venerdì 18 ottobre 2013

È nata l'iteologia



È nata l'iteologia e non è un refuso. Ma un significativo e diabolico cambio di consonante. La teologia come ideologia. Come sistema di pensiero. Come fissità dottrinaria. Come ricatto intellettuale. O, se preferite, l'ideologia della teologia. La ideo-teologia. Da qui la fusione in una sola parola.

La nuova disciplina è un portato degli intellettuali, chierici che vogliono proteggere e dare la linea al Papa. Dirgli soprattutto dove sbaglia. Tutori dell'ortodossia. E della dogmatica. Basta leggere Il Foglio o Libero. O anche Repubblica. Ci fosse uno come Charles Peguy lo chiamerebbe «il governo degli intellettuali». Dopo anni di dispute tra teocon e teodem, superato il semestre di pontificato francescano si sono rotti argini e pudori. Purtroppo per loro, di entrambi gli schieramenti, c'è il sospetto che il cristianesimo c'entri poco con questa roba che sa di politica. Il cristianesimo è qualcosa di più popolare, quasi di ruspante. Persino d'imperfetto, ma «semper reformando» com'è la Chiesa, non a caso Corpo di Cristo. Qualcosa di vivo e, nella sua relazione col mondo, non inchiodato una volta per tutte. Ieri il Papa ha parlato di questo, rispondendo implicitamente a tante critiche di queste settimane. Se un cristiano «diventa discepolo della ideologia, ha perso la fede», ha detto nella sua omelìa durante la messa alla Domus Santa Marta. Quella dei «cristiani ideologici» è «una malattia grave». Se la teologia diventa ideologia, il pericolo è incombente. Cristiani «con la chiave in tasca e la porta chiusa», sbarrata da troppe prescrizioni. A questi cristiani, continua il Papa, «Gesù dice: “Voi avete portato via la chiave della conoscenza”».
La prima parola chiave della nuova disciplina dell'ortodossia è «continuità». Papa Francesco deve essere agire parlare in continuità col suo predecessore. Sono teologi, filosofi anche preti a porre questo problema. Ma è una questione che si giustifica solo alla luce della presunta superiorità del soggetto nei confronti del quale si chiede la continuazione. In una parola, papa Ratzinger rappresenta il termine di raffronto del suo successore. Quando si palesò Giovanni Paolo II tutti si accorsero di quanto fosse diverso da Paolo VI. Lo stesso si può affermare di Giovanni XXIII rispetto a Pio XII. Ma questa diversità non causò scandalo alcuno come avviene oggi.
I tutori della dottrina non amano il calore con il quale Bergoglio si avvicina a mondi ritenuti distanti, i non credenti piuttosto che i devoti di altre religioni. E ancor più disdegnano quella che considerano una fuorviante apertura sui cosiddetti valori non negoziabili. È il secondo cardine dell'iteologia. Il quotidiano Libero ha intervistato Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, autori di un lungo articolo sul Foglio nel quale spiegavano perché «questo Papa non ci piace», a causa del quale Radio Maria ha interrotto la loro decennale collaborazione. «Avete criticato l'intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari. Non andava bene l'intervista o l'intervistatore?» chiede Libero ai due colleghi. Ecco la risposta: «La scelta di Eugenio Scalfari è singolare e lascia interdetti molti cattolici. Egli infatti non è solo un laico o un non credente, ma uno storico antagonista del cattolicesimo. La Repubblica è il quotidiano simbolo di quella cultura radical chic che ha fatto di divorzio e aborto le colonne di una nuova società nichilista, nella quale non c'è più posto per Cristo e i sacramenti. Diverso sarebbe stato incontrare in