
Cinquant’anni dopo il decreto «Unitatis redintegratio» serve un nuovo slancio ecumenico.
Al cinquantesimo anniversario del decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, approvato dal concilio Vaticano II e promulgato da Paolo VI il 21 novembre 1964, l’ultimo numero di «Irénikon», rivista periodica dei monaci di Chevetogne, in Belgio, dedica l’editoriale, del quale pubblichiamo una nostra traduzione.
1964-2014. Unitatis redintegratio ha cinquant’anni. Questo anniversario è stato celebrato con maggiore o minore intensità in diversi luoghi. Se le campane di tutte le cattedrali della Germania il 21 novembre hanno suonato per salutare l’evento, in altri Paesi è stato ricordato con convegni, conferenze, incontri, tempi di preghiera che si sono intervallati nelle settimane vicine al giorno dell’anniversario. È stato anche lo sfondo o la principale motivazione di varie udienze di Papa Francesco che ha incontrato i rappresentati di diverse Chiese e comunità ecclesiali. Questo “andirivieni” mostra che esiste sempre un vero e proprio movimento ecumenico. L’anno 1964 era cominciato con il gesto profetico dell’incontro a Gerusalemme (5 gennaio) e si concludeva con la promulgazione del decreto sull’ecumenismo (21 novembre), preludio di ben altri incontri. Questi ultimi si sarebbero tenuti in diverse direzioni. Dopo gli ultimi dibattiti particolarmente difficili (la famosa “settimana nera” del concilio), ciò appariva come una vittoria. Su «Irénikon» (XXXVII, p.466), non si era addirittura scritto che «l’ecumenismo è stato canonizzato»? La porta era aperta a tutte le speranze. Che essa possa non richiudersi, nonostante i freddolosi che ci parlano, senza dubbio a ragione, di un inverno ecumenico. La porta è aperta e che resti aperta, l’ecumenismo ha anche bisogno di aria fresca. Grande è la tentazione di una certa sonnolenza, di certe fusa soddisfatte, anzi compiaciute. D’altro canto, non avviene lo stesso per la nuova evangelizzazione? Essa può facil- mente diventare un discorso interno, tra iniziati. Dobbiamo quindi andare nella periferia, in tutte le periferie. Lo stesso vale per l’ecumenismo. Deve riprendere fiato. Generalmente considerato un punto di partenza, l’Unitatis redintegratio è anche un punto di arrivo. Non è caduto dal cielo; è il frutto di una lunga gestazione. Non dimentichiamo i pionieri, così spesso artefici nell’ombra, non sempre ben capiti, che, rifiutando ogni “interruzione di gravidanza”, hanno reso possibile la nascita della Chiesa cattolica all’ecumenismo. Ricordiamo quelle vetrate delle cattedrali medievali che mostrano gli apostoli appollaiati sulle spalle dei profeti, con lo sguardo rivolto in avanti. Celebriamo gli apostoli, e non dimentichiamo i profeti. Del resto, la missione non esaurisce la profezia. Quest’ultima è ancora annoverata tra i carismi della Chiesa apostolica. San Paolo ce lo dice, parlando della diversità delle membra nell’unità del corpo (cfr. 1 Corinzi , 12). Ancora oggi bisogna dare prova di audacia. Ritorniamo a quel 5 gennaio 1964 che anticipava già quel 21 novembre carico di promesse. Di recente, evocando la figura di Paolo VI come Papa del dialogo, il cardinale Etchegaray ha ricordato che durante l’incontro a Gerusalemme, ignorando che i microfoni erano ancora collegati, proprio prima dello scambio dei discorsi, furono registrate delle parole che Paolo VI e Atenagora si dissero l’un l’altro: «Che cosa possiamo fare per procedere insieme?». Quell’interrogativo resta. Resta per la Chiesa, le Chiese, e resta per ognuno di noi. Che cosa possiamo fare per procedere insieme e dare insieme un nuovo segno profetico?
L'Osservatore Romano