
Ha detto "aprì". Voleva indicare che lì si era aperta la porta della vita,
da dove fluirono i sacramenti della Chiesa,
senza dei quali non si entra nella vita che è la vita vera.
S. Agostino
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Dal Vangelo secondo Giovanni 19,31-37
Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via.
Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all'altro che era stato crocifisso insieme con lui.
Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.
Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso.
E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.
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Commento al Vangelo per la Festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, venerdì 12 giugno 2015
Cosa ti farebbe gioire così tanto da "esultare"? Pensaci un momento e rispondi. E il mondo? I colleghi, gli amici, i vip e gli opinionisti così "intelligenti"? E gli intellettuali così "sapienti"? C'è qualcosa che li farebbe scomodare dalla loro incontaminata seriosità e farli gridare di gioia? Ora vediamo invece per chi si rallegra Dio: il Padre e il Figlio "esultano" per ciò che di sicuro neanche hai pensato; sì, la ragione della loro esultanza sono quelli che noi e il mondo non degniamo di nessuna attenzione, perché nulla fanno per attirarla: sono troppo "piccoli" per gli uomini che si credono molto grandi, che si aspettano grandi eventi, grandi cambiamenti, grandi consolazioni.
Invece il Padre, infinitamente più grande della sua creatura più grande, si avventura in un testacoda incredibile e plana dove l'occhio superbo proprio non può cadere... "Sì, perché a Lui è piaciuto così", ha scelto gli "infanti", i "piccoli" secondo la Vulgata, coloro che non hanno ancora l'uso della parola; per "rivelare le sue cose" ha eletto i"fanciulli", i "lattanti". Capito? Il Padre rivela il suo cuore a chi ancora non sa parlare, e il Figlio "esulta nello Spirito Santo". Vallo a capire Dio...
Impossibile, infatti, per chi ha un altro padre a cui cerca di assomigliare e spera la gioia dal compimento dei suoi desideri, carnali, effimeri, indigesti, quasi sempre mortali. Ascolta le sue parole che lo adulano, e ne fa un idolo da adorare e imitare. E' così, vero? Ascoltiamo le parole avvelenate del serpente, le accogliamo nel cuore, e cominciamo a ripeterle declinandole in ogni situazione che viviamo. E chiacchieriamo, per giustificare, per legare, per sciogliere, per ingannare, per sedurre, per vincere, per vendicare, per uccidere.
La Scrittura mette in guardia dal troppo e dal vano parlare: "Le parole della bocca dell'uomo sono acqua profonda... con la bocca l'uomo sazia il suo stomaco, egli si sazia con il prodotto delle sue labbra. Morte e vita sono in potere della lingua, e chi l'accarezza ne mangerà i frutti" (Pr. 18, 4. 20-21). Ecco, ci illudiamo di saziarci con le nostre parole perché abbiamo creduto che le parole del demonio ci avrebbero fatto diventare come Dio, e sai che esultanza.
Per questo c'è come un'ingordigia nelle nostre parole, le accarezziamo credendo di trovarne beneficio, mentre, proprio come dopo aver accolto quelle del serpente, ne sperimentiamo i frutti avvelenati: divisioni, liti, invidie, passioni. Per questo siamo sempre più stanchi, "affaticati e oppressi". Chiedi a qualcuno "Come stai?". Nove su dieci ti risponderanno: "stanchissimo guarda, non ti dico quante cose ho dovuto fare. E poi, sempre in tiro, guai ad abbassare la guardia, perché chi agnello si fa il lupo se lo mangia...".
E poi quella stanchezza per gli sforzi e i tentativi di obbedire alle leggi e ai moralismi che lo Stato e la società ci impongono per essere accettati, o quelli più subdoli della religione che ci siamo inventati; e i peggiori, quelli che noi stessi ci carichiamo sulle spalle. Fardelli insopportabili, che infatti ci schiacciano e ci fanno esplodere come quando buchi un palloncino: una deflagrazione di peccati che si abbatte su chi ci è intorno, dai quali esigiamo senza pietà ciò che noi non siamo stati capaci di compiere. E ancora più stanchi, perché ciò che "opprime e affatica" il cuore sono soprattutto i peccati.
Invece le parole di Dio sono preparate per chi non ha parole. E se fossero, oggi, per noi? Se accettassimo di essere davvero "affaticati e oppressi" perché peccatori, ci ritroveremo, finalmente, senza parole. "Infanti", cioè senza favella. Allora sì che questa Solennità ci verrebbe incontro come un unguento a lenire le nostra membra ferite e stanche per tanto andare e venire senza frutto.
