che inizialmente si relazionavano con una certa reticenza, sono diventati gradualmente partner affidabili e buoni amici, capaci di far fronte insieme alle crisi e superare i conflitti in maniera positiva».
Benedetto XVI ha invitato a rimanere sulla strada del dialogo, della riconciliazione e della collaborazione e ha espresso la sua speranza che possano svilupparsi ulteriori legami di amicizia tra ebrei e cattolici, affinché venga resa una testimonianza comune della potenza della verità di Dio, della giustizia e dell’amore riconciliante per il bene di tutta l’umanità.
Il compito della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo non è soltanto quello di mantenere un contatto permanente con le grandi organizzazioni e comunità ebraiche internazionali a livello mondiale, ovvero promuovere un dialogo ad extra, ma anche quello di portare avanti un dialogo ad intra, ovvero appoggiare i cattolici impegnati nel dialogo ebraico-cattolico e fornire loro rinnovati impulsi per il futuro. A tal riguardo, dal 28 al 30 ottobre 2012, la commissione ha organizzato una plenaria che ha riunito otto consultori e diciotto delegati responsabili delle relazioni con gli ebrei nelle rispettive conferenze episcopali impegnate in maniera significativa nel dialogo. Essendo il 28 ottobre 1965 la data della promulgazione della dichiarazione conciliare Nostra aetate, l’avvio della plenaria è stato fissato proprio in tale ricorrenza, sebbene in concomitanza si concludesse, con una celebrazione solenne, anche la XIII Assemblea ordinaria del sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione. Nella storia della commissione, si è trattato della terza plenaria, la prima essendosi tenuta nel 1982 e la seconda nel 2005, in occasione del quarantesimo anniversario della promulgazione di Nostra aetate. Oltre a uno scambio fraterno sulla situazione generale del dialogo ebraico-cattolico a livello mondiale, la plenaria ha consentito una riflessione su alcuni temi specifici, quali l’introduzione di una Giornata dell’ebraismo da parte di altre conferenze episcopali e la preparazione del cinquantesimo anniversario della Nostra aetate il 28 ottobre 2015.
Nel suo discorso di apertura, il presidente della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, il cardinale Kurt Koch, ha sottolineato l’importanza di Nostra aetate (n. 4) come punto di riferimento sempre valido del dialogo ebraico-cattolico, ribadendo che, in quanto «documento fondante» e magna charta del dialogo, essa ha portato ricchi frutti nella sua storia degli effetti. Né all’interno, né all’esterno della nostra Chiesa vi è motivo di rimettere in discussione o relativizzare il peso e il significato di questa dichiarazione. Sempre secondo il presidente della commissione, Nostra aetate non è un meteorite isolato tra i testi del concilio, ma si ricollega trasversalmente ad esempio a Lumen gentium 9 e 16 e a Dei verbum 14-16. È dunque necessario considerare i testi nel loro insieme, non in maniera contrapposta. Il cardinale Koch ha poi menzionato il grande impegno a favore del dialogo ebraico-cattolico dimostrato da Papa Benedetto XVI, il quale, come teologo, è stato sempre convinto di una concordia testamentorum. Di fatti, un elemento centrale della sua teologia è lo sforzo di evidenziare i profondi legami tra i temi neotestamentari e il messaggio veterotestamentario, in modo da far risaltare l’intrinseca continuità tra Antico e Nuovo Testamento e, al contempo, la novità del messaggio neotestamentario.
Il cardinale Koch ha in seguito parlato degli sviluppi dei due dialoghi istituzionali della commissione, ovvero il dialogo con l’Ijcic e quello con il Gran rabbinato di Israele, in corso da ormai dieci anni con grande successo. Egli ha inoltre accennato ai suoi due viaggi negli Stati Uniti, nel novembre 2011, e in Israele, nel maggio 2012, effettuati allo scopo di conoscere più da vicino la situazione del dialogo ebraico-cristiano locale e conferirgli nuovi impulsi. Naturalmente, nel suo discorso, il cardinale Koch si è soffermato anche sulla dimensione teologica del dialogo con l’ebraismo. Come nel passato, non è stata ancora sufficientemente sviluppata una teologia cristiana sistematica dell’ebraismo, sebbene alcuni protagonisti abbiano già presentato le loro promettenti riflessioni sull’argomento. È indubbio che Nostra aetate (n. 4) è un documento assolutamente teologico, ma esso indica solo alcuni importanti problemi teologici che dovranno essere ulteriormente studiati. Infine, il cardinale Koch, guardando al futuro del dialogo ebraico-cattolico, ne ha delineato alcune prospettive. La Chiesa cattolica dovrà effettuare una più approfondita riflessione teologica, dato che uno dei suoi compiti più importanti sarà quello di chiarire teologicamente il nuovo rapporto sviluppatosi con l’ebraismo dopo Nostra aetate (n. 4). Occorrerà poi continuare con slancio, pazienza e perseveranza i due dialoghi istituzionali della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, ravvivandoli con sempre nuovi impulsi. Un’ulteriore prospettiva è condurre il dialogo con gli ebrei insieme ai cristiani ortodossi. Nell’ecumenismo infatti, come pure nel dialogo interreligioso, potremmo dire, riassumendo: ciò che siamo in grado di fare insieme, siamo tenuti a farlo insieme. L'Osservatore Romano, 17 gennaio 2013.