mercoledì 2 gennaio 2013

Pregare ci dà una casa



Riporto da “Il Sole 24 Ore” del 30 dicembre 2012, a firma del Cardinal Ravasi.

* * *
In quattro serate del novembre 1993 il cardinal Carlo M. Martini dedicò la settima edizione della
sua notissima «Cattedra dei non credenti» a un tema sorprendente: «La preghiera di chi non crede».
A intervenire per primo fu lo psicoanalista Mario Trevi che, senza esitazione, confessò che – pur
non essendo credente – pregava due volte al giorno. Sì, perché esiste anche una preghiera dell'ateo.
E non si tratta solo dello stravolgimento del Padre Nostro operato da Hemingway in uno dei suoi 49
racconti con quel terribile martellare del «Nada», estratto dal pozzo mistico di Giovanni della
Croce, ma immerso nell'incandescenza del Nulla metafisico ed esistenziale: «O Nada nostro che sei
nel Nada, sia Nada il tuo nome, Nada il tuo regno...» e così via fino a una blasfema Ave Maria:
«Ave, Nulla pieno di nulla, il Nulla sia con te!».
No, c'è proprio un invocare che affiora anche sulle labbra dell'agnostico, alla maniera di Zinov'ev,
l'autore di Cime abissali: «Ti supplico, mio Dio, cerca di esistere almeno un poco, di seguire ciò che
succede, sforzati di vedere perché vivere senza testimoni è un inferno! Io grido: Padre mio, ti
supplico e piango: esisti!». Alla maniera anche di Caproni del Muro della terra: «Ah, mio dio. Mio
Dio. / Perché non esisti?... Dio onnipotente, cerca / (sfòrzati), a furia di insistere / – almeno – di
esistere». Ho introdotto questa lunga premessa perché non vorrei che il lettore agnostico del nostro
supplemento evitasse di seguire questa recensione, considerandola solo come una questione di preti
o di praticanti, pronti a ricorrere al buon Dio sperando in un miracolo, come ironizzava Turgenev,
che pure ha dedicato un testo alla Preghiera: «Per qualunque cosa uno preghi, prega sempre per un
miracolo. Ogni preghiera si riduce a questa: Buon Dio, concedimi che due più due non faccia
quattro!».
In realtà, come aveva insegnato quella lontana «Cattedra dei non credenti», pregare è un atto ben
più complesso e radicale, tant'è vero che un pensatore certamente non ateo ma neppure molto
devoto come Wittgenstein, nei suoi «appunti» del 1914-16, affermava lapidariamente che «pregare
è pensare al senso della vita», qualcosa di simile alla famosa assonanza heideggeriana denken ist
danken, «pensare è ringraziare». Il rimando curioso dell'etimo di «orazione», «orare» ad os,
«bocca», non è solo per immaginare un bacio lanciato alla divinità, ma anche per rimandare a un
respiro, un'allusione raccolta dalla tradizione e così formalizzata da Kierkegaard nel suo diario:
«Giustamente gli antichi dicevano che pregare è respirare. Qui si vede quanto sia sciocco voler
parlare di un "perché". Perché io respiro? Perché altrimenti morrei. Così con la preghiera».
Respiro dell'anima, quindi, che riconosce il suo limite creaturale e che invoca l'aria della
trascendenza. Tensione verso l'oltre e l'altro che per il credente si trasformano in un Oltre e Altro col
quale dialogare. Martin Buber all'ateo Ben Gurion replicava: «Se si trattasse di un Dio del quale
parlare, forse anch'io non crederei; ma dato che si tratta di un Dio al quale si può parlare, per questo
io credo in lui». Ecco, allora, che la preghiera non è solo supplica ma anche canto, lode,
contemplazione, pellegrinaggio nel mistero, persino urlo all'Assente (il libro di Giobbe è tutto
un'interpellanza al Dio muto, nel tentativo di avere una sua parola e un incontro). Oppure sussurro
d'amore come accade alla mistica musulmana Rabi´a dell'VIII secolo, che in una notte stellata di
Bassora mormorava: «In cielo brillano le stelle, gli occhi degli innamorati si chiudono. Ogni donna
innamorata è sola col suo amato. E io sono sola qui, con te!».
Tutto questo e molto altro è possibile trovare in tanti testi dedicati alla preghiera. Ma ora ne voglio
proporre uno che ho appena letto con gusto, pur sapendo già le cose che proponeva (dopo tutto
anch'io ho pubblicato un volume sulla preghiera nel 2000). Sì, perché l'intera sequenza delle
componenti strutturali di questo atto religioso – Chi si prega, le tipologie molteplici dell'orazione, la
lode a Dio, la domanda e la lamentazione, i Salmi, la meditazione, la preghiera personale e quella
liturgica e così via – è espressa in un'originalissima forma narrativa, talora persino autobiografica.
L'autore non esita neanche a raccogliere le obiezioni più sferzanti, come accade con l'evocazione
del caso del quadro XI della Madre Coraggio di Brecht ove i contadini di una fattoria si rifiutano di
segnalare ai cittadini di Halle il pericolo dell'avanzata delle truppe imperiali, ricorrendo solo alla
preghiera. Sarà Kattrin, la figlia muta e storpia di Madre Coraggio col suo tamburo a provocare la
riscossa dall'alto di un tetto dove un soldato le sparerà. Intanto, però, i cittadini avevano raccolto
quell'allarme ed erano ormai pronti a reagire. Non pregate – dice dunque Brecht – ma agite!
I Salmi, ad esempio, sono inquadrati nella cornice dei ricordi d'infanzia dell'autore nato a
Francoforte, per cui li si compara a una sorta di casa e qui andrebbe bene citare Nietzsche che nei
materiali preparatori ad Aurora riconosceva che «tra ciò che noi proviamo alla lettura di Pindaro o
Petrarca e la lettura dei Salmi c'è la stessa differenza tra la terra straniera e la patria». E ancora, la
preghiera personale è tratteggiata attraverso la storia di un ragazzo che vive questa esperienza
crescendo in età, con un'evoluzione nella quale molti potranno rispecchiarsi. Tanti sono i rimandi
alla cultura contemporanea, ad autori anche secondari (ad esempio, per la musica, invece del più
celebre Joseph, si ricorre al fratello minore, Michael Haydn); dai grandi mistici si passa anche al
cardiologo americano Herbert Benson coi suoi test sull'effetto terapeutico della preghiera o ai fedeli
intervistati all'uscita dalla Messa.
Eppure non manca nulla degli elementi canonici e tradizionali come l'analisi testuale, la riflessione
teologica, la rappresentazione liturgica, la pratica religiosa, la simbologia spirituale. E questo
avviene perché l'autore è Gerhard Lohfink, un professore emerito di esegesi neotestamentaria nella
prestigiosa Università di Tubinga, autore di saggi importanti tra i quali anche un'originale rilettura
della preghiera suprema del cristiano, il Padre Nostro. Accanto a lui mi permetto di collocare il
fratello Norbert, grande ebraista e anticotestamentarista, nei cui confronti ho un debito di
gratitudine, essendo stato suo alunno. Nella scia dello stile di quest'opera sulla preghiera vorrei,
però, concludere aggiungendo i versi sorprendenti ed emozionanti di Paul Celan sul tema: «Ritaglia
la mano orante dall'aria / con la forbice degli occhi, / mozza le sue dita col tuo bacio, / fanno restare
senza fiato, oggi / le mani giunte».