lunedì 7 gennaio 2013

L'oblio di Dio genera violenza



Nuovi tweet del Papa: 
1- Vi chiedo di unirvi a me nella preghiera per la Siria, affinché il dialogo costruttivo prenda il posto dell’orribile violenza. 
2- I Nigeriani occupano un posto speciale nel mio cuore; molti di loro sono stati vittime di violenze senza senso negli ultimi mesi.
 3- Difendiamo il diritto all’obiezione di coscienza degli individui e delle istituzioni, promuovendo la libertà e il rispetto per tutti. (7 gennaio 2013)

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 "La pace non sorge da un mero sforzo umano, bensì partecipa dell'amore stesso di Dio. Ed è proprio l'oblio di Dio a generare la violenza". Con queste parole, stamani, Benedetto XVI ha accolto nella Sala Regia del Palazzo Apostolico gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede. Nel suo denso e ricco discorso, il Papa ha richiamato all'attenzione di tutti i drammatici scenari dove gli scontri sanguinosi restano protagonisti: in "Siria, dilaniata da continui massacri e teatro d'immani sofferenze fra la popolazione civile"; nella "Regione del Corno d'Africa, come pure all'Est della Repubblica Democratica del Congo, dove le violenze si sono riacutizzate"; in Nigeria, "teatro di attentati terroristici ...


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(Giovanni Maria Vian) Il passaggio dell’anno civile, che s’incrocia con il tempo della Chiesa, da tempo costituisce per il Papa un’occasione privilegiata per parlare ai cattolici e al mondo. Interventi che inevitabilmente si concentrano, rischiando, anche per il periodo festivo, di passare inosservati o di non essere valorizzati nel panorama mediatico, sempre più affollato e distratto. E che a volte purtroppo li ignora nonostante l’interesse e l’apprezzamento crescenti per Benedetto XVI, un uomo di fede che davvero vuole parlare a tutti di ciò che più gli preme, e cioè della questione di Dio.
Questo infatti è il filo rosso che unisce le parole del successore dell’apostolo Pietro. Alla Curia romana, nell’omelia di Natale, nel discorso alla città e al mondo e in quello per l’incontro di Taizé, per il Te Deum, nell’omelia per l’ordinazione episcopale di quattro suoi collaboratori (tra i quali il suo segretario particolare), e nel discorso a chi rappresenta le moltissime Nazioni con le quali la Santa Sede ha rapporti diplomatici, cercando instancabilmente un colloquio con tutti.
Molto importante e significativa è stata l’insistenza iniziale di Benedetto XVI che questo sforzo di rapporti — sostenuto in prima persona dai rappresentanti pontifici, tra i quali il Pontefice ha voluto ricordare il nunzio in Costa d’Avorio, morto in un tragico incidente stradale — e di dialogo è motivato dal bene spirituale e materiale di ogni persona umana per promuoverne ovunque la dignità trascendente, dimensione evocata per ben quattro volte nel discorso al corpo diplomatico.
Non dunque di ingerenza nelle diverse società si tratta, ma di una preoccupazione che vuole rivolgersi alle coscienze dei cittadini per il bene di ogni persona. Attraverso accordi internazionali, negli incontri con capi di Stato e di Governo, durante i viaggi internazionali, nella particolare vicinanza all’Italia, di cui il Romano Pontefice è primate e per la quale il Papa, rispettoso delle istituzioni e delle diverse competenze di Stato e Chiesa, ha auspicato uno «spirito di tenacia e di impegno condiviso», in un momento particolare e certo non facile.
In questa luce va compreso lo sguardo sul mondo del vescovo di Roma, che sa bene e ripete che è «l’oblio di Dio, e non la sua glorificazione, a generare la violenza» e che dunque il fanatismo è una falsificazione della religione. Come già aveva fatto nel giorno di Natale, il Papa ha ricordato lo strazio della Siria e la necessità di una convivenza di pace tra israeliani e palestinesi. Perché Gerusalemme sia, come vuole il suo nome, città di pace e non di divisione, in una regione per la quale Benedetto XVI ha invocato riconciliazione nella pluralità delle confessioni religiose, dall’Iraq al Libano, visitato coraggiosamente nello scorso settembre.