modo riservato Scalfari, e parlare con lui in vista del suo bene. E nella speranza della sua conversione». In sostanza, prima ancora che l'opportunità di annunciare Cristo redentore, i valori non negoziabili sono la pietra angolare dell'ortodossia evangelizzatrice. Quasi che il cristianesimo fosse un'architettura filosofica a sostegno di un modello etico di società. I lefebvriani arrivano a scomunicare Bergoglio: «Se l'attuale Pontefice continuerà nel modo in cui ha iniziato, dividerà la Chiesa», ha sentenziato Bernard Fellay, successore di Lefebvre. Secondo quanto sottolineato dallo stesso Giuliano Ferrara, Pierre Favre, gesuita del sedicesimo secolo ispiratore dell'attuale Papa, indicava che il dialogo, all'epoca con i protestanti, dovesse avvenire «su argomenti relativi all'edificazione morale e spirituale, piuttosto che su questioni dottrinali». Detto banalmente, è un cristianesimo affettivo quello a cui tiene Bergoglio. Un cristianesimo che include e tende ad abbracciare prima che a regolarizzare l'appartenenza a Cristo. Il quale si rivolgeva a tutti, e alla luce del sole, senza preamboli moralistici. Mangiava con gli uomini del popolo, entrava nelle loro case, discuteva con le peccatrici. 
Un'altra delle categorie stabilite dai guardiani del dogma è quella della «distanza» così eruditamente argomentata da Mario Sechi, sempre sul Foglio. Papa Francesco sarebbe troppo prossimo, troppo poco distante e dunque carente di alterità. Gnocchi e Palmaro lo ribadiscono a modo loro in un secondo pontificale (Il Foglio, 16 ottobre): «Il Papa doveva stare lassù, lontano, quasi irraggiungibile». Ma, a parte la difficoltà d'immaginare il disappunto dei fedeli per il fatto che questo Papa sia troppo accessibile, mi pare che l'incipit di Giovanni parli di un Verbo che «si è fatto carne». Dio si è trasformato in un bambino dentro una grotta. Dove, guarda caso, è stato adorato prima da dei pastori che da dei filosofi. Anche la stessa scelta di Pietro, non esattamente un intellettuale raffinato, ma suo primo vicario in terra, fa pensare a un criterio di amore più che a una precisione teoretica.
L'ultimo terreno di questa eresia pontificia sta nel cedimento ai criteri mondani della comunicazione. Bergoglio sarebbe un «fenomeno mediatico» al punto che, scrivono Gnocchi e Palmaro, «sembra che Papa Francesco sia stato fatto per i mass media e che i mass media siano stati fatti per Papa Francesco». Tra i molti, uno dei simboli di questa mediaticità scandalosa sarebbe il bagaglio portato a mano da Bergoglio in partenza per il Brasile. «La figura del Papa viene assorbita da quella borsa nera che ne annulla l'immagine sacrale tramandata nei secoli... Simone ha spodestato Pietro». Non sarà, in realtà, la «mediaticità» una categoria autoreferenziale di noi comunicatori? Uno schema che applichiamo come fossimo spettatori della rappresentazione globale? Questo Papa ha avuto la forza di eliminare diverse barriere che si frapponevano tra sé e il mondo. Ma questo non è un teatro o il villaggio globale di McLuhan. Bensì il territorio della missione. Gli iteologi insistono sulla scandalosa intervista concessa al fondatore di Repubblica sottacendo il testo autografo della lettera inviata allo stesso quotidiano. Proprio qui, probabilmente, si trova una risposta a molte delle loro paturnie dottrinali. Riflettendo sulla verità Francesco scrive: «Per cominciare, io non parlerei di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l'amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione!».
M. Caverzan - Il Giornale