Il "Sacratissimo Cuore di Gesù" si schiuderebbe davanti al nostro "cuore corrottissimo", indurito nell'orgoglio e nell'incredulità, tempestato di aritmie perché non sincronizzato su quello di Cristo, e quindi incapace di battere per amare. Accetti di avere un cuore così, da buttare? Accetti di avere un urgentissimo bisogno di trapianto?
Sì? Fantastico! Significa che la storia ti ha fatto scoprire di essere "piccolo" mostrando inutili le tue parole; e "povero", "tapino", secondo l'originale greco del termine "umile". Significa che la Parola di Dio ti ha illuminato e le cure materne della Chiesa ti hanno condotto alla verità, aprendo i tuoi occhi sulla "terra" di cui sei fatto, secca e arida perché hai cacciato da tempo lo Spirito Santo che le dà la vita. Sei nell' "humus", nella tua realtà di terra, e stai sfiorando l'umiltà, l'unica via per entrare nel "riposo" e nel "ristoro" autentici. Perché tu, esattamente come sei oggi, "affaticato e oppresso", sei la "terra" dove Cristo è disceso per farvisi seppellire. Per Lui, infatti, non c'è nessuno più importante di te.
Tu sei il "tutto" che "il Padre ha dato al Figlio". E oggi viene a prenderselo, perché "non c'è gioia più grande in Cielo che per un peccatore che si converte". "Un" peccatore, uno solo, tu. Ma perché Gesù possa "esultare nello Spirito Santo" per te come il Buon Pastore dinanzi alla sua pecora che s'era perduta, come il "Padre" abbracciando il suo figlio che era morto, è necessario che anche tu "conosca il Padre": è questa infatti la sua gioia, che un "tapino" come te "conosca" suo Padre, perché, come diceva Filippo, "questo ci basta".
Ma "nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare", cioè a te. Per esserti accanto oggi e "rivelarti" nel suo volto il tuo Padre, pur essendo Figlio, ha "imparato" l'obbedienza dalle cose che patì. "Mite" come un agnellino condotto al macello, si è "umiliato" per entrare nella tua "umiltà", nella tua realtà più dura e arida.
Ascolta allora questa Parola, è Lui che nella Chiesa ti sta parlando dicendoti "vieni a me". Puoi uscire da te stesso, perché nella sua chiamata vi è il potere di compiere quello che dice. Vai a Lui che ti chiama per "insegnarti" il "riposo e il ristoro", immagini della vita celeste preparata per noi che il cuore che "ha imparato da Lui" può pregustare. Il termine "imparare" adottato da Gesù, infatti, rimanda al rapporto tra "Didaskalo" e "discepolo", tra il Maestro e l'allievo.
"Imparare", dunque, è la coniugazione di un'intimità che si realizza pienamente solo dove il Signore ci "rivela" il Padre amandoci "sino alla fine", cioè sulla Croce, il "suo giogo" preparato per noi ogni giorno. Su di essa, infatti, "ha preso su di sé" ogni nostro peccato, angoscia e dolore, unendosi così a noi indissolubilmente; e con noi è sceso nella "terra" che ci ha sepolto, e da lì ci ha fatti risuscitare con Lui per portarci al "riposo" e al "ristoro" del Paradiso.
Per questo la Croce è l'unico "giogo soave", l'unico "carico leggero", cioè l'unico adatto a noi, perché Gesù Cristo è l'unico che si è adeguato a noi, "facendosi peccato perché i peccati non ci allontanassero da Lui" (Ode VII di Salomone). "Imparare da Lui" significa dunque lasciarsi legare nella sua intimità "prendendo su di noi" la nostra Croce che Gesù ha fatto il "suo giogo". Il "carico" di ogni giorno, proprio quello che la carne rifiuta come l'assurdo più lontano dal "riposo" e dalla gioia, è sulle sue spalle; e oggi viene a chiamarci proprio nell'ostinazione con cui abbiamo sempre rifiutato di portare la Croce per dirci di non aver paura ad entrare con Lui nei fatti e nelle relazioni che ci spaventano.