All’Africa, dimenticata troppo spesso dai media internazionali, è stato dedicato un lungo tratto del discorso papale, che ha poi ricordato due avvenimenti su cui non si è troppo soffermata l’informazione internazionale: la storica dichiarazione congiunta tra il presidente della Conferenza episcopale polacca e il patriarca di Mosca e l’accordo di pace raggiunto nelle Filippine. La necessità del rispetto della vita di ogni persona umana è tornata infine a proposito dell’eutanasia, dell’aborto, dell’assolutizzazione del profitto e dell’economia finanziaria a scapito di quella reale, della libertà religiosa. Per non dimenticare il filo rosso, riassunto da un’espressione di sant’Ireneo cara a Paolo VI: la gloria di Dio è l’uomo vivente. g.m.v. L'Osservatore Romano, 8 gennaio 2013.

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(M. Introvigne) Come ogni anno, questa mattina 7 gennaio Benedetto XVI ha incontrato i rappresentanti del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, e ha loro rivolto un denso discorso relativo ai grandi temi della politica internazionale. ? interessante notare come i titoli delle agenzie di stampa abbiano dato rilievo quasi solo agli accenni alla crisi economica - che non sono mancati -, mentre il Papa ha presentato tutti i grandi temi della dottrina sociale della Chiesa, nell'ordine di priorità che è tipico del suo Magistero.
Il Papa ha iniziato, rivolgendosi a diplomatici, con una considerazione preliminare. I diplomatici dovrebbero perseguire la pace. Ma non c'è pace senza verità e senza giustizia, anche se «oggi si è indotti talvolta a pensare che la verità, la giustizia e la pace siano utopie e che esse si escludano mutuamente». Oggi infatti domina il relativismo, per cui «conoscere la verità sembra impossibile e gli sforzi per affermarla appaiono sfociare spesso nella violenza». Per il relativista «l’impegno per la pace si riduce alla ricerca di compromessi». Per l'uomo di fede, al contrario, non solo la pace deriva dalla verità, ma «esiste un’intima connessione tra la glorificazione di Dio e la pace degli uomini sulla terra, così che la pace non sorge da un mero sforzo umano, bensì partecipa dell’amore stesso di Dio. Ed è proprio l’oblio di Dio, e non la sua glorificazione, a generare la violenza».
Certo, molti pensano che la pace non abbia nulla a che fa con la religione e con Dio: ma «in realtà, senza un’ apertura trascendente, l’uomo cade facile preda del relativismo e gli riesce poi difficile agire secondo giustizia e impegnarsi per la pace». Naturalmente, ha proseguito il Pontefice, quella che favorisce la pace è una religione rettamente intesa, che garantisca l'armonia fra fede e ragione, da non confondersi con il fondamentalismo, quel «pernicioso fanatismo di matrice religiosa» dove la fede nega la ragione e che non è che «una falsificazione della religione».
E il Papa ha voluto mettere in guardia dai rischi che queste falsificazioni fondamentaliste della religione fanno correre alle minoranze cristiane e al bene comune in genere in Siria, in Palestina, in Libano, in Egitto, in Nigeria e in Mali, Paese quest'ultimo di cui una parte del territorio è controllato da terroristi legati ad al-Qa'ida e per cui Benedetto XVI, con una critica neppure troppo velata dell'inefficienza dell'ONU, ha chiesto «un efficace interessamento da parte della comunità internazionale».
Dopo questa premessa, il Papa ha invitato a rileggere ancora una volta quella che altri hanno definito la sua «piccola enciclica» sulla politica, il recente Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2013, dove è presentato un programma di tutela dei diritti fondamentali della persona umana, esposti nel loro corretto ordine. Come sempre «in primo piano» - e prima di ogni altro diritto - vengono i principi non negoziabili della vita, della famiglia e della libertà di educazione. Anzitutto, dunque, «il rispetto della vita umana, in ogni sua fase».