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Il Papa, la fede e gli «ideologi». Le chiavi che aprono

(Stefania Falasca) «Chiavi in tasca e porta chiusa». Nell’omelia mattutina a Santa Marta di ieri ancora una volta papa Francesco ha voluto stigmatizzare un atteggiamento contrario alle dinamica cristiana e all’insegnamento di Cristo. Un atteggiamento che è sintomo di «malattia grave», come l’ha definito. E che proprio come una malattia «spaventa» e «allontana». Lo spunto come sempre è venuto dal Vangelo della liturgia del giorno: il brano dell’evangelista Luca in cui Gesù, parlando in casa del fariseo, rivolge parole taglienti ai dottori della legge: «"Guai a voi", dice loro Gesù, "che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito"». È l’atteggiamento dei paladini del picchetto, dei «rigidi eticisti» che De Lubac chiamerebbe «specialisti del Logos» per i quali, negli alambicchi di un processo spirituale e mentale, la fede è diventata ideologia. Un movimento farisaico, una specie di secessione interiore, non dichiarata ma perniciosa, che porta alla negazione stessa della fede. Del resto la tentazione di snaturare il cristianesimo in ideologia ha segnato la vicenda cristiana nel mondo fin dai tempi apostolici. Ma papa Francesco ha colto e descritto con affondi originali alcuni risvolti inediti di tale dinamica. Col suo sguardo di pastore esperto del cuore degli uomini ha illuminato anche l’origine e l’approdo di derive e forzature che disseminano tracce evidenti pure nella corrente temperie ecclesiale.
Delle contraffazioni in chiave ideologica passate e presenti della fede cristiana, il Vescovo di Roma ha suggerito senza ansia la radice ultima: una estraneità alle dinamiche proprie – cioè sacramentali – dell’avvenimento cristiano. Estraneità e lontananza che crescono quanto più le si copre con parole, formule e scioglilingua trafugati dal grande patrimonio della storia e della tradizione cristiana. La sorgente: una mancanza. Questi, ha detto il Papa, riferendosi ai cultori di tali contraffazioni, ogm prodotti con cromosomi tratti dal vecchio tronco del cristianesimo, «non pregano, abbandonano la fede e la trasformano in ideologia moralistica, casuistica, senza Gesù».
Un tratto ricorrente di ogni adulterazione ideologica della fede è proprio il fatto che nel tripudio di parole e formule di ascendenza cristiana sembra sparito dall’orizzonte ogni riferimento alla tenerezza di Cristo, all’azione dolce della sua grazia che lavora misteriosamente nel segreto dei cuori. Queste cose, ai cultori dei format ideologici in versione cristiana, semplicemente non interessano, mancando l’esperienza gratuita e non riproducibile della grazia di Cristo.
Si pretende di dare da sé consistenza ai contenuti cristiani e allo stesso richiamo a Cristo irrigidendoli, appunto, in ideologia. E gli effetti delle mutazioni genetiche che trasferiscono le parole cristiane dall’ambito della fede a quello dell’ideologia non sono mai indolori. I cristiani ideologici maltrattano quello che papa Bergoglio definisce «il santo popolo di Dio». Pretendono di presidiare le soglie della Chiesa e di decidere loro chi può entrare e chi no, in base ai propri parametri. Sembra che la loro funzione sia quella di tener lontani gli uomini e le donne dall’incontro possibile con la misericordia di Cristo.
La Chiesa ha sperimentato fin dall’inizio i tanti dottrinarismi e le infinite gnosi che usano le stesse parole cristiane senza che tali parole siano semplicemente la registrazione di avvenimenti reali. Lo sapeva bene il poeta francese Charles Péguy, che ai tempi dell’Action Francaise – paradigmatica, inquietante versione moderna dello snaturamento ideologico dei contenuti cristiani – scriveva in Veronique che tra le due bande operanti sulla scena intellettuale, «i clericali-anticlericali, cioè materialisti e nichilisti, e i clericali-clericali, cioè quelli che esaltano il ruolo della religione, i più pericolosi sono i secondi. Proprio perché i primi negano. Mentre i secondi snaturano». La risposta a queste mistificazioni deformanti – ha fatto capire Bergoglio – non sta nell’aprire fronti nuovi di battaglia o di dialettiche dottrinali. L’unico antidoto è la preghiera: «Non smettere di pregare per non perdere la fede, rimanere umili. Solo così non si diventa chiusi, chiudendo la strada al Signore».

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Papa Francesco: quando il riferimento al cristianesimo assume i tratti dell'ideologia, diventa automaticamente repellente, «spaventa, caccia via la gente e allontana la Chiesa dalla gente»

GIANNI VALENTE

Quando una chiesa è chiusa, la gente passa davanti e non può entrare. «E ancor peggio, il Signore che è lì dentro non può uscire». Lo stesso, in maniera analoga, può accadere per tutta la Chiesa di Cristo, se davanti alle sue porte si mettono a far barriera i nuovi «dottori della Legge». Quelli che mutano la fede in ideologia, e così tengono lontani  tutti gli altri dai giardini e dai pozzi della grazia. Oggi Papa Francesco ha parlato di loro, nella omelia della messa quotidiana a Santa Marta.

