A commento della catechesi che il Papa ha fatto questa mattina sul desiderio di vedere il Volto di Dio, propongo questo bel testo. L'autore è un monaco contemplativo. Buona lettura.
* * *
Cesare
Massa
Il
tuo volto, Signore, io cerco
“DOMINUS TECUM” (Lc
1,28)
Queste riflessioni sono
state dettate in un corso di esercizi spirituali alla fine di gennaio
del 2006, non senza qualche timore e con la vigile cautela di chi
deve parlare a dei monaci senza aver mai stabilmente vissuto entro
una comunità monastica. Cosa avranno pensato nel loro cuore quei
monaci, a motivo di questa che considero un’anomalia, non so e
cerco di non saperlo. Certamente hanno esercitato molta virtù e
questo fa parte del loro corredo ascetico dal quale possono estrarre,
a diverso grado, la pazienza di sopportare discorsi scontati o, entro
quegli stessi discorsi, il discernimento di quanto è personalmente
utile o un regalo di generosa gratuità.
La responsabilità di
questa anomalia è di chi amabilmente mi ha invitato. Il priore del
Monastero Dominus Tecum di Pra’d Mill a Bagnolo Piemonte è uno che
- detto laicamente - ama il rischio. Se non fosse così, non mi
avrebbe invitato. Sono passati decenni dal giorno in cui venne alla
mia ordinazione presbiterale e altri ancora da quando predicai
qualche corso di esercizi spirituali per i giovani, vocazioni adulte,
di cui era responsabile e si sa che nel frattempo molte cose, con il
passare degli anni, sono cambiate per tutti. E per me, con l’aumento
dei giorni, ci sono stati la diminuzione delle forze, il normale calo
degli entusiasmi, una revisione più realistica dei giudizi e anche
un cambio di prospettive sulla storia che è andata così veloce in
questi ultimi decenni. Del resto, se padre Cesare Falletti non amasse
il rischio, non avrebbe nemmeno iniziato la costruzione del bel
monastero entro le pieghe di una montagna che poco concede alle
tentazioni d’artificio e che proprio per questo ben si proporziona
all’essenzialità dei canoni estetici e spirituali di san Bernardo.
Tuttavia, quel rischio
deve essere chiamato con il suo vero nome. Un nome che non è
difficile a dirsi, ma che di questi tempi è tanto facile sciupare,
strumentalizzato com’è dall’uso radiofonico e dall’uso talora
politico che se ne fa: il santo nome di Maria. Questo nome è un
classico dell’ordine cistercense e il riferimento alla Madre del
Signore a Pra’d Mill è particolarmente devoto. E dare titolo al
nuovo monastero citando le parole dell’annuncio angelico, “Dominus
tecum”, è solo un piccolo segno estrinseco di quanto avviene
nell’intrinseco, cioè nel cuore della comunità. Per cui, quello
che abbiamo chiamato rischio, in effetti merita tutto il senso della
parola affezione. Affezione a Maria, la donna ammirabile. Avendo
affidato a lei la decisione degli inizi (anzi, avendole obbedito nel
dare inizio), tutto è ancora a lei affidato di ciò che lì cresce e
lì si compie. Dunque il priore ha affidato a Maria anche la sua
decisione di invitarmi. Poi certamente, come promesso, ha affidato
anche me a Maria per questo compito. Così ho accettato. Non potevo
fare diversamente, sapendomi aiutato, consapevole anche che di questo
mio impegno il primo beneficiario sarei stato io stesso.
Così, nel clima del
Natale del 2005, di tempo in tempo, attorno a temi che via via mi
sembravano confacenti, ho radunato alcuni pensieri, di cui tuttavia
avvertivo la magrezza, l’inchiostro senza profumo, la scarna
scolasticità. Allora ho chiamato in soccorso la memoria viva di
tante immagini da tempo conservate nel cuore e mi sono anche
meravigliato di trovarle non scolorite e ancora parlanti, rievocative
di esperienze vissute nella freschezza degli anni che preconizzavano
il concilio e di quelli che lietamente ne vivevano. Così sono venuti
alla mente i paesaggi mai dimenticati: il Monastero di Santa
Scolastica e il Sacro Speco di Subiaco, dove avevo ascoltato l’abate
Cannizzaro sulla preghiera; l’eucaristia domenicale a Sant’Anselmo
in Roma che, per la proprietà dei luoghi, l’eleganza spirituale
dei gesti, l’accompagnamento dei canti, forniva in anticipo la
prova di quello splendore liturgico che la Sacrosanctum concilium
avrebbe desiderato; Montserrat con il grande coro affacciato attorno
all’altare e la Morenita, in alto, “Rosa d’abril, Morena de la
serra”, e la commozione inevitabile al canto meridiano
dell’Escolania; e poi Taizé, allora ancora deserta, preziosa di
anticipazioni, custode di grandi speranze; e poi la Trappa di
Notre-Dame de Tamié in Alta Savoia, con il fascino di una disciplina
così umana, di un’accoglienza così fraterna e di una preghiera
così pura; e poi Bose, come un prodigio d’attrazione e una grazia
d’effusione: commozione a compieta, la domenica, quando i fratelli
e le sorelle davanti all’icona di Maria, facendo vibrare le acque
dell’urna battesimale, cantano l’affezione per questa madre che
porge loro il Figlio come a dire: “Venite, figli, rifugiatevi
all’ombra delle ali alte, invisibili e forti dell’amore del
Figlio, saziatevi all’abbondanza della sua casa, dissetatevi al
torrente delle sue delizie. In lui è la sorgente della vita. A
questa luce, vedrete la luce” (cf. Sal 36,8-10). E questo mentre
scende la notte sulla piana di Magnano, e in Alta Savoia o sui prati
di Bagnolo i monaci, figli di Benedetto, di Bernardo, cantano la
Salve regina nell’unica modulazione gregoriana e nell’unica forma
di sempre che è l’affezione filiale. E così i monaci e gli
eremiti sparsi in tutti i continenti. Perché Maria è la maestra
della vita spirituale e la regina di tutti i contemplativi.
Così la pagina si è
fatta più densa, l’inchiostro più profumato e il discorso assai
meno scolastico. Sono debitore a tutte queste ispirazioni, senza
dimenticare quelle che mi vennero da Charles de Foucauld, da quando
era frère Alberic nella Trappa di Notre-Dame des Neiges a quando
divenne frère Charles de Jésus.
L’icona di Maria, alta
davanti a noi. Essa conosce, come noi, la fatica della ricerca.
Anch’essa si è posta una o più domande: “Come [questo] è
possibile?” (Lc 1,34); “E si domandava che senso avesse un tale
saluto” (Lc 1,29); “Perché ci hai fatto questo?” (Lc 2,48).
Anch’essa conosce la pace dell’approdo nella volontà di Dio:
“Ecco la serva del Signore, si faccia di me come hai detto” (Lc
1,38); “Beata colei che ha creduto” (Lc 1,45). Ci insegna
l’ammirazione dell’amore: come debba essere puro il guardare,
come trasparente il vedere, come felice l’ammirare, come debba
essere la preghiera di puro sguardo. Anche per Maria, la tacitumitas:
le sue poche parole, il silenzio della Scrittura su di lei e su
Nazaret, il rimando al Figlio come a Cana. Sua è l’intercessione
sui deficit del mondo: “Non hanno più vino” (Gv 2,3). Sua la
fatica del combattimento spirituale, quello sopportato nel raffronto
continuo tra la profezia della grandezza del Figlio e la realtà di
una vita umiliata, dolorosa e, infine, crocifissa. Sua l’appartenenza
in un modo unico e altissimo: figlia e serva della divina volontà,
essa appartiene tutta al Padre; madre sollecita e discreta,
appartiene tutta al Figlio; discepola attenta e custode della Parola,
appartiene alla schiera di coloro che “sono di Cristo” (1Cor
15,23) e dunque conglorificati con lui. Suo il lavoro nella vita
semplice e nascosta di Nazaret, la quotidianità di questa assiduità
familiare e religiosa. E poi, il lavoro nella comunità apostolica:
lo scavo nella memoria delle cose vissute con il Figlio, la letizia
della novità pasquale, la cucitura continua della fraternità con le
doti materne, verginali e femminili. Infine, l’esultanza e la lode
di gloria come prorompe nel cantico del Magnificat dove c’è la
confessione di una piccolezza, la sua, che trova tutta la propria
gioia nell’affermazione che Dio solo è grande e solo lui può
operare le cose grandi che rendono grande l’uomo.
Noi davanti all’icona di
Maria. Siamo sempre come dei “neonati in Cristo” (1Cor 3,1):
abbiamo bisogno di stare stretti a questa madre come i neonati hanno
bisogno del contatto fisico con il corpo materno. Come siamo “venuti
alla luce” dal grembo di nostra madre, così Maria ci porta alla
“luce del Verbo” e ci dona la forza e i dinamismi della grazia
del Figlio. Siamo sempre degli “infanti”, non sappiamo
esprimerci, “gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli”
(Rm 8,23), non sappiamo come rivolgerei a Dio, non sappiamo cosa
chiedere. Maria ci mette sulle labbra, come ogni madre, la parola
giusta: “Abba, Padre!”. Siamo sempre come bambini che “bramano
il puro latte spirituale” (1Pt 2,2), quella parola di Dio che fa
crescere fino alla “statura di Cristo” che è la capacità del
dono di sé. Gesù dona se stesso dall’alto della croce. E dona la
madre: “Poi disse al discepolo: ‘Ecco la tua madre!’. E da quel
momento il discepolo la prese nella sua casa” (Gv 19,27). L’essere
adulti è misurato così nell’evangelo: si diventa adulti
prendendosi cura della madre, attenti che le profezie da lei cantate
nell’esultanza siano obbedite ogni giorno e così “il Regno
venga” (Lc 11,2).
IL COMBATTIMENTO
SPIRITUALE
La storia dell’umanità
conosce più la continuità dei conflitti che la discontinuità della
pace. Sembra che il lottare sia costitutivo della natura dell’uomo,
piegato dalla dura necessità di una sopravvivenza continuamente
insidiata. La lotta contro l’ambiente ostile avrebbe così forgiato
il fondamentale carattere di ogni umano. Nel contempo contro quella
dura necessità sembra sia sorta una luce - quella che illumina ogni
uomo che viene in questo mondo - che le ha dato e che le dà scacco
in modo tale da collocarla - essa, la necessità - in un gioco duro
con la forza della libertà umana.
Così quel combattimento
contro gli elementi spaventosi della natura o contro le fiere o le
bande di popolazioni ostili prende dimora nel cuore e diventa come
una categoria dell’essere umano. Così, è nel campo del cuore che
si trasferisce la lotta. Lì si combatte per conquistare e dominare
l’ambiente, per sopravvivere a tutti gli ostacoli e a tutte le
ostilità. E lì si è come risvegliato dai fondali inesplorati un
istinto di luce capace di andare ad affrontare quanto le si oppone. E
questa l’esperienza di Paolo nella straordinaria confessione
scritta nella lettera ai cristiani di Roma: “Io so infatti che in
me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il
desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non
compio il bene che voglio ma il male che non voglio... Io trovo
dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è
accanto a me” (Rm 7,18-19.21). Qui in Paolo il dissidio è già
etico, ma testimonia nelle sue basi esistenziali la presenza di due
principi: l’animalità dell’istinto e la luce di una razionalità
moderatrice in lotta fra di loro.
Questa realtà è ben
sperimentabile. Anche la nostra storia personale ha conosciuto questi
passaggi superati talvolta con serena determinazione, talvolta con
grande sforzo e altre volte ancora con notevole disagio. E quello che
fa gridare Paolo: “Chi mi libererà da questo corpo di morte?”
(Rm 7,24), sentendo in ogni caso inadeguatezza di volontà,
parzialità d’energia, insufficienza d’impegno e,
fondamentalmente, la strutturale impotenza delle nostre facoltà, se
Dio non soccorre. Per questo, Paolo aggiunge: “Siano rese grazie a
Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rm 7,25).
Per paradossale che possa
sembrare, la Scrittura ci presenta pagine drammatiche in cui l’uomo
è chiamato a misurarsi in combattimento spirituale con Dio. Quale
dovette essere quello di Abramo dopo quella ingiunzione: “Prendi il
tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, e va nel territorio
di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”
(Gen 22,2), e lungo la strada e fino al “terzo giorno”. La sua
prontezza nell’affrontare la prova non lo esime dal dolore di
un’interrogazione interiore sulla contraddittorietà dell’agire
divino. Dio ha promesso il figlio contro gli anni della sua vecchiaia
e contro la sterilità di Sara, sua moglie. Dio ha mantenuto la sua
promessa. Gli ha dato Isacco, perché ora ha deciso di toglierglielo?
Perché questo strappo al cuore portato a due amici di Dio, condotti
prima a una nuova e insperata paternità e maternità da un
beneplacito alto e misterioso, e ora costretti a un nuovo vuoto nella
loro esperienza di vita? Abramo cammina verso il monte Moria e non
sa. E tace. Parla nel suo cuore una fede invincibile e un’obbedienza
ferma e sottomessa. Poi Dio provvederà diversamente, per
sostituzione. Un Agnello sarà sacrificato su quello stesso monte,
“un Figlio unico tanto amato” (Gen 22,2) di cui Isacco è figura,
e il suo nome è Gesù. La lotta è terminata. Dio scriverà nel
libro della vita la fede esemplare di Abramo. E questi saprà
l’assolutezza della libertà divina, l’imprevedibilità dei suoi
disegni, la magnanimità dei suoi esiti. E anche in sé la forza di
una libertà mai provata, sorta nell’esperienza di una
sottomissione e di un abbandono, tanto da diventare per tre religioni
l’icona del vero credente.