In essi "impareremo" la "mitezza", perché proprio la moglie o il marito, la malattia o qualunque sofferenza, ci "ammansiscono", "domano" il puledro selvaggio che è la nostra carne; "impareremo" da Gesù l'"umiltà" che ci fa riposare nella realtà, anche se dolorosa, e la "mitezza" di fronte ai fatti e alle persone, per accogliere la volontà di Dio senza esigere nulla. Benedetta la nostra storia, benedetta la Croce che Dio vi ha piantato: su di essa si schiude il "cuore" di Cristo per accoglierci nel suo amore e "rivelarci il Padre", l'unico "ristoro" a cui anela la nostra "anima".
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Fratelli è arrivato per noi il “giorno solenne”, il giorno del compimento di ogni Parola della Scrittura. Osserviamo la scena del brano che la Chiesa ha scelto per celebrare la Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. Pochi momenti prima Gesù aveva detto “tutto è compiuto”, e “chinato il capo” era “spirato”. Sotto la superficie delle normali operazioni per le condanne a morte per crocifissione in uso presso i romani, è celato proprio l’“adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell’universo”. E in che cosa consiste il “compimento della Scrittura” di cui Giovanni ci “dà testimonianza perché anche noi crediamo”? Che cosa “ha visto” di così decisivo al punto di mettersi in gioco con una “testimonianza” che afferma perentoriamente di essere “vera” perché suffragata dalla sua esperienza diretta e personale? Un cuore che ha smesso di battere trafitto da una lancia. Come? Tutta la Scrittura si compie in un morto? Sì fratelli, e proprio per questo oggi è il “giorno solenne”, il “grande sabato”, perché “l’Agnello ha redento il gregge, Cristo l’innocente ha riconciliato noi peccatori al Padre” (Inno “Alla Vittima Pasquale”). Quello indicato da Giovanni, infatti, era “il giorno della preparazione” della Pasqua, e quell’anno cadeva di “sabato”. Che strana coincidenza, proprio un “mistero”. “Shabbat” è il ”settimo giorno” in cui “Dio portò a termine la sua opera, e cessò ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò” (Gen 2,2-3). In questa benedizione e consacrazione la tradizione di Israele ha visto un’altra opera di Dio: “Dopo i sei giorni della creazione, che cosa mancava ancora nell’universo? La “menuchà”. Venne il Sabato, venne la menuchà, e l’universo fu completo” (da A. J Heshel, Il Sabato). Per Israele, dunque, il compimento dell’opera di Dio ha relazione con la “menuchà”, che non è un semplice riposo fisico: “che cosa è stato creato il settimo giorno? La tranquillità, la serenità, la pace e il riposo” (Gen Rabbà, 10,9). Nel corso del tempo la “menuchà” divenne un sinonimo della vita dopo la morte, la sorgente dell’eternità”. Ma quel “sabato”, di certo la sera della sua vigilia perché gli ebrei contano i giorni iniziando dal loro vespro, era “solenne” perché coincideva con il giorno della “preparazione” della Pasqua, nel cui pomeriggio si sacrificavano gli agnelli pasquali. Sappiamo che Giovanni Battista vedendo Gesù venire verso di lui per farsi battezzare dice: “ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Ed ecco dove è celato il “mistero” che oggi la Chiesa ci svela: in “quel “giorno solenne”, il sabato della “menuchà”, profezia e anticipo della vita eterna, è coinciso con il sacrificio di Cristo, l’agnello mite a cui “non è stato spezzato alcun osso”. Ciò significa che il “disegno eterno” di Dio era quello di ricondurci presso di Lui nel riposo del “giardino di Eden”, da dove ci “scacciò, perché lavorassimo il suolo da dove eravamo stato tratti” (Gen 3,23). E lo ha “attuato in Cristo Gesù nostro Signore”, che, offrendosi in sacrificio, “ci dà coraggio di avvicinarci a Dio per la fede in Lui”. Fratelli, non è oggi la nostra vita un faticosissimo “lavoro” con la testa china sul “suolo”, obbligati a contemplare la precarietà di cui siamo fatti? Possiamo oggi ripetere con Qoelet: “Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento. Sono giunto al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica... Quale profitto c'è per l'uomo in tutta la sua fatica e in tutto l'affanno del suo cuore? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte”. Non riusciamo proprio a “riposare” perché il nostro cuore è gravemente malato. Il demonio ci ha ingannato, e per questo oggi siamo fuori dal Paradiso. Il Dio della vita ci ha creati per essere “fecondi e moltiplicarci” e invece che cos’è oggi la nostra vita? No aspetta, non pensare che hai tanti figli e fai molte cose per gli altri; rifletti se per caso non stai giudicando un fratello, se hai pensato male di qualcuno, se hai parlato male di lui. Dai, che in questo, purtroppo, ci siamo dentro tutti. E chi non ama è nella morte dice San Giovanni. Ma proprio per questo egli “ha visto” in Gesù morto e trafitto dalla lancia il segno del compimento della Scrittura.
