giovedì 3 gennaio 2013

La prima risorsa della società


Uno studio sociologico sulle unioni familiari presentato nell’ultimo numero della «Civiltà Cattolica».

Di seguito stralci della conclusione dell’articolo pubblicato nel numero di gennaio della «Civiltà Cattolica» a presentazione di una ricerca sociologica sul tema «La famiglia risorsa della società», realizzata dal Centro internazionale studi famiglia e da un gruppo di esperti coordinati dal professore Pierpaolo Donati, dell’università di Bologna.

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 (Gianpaolo Salvini) I motivi che spingono in una direzione diversa dal matrimonio, per esempio a scegliere la convivenza, non sono di tipo razionale, ma culturale, di costume («tutti fanno così») ed emotivo. Agiscono in primo luogo sia la paura di un impegno stabile che i giovani di oggi nutrono spesso in modo invincibile, in un mondo che ha fatto della mobilità e della provvisorietà (in ogni senso) una delle dimensioni dominanti, sia l’esempio degli amici o amiche, o dei propri genitori, incapaci di amarsi veramente.
Nonostante le discussioni e le polemiche, si può notare che, fra i residenti in Italia al 1° gennaio 2010, risulta non essersi mai sposato (almeno una volta) soltanto l’8,7 per cento delle persone con più di 50 anni. Segno che il matrimonio viene considerato ancora una tappa fondamentale della vita dalla maggior parte degli italiani.
Aumentano invece le separazioni e i divorzi, segno della fragilità di tante unioni. Ultimamente aumentano anche le convivenze (prima piuttosto rare nel Paese), che pongono un problema all’intera società. Anche se esse non potranno mai essere equiparate a un matrimonio vero e proprio (non ci risulta che lo siano in nessun Paese), si può pensare a una certa loro regolamentazione soprattutto se sono coinvolti minori, che vanno adeguatamente protetti anche dalle scelte dei loro genitori. Ci sembra infatti che la Chiesa abbia il compito di continuare a proporre — e sembra l’unica a farlo ancora — l’ideale di un amore che si fa progetto di vita per sempre, cosa che corrisponde del resto, secondo altre ricerche «laiche», alla speranza, o al sogno, della grande maggioranza di coloro che pensano a un progetto di amore. Ma, a parte le difficoltà sempre esistite e che in passato spesso emergevano assai meno, la società attuale e il suo individualismo diffuso e seducente non aiutano certamente a vedere nel matrimonio la forma «normale», se non addirittura ovvia, come una volta, di famiglia.
Di fronte alla fragilità che si manifesta in tante unioni familiari, il senso pastorale della Chiesa deve intervenire per accompagnare anche coloro che vivono un fallimento o un abbandono, o che sono comunque in crisi nel loro rapporto familiare. Le ragioni e le ricerche dei sociologi sono certamente utili per comprendere i fenomeni sociali fondamentali, come quello della famiglia, ma contano poco dinanzi all’insuccesso del proprio amore.
Il volume da noi presentato insiste giustamente sul valore unico delle relazioni che il matrimonio consente di creare, al proprio interno e nella società. Quando le prime vengono meno, è necessario che altre relazioni, di attenzione, di accompagnamento e di comprensione rispettosa, si sviluppino e aiutino nel momento della prova e della solitudine. Il fatto che esistano ancora milioni di famiglie solide e stabili ci fa però capire che un’unione di questo tipo è possibile, nonostante le insidie quotidiane.

L'Osservatore Romano, 4 gennaio 2013.