Il Papa si rallegra che «una Risoluzione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, nel gennaio dello scorso anno, abbia chiesto la proibizione dell’eutanasia, intesa come uccisione volontaria, per atto o omissione, di un essere umano in condizioni di dipendenza». Ma constata «con tristezza» che non sempre questa Risoluzione è stata presa sul serio e che «in diversi Paesi, anche di tradizione cristiana, si è lavorato per introdurre o ampliare legislazioni che depenalizzano o liberalizzano l’aborto», che non è mai lecito.
Nello stesso campo della vita, «la recente decisione della Corte Interamericana dei Diritti Umani relativa alla fecondazione in vitro, che ridefinisce arbitrariamente il momento del concepimento e indebolisce la difesa della vita prenatale, è ugualmente fonte di preoccupazione».
Quanto alla famiglia, in Occidente oggi «vi sono numerosi equivoci sul significato dei diritti umani e dei doveri ad essi correlati. Non di rado i diritti sono confusi con esacerbate manifestazioni di autonomia della persona, che diventa autoreferenziale, non più aperta all’incontro con Dio e con gli altri, ma ripiegata su se stessa nel tentativo di soddisfare i propri bisogni. Per essere autentica, la difesa dei diritti deve, al contrario, considerare l’ uomo nella sua integralità personale e comunitaria». In terzo luogo, sempre «vale la pena di sottolineare come l’educazione», di cui vanno garantite la libertà e la qualità, sia a sua volta una via necessaria per la vera «costruzione della pace».
In modo originale, il Pontefice inserisce la tematica della crisi economica nella trattazione del terzo principio non negoziabile, che non riguarda solo la difesa delle scuole non statali, ma la possibilità che sia impartita un'integrale educazione ai valori. A ben vedere, afferma Benedetto XVI, quando è venuta meno questa educazione integrale ci si è cominciati ad avviare verso la crisi, perché «troppo spesso è stato assolutizzato il profitto, a scapito del lavoro, e ci si è avventurati senza freni sulle strade dell’economia finanziaria, piuttosto che di quella reale».
La crisi economica dunque è, alla radice, crisi educativa, e si cura anche con una libertà di educazione che permetta e valorizzi percorsi dove s'insegni «il senso del lavoro e di un profitto ad esso proporzionato», dove si educhi «a resistere alle tentazioni degli interessi particolari e a breve termine, per orientarsi piuttosto in direzione del bene comune». E rivolto in particolare all'Unione Europea, il Papa ha aggiunto che «se preoccupa l’indice differenziale tra i tassi finanziari, dovrebbero destare sgomento le crescenti differenze fra pochi, sempre più ricchi, e molti, irrimediabilmente più poveri. Si tratta, insomma, di non rassegnarsi allo “spread del benessere sociale”, mentre si combatte quello della finanza».
Dopo i tre principi non negoziabili, il Pontefice ha richiamato quello che appare sempre più spesso nel suo Magistero come il quarto principio, o l'orizzonte dei primi tre: la libertà religiosa. «La pace sociale - ha detto - è messa in pericolo anche da alcuni attentati alla libertà religiosa: talvolta si tratta di marginalizzazioni della religione nella vita sociale; in altri casi di intolleranza, o persino di violenza nei confronti di persone, di simboli identitari e di istituzioni religiose. Capita anche che ai credenti - e ai cristiani in modo particolare - sia impedito di contribuire al bene comune con le loro istituzioni educative ed assistenziali».
Sulla scia di documenti di alcuni episcopati - in particolare, degli Stati Uniti e del Canada, il Pontefice ha precisato che la libertà religiosa in Occidente è oggi messa in pericolo da leggi che tentano di limitare «il diritto all’obiezione di coscienza», che - precisano tali documenti - non riguardano solo i medici e l'aborto, ma anche i farmacisti e gli anticoncezionali ovvero gli ufficiali di stato civile - sindaci e altri - e i matrimoni omosessuali.