Lo spunto, come sempre, è venuto dal Vangelo della liturgia del giorno: il brano dell'evangelista Luca in cui Gesù, parlando in casa del fariseo, rivolge parole taglienti ai «dottori della legge»: «Guai a voi» dice loro Gesù «che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l'avete impedito».

Anche oggi ci sono quelli che credono di avere in mano la chiave della conoscenza, e non aprono la porta. Peggio ancora, si fermano suilla soglia, fanno picchetto, e non lasciano entrare gli altri. In questo modo – ha spiegato Papa Bergoglio – sabotano l'insegnamento stesso di Cristo, che «dice un'altra cosa: andate, uscite in tutto il mondo. Insegnate. Battezzate. Andate agli incroci delle strade e portate tutti dentro. Buoni e cattivi. Così dice Gesù. Tutti dentro».

Alla radice dell'atteggiamento «delle chiavi in tasca e della porta chiusa» c'è secondo l'attuale Successore di Pietro un «processo spirituale e mentale». Simili dinamiche prendono piede quando “la fede passa per un alambicco, e diventa ideologia». Papa Francesco ha delineato anche alcuni tratti somatici delle caricature ideologiche della fede cristiana. A esse non interessa «Gesù, la sua tenerezza, la sua mitezza». Esse «sono rigide». In esse «la conoscenza di Gesù è trasformata in una conoscenza ideologica, e anche moralistica», come accadeva già al tempo di Gesù, quando i dottori della Legge «chiudevano la porta con tante prescrizioni». E «quando un cristiano diventa discepolo della ideologia, ha perso la fede. Non è più discepolo di Gesù. É discepolo di questo atteggiamento di pensiero». Inoltre, quando il riferimento al cristianesimo assume i tratti dell'ideologia, diventa automaticamente repellente. E così realizza – spesso in maniera auto-compiaciuta - la sua funzione di tenere lontane le persone dall'esperienza cristiana. «L'ideologia» ha sottolineato Bergoglio «spaventa, caccia via la gente. Allontana, allontana la gente e allontana la Chiesa dalla gente».

Quella dei «cristiani ideologici» è secondo il Vescovo di Roma «una malattia grave», ma non è nuova: già l'apostolo Giovanni nella sua Prima Lettera parlava di loro, dei «cristiani che perdono la fede e preferiscono l'ideologia», diventando talvolta «rigidi moralisti, eticisti ma senza bontà». E se un buon cristiano li rimprovera, la loro reazione è la stessa dei farisei rispetto a Gesù, così come è narrata nel Vangelo della messa di oggi: «Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca».

La tentazione di snaturare il cristianesimo in ideologia può toccare tutti, compresi Papi, vescovi e sacerdoti. E a essa non risponde con dispute culturali. La radice di tale possibile snaturamento papa Francesco la individua altrove: se un cristiano diventa ideologico, ciò accade semplicemente perchè quel cristiano non prega: «La chiave che apre la porta della fede è sempre la preghiera» ha detto stamattina papa Francesco, «E se non c'è la preghiera tu sempre chiudi la porta». E' allora che anche la testimonianza del cristiano può diventare «una testimonianza superba, orgogliosa», dove si rende gloria a se stessi e si cerca «la propria promozione». Invece, quando un cristiano prega davvero, e non si limita a «dire preghiere» come facevano anche i farisei, «non si allontana dalla fede». E così viene preservato anche dalle trappole dell'ideologia e della superbia. Per questo – ha concluso il Papa – occorre chiedere al Signore «la grazia di non smettere di pregare, per non perdere la fede». Solo così si rimane umili e non si corre il rischio di diventare persone che «chiudono la strada al Signore», proprio mentre magari per mestiere trascorrono tutto il proprio tempo a parlare di questioni ecclesial-religiose.