Parlando della lotta
interiore, non si possono dimenticare le pagine relative alla lotta
di Giacobbe con Dio al guado del torrente Iabbok:
Durante quella notte, egli
si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e
passò il guado dello Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente
e fece passare anche tutti i suoi averi. Giacobbe rimase solo e un
uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non
riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e
l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava
a lottare con lui (Gen 32,23-26).
È una lotta solitaria,
notturna, misteriosa com’è quella di ogni uomo che si trova a
dover fare i conti con la propria vita, uno che ha, come Giacobbe,
alle spalle le vicende liete dell’abbondanza e quelle più
difficili dei malintesi, delle paure e delle inimicizie, e davanti a
sé l’ignoto altrettanto pauroso dal momento che il tempo non
cancella i fantasmi negativi della vita e della memoria e suscita le
ansie di conseguenze dolorose. Così è per Giacobbe. È solo con se
stesso: così potrebbe dirsi dal momento che l’altro combattente è
presentato come “un uomo”. E solo con la proiezione alta di sé,
se chi combatte con lui è “un angelo” che gli rammenta quale sia
la condizione di ogni uomo su questa terra: fortezza e vulnerabilità.
È solo con Dio: così indica la mistica cristiana perché solo Dio
può benedire e cambiare il nome:
Quegli
disse: “Lasciami andare perché è spuntata l’aurora”. Giacobbe
rispose: “Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!”. Gli
domandò: “Come ti chiami?”. Rispose: “Giacobbe”. Riprese:
“Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto
con Dio e con gli uomini e hai vinto!”. Giacobbe allora gli chiese:
“Dimmi il tuo nome”. Gli rispose: “Perché mi chiedi il nome?”.
E qui lo benedisse. Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel “perché
- disse - ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta
salva” (Gen 32,27-31).
Lotta solitaria, senza
testimoni, senza spettatori, senza alcuno che conforti. Notturna
anche. Dove i combattenti a mala pena si scorgono e dove ogni
affrontarsi e ogni presa, com’è di ogni gioco di lotta, non si sa
se sia abbraccio di sodali o prigionia di avversari. Lotta prolungata
nella notte “fino allo spuntare dell’aurora”, quando la luce ha
la meglio su ogni tenebra. Misteriosa lotta e misteriosa vittoria.
Dio non vince: egli non è mai un avversario, mai un nemico, mai un
trionfatore. Qualifiche troppo umane, indegne della sua identità di
Dio. Oppure Dio vince con la sua benedizione: questo è nella sua
natura, questo è espressione delle sue perfezioni. Dio vince
proclamando vincitore “colui che ha combattuto con Dio”. Dunque
basta accettare di misurarsi con Dio mettendo davanti a lui la nostra
vita così com’è per trovarci vincitori e ottenere una divina
benedizione. Ma occorre, come Giacobbe, scoprire e accettare la
propria vulnerabilità. E la benedizione di Dio su di essa.
Il
guado che anche Gesù conoscerà sarà un giardino: quello di
Getsemani, sul Monte degli ulivi, alla vigilia della sua passione.
Anche per lui ci sarà una lotta solitaria resa ancor più dura dalla
insensibilità e dalla inconsapevolezza di persone da lui amate,
succubi del peso del giorno e gravate dalla fatica. Anche per Gesù
ci sarà una lotta notturna all’intorno e notturna nel cuore:
Allora
Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsemani, e disse ai
discepoli: “Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”. E, presi
con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare
tristezza e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla
morte; restate qui e vegliate con me” (Mt 26,36-38).
Misteriosa lotta anche
quella di Gesù che si svolge nel silenzio di tutto, tra confidenza e
ripugnanza, tra adesione e fuga, tra prostrazione e preghiera, tra
possibilità e accettazione: “E avanzatosi un poco, si prostrò con
la faccia a terra e pregava dicendo: ‘Padre mio, se è possibile,
passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi
tu!’” (Mt 26,39). Misteriosa lotta come per una dialettica
profonda dov’è interessata l’umanità di Gesù e la sua natura
divina. Per questo la Lettera agli Ebrei, con un’audace
espressione, può affermare: “Ed era ben giusto che colui per il
quale e dal quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli
alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo che li
ha guidati alla salvezza... Infatti proprio per essere stato messo
alla prova e aver sofferto personalmente, è in grado di venire in
aiuto a quelli che subiscono la prova” (Eb 2,10.18).
Infine, la Scrittura ci
presenta un altro combattimento, quello di Gesù con il Satana di
questo mondo nel deserto, sul monte delle tentazioni. È una pagina
ricca di interpretazioni possibili e di attualizzazioni utili.
Tentazioni che ripetono quelle fatte dal serpente ai progenitori,
quelle vissute nel deserto dal popolo dell’esodo, quelle leggibili
nelle società di ogni tempo. Se applicate al contesto della vita
storica della chiesa e a quello della vita monastica, le pagine delle
tentazioni di Gesù si pongono come una tentazione della “dismisura”
.
Nell’ordine dell’avere
si può eccedere nell’ingordigia del profitto, dell’accumulo, del
possesso, nel volere che tutto - anche i sassi - diventino pane. Ma è
sufficiente che il pane resti tale e resti per quel che serve: il
pane quotidiano, il pane di ogni giorno, il pane guadagnato, il pane
donato, il pane della parola di Dio: “‘Se sei Figlio di Dio, di’
che questi sassi diventino pane. Ma egli rispose: ‘Sta scritto: Non
solo di pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca
di Dio” (Mt 4,3-4).
Nell’ordine del vedere
si può eccedere nell’esibizionismo di sé, nella
spettacolarizzazione di ciò che si fa, nel protagonismo evidenziato
o nell’apparire vuoto di contenuti. Ma è sufficiente che il vedere
che è connesso ai nostri compiti umani resti nella norma: “Allora
il diavolo lo portò con sé nella città santa e lo depose sul
pinnacolo del tempio e gli disse: ‘Se sei Figlio di Dio, gettati
giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordine a tuo
riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non
abbia a urtare contro un sasso il tuo piede ‘. Gesù gli rispose:
‘Sta anche scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo’” (Mt
4,5-7).
Nell’ordine del potere
si può eccedere nell’ambizione di una totalità del sapere, nella
volontà di dominio, nell’orgoglio di casta, nell’istinto della
sopraffazione, nell’adorazione dei propri talenti e della propria
fortuna. Ma è sufficiente che i regni del mondo con la loro gloria
restino autosufficienti nel loro ambito e secondo le loro leggi, e
che il regno di Dio si sviluppi in loro con la forza di una legge
interiore diversa dalla scorciatoia mondana della conquista politica:
“Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e
gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse:
‘Tutte queste cose io ti darò, se prostrandoti, mi adorerai ‘.
Ma Gesù gli disse: ‘Vattene, Satana! Sta scritto: Adora il Signore
Dio tuo e a lui solo rendi culto ‘“ (Mt 4,8-10).
La tentazione di Gesù è
così formulata dal diavolo: “Se sei Figlio di Dio...”. Dunque va
al cuore dell’identità di Gesù, quella identità che è stata
appena formulata dalla voce del Padre sulle acque del Giordano entro
le quali questo Figlio del suo amore è immerso. Essa è una
tentazione totale che talvolta tocca anche noi quando pone dubbi
sulle scelte totali della nostra vita, insinuando incertezze sul
passato come luogo non redento, come tempo non perdonato, scoprendo,
attraverso la lente deformante dello scrupolo, il presente come
ingannevole e incoerente, dimenticando così la fedeltà di Dio e la
forza del suo amore. È nell’abbandonarsi a lui, come Abramo sul
monte Moria, che sta la nostra vittoria. È nel riconoscere la nostra
vulnerabilità come Giacobbe al guado dello labbok, che sta la nostra
vittoria. E nel fare la volontà di Dio, come Gesù al Getsemani, che
sta la nostra vittoria. Che è, in definitiva, la vittoria di Dio in
noi e su di noi.
Poiché “il discepolo
non è da più del maestro” (Mt 10,24), colui che ha accettato di
seguire il Signore per la suggestione delle sue promesse, sa di
doverlo imitare anche nelle sue lotte. Un lottatore è Paolo. Al
termine della sua “corsa” può dire: “Ho combattuto la buona
battaglia” (2Tm 4,6). E lungo questa corsa, nella difesa che egli è
costretto a fare di se stesso, può elencare con una sorta di
fierezza l’indice dei “pericoli” corsi e, più ancora, il
“vanto folle” che lo sopravanza rispetto ai “falsi fratelli”:
Sono
ebrei? Anch’io! Sono israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo?
Anch’io! Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo
sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle
prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo
di morte. Cinque volte dai giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre
volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato
lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una
notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi,
pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai
pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul
mare, pericoli da parte dei falsi fratelli; fatica e travaglio,
veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità.
E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione
per tutte le chiese (2Cor 11,22-28).
Non solo: egli può
proclamare una vittoria storica nei riguardi dei falsi fratelli che
“venivano a spiare la libertà che abbiamo in Cristo allo scopo di
renderei schiavi” (Gal 2,4) - “ma a essi non cedemmo neppure un
istante” (v. 5) - e che resterà come un trofeo d’originalità
spirituale lungo tutta la vicenda cristiana.
E se Paolo può esortare a
“rivestirsi dell’armatura di Dio” (Ef 6,11) e a “lottare con
me nelle preghiere che rivolgete per me a Dio” (1Cor 4,21), e come
un missionario “tosto” può minacciare il bastone ai suoi
cristiani di Corinto (ma presentarsi ai tessalonicesi come una madre
amorevole), Giovanni già può proclamare la vittoria di Cristo nella
lotta con il principe di questo mondo: “E questa è la vittoria che
vince il mondo: la nostra fede” (1Gv 5,4).
IL LAVORO
L’evoluzione dei
rapporti umani e, in particolare, quella anche conflittuale delle
classi sociali, ha fornito in questi ultimi secoli alla spiritualità
cristiana altre motivazioni relative al lavoro umano oltre quella
celebre dettata da Benedetto nella sua Regola: “L’ozio è nemico
dell’anima e perciò i fratelli in determinate ore devono essere
occupati in lavori manuali, in altre nella lettura divina” (RB 48).
Si può tuttavia capire questa esigenza facendo riferimento al tempo
storico delle antiche fondazioni benedettine.
Oggi preferiamo dare
ragioni più positive circa il lavoro. Infatti esso concorre alla
formazione integrale della personalità. Anzi, l’esplicazione
sollecitata e aiutata dei talenti personali rappresenta l’opportunità
di un arricchimento utile a tutta la comunità umana. Più ancora, il
lavoro si presenta come un adempimento del comando del Creatore:
quello di custodire e trasformare il mondo “con il sudore della
propria fronte” (Gen 3,19).
Il salmo 128 accosta
ancora di più alla nostra sensibilità il tema del lavoro, dicendo
ne la necessità e la dignità: “Vivrai del lavoro delle tue mani”
(v. 2). I boschi e le paludi, i campi e le montagne hanno conosciuto
da secoli il lavoro dei monaci: essi hanno dato una forma ordinata a
porzioni di mondo, salubrità alle terre e ragioni di vita alla
gente, ospitalità ai viandanti e ai poveri di ogni provenienza.
Questo hanno fatto “con il lavoro delle proprie mani come hanno
fatto i nostri padri e gli apostoli”, in ciò qualificandosi “come
veri monaci” (RE 48). Benedetto doveva avere ben fisso lo sguardo
sull’apostolo Paolo quando prescriveva così il lavoro manuale e
sentiva anche la fierezza di non essere stato di peso a nessuno:
“Alle necessità mie hanno provveduto queste mie mani” (At
20,34).
Doveva essere un precetto
tanto prezioso quello di lavorare se l’Apostolo insiste: “Un
punto d’onore: lavorare con le nostre mani” (1Ts 4,11) e ingiunge
con molto realismo: “Chi non vuole lavorare neppure mangi” (2Ts
3,10). E ben presente che il lavoro vuole fatica, com’è scritto in
Genesi 3,17: “Con dolore ne trarrai il cibo”. E Giobbe: “Non ha
forse un duro lavoro l’uomo sulla terra?” (Gb 7,1). E Paolo: “Noi
abbiamo lavorato con fatica e sforzo” (2Ts 3,8). Questo richiamo
monastico al lavoro delle proprie mani percorre anche oggi con
sorpresa gli spazi dell’informazione come una novità che corregge
l’immagine nobile e aristocratica della vita religiosa quale si è
sviluppata dal tardo medioevo a oggi. Viene letta anche come un
rimprovero per aver giudicato la manualità dell’opera umana come
inferiore e meno degna rispetto al lavoro intellettuale. Quasi
d’istinto si legge tale normativa circa il lavoro manuale come
solidarietà a un mondo che per vivere non ha altri strumenti che le
proprie mani.
Può un monastero essere
assimilato a un cantiere? Certamente no. Talvolta può darne
l’impressione la Regola quando stabilisce nei dettagli i tempi, i
controlli e le modalità d’uso degli utensili di lavoro. La realtà
è invece più simile a quella di una famiglia che conosce il bene di
un lavoro svolto nell’ordine e nella pace, con la certezza che ci
sarà un frutto, un esito buono, poiché “Dio non è ingiusto da
dimenticare il nostro lavoro” (Eb 6,10).
