mercoledì 16 gennaio 2013

Camminare insieme.

A colloquio con il cardinale Kurt Koch, responsabile per l'ecumenismo della Santa Sede, alla vigilia della Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani



CITTA' DEL VATICANO, Wednesday, 16 January 2013.

Venerdì 18 gennaio inizierà la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, che si concluderà il 25 gennaio. In quest’ultima data, papa Benedetto XVI, come ogni anno, presiederà i Vespri nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, assieme ai leader delle più importanti chiese cristiane. L’obiettivo comune è chiaro: avanzare nell’unità.
Questa attività può ben svilupparsi anche nelle diocesi, nelle parrocchie, nei movimenti, nei collegi e nei seminari o laddove esista una chiesa cristiana con ala quale dialogare e riunirsi per pregare. Questo sforzo – che ha origine nel secolo XIX per iniziativa della Chiesa Anglicana – ha conosciuto un forte impulso da parte della Santa Sede, che lavora palmo a palmo con il Consiglio Mondiale delle Chiese per scegliere un tema annuale e offrire materiali di riflessione e preghiera.
L’ente incaricato a promuovere questa felice iniziativa in tutta la Chiesa Cattolica è il Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani. ZENIT, per l’occasione, ha incontrato il presidente di tale dicastero, il cardinale svizzero Kurt Koch, che è anche incaricato dell’importante dialogo con l’Ebraismo.
Eminenza, come nacque la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani?
Cardinale Koch: La Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani ebbe origine già nel XIX secolo. Era un’iniziativa ecumenica degli anglicani, accettata dalla Chiesa cattolica già con papa Leone XIII. In seguito, questa Settimana in favore dell’ecumenismo divenne una pratica nella Chiesa cattolica. Oggi è l’evento più importante dell’anno per l’ecumenismo, perché la preghiera per l’unità è il fondamento di tutto l’ecumenismo. Il decreto sull’ecumenismo del Vaticano II parla di “ecumenismo spirituale” che è il cuore di tutto.
Quante chiese cristiane rispondono a quest’appello?
Cardinale Koch: La preparazione che noi portiamo avanti, si fa insieme con il Consiglio Mondiale per le Chiese e penso che molte chiese e comunità ecclesiali fanno questa preghiera, ma non sono sicuro che siano tutti.
Proprio sul dialogo ecumenico, il tema di quest’anno é “camminare insieme”. Qual è il risultato più importante degli sforzi negli ultimi anni?
Cardinale Koch: Dopo cinquanta anni, cioè dopo l’apertura del Concilio, abbiamo potuto cogliere molti frutti. Abbiamo adesso sedici dialoghi con altrettante chiese e altre comunità ecclesiali nel mondo. Abbiamo potuto intrecciare una rete di amicizia con diverse chiese e comunità ecclesiali, che non sono più nemiche e si riconoscono come fratelli e sorelle; questo soprattutto nel battesimo, che é il vero fondamento di tutto.
Ma ciò non è ancora sufficiente, vero?
Cardinale Koch: La mutua accettazione del battesimo è la base di tutto l’ecumenismo. È chiaro che dopo cinquanta anni non si è potuto aggiungere l’obiettivo dell’ecumenismo, che è l’unità visibile di tutti cristiani, di tutte le chiese.
Ci sono punti comune pure nel culto?
Cardinale Koch: Penso che ci sia una differenza nell’ecumenismo con le chiese ortodosse anche orientali, da una parte, e con le chiese che sono nate della Riforma, dall’altra; perché con tutte le chiese orientali abbiamo un grande fondamento comune nella fede, ma abbiamo un’altra cultura. Con le chiese che sono nate della Riforma, non abbiamo la stessa comunanza nella fede ma abbiamo la stessa cultura. E questa grande differenza ha molta importanza per i contenuti del dialogo.
Così accade anche nella liturgia...
Cardinale Koch: Per noi cattolici è possibile pregare con tutti i cristiani sul fondamento del battesimo, anche con molti ortodossi. Io sono andato a Costantinopoli per la festa di sant’Andrea e partecipo sempre alla liturgia, con grande accoglienza da parte dei patriarchi. Per contro, ci sono alcuni ortodossi che danno l’impressione di non voler pregare insieme con i cattolici...
Sul tema della libertà religiosa, di cui oggi tanti cristiani soffrono la mancanza, quale dovrebbe essere l’atteggiamento giusto?
Cardinale Koch: Penso che sia molto importante la dichiarazione del Vaticano II sulla libertà religiosa per la persona umana. Questo è un grande impegno per le nostre chiese, per approfondire e sostenere la libertà religiosa per tutti i cristiani in tutti paesi. La sfida è molto grande perché di tutti credenti nel mondo che sono perseguitati per via della loro fede, l’80% sono cristiani.
E alcuni di loro vengono uccisi o patiscono il carcere per tutta la vita…