«Questa “frontiera” della libertà - ha detto il Papa a tocca dei principi di grande importanza, di carattere etico e religioso, radicati nella dignità stessa della persona umana. Essi sono come i “muri portanti” di ogni società che voglia essere veramente libera e democratica. Pertanto, vietare l’obiezione di coscienza individuale ed istituzionale, in nome della libertà e del pluralismo, paradossalmente aprirebbe invece le porte proprio all’intolleranza e al livellamento forzato».
Ricordando ancora una volta il cinquantenario dell’enciclica «Pacem in terris» del beato Giovanni XXIII (1881-1963), Benedetto XVI cita il passo di quel documento secondo cui la pace è «solo suono di parole» se non è integrata dalla carità. «La carità non sostituisce la giustizia negata, ma d’altra parte la giustizia non supplisce la carità rifiutata».
«La Chiesa pratica quotidianamente la carità nelle opere assistenziali, quali ospedali e dispensari, ed educative, quali orfanotrofi, scuole, collegi, università, nonché con l’assistenza fornita alle popolazioni in difficoltà, specialmente durante e dopo i conflitti» e in occasione di calamità naturali, fra le quali il Papa ha voluto ricordare il terremoto in Emilia. Fa parte della libertà religiosa assicurare alla Chiesa la piena possibilità di svolgere questo servizio secondo i suoi metodi e i suoi principi.
Vita, famiglia, educazione, libertà religiosa. È l'«Agenda Ratzinger» - se vogliamo chiamarla così - che il Pontefice non si stanca di ricordare in ogni occasione. Senza dimenticare l'appello ai politici perché non chiudano mai la loro porta all'apertura al trascendente e a Dio. Benedetto XVI ha concluso ricordando, con il cinquantenario del Concilio Ecumenico Vaticano II, il «Messaggio ai governanti» che il venerabile Paolo VI (1897-1978) - per la prima volta il Pontefice ha ricordato Papa Montini con questo titolo, che gli ha riconosciuto il 20 dicembre 2012 - indirizzò ai capi delle nazioni al termine del Concilio. Vi si legge: «Tocca a voi essere sulla terra i promotori dell’ ordine e della pace tra gli uomini. Ma non lo dimenticate: è Dio (…) il grande artefice dell’ordine e della pace sulla terra».

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Di seguito il testo del Discorso del Papa.


Eccellenze,
Signore e Signori,
Sono lieto di accogliervi come all’inizio di ogni nuovo anno, distinti Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, per rivolgervi un personale saluto e augurio; lo estendo volentieri alle care Nazioni che rappresentate e ad esse assicuro il mio costante ricordo e la mia preghiera. Sono particolarmente grato al Decano, Ambasciatore Alejandro Valladares Lanza, e al Vice-Decano, Ambasciatore Jean-Claude Michel, per le deferenti parole che mi hanno rivolto a nome di tutti Voi.