Tuttavia, c’è un’altra
fatica indicata fin dal prologo della Regola: la fatica
dell’obbedienza. In una prospettiva mondana, essa sarebbe
profittevole come una qualsiasi disciplina del lavoro. Ma la
prospettiva è totalmente altra poiché obbedisce a quel lavoro
severo e alto che viene chiamato l’opus Dei: è l’opera che Dio
compie nel cuore del monaco come gesto primo e gratuito dell’amore
e che viene continuato dalla pazienza e dalla sollecitudine di Dio
lungo tutto l’itinerario monastico. Poi l’opus Dei è anche il
lavoro di tutta la comunità quando risponde all’iniziativa di Dio.
Allora l’opus Dei è il servizio di lode “al quale nulla deve
essere anteposto”. Il monaco sa quale sia in lui la forma
dell’obbedienza per consentire a questo “lavoro” di Dio in lui:
la docilità. Uno stato del cuore non dimissionario dalla propria
libertà, ma uno stato pacificato e generosamente aperto al magistero
dei fratelli e, in primo luogo, a quello dell’abate. Questo “stato
del cuore” è detto “umiltà”, termine bandito dalle
letterature del nostro tempo e che tuttavia indica bene l’attualità
della condizione umana quando è descritta umilmente, cioè con
verità. E la verità della condizione umana è la fragilità, la
piccolezza, la precarietà, descritta fino a sottolinearne talvolta
la condizione drammatica. Umiltà è dire l’humus di cui siamo
fatti ed esserne conseguenti. È constatare ancora una volta che
circola nel nostro sangue l’istinto della trasgressione dei “primi
parenti” e che solo andando a ritroso con l’obbedienza è
possibile “far ritorno a colui dal quale ti sei allontanato con la
pigrizia della disobbedienza” (RB Prologo).
In ultimo non ci si può
sottrarre alla fatica della fraternità. L’impegno della stabilità
non concerne solo un luogo amato o una storia ammirata o un clima
felice, ma - e più ancora l’accettazione di quella cerchia di
fratelli, così come sono, così come mi sono consegnati dalla loro
storia personale, così come me li consegna lo stato del loro
percorso spirituale. Il lavoro della fraternità è una meta mai
conclusa. È un lavoro continuo da fare su di sé, a ogni passo
ponendosi come in riferimento ad altri. È ben riscontrabile nella
vita di famiglia: ogni gesto, ogni scelta, ogni parola deve avere la
cautela dell’altro e la tensione verso l’altro in vista
dell’accoglienza o del diniego. O di una crescita comune. Forse,
nella vita monastica questa attenzione relazionale è più facile,
perché essa è più avvolta nel silenzio e più nutrita dalla
preghiera. Ma resta un compito dal momento che la finalità della
vita monastica non smussa mai del tutto le diversità di sensibilità,
di storia e di esperienza. Si sa che, accanto a queste differenze
native o acquisite, occorre far conto delle gradualità della vita di
fede di ognuno. E non solo tenerne conto, ma in vario modo aiutare il
cammino altrui a “diventare fratelli” (cioè a diventare sempre
più ciò che si è già).
Diventare sempre più
fratelli: è ben un lavoro di tutti i cristiani, là dove essi si
trovano. Il presupposto, che può essere una condizione al vivere
assieme, sembra essere una sorta di amabilità nativa, cioè una
disponibilità più o meno grande ad amare e a lasciarsi amare. Su di
essa può crescere il rispetto per l’altro e per il suo mistero
personale; la stima per il suo talento e la valorizzazione del dono
per la ricchezza spirituale comune; l’affezione di amicizia capace
di superare anche la nozione paritaria della reciprocità e pervenire
all’esperienza tutta evangelica della gratuità e dell’eccedenza
del dono. Tanto più se questa affezione da fraterna si trascolora in
affezione filiale verso fratelli più saggi, più forti, più
anziani. E da affezione fraterna diventa paterna verso chi è giovane
di anni o nuovo alla vita cristiana o debole di fronte alle esigenze
della vita spirituale.
Questo “lavoro” che si
vede all’intorno, quel silenzio che si respira negli ambiti
monastici, quella sobria esultanza che è dato cogliere nella lode
liturgica, quella lontananza da una sorta di frenesia per la
conquista - che appare molte volte così esteriore - del mondo a
Cristo hanno esercitato sempre, e particolarmente ai nostri giorni,
un fascino speciale, richiamando l’attenzione non solo sui prodotti
del lavoro monastico, ma anche su uno stile di vita più proprio
all’uomo, in reazione allo stile così stressante proprio dei
grandi deserti delle metropoli. E normale che l’immaginazione vada
anche al di là del reale monastico e che si pensi al monastero come
a “un giardino coltivato” dove maturano frutti copiosi. E come se
andando a ritroso si tornasse non solo dalla disobbedienza all’antica
obbedienza, ma dal deserto di questo presente al giardino esuberante
dell’Eden primigenio.
L’ESULTANZA
Sofferenze di ogni genere
ricoprono il mondo, ma in alcune aree di esso non mancano forme di
varia esultanza. Basta qualche momento televisivo per sentire e
vedere le esultanze sportive, soprattutto quelle calcistiche. È
sufficiente un goal a far scattare il giubilo di un’intera
tifoseria cittadina. Basta collegarsi a internet, a un qualsiasi
motore di ricerca, per rendersi conto di quale e quanta esultanza
giovanile siano colme le tante discoteche e i tanti variegati club
per il divertimento sessuale delle nuove generazioni tecnologiche. È
sufficiente una nuova pop star a scatenare gli entusiasmi notturni di
un popolo che appare drogato. Basta andare su qualche canale
satellitare in qualche stagione propizia per vedere i cortei
dell’amore che si snodano lungo le grandi arterie delle grandi
metropoli della terra. O i megaconcerti. È sufficiente il grido di
un pubblicitario della moda giovanile per radunare tutte le
esuberanze di un mondo che scivola sulla superficie della vita,
convinto dell’urgenza di non perdere il poco tempo che ancora
rimane prima che tutto scompaia in un nulla nucleare.
Queste esultanze possono
creare sconcerto in chi è stato fatto saggio dalla vita e pesa
questi fenomeni per quel che valgono: entusiasmi di massa, catarsi di
stress, momenti di fuga. Possono anche creare giudizi di condanna in
chi si tiene lontano da queste cose per dovere educativo o per stato
religioso o più semplicemente per diniego estetico. Forse l’uomo
spirituale deve invece accostare l’orecchio a questi fenomeni per
cogliere tutta l’esigenza di gioia che lì alligna e che lì
certamente va sprecata. Una gioia troppo gridata per essere vera. Una
gioia troppo drogata per essere autentica. Una gioia troppo colorata
per essere piena. C’è dell’esultanza nel canto e nella musica e
nella danza. E anche nel sesso perché lì Dio ci ha messo del suo:
la gioia di un’intimità donata per amore. Tuttavia, la misura di
una vera, autentica esultanza, ci viene dalla Prima lettera di
Pietro: “Esultate di gioia indicibile...” (1,8). Indicibile da
parte nostra. Dicibile solo se lo Spirito di Dio la esprime in noi.
Com’è avvenuto per Maria, la Madre di Gesù, come è avvenuto per
i poveri del Signore che hanno atteso la consolazione di Israele,
com’è avvenuto per i magi, oppure com’è avvenuto per Gesù
quando “esultò nello Spirito santo e disse: ‘Ti benedico, o
Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste
cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te’” (Lc 10,21).
Oltre all’indicibilità,
Maria ci offre un’altra caratteristica della vera esultanza: la
dimenticanza di sé e il “versarsi” - com’è per lo Spirito di
Dio - nell’alterità. Il suo Magnificat è così: il canto della
piccolezza “versato” a esaltazione di “colui che è grande”,
l’inno dell’umiltà “versato” a celebrazione del nome santo,
la profezia della povertà da parte di chi si dice “serva” e
perciò anche “beata” per grazia “versata” a “colui che è
potente”. Anche qui c’è un capovolgimento: l’esultanza del
mondo potente, ricco, sazio si erge sempre sui primi piani della
storia. L’esultanza di Maria invece dà il “la” a ogni vera
esultanza: il “versarsi” cioè dell’amore sui deficitari della
vita e il dono della misericordia sulle durezze dei consolidati
legalistici. Proclama con tutta chiarezza quale sia l’oggetto della
sua profezia: la potenza del braccio di Dio, la dispersione dei
superbi nei pensieri del loro cuore, il rovesciamento dei potenti dai
loro troni, l’innalzamento degli umili, la sovrabbondanza di beni
per gli affamati, la dismissione dei ricchi “a mani vuote”, il
soccorso a Israele, suo servo, con la forza della sua misericordia
(cf. Lc 1,51-54). Esultanza con le note di una salvezza già avvenuta
e con gli accenti di quanti verranno anche in futuro gridando la
propria salvezza storica con canti di gioia, come una moltitudine in
festa.
Al seguito di Maria, e
come lei, viene l’esultanza di Israele nella persona di un santo
vegliardo, “uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il
conforto di Israele” (Lc 2,25). Egli accoglie Gesù nel luogo più
sacro, il tempio, e per l’adempimento di una legge santa, “offrirlo
al Signore”, com’è scritto per tutti i primogeniti. Egli è la
presenza di congiunzione fra l’antico patto e quello che sta
realizzandosi in Gesù: “Lo Spirito santo che era sopra di lui, gli
aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver
veduto il Messia del Signore” (Lc 2,26). Come esultare se non con
un canto di dimissione - la totale dimenticanza di sé - e
l’abbraccio dell’Atteso, “luce per illuminare le genti e gloria
del popolo Israele” (Lc 2,32)?
Dopo il “piccolo resto
di Israele”, adesso “le genti”. La loro lontananza non è solo
geografica. Vengono da una lontananza culturale com’è quella di
chi scruta la linea degli orizzonti della vita umana e la sfera delle
realtà astrali. Probabilmente non sanno nulla di Abramo, di Mosè e
di David. Ma è gente avvertita nel cuore e presta occhi e cuore alle
visioni luminose della notte. Vedono una stella misteriosa e la
seguono in un’avventura che ha tratti di prova e di gioia.
Sconfiggono l’aridità del deserto, il rumore dei fiumi, le
tentazioni di cedere in molti modi alle facilità e alla stanchezza,
la secchezza delle informazioni degli scribi di Gerusalemme e la
pigrizia sovrana di Erode. Fino a che anch’essi non giungono
all’approdo: “Ed ecco la stella che avevano visto al suo sorgere,
li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si
trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una
grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria
sua madre, e prostratisi, lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e
gli offrirono in dono oro, incenso e mirra” (Mt 2,9-rr). Ancora una
volta l’esultanza si esprime nel silenzio: questi uomini misteriosi
non recitano formule, non fanno discorsi, non si accompagnano con le
molte parole. Loro compagno è ancora una volta l’indicibile.
Approdati ai piedi del Messia, essi hanno solo dei gesti che dicono
il valore dell’alterità, la dimenticanza di sé, la totalità di
sé “versata” nell’altro, qui giunta all’apice: il dono e
l’espressione più alta del dono, l’adorazione.
Infine, l’esultanza di
Gesù. Essa ci indica anche il motivo e i destinatari di quella
gioiosa benedizione volta al Padre. Perché anche lui, il Padre, ha
dei doni segreti. E questi, non per chi ha già il cuore altezzoso di
sé e di cose, ma per i “piccoli”. Strana categoria di persone
questa, senza tessere e distintivi, senza statuti e organizzazione.
Gente che non sa di essere così. Persino difficile da definire.
Semplici? Umili? Nascosti? Insignificanti? Dimenticati? Per essi c’è
una sapienza nascosta: la scienza dell’amore. Quella scienza che
Gesù rivela con la sua vita e con il suo sacrificio sulla croce. I
piccoli: anche noi crediamo di essere della categoria per la nostra
statura spirituale, obbligati come siamo a definirla di basso
profilo, per la nostra scelta di vita che anche visivamente oggi ci
mette fra gli emarginati, e magari anche per la nostra estrazione
sociale. Gente tuttavia che sa di essere cara al Signore,
destinataria dei suoi segreti e dei suoi tesori riposti. Gente che
constata ogni giorno di “conservare questi tesori in vasi di creta”
(2Cor 4,7) e che deve vigilare a che non abbia a uscir fuori di
piccolezza. E dunque a sottrarsi all’esultanza del Signore.
Nella vita monastica c’è
un contenitore dell’interiore esultanza, ed è quello che san
Benedetto nella sua Regola chiama gravitas. Quando la processione
monastica si muove verso il coro si vede bene cosa sia questa
attitudine: un incedere solenne e umile nello stesso tempo, un
portamento regale degno del Re per il quale si milita - “Cristo
regi militaturi” (RE Prologo) -, un tenere il passo su quello
invisibile degli angeli che accompagnano la processione, un camminare
come compresi entro una liturgia celeste.
Così quando negli stalli
del coro, regali nelle loro cocolle, i monaci levano la preghiera nel
canto, la gravitas è in quel calmo e lento salmodiare e più ancora
nelle virtù spirituali del canto gregoriano. Poiché nella vita del
monaco tutto è liturgico, ovunque è prescritta questa gravità: il
silenzio deve essere pieno di gravità, ma anche il discorrere e il
pregare personale, e l’aiuto vicendevole, e il servizio alle mense
dei monaci e degli ospiti. Tuttavia, questa gravità non è gravosa.
Non è una sotto specie della tristezza o della severità. Essa è
più vicina alla signorilità che alla distanza. Se una distanza c’è
alla presenza di un ospite sconosciuto, essa dice piuttosto il
rispetto, la discrezione, perfino il riconoscimento della presenza di
colui che ha detto: “Ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt
25,35). La gravità è uno stile. Si vede, oltre lo stile di
silenzio, il carattere “indicibile” dell’esultanza. Si
esperimenta, oltre lo stile di sobrietà, l’atteggiamento “versato”
dell’esultanza. Si intuisce, oltre l’attenzione, il gesto del
dono semplice e magnifico dell’esultanza.
