venerdì 12 giugno 2015

Tra scienza e fede: ecco il clima sulla nuova enciclica



di Lorenzo Bertocchi
Siamo ormai a pochi giorni dalla pubblicazione dalla cosiddetta enciclica green che verrà presentata il prossimo 18 giugno in Vaticano. Interverranno il cardinale Peter Turkson, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il Metropolita di Pergamo, John Zizioulas, in rappresentanza del Patriarcato Ecumenico e della Chiesa Ortodossa, e il prof. John Schellnhuber, Fondatore e Direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research. La presenza del professore tedesco, noto per essere un convinto sostenitore del cambiamento climatico provocato dalle attività umane, ci permette di pensare che l'enciclica probabilmente considererà il climate change una reale e concreta minaccia. Sappiamo però che questo tema è discusso e anche il mondo scientifico non si può definire completamente concorde. Il prof. Antonino Zichichi, ad esempio, ha recentemente dichiarato alla rivista Formiche che «bisogna intervenire per punire chi inquina e distrugge il Creato», ma «è lungi dalla certezza attribuire alle attività umane il cambiamento climatico». 
Una diatriba che va oltre la scienza e porta con sé interessi politicied economici. Tuttavia è interessante capire come l'enciclica, francescanamente intitolata Laudato sii, affronterà la questione. L'ambito è quello del rapporto tra scienza e fede. La contrapposizione tra le due viene da lontano, anche se il caso Galilei può essere considerato come una svolta e il principale epicentro. Da lì in poi le cose sono andate maluccio. Anzi, in molti casi, la Chiesa ha poi sentito una certa riverenza rispetto alla scienza, al limite della sudditanza. Per chi ama il tema può leggersi l'enciclica di S. Giovanni Paolo II Fides et ratio. Recentemente è uscito anche un libro del giornalista Francesco Agnoli, Creazione ed evoluzione(Cantagalli), che da anni dedica studi e scritti alla divulgazione del rapporto tra fede e scienza. In questo caso porta elementi storici e filosofici su due esempi paradigmatici, quelli che riguardano l'origine dell'universo e l'evoluzione della vita sul pianeta.
Lungi dal voler fare del facile concordismo, Agnoli riporta il trattamento riservato al sacerdoteLemaitre che, con la sua ipotesi del Big Bang, veniva tacitato in quanto perpetrava «la favola di Dio». Per tornare al caso Galileo possiamo dire che da parte ecclesiastica vi fu probabilmente un eccesso di rigidità nell'interpretazione delle Scritture, ma promosse anche un atteggiamento corretto nei confronti delle “verità” portate dallo scienziato pisano. Come asseriva S. Roberto Bellarmino, infatti, per queste verità scientifiche occorreva, giustamente, una prova che desse certezza. E Galileo pensava di averla, ma di fatto non l'aveva. E comunque, come ha scritto Benedetto XVI in Caritas in Veritate, non spetta certo alla Chiesa esprimersi in soluzioni, o tecniche, di carattere strettamente scientifico. 
Wallace, l'inseparabile amico di Charles Darwin, scrive Agnoli nel suo Creazione e Evoluzione, eraconvinto che «l’immane labirinto dell’essere, che vediamo estendersi ovunque attorno a noi, non sia senza un piano» divino, e che non tutto l’uomo sia spiegabile unicamente con la selezione naturale, quasi essa fosse una «causa onnipotente». L'uomo non esaurisce sé stesso, così come la scienza non esaurisce il campo della verità. Questo è quanto ha sempre insegnato la Chiesa. La scienza dice cose vere secondo il suo modello e fino “a prova contraria”, la fede, invece, si spinge un po' più in là, perché può offrire risposte sulle domande fondamentali, arrivando a soluzioni definitive. In vista dell'enciclica green ci sentiamo perciò di fare nostro il commento del professor Zichichi per cui «inquinare il Creato è comunque peccato», anche se la scienza, per quanto riguarda il cambiamento climatico causato dall'uomo, è «lungi dalla certezza». Questo, in effetti, è un buon approccio al problema, un modo che potrebbe evitare alla Chiesa di trovarsi poi a vivere una specie di caso Galileo a rovescio.