Cardinale Koch: In questo senso, il beato Giovanni Paolo II ha parlato di un “ecumenismo dei martiri”. Per me questa è un’idea molto profonda, perché tutte le comunità ecclesiali hanno i loro martiri. Il martirio ha già -come ha detto Giovanni Paolo II  - “la comunione piena”, e noi sulla terra non l’abbiamo ancora… Allora, la preghiera con i martiri nel cielo può aiutare ad approfondire l’unità e l’ecumenismo sulla terra.
C’è ancora preoccupazione per alcune decisioni della Chiesa Anglicana che, di fatto, la allontanano da Roma?
Cardinale Koch: Nostro scopo per l’unità è l’unità nella fede, nei sacramenti e nei ministeri; e se gli anglicani cambiano tutto nel ministero, questo diventa una grande sfida anche per noi. Poiché questo sviluppo nella comunità mondiale degli anglicani provoca molta tensione nella comunità anglicana, questa è anche per noi una grande sfida. Noi vogliamo e dobbiamo aiutare a ritrovare l’unità anglicana ma solo se gli anglicani vogliono nostro aiuto.
Un altro tema che preoccupa tutti è la secolarizzazione in Europa e in altri luoghi. Come possono rispondere le chiese cristiane a queste correnti, che annullano e cancellano a Dio della vita pubblica?
Cardinale Koch: In primo luogo, i cristiani in Europa devono considerare la loro responsabilità su questo sviluppo, perché dopo la Riforma abbiamo lo scisma, la divisione, e dopo la divisione abbiamo avuto molte guerre confessionali. E direi che queste guerre e divisioni hanno fatto sì che in Europa la religione non sia più il fondamento dell’unità nella società, ma la radice ie tutti i conflitti. In questo senso la società moderna ha dovuto trovare un nuovo fondamento per l’unità nella società indipendente dalla religione.
Quello che Lei dice spiega oggi tante cose…
Cardinale Koch: In questo senso, la rovescio della medaglia sarebbe che se il cristianesimo vuole aiutare a ritrovare la dimensione religiosa e trascendente nella società europea, deve ritrovare l’unità. L’ecumenismo è adesso una grande sfida per la situazione molto secolarizzata in Europa, perché soltanto una voce comune di tutti cristiani - con i valori cristiani- aiuterà a ritrovare i valori cristiani fondamentali nella storia di Europa.
E la scelta della Chiesa cattolica per la Nuova evangelizzazione, che risposta ha ricevuto delle altre chiese cristiane?
Cardinale Koch: La Nuova evangelizzazione deve possedere una dimensione ecumenica, perche é evidente che nella preghiera sacerdotale di Gesù, Lui prega che tutti siano una cosa sola, perché il mondo creda. La credibilità dell’annunzio del vangelo dipende della unità della chiesa. Ho molti partner ecumenici che sono contenti con questa iniziativa; dall’altra parte ci sono ancora alcuni che non lo sono. È molto importante incoraggiare tutti i partner ecumenici, per approfondire questa sfida della Nuova evangelizzazione.
Quali sono le chiese più entusiaste?
Cardinale Koch: Devo dire che abbiamo oggi una grande divisione nell’ecumenismo che attraversa le chiese. Abbiamo da una parte un ecumenismo liberale tra cattolici e riformati. E dall’altra parte abbiamo la visione di approfondire il fondamento della fede tra le comunità evangeliche e cattoliche. Nel secondo gruppo la Nuova evangelizzazione è una grande sfida.
Adesso quali sono i progetti del suo Dicastero?
Cardinale Koch: In primo luogo, in questo Anno della Fede, la sfida sarà approfondire il fondamento della fede nell’ecumenismo, perché l’ecumenismo non é una questione diplomatica o politica, ma è una questione della fede. Dobbiamo ritrovare la fede comune e la confessione della fede apostolica e approfondire sull’obiettivo comune dell’ecumenismo. La seconda questione è l’approfondimento dello spirituale, e il ritrovamento delle radici spirituali dell’ecumenismo e dell’impegno per l’unità.
In fine dei conti, come dovrebbe essere la disposizione del cattolico di fronte agli altri cristiani?
Cardinale Koch: Mi sembra molto importante il detto del beato Giovanni Paolo II, secondo il quale l’ecumenismo non é solo uno scambio d’idee ma “uno scambio di doni”. Ognuna delle chiese ha dei tesori particolari nella propria tradizione di fede. Quindi non dobbiamo avere paura dell’ecumenismo, perche é un arricchimento. La mia esperienza personale è che, con l’ecumenismo, io sono diventato molto più cattolico. Perché vedo anche le grandi cose, i vantaggi della nostra Chiesa, soprattutto il gran regalo che abbiamo ricevuto con il papato, con il primato del vescovo di Roma come centro dell’unità della nostra chiesa; e questo é un grande vantaggio.
Una grande visione, insomma…
Cardinale Koch: Papa Pio XII ha detto che l’ecumenismo è un’idea dello Spirito Santo. Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, sono tutti convinti che l’ecumenismo è un regalo dello Spirito Santo e dobbiamo avere un cuore aperto a questo regalo; e ascoltare bene che vuol dirci lo Spirito Santo nell’attuale situazione dell’ecumenismo.
Per partecipare nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani 2013 (varie lingue):