Sarà possibile vedere
ravvicinate queste due esultanze, l’una gridata, l’altra
indicibile? L’una drogata, l’altra pacificata? Intanto occorre
dire che quella gridata è un fatto collettivo e quella indicibile è
piuttosto individuale: la prima occupa piazze e discoteche, l’altra
i chiostri monastici o quelli museali. La società è un’abilissima
organizzazione di esultanze collettive. Quella monastica non sarà
una fecondissima organizzazione di esultanze spirituali? Già questo
avviene nella forma di un’ospitalità sempre più ambita e sempre
più richiesta, tanto da far presagire un futuro di vera
evangelizzazione nelle forme più discrete, rispettose e feconde
dell’accoglienza monastica a favore di chi vede anche nella
predicazione cristiana una forma di detestata propaganda. Già questo
avviene nell’accoglienza sempre più grande di persone, soprattutto
giovani, nelle domeniche e nelle feste liturgiche maggiori dell’anno,
quando i tempi della salvezza vengono celebrati con l’eloquenza del
mistero e di una bellezza che è nel rito, e che abbondantemente lo
supera. Questa esultanza come crediamo di capirla entro un clima che
chiamiamo monastico, sarà anche organizzabile collettivamente? Ci
sono esperienze di questo genere molto interessanti e significative,
ma sembra di poter dire che l’indicibilità o si risolve in canto
corale (e allora viene detta in stereotipi anche profondi) o permane
poiché l’esultanza vera è intraducibile e passa sempre attraverso
il singolo dato che Dio parla sempre così: cuore a cuore.
Questa esultanza che ci
appare collettiva, superficiale, gridata, perfino “laica”,
possiamo in qualche modo assumerla e offrirla? Se facciamo
intercessione per i dolori del mondo, perché non portare davanti al
Signore anche le esultanze parziali, insufficienti, povere ai nostri
occhi e tuttavia tali da esibire ovunque una sorta di pienezza vitale
e tali da mostrare volti lieti, sereni e perfino felici? Non
occorrono grandi mediazioni per portare davanti al Signore le
celebrate note di Beethoven, Mozart, Bach e di tutti i grandi
compositori, dei loro interpreti e dei loro esecutori. Da sé, esse
sono una preghiera e quanti le propongono al mondo sono come i
ministri di una bellezza intramontabile. Ma i rockers, i fan della
musica soul o della musica pop non meriteranno un posto nella nostra
considerazione estetica e nella nostra preghiera almeno quando
cantiamo il salmo 150: “Lodatelo con squilli di tromba, lodatelo
con arpa e cetra, lodatelo con timpani e danze, lodatelo sulle corde
e sui flauti. Lodatelo con cembali sonori, lodatelo con cembali
squillanti; ogni vivente dia lode al Signore” (vv. 3-5)? E la
danza: non può essere una gestualità da offrire entro i gesti
composti e sobri della liturgia cristiana quella dei dervisci o delle
tribù del Mali, quella elaborata di Béjart o quella misera e
colorata di Rio? Certo, all’atto dell’offerta (o
dell’intercessione) serve una certa purificazione delle immagini e
delle intenzioni. A questo serve la preghiera che proviene
dall’accoglienza amorevole di tutto ciò che è umano (o non è
disumano) per un lavoro di “filtro” che è ben un lavoro
monastico. “Tutto canta e grida di gioia” (Sal 65,14); se è
così, per questo canto e per questo grido occorre mobilitare anche i
santi angeli: essi, che sono le ali dell’invisibilità delle cose
di Dio, sanno i tanti linguaggi dell’indicibilità delle esultanze
nelle cose umane. Perché non affidare loro questo compito, tanto più
se sono, come vengono rappresentati, angeli giocosi, sorridenti e
musicanti?
L’AMMIRAZIONE
“Lo Spirito del Signore
ha riempito tutta la terra”: cosi è impossibile non vedere la
bellezza e la grandezza delle sue opere, sia che fissiamo lo sguardo
attonito nelle profondità degli spazi infiniti che ci circondano da
ogni parte, sia che lo posiamo sui colori, le linee e le forme che
danno qualità e gioia ai nostri occhi da ogni angolo della nostra
terra. Sguardo che fu anche quello di Dio creatore; sguardo ripetuto,
esclamazione lieta, recensione altissima, da cui ogni altro nostro
sguardo e nostra esclamazione lieta sulla bontà di tutto: “Dio
vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31).
Questa ammirazione primigenia di Dio è l’incipit dell’ammirazione
umana come nei tempi e nei continenti si è espressa in figure
d’arte, in letterature grandiose, in opere di poesia, in parabole
religiose di alta invenzione. Dopo quel rapimento divino ogni estasi
umana ripete e ingrandisce la gloria della creazione.
L’estasi di Dio, quella
meraviglia altissima, è come una “uscita di gioia” dal cuore
della Trinità. E questa gioia è il suo santo Spirito. Si può dire
così? Non è lui lo Spirito creatore, colui che si rispecchia nella
bontà del suo lavoro? E lui che “aleggia sulle acque” (Gen 1,2)
primordiali e dà splendore alla luce il primo giorno, bellezza ai
firmamenti il secondo, freschezza alle acque e rigoglio di vita alle
erbe e alle piante il terzo giorno, respiro di fecondità ai due
grandi luminari il quarto giorno, brulichio di esseri il quinto e di
bestiame il sesto. Infine, l’uomo, colui che gli è più prossimo
nell’immagine e nella somiglianza (cf. Gen 1,26).
Il paesaggio dove Dio pone
l’umanità è descritto come un deserto e come un giardino:
bivalenza di orizzonti, ricchezza di prospettiva. Dal deserto Dio
trae il suo materiale creativo: “Allora il Signore Dio plasmò
l’uomo con polvere del suolo” (Gen 2,7), e dal giardino in Eden
l’ambiente paradisiaco: “Con ogni sorta di alberi graditi alla
vista e buoni da mangiare” (Gen 2,9). Così il deserto con la sua
polvere detta qualche orizzonte di bellezza e proclama un qualche
magistero. E il giardino con i suoi fiori, con i suoi frutti e con le
sue acque rigogliose dice l’esuberanza dei doni divini. In questo
deserto, l’uomo, con la sua consapevole lungimiranza, è come un
sovrano e in questo giardino, con la sua intelligente maestria, è
come il servitore della creazione. Aridità e quasi non-vita,
disorientamento nel mare di sabbia, richiamo al tutto e al nulla, il
deserto macina la superficialità dell’ammirazione per renderla
profonda e fari a diventare quasi visibilità dell’Invisibile.
Incanto di colori, sollecitazione di sapori, incentivo di desideri,
il giardino invece dilata lo sguardo dell’ammirazione e ne
presagisce l’ulteriore inesauribilità. Le cose sono tanto belle!
Così esclama anche il salmista sapendo quanto facile sia passare
dall’ammirazione all’idolatria.
Forse Dio, dopo aver
soffiato il suo Spirito sull’uomo facendolo così “un essere
vivente” (Gen 2,7), è andato anche in estasi davanti al capolavoro
delle sue mani? Di fronte all’armonia delle sue funzioni? Alla
proporzione delle sue parti? All’espressività del suo sguardo?
Alla capacità delle sue scelte? Lo dice in qualche modo il salmo 8:
“Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle
che tu hai fissate, che cos’è l’uomo perché te ne ricordi e il
figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure lo hai fatto poco meno
degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato
potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi
piedi” (vv. 4-7). L’estasi di Dio sulla creazione non è finita
nei giorni della Genesi. Tutte le pagine della Scrittura recano i
segni dell’ammirazione di Dio per “i figli degli uomini”, da
Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, David, sino al suo diletto Figlio,
quando Dio potrà in lui fissare il suo sguardo di compiacimento e
dire le parole del suo alto beneplacito nella splendida gloria della
trasfigurazione. Storia dell’ammirazione di Dio che va da Adam e
dalla creazione di tutto fino a quell’apice dell’ammirazione
divina in cui Dio si rispecchia, rappresentato dal nuovo Adam, che è
Gesù, il Cristo, sul monte di gloria.
Che l’uomo ammiri se
stesso è un fatto evidente e assodato. Che l’uomo ammiri la sua
donna come “carne della sua carne” e canti questa scoperta come
un approdo gioioso del suo corpo e del suo cuore è affermato dalla
Genesi: “Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle
mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”
(Gen 2,23). La Scrittura si sofferma a sottolineare ammirata la
bellezza; quella di David: “Era fulvo con begli occhi” (1Sam
16,12); quella della sposa del Cantico: “Gli occhi tuoi sono
colombe” (Ct 4,1). E avverte: “L’occhio desidera grazia e
bellezza” (Sir 40,22), “Non si sazia [mai] di guardare” (Qo
1,8), e occorre una disciplina degli occhi perché passa di lì la
concupiscenza del mondo (cf. 1Gv 2,16). Che anche l’ammirazione di
sé sia un dato importante viene affermato dalle moderne scienze
psicologiche quando parlano del valore che ha l’autostima nella
crescita equilibrata della persona (equilibrio sempre difficile
poiché, com’è facile la depressione in calo di autostima, tanto è
facile che questa in surplus, anche episodico, diventi egocentrismo).
L’ammirazione ha qualcosa a che fare anche con la curiosità. È
normale che l’uomo sia così. E, in questo senso, la curiosità può
essere il momento introduttivo alla conoscenza delle cose e poi
all’ammirazione di esse. Ma se essa viene insistita, a lungo può
diventare un abito che porta alla “defigurazione”
dell’ammirazione (salvo che essa, la curiosità, non diventi un
dato della ricerca intellettuale e dunque strumento pregiato del
lavoro indagatorio).
Lo Spirito santo, così
indicato come soffio, vento, respiro, sembrerebbe incentivare i
nostri poteri di ammirazione anche con le immagini così sfumate,
così tenui, così imprendibili. Anche gli inni con i quali la
tradizione liturgica della chiesa prega lo Spirito santo sembrano
avvolgere di allusioni poetiche la persona e l’opera dello Spirito,
come quando propone l’immagine così indeterminata della nube. Al
Sinai, esso è avvertito e rappresentato come nube oscura e luminosa,
mentre invade la dimora e la tenda del convegno (cf. Es 40,34) e
abita, infine, con la sua gloria il tempio che è in Gerusalemme: “La
gloria del Signore si alzò sopra il cherubino verso la soglia del
tempio e il tempio fu riempito dalla nube e il cortile fu pieno dello
splendore della gloria del Signore” (Ez 10,4). Così al Sinai, nel
deserto, e poi a Gerusalemme, nel segno del tempio, lo Spirito
“visita le menti” dei suoi, li dispone a “vedere” la gloria
della sua misteriosa presenza, opera la raccolta del suo popolo e lo
dispone all’adorazione dell’Unico.
Ancora altre immagini
sollecitano la nostra capacità di ammirazione, quando lo Spirito
viene indicato come una forza, come un fuoco, come un’energia
moltiplicativa delle umane possibilità, come avviene per Sansone
(cf. Gdc 13,25) quando “lo Spirito del Signore lo investì” (Gdc
14,19) per le sue battaglie, “creando in lui un cuore nuovo e uno
spirito nuovo”. Cosi il gesto dell’unzione che è per David. Lo
Spirito è come olio profumato versato da Samuele sul suo capo, che
scende su di lui e sulle sue vesti per avvolgerlo come creatura
nuova, come una nuova divisa spirituale: spiritalis unctio.
Allora lo Spirito del Signore si posa su di lui (cf. ISam 16,13) e
crea in lui una nuova regalità, non come quella egocentrica e gelosa
di Saul, ma abbandonata al vero re, il Signore. Ma la
rappresentazione più ammirabile dello Spirito può essere quella
della “brezza di un vento leggero” che segnala al profeta Elia
sull’Oreb la presenza del Signore (cf. 1Re 19,1-18). Anche Gesù,
quando vuole evocare la libertà di Dio e l’imprevedibilità delle
sue operazioni, parla del vento: “Il vento soffia dove vuole e ne
senti la voce, ma non sai da dove venga né dove vada, cosi è di
chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8). Immagini che affinano le
nostre capacità di ammirazione e le ordinano alla meta di una vita
contemplativa più purificata.
Dopo aver immaginato
l’estasi di Dio davanti alla bellezza della propria creazione,
possiamo anche parlare di una kénosis dello Spirito santo come più
autorevolmente parliamo della kénosis del Figlio? L’amore di Dio
non è stato versato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito (cf. Rm
5,5)? Non riempie lui l’universo dando cosi voce a tutte le cose
(cf. Sap 1,7)? Non abita nel nostro corpo come in un tempio (cf. 1Cor
6,19)? Questa effusione versata sulla creazione e sulle creature, non
sarà anche un abbassamento? Su questa linea “kenotica” si può
immaginare anche la narrazione dell’annuncio a Maria (cf, Lc 1,26
ss.), dove c’è un inviato da Dio e c’è questa presenza che
entra da lei. C’è una discesa dello Spirito santo su di lei.
Dunque, una kénosis nel tempo e nello spazio da parte della
trascendente “potenza dell’Altissimo”. E questa potenza
generatrice ha nome Spirito santo nella forma di un’ombra, com’è
la nube luminosa e oscura della gloria di Dio e com’è la fede per
i credenti in lui.
E questa è l’ultima
meraviglia: quella del figlio di Dio nato nel grembo santo di Maria.
