venerdì 12 giugno 2015

Apostoli e profeti



Cinquant’anni dopo il decreto «Unitatis redintegratio» serve un nuovo slancio ecumenico. 
Al cinquantesimo anniversario del decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, approvato dal concilio Vaticano II e promulgato da Paolo  VI il 21 novembre 1964, l’ultimo numero di «Irénikon», rivista periodica dei monaci di Chevetogne, in Belgio, dedica l’editoriale, del quale pubblichiamo una nostra traduzione.  

1964-2014. Unitatis redintegratio ha cinquant’anni. Questo anniversario è stato celebrato con maggiore o minore intensità in diversi luoghi. Se le campane di tutte le cattedrali della Germania il 21 novembre hanno  suonato per  salutare l’evento, in altri Paesi è stato ricordato con convegni, conferenze, incontri, tempi di preghiera che si sono intervallati nelle settimane vicine al giorno dell’anniversario. È stato anche lo sfondo o la  principale  motivazione di varie udienze di Papa Francesco che  ha  incontrato i  rappresentati di diverse Chiese e comunità ecclesiali. Questo “andirivieni” mostra che esiste sempre un vero e proprio movimento ecumenico. L’anno 1964 era cominciato con il gesto profetico dell’incontro a Gerusalemme (5 gennaio) e si concludeva con la promulgazione del decreto sull’ecumenismo (21 novembre), preludio di ben altri incontri. Questi ultimi  si sarebbero tenuti  in diverse direzioni. Dopo gli  ultimi dibattiti particolarmente difficili (la famosa “settimana nera” del concilio), ciò appariva come una vittoria. Su «Irénikon» (XXXVII, p.466), non si era addirittura scritto che «l’ecumenismo è stato canonizzato»? La porta era aperta a tutte le speranze. Che essa possa non richiudersi,  nonostante i  freddolosi che  ci parlano,  senza dubbio  a ragione,  di un inverno ecumenico.  La porta è aperta e  che resti  aperta, l’ecumenismo ha anche bisogno di aria fresca. Grande è la tentazione di una certa sonnolenza, di certe  fusa soddisfatte, anzi compiaciute. D’altro canto, non avviene lo stesso per la nuova evangelizzazione? Essa può facil- mente diventare un discorso interno, tra iniziati. Dobbiamo quindi andare nella periferia, in  tutte le periferie. Lo stesso vale per l’ecumenismo. Deve riprendere fiato. Generalmente considerato un punto  di partenza,  l’Unitatis redintegratio  è  anche un punto  di arrivo. Non è caduto dal cielo; è il frutto di una lunga gestazione. Non dimentichiamo  i  pionieri, così spesso artefici nell’ombra, non sempre ben capiti, che, rifiutando ogni “interruzione di gravidanza”, hanno reso possibile la nascita della Chiesa cattolica all’ecumenismo. Ricordiamo quelle vetrate delle cattedrali medievali che mostrano gli apostoli appollaiati sulle spalle dei profeti, con lo sguardo rivolto in  avanti. Celebriamo gli apostoli, e non dimentichiamo i profeti.  Del resto,  la missione  non esaurisce  la profezia. Quest’ultima è ancora annoverata tra i carismi della Chiesa apostolica. San  Paolo ce lo dice, parlando della  diversità delle membra nell’unità del  corpo (cfr. 1 Corinzi , 12). Ancora   oggi bisogna dare prova di audacia. Ritorniamo  a  quel 5  gennaio  1964 che anticipava già quel 21 novembre carico di  promesse. Di  recente, evocando  la figura  di  Paolo  VI come Papa del dialogo, il cardinale Etchegaray ha ricordato che durante l’incontro a Gerusalemme, ignorando che i  microfoni erano  ancora  collegati, proprio prima dello scambio dei discorsi, furono registrate delle parole che  Paolo VI e  Atenagora si dissero l’un l’altro: «Che  cosa  possiamo fare per  procedere  insieme?». Quell’interrogativo resta. Resta per la Chiesa, le Chiese, e resta per ognuno di noi. Che cosa possiamo fare per procedere insieme e dare insieme un nuovo segno profetico? 
L'Osservatore Romano