In modo speciale desidero, poi, salutare quanti prendono parte per la prima volta a questo incontro. La vostra presenza è un segno significativo e apprezzato dei proficui rapporti che, in tutto il mondo, la Chiesa cattolica intrattiene con le Autorità civili. Si tratta di un dialogo che ha a cuore il bene integrale, spirituale e materiale, di ogni uomo, e mira a promuoverne ovunque la dignità trascendente. Come ho ricordato nell’Allocuzione dell’ultimo Concistoro Ordinario Pubblico per la Creazione di nuovi Cardinali, «la Chiesa, fin dai suoi inizi, è orientata kat’holon, abbraccia cioè tutto l’universo» e con esso ogni popolo, ogni cultura e tradizione. Tale “orientamento” non rappresenta un’ingerenza nella vita delle diverse società, ma serve piuttosto a illuminare la coscienza retta dei loro cittadini e ad invitarli a lavorare per il bene di ogni persona e per il progresso del genere umano. E’ in questa prospettiva, e per favorire una proficua collaborazione tra la Chiesa e lo Stato al servizio del bene comune, che l’anno scorso la Santa Sede ha firmato Accordi bilaterali con il Burundi e con la Guinea Equatoriale e ha ratificato quello con il Montenegro; con lo stesso animo partecipa ai lavori di varie Organizzazioni ed Enti internazionali. Al riguardo, sono lieto che, nello scorso mese di dicembre, sia stata accolta la sua richiesta di diventare Osservatore Extra-Regionale nel Sistema di Integrazione Centroamericana, anche in ragione del contributo che la Chiesa cattolica offre in vari settori delle società di tale Regione. Le visite di diversi Capi di Stato e di Governo che ho ricevuto nel corso dell’anno passato, come pure gli indimenticabili Viaggi apostolici che ho compiuto in Messico, a Cuba e in Libano, sono state occasioni privilegiate per riaffermare l’impegno civico dei cristiani di quei Paesi, come pure per promuovere la dignità della persona umana e i fondamenti della pace.
In questa sede, mi è pure caro menzionare il prezioso lavoro svolto dai Rappresentanti Pontifici nel costante dialogo con i Vostri Governi. In particolare desidero ricordare l’apprezzamento goduto da S.E. Mons. Ambrose Madtha, il Nunzio Apostolico in Costa d’Avorio che è tragicamente perito un mese fa in un incidente stradale, insieme all’autista che lo accompagnava.
Signore e Signori Ambasciatori,
Il Vangelo di Luca racconta che, nella notte di Natale, i pastori odono i cori angelici che glorificano Dio e annunciano la pace sull’umanità. L’Evangelista sottolinea così la stretta relazione fra Dio e l’anelito profondo dell’uomo di ogni tempo a conoscere la verità, a praticare la giustizia e a vivere nella pace (cfr Giovanni XXIII, Pacem in terris: AAS 55 [1963], 257). Oggi si è indotti talvolta a pensare che la verità, la giustizia e la pace siano utopie e che esse si escludano mutuamente. Conoscere la verità sembra impossibile e gli sforzi per affermarla appaiono sfociare spesso nella violenza. D’altra parte, secondo una concezione ormai diffusa, l’impegno per la pace si riduce alla ricerca di compromessi che garantiscano la convivenza fra i Popoli, o fra i cittadini all’interno di una Nazione. Al contrario, nell’ottica cristiana esiste un’intima connessione tra la glorificazione di Dio e la pace degli uomini sulla terra, così che la pace non sorge da un mero sforzo umano, bensì partecipa dell’amore stesso di Dio. Ed è proprio l’oblio di Dio, e non la sua glorificazione, a generare la violenza. Infatti, quando si cessa di riferirsi a una verità oggettiva e trascendente, come è possibile realizzare un autentico dialogo? In tal caso come si può evitare che la violenza, dichiarata o nascosta, diventi la regola ultima dei rapporti umani? In realtà, senza un’apertura trascendente, l’uomo cade facile preda del relativismo e gli riesce poi difficile agire secondo giustizia e impegnarsi per la pace.
Alle manifestazioni contemporanee dell’oblio di Dio si possono associare quelle dovute all’ignoranza del suo vero volto, che è la causa di un pernicioso fanatismo di matrice religiosa, che anche nel 2012 ha mietuto vittime in alcuni Paesi qui rappresentati. Come ho avuto modo di dire, si tratta di una falsificazione della religione stessa, la quale, invece, mira a riconciliare l’uomo con Dio, a illuminare e purificare le coscienze e a rendere chiaro che ogni uomo è immagine del Creatore. Se, dunque, la glorificazione di Dio e la pace sulla terra sono fra loro strettamente congiunte, appare evidente che la pace è, ad un tempo, dono di Dio e compito dell’uomo, perché esige la sua risposta libera e consapevole.