Suscitano la nostra ammirazione la bellezza e la forza delle cose
create. Fascino degli occhi e innamoramenti del cuore, la finezza e
il vigore di certi lineamenti umani. Curiosità e interesse il
patrimonio di culture che i secoli hanno addensato nella storia di
tutti i popoli. Venerazione e apprendimento nei gesti di Dio a favore
della salvezza del suo popolo, meraviglia grande per quanto Dio
rivela di sé nell’inesauribilità del suo amore. Com’è nel
mistero della sua incarnazione.
Il monaco, che è poi un
laico cristiano, non può che essere, dall’avamposto in cui lo ha
collocato la sua vocazione monastica e in questa prospettiva di una
kénosis dello Spirito santo, un uomo dell’ammirazione. Si dovrebbe
dire: dell’ammirazione di tutto. Ma è utile esemplificare almeno
su tre titoli. In primo luogo l’ammirazione non può non andare
alle cose che costituiscono il contesto della vita: il paesaggio in
cui si è collocati dall’impegno della stabilità monastica, luogo
amato e custodito nel cuore, dimora del primo giorno e dell’ultimo.
Ammirazione non solo delle cose che sono come la cornice del nostro
vivere, ma anche per quelle che ci rappresentano la concretezza
dell’uso o la poesia dell’abbellimento. Gusto del dettaglio.
Bellezza del minimo. Accettazione del parziale. Sono aspetti non
disdicevoli della nostra capacità di ammirazione. Piene di Dio,
tutte le cose ci rivelano lui, l’Unico ammirabile. Poi,
l’ammirazione dovrebbe andare a quanto narra la fedeltà: quella
degli sposi di altri tempi e anche quella ben più faticosa degli
sposi di oggi. La fedeltà delle amicizie. La fedeltà alle proprie
origini e alla propria storia. La fedeltà a se stessi pur nei
passaggi di una ricerca appassionata. La fedeltà alla regola di vita
e alle formulate promesse. La fedeltà alla propria infanzia.
Ammirazione per quanti sono cosi ammiratori della fedeltà di Dio
nella sua opera di salvezza. E, infine, ci sono i santi. Essi
“mostrano la santità di Dio davanti ai nostri occhi” (Ez 38,16).
Ci garantiscono la paziente operatività di Dio in noi. Guardando in
volto ai santi siamo come portati al di là dei nostri smarrimenti,
dei nostri dubbi, delle nostre prove, resi certi che lo Spirito
lavora per fare di tutti gli uomini, più o meno sfigurati dal
peccato, dei “somigliantissimi” a Dio.
Uomini dell’ammirazione,
cresciuti con questo accompagnamento che ci educa all’ottimismo,
possiamo irradiare serenità su quanti ci accostano anche a costo di
qualche negligenza nell’esercizio del nostro pur necessario spirito
critico (ma anche in un’operazione di critica, nell’atto di un
utile e illuminato discernimento, non può mancare una sorta di
ammirazione!). Poiché l’ammirazione non è un esclamativo
episodico e solitario nel gran fluire del banale. E uno stile che
costruisce in noi la vita contemplativa e la coltiva e matura lungo
tutto il corso della vita.
Il corso della vita!
Mentre le forze vitali diminuiscono, o la sofferenza fisica ci
sottrae a una disposizione amabile verso quanto è fuori di noi per
concentrare tutta l’attenzione su quanto ci “rovina”, forse la
nostra capacità di ammirazione registra il culmine delle sue prove.
Come convertire questa perdita in guadagno, se non ripercorrendo con
ammirazione i giorni della nostra vita e leggendo in essi ciò che
Dio ha scritto con noi o nonostante noi? Oppure, la nostra forza di
ammirazione si converte in una sorta di invidia benevola (e di aiuto
spirituale) verso quanti, a differenza di noi, hanno meno anni e più
energia e a propria disposizione tutte quelle potenzialità reali che
ora noi possediamo solo con il desiderio. O più semplicemente questa
forza di ammirazione, fattasi più intensa con l’incedere degli
anni, ha preso cosi possesso della nostra vita contemplativa da
trasferirsi, sia pure in enigmate, in visione delle cose celesti con
una tale luce da trasfigurare anche le diminuzioni inevitabili e la
stessa morte. Tanto da chiamare, per Francesco, la morte con il dolce
nome di sorella.
CERCARE ED ESSERE CERCATI
L’incipit di questa
lectio divina è una preghiera. E con essa inizia una riflessione che
ben si addice al tempo della storia, che è sempre tempo di avvento,
tempo dell’attesa, dell’invocazione, del desiderio che Dio si
manifesti, che “faccia su di noi brillare la luce del suo volto”
(Nm 6,25) nella contemplazione del volto del Figlio, “irradiazione
della sua gloria” (Eb 1,3).
Molti salmi riprendono
questo tema del volto, un tema che Mosè ha inaugurato quando,
“parlando con Dio faccia a faccia, come un uomo parla con un altro
[uomo]” (Es 33,II), chiede, al di là di questo dialogo colmo
dell’intimità con il suo Signore: “Mostrami la tua gloria!”
(Es 33,18), e si sente rispondere: “Farò passare davanti a te
tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a
te ... Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può
vedermi e restare vivo” (Es 33,19-20).
Tuttavia, in quella stessa
pagina, dentro quella stessa rivelazione, Dio fa un posto per chi
desidera vedere il suo volto: “Tu starai sopra la rupe: quando
passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti
coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e
vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere” (Es
33,21-23). Resta il desiderio di vedere il volto di Dio, ma come lui
veramente è, non è stato ancora rivelato (cf. 1Gv 3,2) né per Mosè
né per i suoi discepoli e nemmeno per i cristiani, i quali tuttavia
sono figli di Dio e tali possono proclamarsi in tutta verità.
Desiderare il volto di Dio
più semplicemente vuol dire desiderare Dio (un desiderio nobile che
ha percorso la storia di tutte le religioni e la vita dei grandi e
dei piccoli mistici, dove tuttavia si può riscontrare qualcosa di
indebito oltre che di impossibile: una sorta di pretesa di
appropriazione cui Dio per sua natura sfugge sempre). Anche Dio ha un
mistero da proteggere: ciò che lui è in se stesso e il volto che
esprime questa sua trascendente, imprendibile, ineffabile identità.
A Mosè e all’uomo può bastare “tutto il suo splendore”:
quella gloria visibile di cui “sono pieni i cieli e la terra”.
Nonostante il rifiuto di
Dio a mostrare il suo volto, nonostante la mano con cui il Signore
copre il proprio passaggio, obbedendo all’unica possibilità
offerta di “vederlo di spalle” - che è la via del seguirlo -
l’orante di Israele ha continuato a pregarlo così: “Risplenda su
di noi, Signore, la luce del tuo volto” (Sal 4,7), e così a
invocarlo sulla stessa Gerusalemme: “Fa’ splendere il tuo volto
sopra il tuo santuario” (Dn 9,17).
E il motivo di questa
insistenza terminologica è chiaro: il volto è il fascino di una
persona in tutta la gamma della bellezza possibile, anche in chi è
senza bellezza. Il volto è la spia dell’anima, dunque, non solo
un’”anagrafe” personale con i tratti distintivi e
riconoscibili, ma anche una “biografia” messa davanti agli occhi
di tutti: una biografia esteriore, talvolta vera, talvolta falsata,
in cui può trovarsi tutta la felicità o tutto il dolore di una
vita. E dove può affiorare, consapevolmente o meno, anche qualche
traccia della biografia interiore.
Non stupisce che l’orante
di Israele si rivolga a Dio e, anzi, esorti i fedeli a “ricercare
sempre il suo volto” (Sal 105.4) e con certezza indichi il destino
ultimo di sé e di ogni uomo: “Contemplerò il volto di Dio” (Sal
17,15), soprattutto quale ricompensa di un agire retto: “Gli uomini
retti vedranno il suo volto” (Sal 11, 7).
Tuttavia, si dà il caso
che Dio nasconda il suo volto. Non solo a motivo della sua
trascendenza, ma anche a motivo dell’infedeltà dell’uomo, quando
l’uomo in qualche modo si sottrae alla presenza del Signore e si
colloca lontano dal suo volto. Fin dalle prime pagine del libro della
Genesi, tipico dei comportamenti umani, i progenitori si nascondono:
“Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla
brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore
Dio, in mezzo agli alberi del giardino” (Gen 3,8).
Al di là delle
distrazioni parziali che ci possono affliggere nella quotidianità
del nostro vivere, l’esperienza della sottrazione di sé allo
sguardo di Dio all’atto di un fatto deplorevole per la coscienza
umana - fatto sempre possibile - può avvenire nella forma di una
fuga pericolosa, quasi definitiva, se non soccorrono la grazia di Dio
e la memoria dei suoi giorni in noi. Grazia e memoria che sono come
l’incalzare di Dio: “[Adam], dove sei?” (Gen 3,9). Grazia e
memoria che sono come un dolore, quello che fa esclamare il levita
esiliato del salmo 42: “Quando verrò e vedrò il volto di Dio?”
(v. 3). Per lui il volto di Dio è la gloria del culto che si celebra
in Gerusalemme, negli splendidi cortei verso la casa di Dio, tra voci
di gioia e di lode e clamore festoso (cf. Sal 42,5).
Poiché esiste anche
questa realtà: quella dell’esilio storicamente esperimentato da
Israele nella persecuzione egiziana e nella deportazione babilonese
(e poi nella diaspora mediterranea, di cui si fa eco il salmo 44: “Ci
hai dispersi in mezzo alle nazioni” [v. 12]). Ed esiste pure la
realtà di un sentimento d’esilio quando sembra che Dio non parli
più; quando sembra che Dio abbia voltato le spalle al suo popolo;
quando sembra che Dio non esista... e il cuore sospira e, impaziente,
osa porre domande a Dio: “Fino a quando mi nasconderai il tuo
volto?” (Sal 13,2). E anche, curioso, osa chiedere: “Perché,
Signore, mi nascondi il tuo volto?” (Sal 88,15).
Sono domande sofferte - il
salmo qui non è solo poesia ma grido di una vita esiliata - che
vengono dal ricordo doloroso di un peccato e delle sue conseguenze:
“In me l’anima mia si abbatte dalla terra del Giordano e
dell’Ermon, dal monte Misar. Vortice a vortice grida con la voce
dei suoi gorghi: tutte le tue onde e i tuoi flutti sono passati sopra
di me” (Sal 42,7-8), nonché dal ricordo di un pentimento esibito a
gran voce: “Le lacrime sono il mio pane di giorno e di notte mentre
dicono a me tutto il giorno: ‘Dov’è il tuo Dio?’” (Sal
42,4).
L’esiliato sa bene il
perché dell’esilio (il “quando finirà” non lo può sapere).
Lo ha imparato dal profeta Isaia: “I vostri peccati gli hanno fatto
nascondere il suo volto” (Is 59,2). E conosce anche che cosa
significhi per la propria felicità di vita sapere che Dio gli ha
nascosto il volto: “Quando hai nascosto il tuo volto, sono stato
turbato” (Sal 30,8); e: “Se nascondi il tuo volto vengo meno”
(Sal 104,29).
Tuttavia sa anche che,
come Dio nel giardino di Eden non ha abbandonato i trasgressori ma ha
dato loro un perizoma che coprisse la loro nudità corporea e
spirituale (cf. Gen 3,21), così per i loro discendenti Dio preparerà
una nuova patria per quanti “sono andati piangendo e ora ritornano
con gioia”, quasi increduli: “Quando il Signore ricondusse i
prigionieri di Sion ci sembrava di sognare” (Sal 126,r); e tornerà
a mostrare il suo volto fedele e benigno.
C’è una domanda che fa
male e ferisce l’esiliato, forse più del dolore della sua
lontananza: quella di chi si beffa di lui e, più ancora, sembra
beffarsi di Dio; di fronte alla tribolazione evidente dell’uomo
esiliato, gli oppressori ripetono la domanda che non è mai cessata
nella storia della fedeltà israelitica e di quella cristiana: “Dov’è
il tuo Dio?” (Sal 42,4.11). Domanda che può sembrare imbarazzante
perché è priva di risposta e perché è vera. Dio lì non c’è.
Dio lì non si vede. Dio lì non soccorre. Dov’è il tuo Dio? È
una domanda che ha suoni cupi se formulata nelle anticamere delle
camere a gas: “Dov’è il tuo Dio?”. E una domanda che ha echi
severi se formulata a chi resta fedele nonostante la persecuzione,
l’oppressione, la minaccia di morte: “Dov’è il tuo Dio?”. E
anche quando trionfa l’insignificanza, la banalità, l’ostentazione
della ricchezza e la mancanza di risorse spirituali, ci si può
chiedere - se altri non lo chiedono -: “Dov’è il nostro Dio?”.
Non è cosi facile che
avvenga, ma tale domanda può risvegliare alle radici una fede sopita
e dimentica. “Dirò al Signore”: c’è già molta forza in
questa risoluzione. Volgere il volto verso Dio nella preghiera è un
passo di grande significato spirituale; Dio è già dentro il cuore e
lo agita e lo volge e gli ispira i sentimenti e le parole: “Dirò
al Signore: ‘Perché mi hai scordato? Perchè me ne andrò cosi
triste schiacciato dal nemico?’. I miei oppressori mi insultano, mi
spezzano le ossa, mentre dicono a me tutto il giorno: ‘Dov’è il
tuo Dio?’” (Sal 42,10-11). Ancora domande come una cascata
dell’Ermon rivolte a Dio; ma ora anche a se stesso: “Perché ti
abbatti, anima mia, perché ti agiti in me?”. E la risposta che
viene dalle profondità della fede: “Spera in Dio: ancora lo
esalterò, mia salvezza e mio Dio” (Sal 42,12).
