
La misericordia secondo il cardinale Menichelli.
(Nicola Gori) La misericordia di Dio non si contrappone alla verità e richiede dall’uomo una risposta di amore, altrimenti rischia di ridursi a un semplice “condono”. Parla di misericordia e della necessità di evangelizzare tutte le realtà e le dimensioni quotidiane della vita il cardinale Edoardo Menichelli, arcivescovo di Ancona-Osimo, che nel pomeriggio di venerdì 12 giugno prende possesso del titolo cardinalizio dei Sacri Cuori di Gesù e Maria a Tor Fiorenza. In questa intervista al nostro giornale il porporato richiama la ricchezza dell’esperienza sinodale e guarda con preoccupazione alla realtà del mondo del lavoro marchigiano, colpito da una crisi lunga e causa di sofferenze e disagi per migliaia di famiglie, anche in territori che un tempo erano un modello di sviluppo economico.
Ci avviamo verso il Giubileo straordinario indetto da Papa Francesco. È possibile annunciare la misericordia all’uomo di oggi restando fedeli alla verità?
Il rapporto tra verità e misericordia nasce dal Vangelo perché ambedue i doni sono vivi nella persona di Gesù, che li ha esercitati nel suo tempo terreno incontrando le povertà e i disagi spirituali e morali delle persone. Gesù Salvatore ha consegnato verità e misericordia alla Chiesa ed essa è chiamata a custodirle, ad annunciarle e a testimoniarle. La Chiesa sa di non essere proprietaria di questi doni, ma di diventarne la santa dispensatrice dal momento che essa stessa ne ha bisogno per essere sposa fedele di Cristo. Verità e misericordia non sono, pertanto, in contrapposizione: sono piuttosto doni, che con la sapienza dello Spirito devono arrivare al cuore di ogni persona per giungere alla conversione. Se verità e misericordia fossero testimoniate contrapposte, la verità risulterebbe “insopportabile”; e se la misericor- dia fosse donata senza una risposta d’amore essa sarebbe un puro “condono”. Ognuno di noi ha bisogno di essere illuminato e amato per intraprendere il cammino della con- versione. Significativo al riguardo è l’incontro di Gesù con la donna adultera, narrato nel capitolo 8 del Vangelo di Giovanni: il Signore donando misericordia alla donna la invita a non ricadere nell’errore .
Ancona è stata spesso al centro dell’attenzione per la crisi del mondo del lavoro. Quali strumenti ha la comunità cristiana per essere accanto a quanti sono disoccupati, precari o rischiano di perdere il posto?
La crisi del lavoro, come si sa, è ampiamente diffusa. La diocesi e il territorio di Ancona, come pure il territorio delle Marche, non sono esenti da questa difficoltà sociale, che ha finito per segnare la vita di molte famiglie, con un moltiplicarsi di disagi e di richieste di aiuto. La comunità cristiana non ha né strumenti, né mezzi per risolvere tale crisi. Ha tuttavia il compito di evangelizzare offrendo indicazioni utili a orientare verso il bene l’attuale contingenza. Tutto ciò passa attraverso l’impegno dei vari centri Caritas, che danno non poco sollievo alle diffuse problematicità. Ma non meno importante è ricordare come nessuna società può veramente progredire se al centro non mette la persona umana: e di qui richiamare la solidarietà, incoraggiare nuove scelte sociali, stigmatizzare le moltiplicate “ingiustizie legalizzate”; e soprattutto non aver paura di sottolineare la pericolosità di una organizzazione sociale che mette al centro il denaro. Non è facile orientare il cuore verso prospettive di fraternità: ma questo resta il compito principale della comunità cristiana.
Anche nel recente Sinodo dei vescovi sulla famiglia lei ha insistito sulla necessità di esercitare la misericordia senza però far ricorso a scorciatoie. Come vede l’appuntamento del prossimo ottobre?
L’esperienza del Sinodo straordinario rimane per me come una grazia di ecclesialità e di nuova speranza pastorale. La famiglia fondata sul matrimonio, accolto come progetto di vita e santificato dalla grazia di Dio, resta fattore indispensabile per la costruzione di una società degna dell’uomo e ancor più per la vita della Chiesa stessa. Nel Sinodo è emersa chiaramente la centralità della famiglia nella vita ecclesiale, come del resto già, abbon- dantemente, testimoniato dal magistero dei Pontefici. La Chiesa è consapevole della bellezza della famiglia e contemporaneamente della fragilità che in questo tempo essa sopporta: non si tratta di condannare, piuttosto di accompagnare il ministero coniugale e familiare orientandolo alla fedeltà a Dio e alla gioiosa perseveranza.
All’appuntamento del prossimo Sinodo sono certo che continuerà il necessario approfondimento; ma sarà anche occasione di una ricollocazione della famiglia come soggetto protagonista della vita della Chiesa Come si coniuga la dignità cardinalizia con lo stile di condivisione e di compagnia che deve distinguere il ministero pastorale?
Il 14 febbraio scorso il Papa, rivolgendosi a me e agli altri cardinali, ci ha ricordato il significato della parola “cardinale”: cardine, punto di appoggio. E credo che queste due parole siano sufficienti per liberarsi dalla tentazione della vanità che può sempre tarlare il cuore dell’uomo. Personalmente continuo a essere pastore nella normalità della parola: conoscere, custodire, accompagnare, difendere, educare il gregge che la misericordia di Dio ha affidato.
L'Osservatore Romano