Per tale ragione ho voluto intitolare l’annuale Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace: Beati gli operatori di pace. E’ anzitutto alle Autorità civili e politiche che incombe la grave responsabilità di operare per la pace. Esse per prime sono chiamate a risolvere i numerosi conflitti che continuano a insanguinare l’umanità, a cominciare da quella Regione privilegiata nel disegno di Dio, che è il Medio Oriente. Penso anzitutto alla Siria, dilaniata da continui massacri e teatro d’immani sofferenze fra la popolazione civile. Rinnovo il mio appello affinché le armi siano deposte e quanto prima prevalga un dialogo costruttivo per porre fine a un conflitto che, se perdura, non vedrà vincitori, ma solo sconfitti, lasciando dietro di sé soltanto una distesa di rovine. Permettetemi, Signore e Signori Ambasciatori, di domandarvi di continuare a sensibilizzare le vostre Autorità, affinché siano forniti con urgenza gli aiuti indispensabili per far fronte alla grave situazione umanitaria. Guardo poi con viva attenzione alla Terra Santa. In seguito al riconoscimento della Palestina quale Stato Osservatore non Membro delle Nazioni Unite, rinnovo l’auspicio che, con il sostegno della comunità internazionale, Israeliani e Palestinesi s’impegnino per una pacifica convivenza nell’ambito di due Stati sovrani, dove il rispetto della giustizia e delle legittime aspirazioni dei due Popoli sia tutelato e garantito. Gerusalemme, diventa ciò che il Tuo nome significa! Città della pace e non della divisione; profezia del Regno di Dio e non messaggio d’instabilità e di contrapposizione! Rivolgendo poi il pensiero alla cara popolazione irachena, auguro che essa percorra la via della riconciliazione, per giungere alla desiderata stabilità.
In Libano – dove, nello scorso mese di settembre, ho incontrato le sue diverse realtà costitutive - la pluralità delle tradizioni religiose sia una vera ricchezza per il Paese, come pure per tutta la Regione, e i cristiani offrano una testimonianza efficace per la costruzione di un futuro di pace con tutti gli uomini di buona volontà.
Anche in Nord Africa è prioritaria la collaborazione di tutte le componenti della società e a ciascuna deve essere garantita piena cittadinanza, la libertà di professare pubblicamente la propria religione e la possibilità di contribuire al bene comune. A tutti gli Egiziani assicuro la mia vicinanza e la mia preghiera, in questo periodo in cui si formano nuove istituzioni. Volgendo lo sguardo all’Africa sub-sahariana, incoraggio gli sforzi per costruire la pace, soprattutto dove rimangono aperte le ferite delle guerre e pesano gravi conseguenze umanitarie. Penso in modo particolare alla Regione del Corno d’Africa, come pure all’Est della Repubblica Democratica del Congo, dove le violenze si sono riacutizzate, obbligando numerose persone ad abbandonare le proprie case, le proprie famiglie e i propri contesti di vita. In pari tempo, non posso ignorare le altre minacce che si affacciano all’orizzonte. A intervalli regolari la Nigeria è teatro di attentati terroristici che mietono vittime, soprattutto tra i fedeli cristiani riuniti in preghiera, quasi che l’odio volesse trasformare dei templi di preghiera e di pace in altrettanti centri di paura e di divisione. Ho provato una grande tristezza nell’apprendere che, perfino nel giorno in cui noi celebriamo il Natale, dei cristiani sono stati uccisi barbaramente. Anche il Mali è dilaniato dalla violenza ed è segnato da una profonda crisi istituzionale e sociale, che deve suscitare un efficace interessamento da parte della comunità internazionale. Nella Repubblica Centrafricana, auspico che i colloqui annunciati per i prossimi giorni riportino la stabilità e risparmino alla popolazione di rivivere gli orrori della guerra civile.
