sabato 23 maggio 2015

Senza Dio


Senza Dio. Storie di atei e di ateismo


Una prospettiva fuori dalla religione. Le passioni degli altri

(Sergio Massironi) Avevo dieci anni e la parola “ateo” mi pareva gravissima. Non ricordo quando la incontrai per la prima volta, ma la sensazione di una voragine scura è impressa dentro di me, con la miriade di emozioni che nell’infanzia plasmano una geografia interiore. 
Senza Dio, l’ultimo libro di Eugenio Lecaldano (Bologna, il Mulino, 2015, pagine 182, euro 14) ha essenzialmente la capacità di condurre il lettore a se stesso, a un vissuto che le argomentazioni riaprono, qualunque esso sia. 
Sollecitazione che mobilita contrastanti sentimenti, per cui il numero limitato di pagine e lo scrivere limpido dell’autore non esimono da un forte impegno e da una buona dose di coraggio. Non temo la retorica nel dire che affrontare il libro è come prendersi un ospite in casa. 
Fin dal primo capitolo — «Vivere senza Dio agli inizi del XXI secolo» — i conti si fanno col profilo a tutto tondo di chi non crede, non solo con le sue convinzioni. Per quanto sia tracciata nel volume una storia dell’ateismo, più volte è suggerito che «per avere una conoscenza minimamente adeguata di una prospettiva che faccia a meno di Dio non dobbiamo perdere di vista che essa è presente non solo nei libri che espongono le dottrine filosofiche e teologiche, ma anche concretamente nelle vite delle persone». 
Così, tutt’altro che marginali sono sopraggiunti i ricordi del bambino che, nella Brianza di trent’anni fa, non comprendeva quell’unico compagno di scuola assente all’ora di religione e la cui casa era la sola a non aprirsi per la benedizione, nelle sere in cui si accompagnava il parroco a varcare la soglia di tutti. Difficile recepire certi passaggi del testo, se non mettendosi ora nei panni altrui, stimolati ad assumere la prospettiva di persone realmente incontrate. 
Le pagine di Lecaldano, soprattutto, colpiscono perché intrise di un senso d’accerchiamento troppo raramente considerato. La sensazione dei credenti, infatti, è facilmente «che l’accademia e la scienza siano i bastioni degli atei e che il successo delle scienze sia legato all’irreligiosità»: un’esperienza di minorità sorta fin dal loro impatto con la scuola e che può indurre a rinserrare i ranghi e a rapportarsi conflittualmente alla modernità. 
Ma, paradossalmente, si coglie qui come pure il non credente si senta come isolato, esposto, socialmente stigmatizzato, minacciato nella propria identità. Ognuno ha ragioni per interpretarsi come vittima. Così, ospitarsi turba e sorprende: gesto benedetto, ma non dovuto, che ripaga, eppure scomoda. 
Comporta l’incontro anche con le affermazioni clamorose dell’altro: Lecaldano, talvolta, sembra equiparare tradizioni religiose e «imposture in genere», credenze tutte illusorie, il cui contributo alla salute psichica risulta «in fondo come affidarsi a un buon cocktail di psicofarmaci o a qualche intervento neurochirurgico che disinnesca circuiti cerebrali legati alla paura o all’ansia». Il nostro filosofo appare perfino sbrigativo e tranchant: liquida in un colpo solo le etiche «cosiddette religiose» come inadeguate alle sfide presenti; sposa l’equazione religione-violenza, fino a definire «le presunte diversità di fondo delle tradizioni monoteistiche» figlie di una valutazione eurocentrica che, rimuovendo lunghi elenchi di «persone giustiziate per ateismo, blasfemia e crimini contro la religione cristiana (...) non regge alla prova delle evidenze storiche». I motivi di irritazione per il cattolico lettore, insomma, non mancano. Tuttavia — grazie a Papa Francesco e a iniziative come Il cortile dei gentili — il clima all’autore appare oggi cambiato: un’apertura su cui conviene investire, se non per un dialogo, che non pare cercato, almeno per una più matura coscienza di sé.
Attraverso la messa a fuoco della natura dell’ateismo, quindi la ricostruzione del suo rapporto con la filosofia e le scienze, con l’etica e le scienze umane, sono essenzialmente due le proposte che la diversità dell’ateo appare incarnare. Esse vengono ormai in piena luce, grazie all’estendersi ad ampie fasce della popolazione di una vita senza Dio. 
Anzitutto, «nella concezione secolarizzata e scientifica del mondo lo spazio per l’intervento di un Dio sovrannaturale si va sempre più riducendo»: ha prevalso, ed è a disposizione di tutti «una concezione generale dell’universo in cui non c’è più bisogno di Dio». In secondo luogo, «la moralità è possibile solo in quanto la presenza di Dio non è incombente»: denuncia kantiana dell’eteronomia, qui estesa al punto di indicare gli Stati dove maggiore è la presenza di non credenti come le società più sane, ricche, meglio educate e libere della terra. 
La prima questione coincide con la sfida epocale, che la teologia pare essersi avviata ad assumere, di un discorso su Dio non connesso alla necessità, ma vincolante proprio nel suo esser gratuito. Esso non può affidarsi al linguaggio della causalità e del dovere, ma richiede quello dell’incontro, del dono, della grazia, dell’amore. Si torna, così, al linguaggio proprio della Trinità e della Croce, sempre nuovo alla filosofia; quello del Nuovo Testamento e dell’intera Scrittura. La sua singolarità induce poi ad accettare la seconda sfida, quella circa la vita migliore, su dove e come fioriscano maggiori autenticità e libertà, e non per qualcuno soltanto. 
La Chiesa indica certamente in Cristo la Vita e la Via, ma senza negare la libertà di Dio di operare nella biografia di chiunque per la demolizione di ogni idolatria e per la chiamata degli uomini a un pieno incontro. «L’ateismo è rilevante proprio in quanto aiuta, se incorporato sul piano della deliberazione pubblica, ad allargare concezioni ristrette dell’identità». Il nuovo umanesimo, in fondo, non lo faranno i cristiani da soli e nemmeno gli atei: ospitare le passioni altrui e l’esigenza di una Verità che non subisca riduzioni, pur richiedendo pazienza e sopportazione, rende spedito il cammino. Certo, assistiamo alle spigolosità e alle cadute di stile gli uni degli altri, ma incontrandoci le scopriamo più connesse alle ferite di cui ciascuno è portatore, che a una definitiva esclusione di ciò che al diverso è concesso di vedere.
L'Osservatore Romano