Adesso rinasce la speranza
e con la speranza un anelito più purificato: “Come una cerva anela
ai corsi delle acque, cosi la mia anima anela a te, o Dio. La mia
anima ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il
volto di Dio?” (Sal 42,r-2). E anche la domanda luminosa come il
giorno: “Di giorno il Signore conceda il suo amore” (Sal 42,9). E
anche la lode che sia come un canto con lui: “Di notte il suo canto
con me preghi il Dio della mia vita” (ibid.).
E questo, è “la lode
nel paese del mio esilio” (Tb r 3,7). E la lode di tutti noi, che
non abbiamo qui una città permanente e che cerchiamo la futura. E
che, tuttavia, non trascuriamo i nostri doveri di uomini collocati
tra molti fratelli bisognosi anche del nostro amore.
Nel “paese
del mio esilio”, tuttavia, risuona una promessa. Come fu all’inizio
con i nostri pro genitori, cosi Dio ci cerca nei nostri interessati
nascondigli; fra il fogliame di un giardino che rischia ogni giorno
di diventare foresta, ci dà un anticipo di dignità con il dono di
qualcosa che vesta le nostre nudità spirituali e l’accompagna con
la promessa della donna vittoriosa sullo spirito del male: “Porrò
inimicizia tra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gen
3,15).
Questa ricerca
intelligente, amorosa e concreta di Dio dentro la nostra storia
comune (e dentro la nostra personale, piccola storia) si chiama
vocazione: è una ricerca non generica, non vaga, non episodica. Dio
chiama per nome (e poi, magari, dà un nome nuovo). Dio chiama dentro
un disegno che resta misterioso e, dentro questo disegno, Dio chiama
per un compito: obbedendogli, la “linea di Dio” si renderà
manifesta.
Dio cerca Abramo nella
terra di Ur: ed è in lui che Dio cerca la nuova umanità secondo il
suo cuore. E dopo di lui, e in grazia della fede abramitica, Dio
continuerà il suo favore ai patriarchi. E quando, nella sua lunga
storia, Israele si mostrerà infedele, Dio “resterà fedele, perché
non può venir meno a se stesso” (2Tm 2,13). Allora cercherà i
suoi con la voce dei profeti. Una voce talvolta severa, come quella
di Isaia: “La testa è tutta malata, tutto il cuore langue. Dalla
pianta dei piedi alla testa non c’è in esso una parte illesa, ma
ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state ripulite, né
fasciate... È rimasta sola la figlia di Sion, come una capanna in
una vigna, come un casotto in un campo di cocomeri, come una città
assediata...” (Is 1,5-8). Ma Isaia è anche suggeritore di
speranza: “Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore
sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; a esso
affluiranno tutte le genti” (Is 2,2). Legge la storia della ricerca
premurosa da parte di Dio e la canta come “un cantico d’amore per
la sua vigna” (Is 5,1) e grida la consolazione di Dio con il
vaticinio dell’Emmanuele: “Pertanto il Signore stesso vi darà un
segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che
chiamerà Emmanuele” (Is 7,14); “Un germoglio spunterà dal
tronco di lesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui
si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di
intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di
conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,1-2). Annuncia sventure
e devastazioni, ma anche il banchetto divino; ripete i “guai!”
del giudizio ultimo ma anche il perdono di Dio: “Eppure il Signore
aspetta di farvi grazia, per questo sorge per avere pietà di voi,
perché un Dio giusto è il Signore; beati coloro che sperano in
lui!” (Is 30,18).
E questa voce profetica
durissima e tenerissima si leva con il profeta Osea, sfogo di una
persona tradita: “Non siete mio popolo”. Chiamala Izreel, città
dell’assassinio e del sangue; chiamala “non-amata”, città
fatta di non-amore; chiamala “non-mio-popolo”, città fatta di
abbandono. E, tuttavia:
Ecco,
l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo
cuore... Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come
quando uscì dal paese di Egitto... Ti farò mia sposa per sempre, ti
farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e
nell’amore. Ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il
Signore (Os 2,16-22).
Dio ci cerca: “Il mio
diletto bussa: ‘Aprimi’” (Ct 5,2). È detto all’umanità. È
detto alla chiesa nei giorni delle sue afflizioni. Nelle stagioni del
suo, esilio. Nei tempi scarsi della sua vera felicità. E detto a me:
aprimi! Sembra quasi che il suo bisogno di amore sia superiore al
mio. Dalla terra del mio esilio, dal nascondiglio in cui mi hanno
come confinato le mie insufficienze, sembra quasi impossibile che Dio
venga a cercarmi. E tuttavia questo è il compito di Dio, come mi
viene incontro nel mistero della sua incarnazione - cioè del suo
amore fatto carne d’uomo -: “Il Figlio dell’uomo è venuto a
cercare ciò che era perduto” (Lc 19,10). Non è questo il senso di
ogni giorno natalizio in noi? E il suo battere alla porta per venire”
a cenare lui con me e io con lui” (Ap 3,20), non è questo il clima
dell’intimità festosa di ogni giorno natalizio in noi?
LO SPAZIO DI GLORIA
Colpisce la nostra
immaginazione la pagina delle prescrizioni date da Dio a Mosè per la
costruzione del santuario:
Essi
mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro... Faranno
un’arca di acacia... Nell’arca collocherai la testimonianza che
io ti darò... Farai due cherubini d’oro... Io ti darò convegno in
quel luogo: parlerò con te da sopra il propiziatorio, in mezzo ai
due cherubini che saranno sull’arca della testimonianza, ti darò i
miei ordini riguardo ai figli di Israele ... Farai una tavola di
legno di acacia... Sulla tavola collocherai i pani dell’offerta:
saranno sempre alla mia presenza (Es 25,10-30).
Colpisce questa volontà
divina di circoscriversi, di uscire da un cosmo alto, infinito,
inconoscibile, per farsi numero e misura, materia e qualità.
Colpisce la minuzia delle descrizioni e la precisione del dettato. Ma
ancor più risulta sorprendente lo spazio che Dio sceglie per sé,
dove far abitare la sua gloria, e da lì dire la misericordia di una
prossimità non prevedibile: il “luogo breve” che sta fra i due
cherubini oranti, un vuoto, una vacuità, un assenza.
L’istinto teologico dei
padri fondatori del monachesimo non ha sbagliato ponendo al centro
della topografia monastica la chiesa abbaziale e dentro la chiesa, al
centro di essa, l’altare. Non ha sbagliato volendolo come protetto
da un’abside, quasi come entro un guscio di protezione, semplice e
armonioso, per una perla di grande valore. Generalmente lo ha
inserito fra due transetti, luogo sacrificale, costretto ai due lati,
quasi a disegnare la croce di salvezza. Inoltre, gli ha effuso luce
dall’alto e gli ha dato il respiro di un grande spazio dove
convogliare voce e silenzio, gemito e lode dell’intera navata. È
lì accostato all’altare, quasi banchetto di nozze, il coro
monastico, luogo dell’attesa nuziale.
Quando la chiesa abbaziale
è vuota e sembra solo conservare e trasmettere l’eco di tutte le
preghiere e di tutti i silenzi che i secoli vi hanno convogliato,
questo senso della presenza di Dio nel vuoto è ben percepibile,
solenne e vero. Un vuoto che attende di essere riempito dalla gloria
di Dio.
Non tutte le chiese aprono
il cuore a questa sensazione. Non tutti gli altari sono così saldi
ed eloquenti nella propria nudità. La risposta umana nella fede
talvolta ha creduto di dire la lode di gloria nella moltiplicazione
del decoro, nella grandiosità delle forme e nella preziosità di
tutto. L’aumento pareva essere la misura più degna della grandezza
di Dio. Talvolta, essa ha creduto invece di dire la lode di gloria
nella diminuzione, vedendovi un cammino più prossimo al mistero, una
proporzione più vera della nostra relazione di piccoli davanti a
Dio, e anche una confessione di impotenza a raggiungerlo degnamente
con i nostri mai adeguati disegni. In genere, le strutture monastiche
obbediscono a questa seconda visione, dando espressione piuttosto
agli spazi vuoti della presenza del Signore, com’è detto a
proposito dell’arca dell’esodo e come si potrebbe dire a
proposito dello spazio vuoto del sepolcro, cioè di quell’arca dove
per tre giorni ha riposato il Figlio dell’uomo prima di aprire il
cammino di un nuovo esodo: quello dei con-redenti e dei con-risorti
in Cristo.
Sulla nudità di
quell’altare viene celebrata la lode di gloria, quella dossologia
che chiamiamo eucaristia. Per il monaco essa è tutto ciò che la
chiesa dice a suo riguardo: banchetto e sacrificio, memoriale della
beata passione, della morte e della resurrezione del Signore,
sacramento della reale presenza di Gesù, visibilità dell’invisibile
liturgia che si svolge attorno all’altare del cielo. Ma per il
monaco, l’eucaristia è anche il “sacramento del futuro”, un
segno efficace di ciò che dovranno essere lui, la chiesa e il mondo:
qualcosa che non c’è ancora, che deve avvenire, che deve prendere
forma da ciò che è già dato e posto, ma che non si vede ancora.
Poiché l’eucaristia si
esprime come una metamorfosi, il monaco sa che anche per lui, per la
chiesa e per il mondo deve avvenire una trasformazione. Poiché
l’eucaristia si esprime come sorprendente novità, il monaco sa che
anche per lui, per la chiesa e per il mondo deve avvenire un
cambiamento, una spoliazione di ciò che è caduco, di ciò che non è
più significativo. L’eucaristia termina la sua celebrazione nel
cuore dei fedeli; lì deve portare il suo frutto, che è quello dello
Spirito: “Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà,
fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Essa è anche
l’estrema espressione dell’umiliazione di Dio in Gesù, “il
quale pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso” (Fil 2,6-7),
“annientò se stesso”, come qualcuno traduce, assumendo la forma
di un niente. Non sarà questa la modalità “kenotica” cui sono
chiamati anche i discepoli dell’Obbediente? Non sarà lo spazio
vuoto delle nostre-vite il luogo dove Dio proclama la sua gloria?
Sulla nudità di
quell’altare siamo chiamati a deporre con verità ciò che si
oppone a quel vuoto della nostra vita: la massa degli accomodamenti
che ci rendono paghi di ciò che siamo o le ossessioni per ciò che
non siamo. Offerto sull’altare con il pane e con il vino, posto
sotto l’azione epicletica dello Spirito santo, fatto capace di
entrare in comunione con il suo Signore, il monaco può divenire in
Cristo, come tutti i fedeli, un’’’oblazione santa” e così
annunciare il futuro del mondo secondo Dio, e dire con la propria
castità, questo luogo poco frequentato da una società che sembra
angosciata dal sesso, un vuoto dove emerga la trasparenza di una vita
senza dissidi interiori, senza scissioni o commistioni di genere,
senza appesantimenti di precarie identità. La sua povertà, questo
luogo quasi interamente disertato dalla cultura in cui siamo immersi,
dirà al mondo il vuoto fecondo della libertà del cuore e della
disponibilità alla condivisione di tutto. E l’obbedienza, questo
luogo tanto preso in sospetto, vuoto esaltante della generosità
dello spirito, dirà in termini non equivoci l’universale
interdipendenza e la fruttuosa solidarietà.
La vita monastica in se
stessa, così com’è stata costruita dalla saggezza di Dio e dei
padri che la vissero, mostra i tre aspetti che aprono questo vuoto e
offrono uno spazio per Dio. Così dice un grande maestro spirituale
agli abati benedettini nel corso di un loro congresso:
Voi non fate nulla in
particolare. Coltivate ma non siete agricoltori. Insegnate, ma non
siete docenti. Potete anche gestire ospedali o missioni, ma non siete
principalmente medici o missionari. Siete monaci, che seguono la
regola di Benedetto. Non fate nulla in particolare. I monaci sono di
solito persone molto indaffarate, ma gli affari che vi occupano non
costituiscono lo scopo delle vostre vite. Il cardinale Hume ebbe a
scrivere una volta: “Noi non ci consideriamo dotati di una
particolare missione o funzione nella chiesa. Non ci proponiamo di
cambiare il corso della storia. Ci siamo semplicemente, quasi per
caso, da un punto di vista umano”. È questa assenza di uno scopo
esplicito a svelare Dio quale scopo segreto, nascosto, delle vostre
vite. Dio è svelato come invisibile centro della nostra vita, quando
non cerchiamo di dare altra giustificazione per chi noi siamo. Il
nucleo della vita cristiana è semplicemente essere con Dio. Gesù
dice ai discepoli: “Rimanete nel mio amore” (Gv 15,10). I monaci
sono chiamati a rimanere nel suo amore ... La vostra vita non porta
da nessuna parte. Come per ogni membro di un ordine religioso, le
vostre vite non assumono forma e significato ascendendo una scala di
successive promozioni... Per la maggioranza delle persone della
nostra società, una vita senza promozioni non ha senso, poiché
vivere è essere in competizione per il successo... E casi le nostre
vite rappresentano un enigma, un punto interrogativo... Infine,
arriviamo a quello che vi è di più fondamentale nella vita
monastica, la cosa più b,ella e la più difficile a descriversi:
l’umiltà. E quanto risulta meno immediatamente visibile, eppure
costituisce la base di tutto... E l’umiltà a creare uno spazio
vuoto per Dio, in cui egli può dimorare e in cui si può vedere la
sua gloria. E l’umiltà, in definitiva, a rendere le nostre
comunità il trono di Dio (Dalla conferenza tenuta da Timothy
Radcliffe, ex maestro generale dei domenicani, al Congresso degli
abati il 6 settembre 2000, in T. Radcliffe, Testimoni del vangelo,
Qiqajon, Bose 2004, pp. 240 ss.).