Sempre di nuovo la costruzione della pace passa per la tutela dell’uomo e dei suoi diritti fondamentali. Tale impegno, seppure con modalità e intensità diverse, interpella tutti i Paesi e deve costantemente essere ispirato dalla dignità trascendente della persona umana e dai principi iscritti nella sua natura. Fra questi figura in primo piano il rispetto della vita umana, in ogni sua fase. Mi sono pertanto rallegrato che una Risoluzione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, nel gennaio dello scorso anno, abbia chiesto la proibizione dell’eutanasia, intesa come uccisione volontaria, per atto o omissione, di un essere umano in condizioni di dipendenza. Allo stesso tempo, constato con tristezza che, in diversi Paesi, anche di tradizione cristiana, si è lavorato per introdurre o ampliare legislazioni che depenalizzano o liberalizzano l’aborto. L’aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale. Nell’affermare ciò la Chiesa cattolica non intende mancare di comprensione e di benevolenza, anche verso la madre. Si tratta, piuttosto, di vigilare affinché la legge non giunga ad alterare ingiustamente l’equilibrio fra l’eguale diritto alla vita della madre e del figlio non nato. In questo campo, la recente decisione della Corte Interamericana dei Diritti Umani relativa alla fecondazione in vitro, che ridefinisce arbitrariamente il momento del concepimento e indebolisce la difesa della vita prenatale, è ugualmente fonte di preoccupazione. Purtroppo, soprattutto nell’Occidente, vi sono numerosi equivoci sul significato dei diritti umani e dei doveri ad essi correlati. Non di rado i diritti sono confusi con esacerbate manifestazioni di autonomia della persona, che diventa autoreferenziale, non più aperta all’incontro con Dio e con gli altri, ma ripiegata su se stessa nel tentativo di soddisfare i propri bisogni. Per essere autentica, la difesa dei diritti deve, al contrario, considerare l’uomo nella sua integralità personale e comunitaria.
Proseguendo nella nostra riflessione, vale la pena di sottolineare come l’educazione sia un’altra via privilegiata per la costruzione della pace. Ce lo insegna, fra l’altro, l’odierna crisi economica e finanziaria. Essa si è sviluppata perché troppo spesso è stato assolutizzato il profitto, a scapito del lavoro, e ci si è avventurati senza freni sulle strade dell’economia finanziaria, piuttosto che di quella reale. Occorre dunque recuperare il senso del lavoro e di un profitto ad esso proporzionato. A tal fine, giova educare a resistere alle tentazioni degli interessi particolari e a breve termine, per orientarsi piuttosto in direzione del bene comune. Inoltre, è urgente formare i leaders, che, in futuro, guideranno le istituzioni pubbliche nazionali ed internazionali (cfr Messaggio per la XLVI Giornata Mondiale della Pace, 8 dicembre 2012, 6). Anche l’Unione Europea ha bisogno di Rappresentanti lungimiranti e qualificati, per compiere le scelte difficili che sono necessarie per risanare la sua economia e porre basi solide per il suo sviluppo. Da soli alcuni Paesi andranno forse più veloci, ma, insieme, tutti andranno certamente più lontano! Se preoccupa l’indice differenziale tra i tassi finanziari, dovrebbero destare sgomento le crescenti differenze fra pochi, sempre più ricchi, e molti, irrimediabilmente più poveri. Si tratta, insomma, di non rassegnarsi allo “spread del benessere sociale”, mentre si combatte quello della finanza.
