venerdì 12 giugno 2015

Dono non condono



La misericordia secondo il cardinale Menichelli.

(Nicola Gori) La misericordia di Dio non si contrappone alla verità e richiede dall’uomo una risposta di amore, altrimenti rischia di ridursi a un semplice “condono”. Parla di misericordia e della necessità di evangelizzare tutte le realtà e le dimensioni quotidiane della vita il cardinale Edoardo Menichelli, arcivescovo di Ancona-Osimo, che nel pomeriggio di venerdì 12 giugno prende possesso del  titolo cardinalizio dei Sacri Cuori di Gesù e Maria a Tor Fiorenza. In questa intervista al nostro giornale il porporato richiama la ricchezza dell’esperienza sinodale e guarda con preoccupazione alla realtà del mondo del lavoro marchigiano, colpito da una crisi lunga e causa di sofferenze e disagi per migliaia di famiglie, anche in territori che un tempo erano un modello di sviluppo economico. 
Ci avviamo verso il Giubileo straordinario indetto da Papa Francesco. È possibile annunciare  la misericordia all’uomo di oggi  restando fedeli alla verità? 
Il  rapporto tra  verità e  misericordia nasce dal Vangelo perché ambedue i  doni sono  vivi nella  persona di Gesù, che li  ha esercitati nel suo tempo terreno incontrando le povertà  e i  disagi  spirituali e morali delle  persone. Gesù Salvatore ha consegnato verità  e misericordia  alla  Chiesa ed  essa è chiamata a  custodirle, ad annunciarle e a testimoniarle. La  Chiesa sa  di non  essere proprietaria  di  questi doni,  ma di diventarne  la santa  dispensatrice dal momento  che essa  stessa  ne  ha bisogno per  essere sposa  fedele di Cristo. Verità e misericordia  non sono, pertanto, in contrapposizione: sono piuttosto  doni, che con la sapienza dello Spirito devono arrivare al cuore  di ogni persona per giungere alla conversione. Se verità e misericordia fossero testimoniate contrapposte, la verità  risulterebbe “insopportabile”; e  se la  misericor- dia  fosse  donata senza una  risposta d’amore essa sarebbe un puro “condono”. Ognuno  di noi  ha bisogno di  essere illuminato  e amato per  intraprendere il cammino  della con- versione. Significativo  al riguardo  è l’incontro   di Gesù   con la   donna adultera,  narrato nel  capitolo 8  del Vangelo di Giovanni: il Signore donando misericordia   alla donna   la invita a non ricadere nell’errore . 
Ancona è stata spesso al centro dell’attenzione per la  crisi del  mondo del lavoro.  Quali strumenti  ha la  comunità  cristiana per  essere accanto  a quanti sono  disoccupati, precari  o rischiano di perdere il posto? 
La crisi  del lavoro, come si  sa, è ampiamente diffusa. La  diocesi e il territorio  di  Ancona, come  pure  il territorio delle Marche, non sono esenti  da questa  difficoltà  sociale, che ha  finito per segnare la  vita di molte  famiglie, con  un  moltiplicarsi di  disagi  e  di richieste  di  aiuto.  La comunità  cristiana  non ha  né  strumenti,  né  mezzi per  risolvere  tale crisi. Ha tuttavia  il compito di evangelizzare offrendo indicazioni utili a  orientare verso il  bene l’attuale contingenza. Tutto ciò passa attraverso l’impegno dei  vari centri Caritas, che danno non poco sollievo  alle diffuse  problematicità.  Ma non meno importante è ricordare come nessuna società  può  veramente progredire se al centro non mette la persona umana: e di qui richiamare la solidarietà, incoraggiare nuove scelte sociali, stigmatizzare le moltiplicate “ingiustizie legalizzate”; e soprattutto non aver paura di sottolineare la pericolosità di una organizzazione sociale che mette al centro il denaro. Non è facile orientare il cuore verso prospettive di fraternità: ma questo resta il compito  principale della  comunità  cristiana. 
Anche nel recente Sinodo dei vescovi sulla famiglia  lei ha  insistito sulla  necessità di   esercitare la   misericordia senza però far ricorso a scorciatoie. Come vede l’appuntamento del prossimo ottobre? 
L’esperienza del Sinodo straordinario  rimane  per me  come  una  grazia  di ecclesialità  e  di nuova  speranza pastorale. La famiglia fondata sul matrimonio, accolto come progetto di vita e  santificato dalla grazia di Dio,  resta fattore indispensabile per la costruzione di una società degna dell’uomo e ancor più per la vita della Chiesa stessa. Nel Sinodo è emersa  chiaramente la  centralità della famiglia nella vita ecclesiale,  come del  resto già,  abbon- dantemente, testimoniato dal magistero dei Pontefici. La Chiesa è consapevole della bellezza  della famiglia  e contemporaneamente  della fragilità che  in questo  tempo essa sopporta:  non si  tratta di  condannare, piuttosto di  accompagnare  il ministero coniugale e familiare orientandolo alla fedeltà a Dio e alla gioiosa  perseveranza. 
All’appuntamento del prossimo Sinodo sono certo che continuerà il necessario approfondimento; ma sarà anche occasione di una ricollocazione della famiglia come soggetto protagonista della vita della Chiesa Come si  coniuga la  dignità cardinalizia con lo stile di  condivisione e di compagnia che deve distinguere il ministero pastorale? 
Il 14 febbraio scorso il Papa, rivolgendosi a me e agli altri cardinali, ci ha ricordato il significato della parola “cardinale”: cardine, punto di appoggio. E credo che queste due parole siano sufficienti  per  liberarsi  dalla tentazione  della  vanità che può sempre tarlare il cuore dell’uomo. Personalmente continuo a essere pastore nella normalità della parola:  conoscere, custodire,  accompagnare, difendere, educare il gregge che la  misericordia di  Dio ha affidato.
L'Osservatore Romano