Sacramentum futuri: per il
monaco sarà la trasfigurazione della propria vita nell’amore di
Cristo. Lui sarà il “trono di gloria”. Per la chiesa sarà
sempre più l’assimilazione dei propri gesti agli stili operativi
del suo Maestro. Essa apparirà così: il trono di gloria del suo
Signore. Per il mondo sarà l’acquisizione lenta e inesausta delle
virtù che hanno guarito gli uomini e le donne sulla strada di
Galilea: il trono di gloria dell’integrità ritrovata, della
bellezza ridonata, della santità rivissuta.
L’APPARTENENZA
Sta crescendo fra noi un
interessante e pericoloso fenomeno: la presa di coscienza
dell’appartenere. Interessante perché l’appartenenza, come si
sa, è qualificante: può indicare la cultura, la religione, la
classe, la cittadinanza. Può essere pericolosa per il solo fatto che
è delimitante e questa delimitazione può rinchiudere dentro i
fanatismi dell’ego collettivo o aprirsi a esaltazioni lesive
dell’altro o del tutto. Poi l’appartenenza tende a una visibilità
normalmente orgogliosa e produttiva di altre visibilità non meno
orgogliose.
Su questo tema è aperto
un dibattito. Il discorso va sulla qualità dell’appartenere. Le
appartenenze “forti” sembrano generare integralismi culturali e
religiosi assai problematici; le appartenenze “morbide” sono
criticate proprio perché morbide, cioè incolori e quasi
insignificanti, come sarebbe il credere senza appartenere; le
appartenenze “dormienti”, come potrebbero essere denominate
quelle che si fregi ano di un appartenere senza credere. Questo
dibattito è interessante per le valenze sia culturali che religiose
che investe e può essere enunciato come già più sopra: appartenere
senza credere e credere senza appartenere. Questo enunciato non
riguarda solo posizioni concettuali utili alle discussioni
accademiche di chi ha il tempo o il mestiere per farlo. Sono invece
due categorie corpose, ben visibili e operative nel campo della
nostra vita politica e sociale.
Appartenere senza credere
rappresenta per molti un’occasione, magari politicamente utile, di
riscoperta della propria anagrafe religiosa e della pochezza di una
fede e, ancor meno, di una pratica religiosa sia per quanto riguarda
le manifestazioni pubbliche, ~ia per quanto riguarda la moralità
personale. E una confessione di verità e anche un alibi per una
riconosciuta incoerenza. Dire che si appartiene a un fatto religioso
senza appartenere alla realtà spirituale e teologica che lo fonda,
significa defraudare se stessi e anche svigorire quel fatto e
togliere sostanza a quell’identità. Questo fenomeno è
desolatamente consolatorio per quanti leggono con pessimismo la reale
situazione negativa del mondo in tanti ambiti del suo essere e
sperano, magari per questa via, che gli interessati passino
dall’anagrafe all’adesione.
Credere senza appartenere
rappresenta invece un modo relativistico di essere religiosi, segnato
dalla selettività personale, dal gusto di una verità formulata su
misura, e anche da uno slancio genuino e generoso ma che taglia la
totalità del credere in porzioni arbitrarie. Si crede in Dio. Si può
credere anche in Cristo e ammirare pure, entro certi limiti, ciò che
la chiesa ha prodotto nell’ambito dell’arte, della letteratura e
del costume collettivo. Stima storica e adesione veritativa che,
tuttavia, stanno spiritualmente al di qua dell’istituzione che li
custodisce, li trasmette, li annuncia e li propone.
Sarà la cattiva immagine
data dalla chiesa nelle sue vicissitudini storiche? Sarà la
deformazione della sua natura e della sua missione operata e diffusa
dai suoi nemici? Sarà la sua identità evangelica serrata nella
corazza del potere a defraudarla della sua vera fisionomia? Sarà la
radicale esigenza che essa proclama a nome dell’evangelo a
distogliere dalla chiesa gli uomini sazi e pigri di questo tempo?
Forse è così. Tutte le istituzioni sono messe in crisi: sembra che
l’appartenere sia una sottrazione di libertà personale e la
perseveranza in quella appartenenza sia un impoverimento rispetto
alla prendibilità di tutto, una perdita di possibilità. Anche
l’istituzione paterna conosce questa crisi, che non è solo una
crisi di obbedienza, ma è anche purtroppo una crisi di
autorevolezza.
La vita monastica non si
riconosce in nessuna di queste due categorie. Essa crede e
appartiene. L’espressione del suo credere è la professione
monastica in cui il monaco si consegna a Dio per sempre, mettendo la
sua vita nelle mani dell’abate e affidando se stesso alla
misericordia dei fratelli. L’espressione del suo appartenere è il
voto di stabilità, con cui il monaco si lega a quella famiglia in
vita e in morte.
Questa appartenenza è
preziosa. Subito si direbbe che è preziosa per la “compagnia”
che dona in un accompagnamento vitale per il corpo e per lo spirito,
anche se non elimina quella giusta solitudine per cui il monaco è
detto monaco. Poi l’appartenenza è preziosa perché è liberante:
ci si affida e, nello stesso tempo, si è solleciti per gli altri.
Infine, l’appartenenza dàun respiro lungo alla preghiera e alla
vita di fede, collocate queste al culmine di un processo storico il
più delle volte secolare. Il monaco legge sulle pareti del chiostro
o nella sala capitolare le tavole delle successioni abbaziali: vi
trova li gli uomini spirituali che ha conosciuto e quelli lontani di
cui ha avuto notizia dalle carte dell’archivio monastico; si
incontra con i santi e i beati del martirologio cristiano là
segnati, vi indovina la storia serena, la vicenda gloriosa e le
ferite che la politica mondana ha inferto tra lusinghe, minacce e
soppressioni.
Il monaco sa che la sua
preghiera di oggi è come il prodotto ultimo di un canto che è
cominciato in albori misteriosi e la sua vita di fede è alimentata
da certezze nascoste nelle pagine antiche della Scrittura. La sua
conoscenza della storia monastica può percorrere a ritroso i secoli:
vedere le fondazioni e le espansioni, ammirarne la bellezza e la
santità, apprendere quale “genere forte” sia quello dei cenobiti
tanto da descriverne i fasti come quelli di avventurieri dello
Spirito, passare con cuore amico da riforma monastica a riforma
monastica con denominazioni di grande creatività, e pervenire giù
fino ai primi secoli cristiani a riconoscersi in quei padri del
deserto che preferirono vivere la loro appartenenza ecclesiale nella
solare e oscura solitudine dell’eremo o del cenobio ai margini di
una cristianità nascente per volere imperiale.
Il monaco sa che la sua
vita di fede ha radici anche oltre l’esperienza dei padri del
deserto. Esse affondano in quell’esperienza originale che gli Atti
degli apostoli descrivono così sobriamente, quasi a nascondervi un
fallimento: “Tutti coloro che erano diventati credenti stavano
insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e
sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di
ciascuno” (At 2,44-45). E ancora:
La
moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo
e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli
apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli
apostoli rendevano testimonianza della resurrezione del Signore Gesù
e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti fra loro
era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano,
portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano
ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo
il bisogno (At 4,32-35).
L’esperienza monastica
di tutte le denominazioni continua in alveo cristiano quella
comunione dell’età apostolica che era il modo concreto e vivo di
rendere continua e feconda l’opera del Risorto: “Ogni giorno,
tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa
prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e
godendo la simpatia di tutto il popolo” (At 2,46-47).
Il monaco sa che la sua
vita di fede è ancorata a quello “schema apostolico” che dice:
“Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e
nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere”
(At 2,42), e che la fedeltà a esso nel corso dei secoli qualifica
1’appartenenza monastica come l’asse segreto e portante della
vita della chiesa. In genere la vita monastica è fatta, come la
prima comunità cristiana, da uomini semplici, artigiani, contadini,
popolani (qualche studioso) che si uniscono sotto l’autorità di un
abate, lavorano per vivere come tutti gli uomini, pregano sette volte
al giorno secondo un’antichissima consuetudine, conservano l’antico
nella semplicità e nella fatica del presente. Quando la comunità ha
bisogno di un prete, il vescovo del luogo procede all’ordinazione
di un monaco per la celebrazione dei divini misteri: ed è tutto.
Anche topograficamente i monasteri stanno a margine del paesaggio
naturale e della vita storica della chiesa. E quando rientrano nella
città degli uomini, sempre per breve tempo, è per una presenza
invocata. Così il monastero appare anche all’esterno come un silos
cui attingere nei momenti di crisi di fede e, nei momenti buoni, come
la versione radicale e affettuosa dell’immagine della chiesa.
Assidui nell’ascoltare
l’insegnamento degli apostoli, i monaci attingono al mistero di
Cristo, scrutandone la figura e imitandola, ascoltandone la parola e
meditandola, leggendone l’anticipazione profetica e preparandone i
tempi ultimi, quando “Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28).
Assidui nell’unione fraterna, i monaci ricordano con la loro vita
quale sia il progetto di Dio sul mondo, quale la restaurazione
d’unità operata da Cristo, quale la vocazione della chiesa come
sacramento dell’unità del genere umano. E nella comunione
fraterna, essi già annunziano i cieli nuovi e le terre nuove.
Assidui nella frazione del pane, essi proclamano la letizia e la
giustizia della condivisione, attualizzano il gesto del Signore
rinnovando ne ogni giorno la grazia, dicono la condizione sempre
bisognosa dell’uomo di ogni tempo. Assidui nelle preghiere, essi
portano davanti al Signore tutte le dimenticanze dell’agire
frenetico, del godere egoistico, del vivere insignificante. E anche
tutte le fedeltà affinché nella preghiera e nella vita prenda forma
quel popolo che appartiene al Signore (cf. Tt 2,11).
Il cuore del monaco, entro
questa missione silenziosa, è così svuotato di se stesso e della
propria gloria per lasciar posto ai pensieri, agli interessi e infine
alla gloria di Dio. Ha lasciato che esso si riempisse di Spirito
santo, ben consapevole di quanto dice l’Apostolo: “Se qualcuno
non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene” (Rm 8,9). E così
il cuore del monaco è diventato anche vasto, “dilatato corde”
come dice la Regola di Benedetto (Prologo). Dunque, in un certo
senso, il monaco è approdato là dove lo ha spinto la sua vocazione:
“Nulla possedere e tutto possedere”. Come dice ancora Paolo:
“Tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte,
il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e
Cristo è di Dio” (1Cor 3,21-23).
IL SILENZIO
“Quando tutto il popolo
fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava
in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito santo in
apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: ‘Tu
sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto’” (Lc
3,21-22). Il battesimo al Giordano rappresenta il momento
dell’investitura messianica di Gesù. Il Giordano è il fiume delle
acque pasquali, del passaggio del popolo dell’esodo, sono le acque
che conservano l’eco della predicazione profetica di Elia, sono le
acque taumaturgiche che hanno sanato le carni lebbrose di Naaman il
Siro. Acque in cui il Figlio di Dio si immerge, in preghiera. Egli è
colui che viene a liberare Israele per por tarlo verso un nuovo
esodo. Egli è colui che viene a proclamare sul monte delle
beatitudini, come nuovo Mosè, la tavola della legge scritta nei
cuori. Egli è colui che viene a guarire gli indigenti di ogni
latitudine con l’immersione di tutto nei torrenti della divina
misericordia.
“Il cielo si aprì”.
Con questa espressione cosi semplice, quasi banale, viene descritta
la teofania al Giordano. Ed essa dice la risoluzione di Dio:
manifestare il mistero nascosto nei secoli e ora rivelato (cf. Col
1,26). E il mistero è questo: Dio esce dal suo nascondimento
trascendente per comunicarsi all’umanità; comunicazione qui
celebrata in u\la liturgia cosmica cui partecipano cielo e terra. E
come un grande rito di consacrazione: lo Spirito santo scende su Gesù
e lo fa Cristo, cioè l’Unto del Signore. E, come in ogni liturgia,
c’è un celebrante che dice le parole accompagnatorie del gesto
d’unzione. Sono le parole che manifestano il Padre come l’amore
che si dona; sono le parole che manifestano il Figlio come l’amore
donato; sono le parole che manifestano le opere dell’amore dello
Spirito santo che in lui e per mezzo suo dice la missione di Gesù
che è quella regale e profetica del servo.
“Come di colomba”.
Questa allusione a Genesi 1,2 indica bene che siamo come di fronte a
una nuova creazione. E il riferimento alla colomba di Genesi 8,8 che
torna con il segno di vita dopo il diluvio è già un messaggio di un
compito cristiano: la pace. La memoria dell’invocazione amorosa
dello sposo del Cantico dei cantici, come detta da Gesù, lo Sposo,
all’umanità, può ben rappresentare il destino del dono dell’amore
fino al sacrificio della vita.
Il riferimento al
battesimo di Gesù con il popolo, anche lui immerso nelle acque e a
contatto con il limo del fiume, definisce perfettamente colui che
viene a contatto con le iniquità del mondo, a immergersi nella
nostra condizione di deboli, a portare il peccato del mondo. Sicché,
consacrato dalla Parola e dallo Spirito - “le due mani di Dio”,
come dice Ireneo di Lione -, già riconsacra l’universo e lo fa
nuovo per il Padre suo.
Ogni cristiano ritrova in
questa pagina, e in questa realtà, il momento del suo battesimo,
quando ha ricevuto l’acqua e lo Spirito santo. Da allora egli è
abilitato, secondo la misura di grazia che gli è data, a esercitare
una signoria su se stesso e sul suo agire nel mondo degna del sigillo
ricevuto. Crescendo in età, sapienza e grazia, lo stesso cristiano è
abilitato alla profezia, cioè alla confessione del nome cristiano
con la parola del sapere e, più ancora, con la parola sapiente della
vita. Partecipe del sacerdozio di Cristo, egli è abilitato ad
accostarsi “al monte di Sion e alla città del Dio vivente...