Investire nell’educazione nei Paesi in via di sviluppo dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina significa aiutarli a vincere la povertà e le malattie, come pure a realizzare sistemi di diritto equi e rispettosi della dignità umana. E’ chiaro che, per affermare la giustizia, non bastano buoni modelli economici, per quanto essi siano necessari. La giustizia si realizza soltanto se ci sono persone giuste! Costruire la pace significa pertanto educare gli individui a combattere la corruzione, la criminalità, la produzione ed il traffico della droga, nonché ad evitare divisioni e tensioni, che rischiano di sfibrare la società, ostacolandone lo sviluppo e la pacifica convivenza. Continuando la nostra odierna conversazione, vorrei aggiungere che la pace sociale è messa in pericolo anche da alcuni attentati alla libertà religiosa: talvolta si tratta di marginalizzazioni della religione nella vita sociale; in altri casi di intolleranza, o persino di violenza nei confronti di persone, di simboli identitari e di istituzioni religiose. Capita anche che ai credenti - e ai cristiani in modo particolare - sia impedito di contribuire al bene comune con le loro istituzioni educative ed assistenziali. Per salvaguardare effettivamente l’esercizio della libertà religiosa è poi essenziale rispettare il diritto all’obiezione di coscienza. Questa “frontiera” della libertà tocca dei principi di grande importanza, di carattere etico e religioso, radicati nella dignità stessa della persona umana. Essi sono come i “muri portanti” di ogni società che voglia essere veramente libera e democratica. Pertanto, vietare l’obiezione di coscienza individuale ed istituzionale, in nome della libertà e del pluralismo, paradossalmente aprirebbe invece le porte proprio all’intolleranza e al livellamento forzato.
Inoltre, in un mondo dai confini sempre più aperti, costruire la pace mediante il dialogo non è una scelta, ma una necessità! In questa prospettiva la Dichiarazione congiunta tra il Presidente della Conferenza Episcopale Polacca e il Patriarca di Mosca, firmata nello scorso mese di agosto, è un segno forte dato dai credenti per favorire i rapporti fra il Popolo russo e il Popolo polacco. Parimenti, desidero menzionare l’accordo di pace recentemente raggiunto nelle Filippine e, in modo particolare, sottolineare il ruolo del dialogo tra le religioni per una convivenza pacifica nella regione di Mindanao.
Eccellenze, Signore e Signori,
al termine dell’Enciclica Pacem in terris, di cui quest’anno ricorre il cinquantenario, il mio Predecessore Beato Giovanni XXIII, ricordava che la pace rimane «solo suono di parole» se non è vivificata e integrata dalla carità (AAS 55 [1963], 303). Dunque, quest’ultima è al cuore dell’azione diplomatica della Santa Sede e, prima ancora, della sollecitudine del Successore di Pietro e di tutta la Chiesa cattolica. La carità non sostituisce la giustizia negata, ma d’altra parte la giustizia non supplisce la carità rifiutata. La Chiesa pratica quotidianamente la carità nelle opere assistenziali, quali ospedali e dispensari, ed educative, quali orfanotrofi, scuole, collegi, università, nonché con l’assistenza fornita alle popolazioni in difficoltà, specialmente durante e dopo i conflitti. In nome della carità la Chiesa vuol’essere vicina anche a quanti soffrono a causa delle calamità naturali. Penso alle vittime delle inondazioni nel Sud-Est asiatico e dell’uragano che ha colpito la costa orientale degli Stati Uniti d’America. Penso anche a coloro che hanno subito il forte terremoto, che ha devastato alcune Regioni dell’Italia settentrionale. Come sapete, ho voluto recarmi personalmente in questi luoghi, dove ho potuto constatare l’ardente desiderio con cui s’intende ricostruire ciò che è andato distrutto. Auspico che, in questo momento della sua storia, tale spirito di tenacia e di impegno condiviso animi tutta la diletta Nazione italiana.
Concludendo il nostro incontro, vorrei ricordare che al termine del Concilio Vaticano II – inaugurato proprio cinquant’anni or sono – il Venerabile Papa Paolo VI indirizzò alcuni Messaggi che sono sempre di attualità, uno dei quali destinato a tutti i Governanti. Li esortò in questi termini: «Tocca a voi essere sulla terra i promotori dell’ordine e della pace tra gli uomini. Ma non lo dimenticate: è Dio (…) il grande artefice dell’ordine e della pace sulla terra» (Messaggio ai Governanti, 8 dicembre 1965, 3). Oggi faccio mie queste considerazioni, nel formulare a Voi, Signore e Signori Ambasciatori e distinti Membri del Corpo Diplomatico, alle Vostre famiglie e ai Vostri Collaboratori, i più fervidi auguri per il Nuovo Anno. Grazie!