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Card. Scola: difesa Creato? Serve una "ecologia integrale"

La questione ambientale è frutto di una crisi antropologica, culturale, etica e di senso che attraversa l’umanità e che va affrontata seriamente. E’ l’analisi offerta da Nicolas Hulot, commissario generale della Conferenza mondiale 2015 sul clima, nel suo intervento alla tavola rotonda di ieri pomeriggio all’Expo di Milano nell’ambito del “National Day” della Santa Sede. 
Il prof. Amato, apre il Convegno: “I volti della Terra” dedicato al rapporto con il Creato con un intervento critico sulle politiche di oggi che da una parte a parole si dicono solidali con la lotta alla fame e dall’altra a fatti lasciano morire migliaia di persone affamate nel Mediterraneo.  E stigmatizza chi condanna il migrante per ragioni economiche decidendo di accogliere solo chi ha il titolo di rifugiato. Eppure non basta, dice, essere buoni per risolvere i problemi, ma bisogna essere capaci di organizzare la vita nella permanente consapevolezza che tutti i volti della terra sono sempre il nostro volto. Bisogna insomma organizzare il mondo considerando che tutti abbiamo l’identico diritto a usufruire dei beni della terra.
Il francese Nicolas Hulot, si domanda qual è oggi il volto della terra. E’ un volto di una persona imbronciata, dice  perché l’anima del mondo è profondamente malata.  Stiamo vivendo una crisi antropologica e di civiltà. L’uomo si è perso, ha staccato il proprio legame con la natura.  E’ venuto il momento invece di ascoltarla. Occorre che noi tutti siamo capaci di concepire il pianeta come uno spazio di solidarietà. Abbiamo tutti un destino comune e il nuovo modello economico dovrà basarsi  sulla distribuzione delle risorse, conclude. Il card. Ravasi cita il racconto biblico spesso mal interpretato: riempite la terra e soggiogatela, dominate sugli animali, dice la Bibbia, ma  la vera interpretazione è che  Dio colloca l’uomo sulla terra perché la coltivi e la custodisca.
Affollato l’incontro che il cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, ha avuto con i giornalisti presenti all’Expo per il “National Day”. Oltre al tema della tutela ambientale, il capo della Chiesa ambrosiana ha affrontato il tema “caldo” dell’accoglienza degli immigrati. 
L’esigenza che si affermi in Italia e nel contesto umano mondiale un nuovo umanesimo è questione che sta particolarmente a cuore al cardinale Scola. Che ieri l’ha declinata dal punto di vista della protezione del Creato. “Se noi vogliamo stare nell’ambiente, rispettandone fino in fondo la natura e interagendo in modo tale – ha detto – che esso possa sempre di più assecondare i giusti bisogni dell’uomo, è necessario che l’uomo stesso sia capace di vita buona, di ecologia”:
“C’è un nesso tra l’ecologia dell’uomo e quella della natura. Ci vuole un’ecologia integrale. Se noi volgiamo supporre un rapporto adeguato con l’ambiente che non lo riduca ad una sorta di miniera da cui si può cavare tutto, ma lo lasci essere quel giardino di cui il Creatore ci parla, bisogna che l’uomo si ponga la domanda del senso di sé, della sua vita, cosa significa costruire delle relazioni stabili come la famiglia, cosa vuol dire educare e combattere esclusioni, guerre, carestie… questa è l’ecologia umana”.
I media hanno approfittato per chiedere l’opinione del cardinale Scola sul tema dell’accoglienza delle persone immigrate, che negli ultimi giorni sembra aver nuovamente spaccato in due l’Italia, tra un Sud perennemente in prima linea nel fronteggiare gli arrivi di massa e un Nord, specie di orientamento leghista, che preferisce alzare barriere. Il cardinale Scola ha allargato l’orizzonte all’Europa, auspicandone una “equilibrata politica” in materia:
“Qui vediamo il grande affaticamento dell’Europa: l’Europa non è una realtà politica, è ancora troppo centrata solamente sull’economia non è ancora un’Europa di popoli. Quindi le difficoltà che si sono rivelate di fronte al dato dell’immigrazione che certamente è un dato che mette seriamente alla prova il nostro Paese. Tuttavia credo che nella nostra storia, nella nostra tradizione, nelle nostre condizioni, mediante politiche equilibrate noi dobbiamo sapere e poter accogliere queste persone nel modo dovuto. Pensiamo a cosa stanno facendo certi Paesi del Medio Oriente. In Libano ci sono un milione 800mila immigrati provenienti dalle regioni disastrate della Siria, dell’Iraq … Quindi io penso che riusciremo ad intenderci al di là della dialettica politica che ha tante ragioni non sempre del tutto valide. Credo che il nostro popolo sia capace di integrazione”. Radio Vaticana
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 Internazionale 
(Francesco Peloso) Francesco d’Assisi “è per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato e in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no?”. Era il 16 marzo 2013, appena tre giorni dopo la sua elezione, quando Bergoglio incontrando (...)