“Era già morto”, era già entrato nella nostra situazione; aveva cioè già oltrepassato la barriera che ci separava dalla vera vita; e proprio in quel momento, “il colpo di lancia squarciò il suo cuore, e dalla sacca del pericardio uscì sangue ed acqua. Da tale dettaglio si deduce che Gesù era morto di crepacuore o di infarto, o più esattamente di “emopericardio postinfartuale” come spiegano i medici esperti di sindonologia” (S.A. Panimolle). Come il velo del Tempio nell’istante della sua morte, il suo cuore si era squarciato per amore, per dischiuderci le porte del Santo dei Santi, l'unico luogo dove si poteva chiamare Dio per nome. Questo amore fratelli, è il “mistero” nascosto agli intelligenti e ai sapienti di questo mondo che la Chiesa ci rivela oggi. Un amore che ha spezzato il cuore di Cristo perché la morte lo potesse afferrare per deporlo accanto a noi. E morto nella nostra morte ha lasciato che la “lancia” affilata da tutti i nostri peccati “aprisse” lo scrigno dove custodiva i suoi tesori di Grazia preparati per noi. Doveva essere “già morto” per effondere su di noi il “sangue” della sua vita offerta per lavare i nostri peccati, e “l’acqua”, immagine nel Vangelo di Giovanni dello Spirito Santo. Sant’Ippolito scriveva: “per mezzo del sangue noi abbiamo l’acqua dello Spirito”, perché solo dopo che il sangue di Gesù ha sradicato in noi la radice del peccato che ci ha fatto morire, possiamo rinascere con Lui e ricevere la vita nuova dello Spirito Santo:“Come il fianco di Adamo fu toccato da Dio durante il sonno, così Cristo ci ha dato il sangue e l’acqua durante il sonno della sua morte. Vedete in che modo Cristo unì a sé la sua Sposa, vedete con quale cibo ci nutre. Per il suo sangue nasciamo, con il suo sangue alimentiamo la nostra vita. Come la donna nutre il figlio col proprio latte, così Cristo nutre costantemente col suo sangue coloro che ha rigenerato” (San Giovanni Crisostomo). Allora coraggio fratelli, qualunque sia oggi la nostra situazione, non dobbiamo far altro che “guardare a Colui che abbiamo trafitto”. Giovanni cita un passo del Profeta Zaccaria che parla della contemplazione di un “trafitto” dal quale si sarebbe “riversato su Gerusalemme” e su tutti “uno spirito di grazia e di consolazione” (cfr. Zc 12,10). Il profeta si riferisce alla morte violenta del re Giosia, che Dio ha lasciato giustiziare dagli egiziani, nonostante “prima e dopo di lui non fosse esistito nessun re che come lui si era convertito al Signore” (cfr. 2 Cr. 35,1ss). L’evangelista ha visto in lui la profezia dell’Agnello di Dio che, innocente, si è lasciato trafiggere dalle nostre iniquità. E l’ha vista compiuta in “quel sabato solenne” che oggi ci viene incontro con questa Solennità. Ancora oggi gli ebrei il venerdì sera pregano dicendo “accoglici sotto la tenda della tua pace”. Gesù è ora accanto a ciascuno di noi, ha posto la sua “tenda” nel nostro matrimonio, nella malattia e nei fallimenti; si è fatto peccato e maledizione perché i nostri peccati e la morte non ci impedissero di essere accolti “sotto la tenda della sua pace”. Lo abbiamo già trafitto, vero? Allora, per entrare nel Sabato eterno che abbiamo perduto, basta solo inginocchiarsi come il soldato nel film di Mel Gibson, e lasciarsi bagnare e pervadere sin dentro il nostro cuore dal “sangue” e dall’“acqua” che, nei sacramenti, sgorgano dal suo cuore. Così, il suo stesso cuore batterà in noi, la nostra carne sarà irrorata dal suo sangue, e Cristo sarà vivo in ogni istante della nostra vita. Allora potremo compiere nell’amore sino alla morte tutta la Scrittura, perché il prossimo possa contemplare in noi Colui che ha trafitto, e conoscere così il disegno di salvezza che Dio ha per lui.