All’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei
cieli” (Eb 12,22 - 23), e a rivolgersi a Dio nella preghiera come
un figlio si rivolge con filiale confidenza al Padre.
Il monaco è tutto questo,
come ogni cristiano. Tuttavia, il monaco ha scelto di vivere questa
regalità, questa profezia, questo sacerdozio comune entro il clima
originale, quasi unico del silenzio monastico. Ciò che la gente
percepisce oggi della vita dei monaci è il loro ritiro carico di
storia entro monasteri di grande fascino artistico e religioso, è il
loro canto curato, è la produzione del buon cioccolato, dell’ottimo
miele e del pregevole formaggio. Tuttavia, i più perspicaci
“sentono” la realtà del silenzio (e la cercano); colgono quanto
e come essa avvolga la vita dei monasteri, almeno quelli di antica o
rinnovata tradizione benedettina.
Ma quale silenzio? San
Benedetto nella sua Regola parla della taciturnitas. Essa può essere
pensata come un esercizio di sottrazione delle parole al normale
fluire dell’eloquio, e dunque a una sorta di autodisciplina che
abiliti a relazioni più accettabili, al discernimento del valore
delle parole, alla valutazione dell’opportunità del dire, al
rispetto per chi ascolta, al riposo della mente. Oppure la
taciturnitas assume la forma della prudenza di fronte alle dicerie
degli uomini, ai loro giudizi, alle loro invenzioni. Può avvenire
che la taciturnitas diventi anche la virtù esaltata da Paolo
nell’inno alla carità. Oppure la taciturnitas può avere una
valenza più piena quando è riconosciuta come condizione di una
somma di opportunità profonde, luogo dove nascono le parole vere al
posto dei fantasmi concettuali e dei fronzoli salottieri che
normalmente appesantiscono o adornano i discorsi mondani: quelle
parole vere che vengono dal profondo e sono proferite quasi senza
crederci e che invece trovano quasi da sé felici riscontri.
Taciturnitas dove il materiale del vivere viene come macinato,
spogliato del banale, espresso nella piccola luce del suo valore: e
questa piccola luce è come una profezia che precede e guida l’agire.
Taciturnitas, abito del vivere sobrio, del pensare essenziale, di un
volere libero e attento ai segnali di verità su di noi che vengono
da ovunque e chiedono di essere obbediti, soprattutto quando vengono
da persone sagge, provate, amiche, e ancor più se vengono da coloro
che si trovano nella condizione di essere creduti come venienti da
“colui che tiene le veci di Cristo nel monastero”, l’abate.
Ognuno, attraverso la taciturnitas può essere introdotto nei grandi
silenzi della natura o nei silenzi di ogni vera ricerca, nei silenzi
del dolore, nei silenzi dell’umiliazione e dello smarrimento, nel
silenzio fecondo del nascondimento dei santi, nei silenzi delle
grandi attese o delle grandi germinazioni. Nel silenzio
dell’eucaristia.
Il monaco è un consacrato
alla regalità del silenzio. C’è una pagina dell’evangelista
Giovanni dove viene esaltato questo silenzio regale, ed è il momento
dell’interrogatorio di Gesù da parte di Pilato: “All’udire
queste parole, Pilato ebbe ancora più paura ed entrato di nuovo nel
pretorio disse a Gesù: ‘Di dove sei?’. Ma Gesù non gli diede
risposta. Gli disse allora Pilato: ‘Non mi parli?’” (Gv
19,8-10). L’evangelista Luca, da parte sua, ricorda questo stesso
silenzio di Gesù davanti a Erode: “Vedendo Gesù, Erode si
rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne
sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo
interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla” (Lc
23,8-9). Anche per il discepolo, questa regalità silenziosa resterà
tipica. E non solo nel corso delle persecuzioni per la fede di fronte
ai potenti che vogliono spiegazioni per la propria sicurezza come
Pilato, e i miracoli per il proprio divertimento come Erode. Anche in
tempi più ordinari sarà necessario esercitare questa regalità come
forma degnamente umana della pazienza di fronte alle avversità della
vita, senza parole lamentose o accusatorie contro gli altri e contro
il destino. Silenzio regale che non ha la durezza dell’uomo
superiore. Che non disdegna il sorriso della semplicità. Che è ben
altra cosa che il mutismo freddo e distaccato di chi usa il silenzio
come un muro divisorio.
Il monaco è un consacrato
alla profezia del si1enzio. La vita a Nazaret è tutta intera una
profezia del silenzio, e la persona di Maria esprime questa profezia
in modo perfetto. Essa è tutta in quella annotazione di Luca: “Maria
serbava tutte queste cose nt;l suo cuore e le veniva meditando” (Lc
2,19). E il silenzio fertile della fede e anche dell’amore materno
che si interroga, cerca di capire, compone i segmenti di vita,
insegue con la sollecitudine dell’amore la missione del Figlio. E
anche qui lo insegue con una fiducia tutta materna e tutta femminile,
misurando quanto le è stato detto di lui e quanto sta avvenendo nei
giorni della sua missione: sa che lui “è la salvezza di Dio
preparata davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e
gloria del suo popolo” (Lc 2,30-32). Tale non sarà anche il
silenzio del monaco, cioè di chi ha accettato una sorta di ritiro
come a Nazaret, luogo sconosciuto e magari per qualche aspetto anche
disprezzato, collocato come isola scelta da Dio entro una terra di
pagani - Galilea delle genti - per svolgere questo lavoro solitario e
profondo di leggere nella fede le gesta di Dio nella storia?
Il monaco è un consacrato
alla preghiera del silenzio. Gesù stesso è qui il nostro esempio:
“[Gesù] si ritirò in un luogo deserto e là pregava” (Mc 1,35);
“Passò la notte in orazione” (Lc 6,12). Spazio della preghiera
silenziosa il deserto, tempo di preghiera silenziosa la notte:
indicano bene i modi monastici dell’imitazione orante di Gesù,
anche se il deserto è quello della propria cella e la notte è ogni
notturno che si affaccia sulla nostra pace. Poiché il tempo della
preghiera è sempre e il suo luogo è ovunque. Gesù lo sa bene fin
da quando dodicenne ai suoi che lo cercano sente di dover dire, nei
giorni in cui sta sbocciando la sua coscienza messianica: “Perché
mi cercavate? Non sapevate che io devo essere sempre nelle cose del
Padre mio?” (Lc 2,49). Realtà contemplativa che l’evangelista
Giovanni tradurrà nella sublime teologia del prologo: “Il Verbo
era volto verso Dio e il Verbo era Dio” (Gv 1,1).
La pagina del battesimo di
Gesù consacra il silenzio del monaco. Ne consacrerà anche la
missione? Gesù stesso ha applicato a sé il brano della profezia di
Isaia dove è scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per
questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per
annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai
prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in
libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore”
(Lc 4,18-19). I suoi discepoli, con l’aiuto di quello stesso
Spirito, sono abilitati alla stessa missione. In quale forma un
monaco potrà annunziare ai poveri il lieto messaggio se non
facendosi povero nel cuore e latore di una testimonianza di vita che
lasci trasparire la felicità profonda (e non priva di fatica) che
viene dall’evangelo? Come proclamare la liberazione dei prigionieri
e la libertà agli oppressi se non aprendo tutte le porte della
misericordia di Dio a quanti sono come blindati dentro schiavitù
pesanti, imposte dall’istinto o da poteri iniqui o da ereditarietà
invincibili? E come dare ai ciechi la vista se non offrendo una
visione di gloria con l’umile spettacolo della preghiera e la
confidente luce di una rasserenante conversazione all’ombra di un
chiostro amico? Missione non clamorosa, non spettacolare, non
propagandata, quella che viene dalle comunità monastiche, ma
abbandonata alla forza invisibile e certa dello Spirito, inviata dal
silenzio di un luogo che si distingue solo per il nome quasi sempre
richiamante la bellezza dei dintorni verso luoghi non conosciuti, da
parte di uomini anch’essi bisognosi di luce, di solidarietà e di
forza trasmesse ad altri uomini bisognosi: poveri che aiutano altri
poveri con la forza vivificante di quelle acque taumaturgiche che
fluiscono sotterranee alla storia del mondo. Le acque di Siloe, come
dice Merton, che scorrono nel silenzio.
L’INTERCESSIONE
Queste scarne righe del
libro dell’Esodo sul combattimento di Mosè contro Amalek a Refidim
restano impressionanti per quanti sono chiamati nella chiesa a
esercitare il ministero dell’intercessione. In realtà in quel
brano non si parla di una battaglia di Mosè, ma di Amalek contro
Israele, e chi viene deputato come generale in campo è piuttosto
Giosuè: “Mosè disse a Giosuè: ‘Scegli per noi alcuni uomini ed
esci in battaglia contro Amalek’” (Es 17,9). Tuttavia, colui che
combatte la vera battaglia è lui, Mosè, “ritto sulla cima del
colle con in mano il bastone di Dio”. Di là, dall’alto della
collina egli vede l’intero campo di lotta, può seguire con alterni
sentimenti l’andamento delle operazioni, rendersi conto della
misteriosa simmetria esistente fra i suoi gesti di orante e i momenti
vittoriosi del suo popolo, misurare in tutto il suo peso l’opera
della propria stanchezza fisica e la fatica di una durata
sconosciuta, e la necessità di associare alla propria grande
intercessione anche quella più umile dei suoi amici: “Poiché Mosè
sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la
collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cm, uno
da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così
le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole” (Es 17,12).
Appare sempre più a chi
ha il tempo, la passione e il compito di leggere bene la storia umana
come questa sia da sempre come la piana di Refidim, dove c’è un
combattimento fra popoli, scontro di civiltà e di interessi,
spettacolo di violenza primordiale ed eterna. Refidim è come il
simbolo di questa invincibile realtà di conflitto.
Dalla cima di quel colle
si possono vedere gli esiti macabri dei genocidi perpetrati in ogni
tempo e in questo tempo, i costi umani nelle trincee e negli assalti
delle guerre mondiali e quelli non calcolabili celati alla conoscenza
o archiviati dalla smemoratezza collettiva, i gulag delle ideologie
egualitarie, i campi di sterminio delle ideologie del sangue, le
detenzioni sofisticate delle ideologie del denaro, le prigioni e le
torture delle ideologie dell’istinto scatenato. Dall’alto di
questa collina si possono vedere i bambini di strada perseguiti in
nome del buon paesaggio, la gente delle favelas di tutte le
metropoli, i mendicanti di pane, i malati di AIDS lasciati soli,
dimenticati, disprezzati entro le stanze pressurizzate del nostro
pregiudizio, i contadini che reclamano il loro diritto a una porzione
di terra, milioni di persone in cerca della propria costitutiva
dignità, i fuggitivi dalla cattiva politica, dalla fame incombente,
da una disoccupazione alienante.
Detto così, il quadro
della situazione è drammaticamente chiaro (e le foto in dettaglio
sarebbero ancor più chiare e drammatiche). E tuttavia questo quadro
sarebbe insufficiente a dar ragione da solo della grande tragedia
della nostra storia. Non basta dire: la violenza, ma: perché la
violenza. Perché il potere. Perché una politica di potenza. Perché
questo costo continuo di vite umane sacrificate al Moloch del nulla.
Forse la risposta è in un cuore sbagliato. È in un progetto di
illusioni o di realismo falso e bugiardo. Il potere si giustifica. Sa
sempre giustificarsi con una ragione prona e pronta. Altamente
giustificatrice, non manca mai di argomenti e di oblique
illuminazioni. Così il potere veste le sembianze della buona
politica. Indossa armi di luce: può abbagliare con i suoi
spettacoli, convincere con le sue propagande, comprare con le sue
disponibilità, rivestire di virtù i suoi guadagni, credersi e farsi
credere benefattore dell’umanità. Anche l’uomo religioso può
praticare il bene per acquisire un potere, travestire le opere di Dio
con la divisa di una volontà proprietaria piuttosto che servire i
percorsi di Dio lungo le tortuosità della storia umana.
Proprio perché la collina
è più in alto e lo sguardo si fa più attento e vasto, di qui si
può vedere che, al di là di tutta questa miseria della storia
umana, c’è la più grande miserevole causa di essa: con la sete di
potere, le cecità del potere e le macerie del potere. Noi cantiamo
la verità del potere nel salmo 8: “All’uomo hai dato il potere
sulle opere delle tue mani” (v. 7), il potere di custodire, di
trasformare, di far fruttificare quel dono divino che è il mondo. Un
potere mirabile e grave che viene affidato all’uomo: la libertà.
Una libertà insidiata interiormente da una forza misteriosa che
divide, che mette contro, che illude e che esalta nella propria
menzogna chi della menzogna si è fatto discepolo. Questo sguardo
farà dire a Giovanni: “Tutto il mondo giace sotto il potere del
maligno” (1Gv 5,19).
Entro questa realtà
combatte anche il nuovo Israele, la chiesa. Essa è dentro la storia
grande e comune di tutti gli uomini, anche se non combatte con le
armi dell’idolatria bellica né contro le “creature fatte di
sangue e di carne, ma contro i principati e le potestà, contro i
dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male
che abitano le regioni celesti” (Ef 6,12). Essa ricorda bene le
parole del Maestro:
I capi delle nazioni, voi
lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il
potere. Non così dovrà essere fra voi; ma colui che vorrà
diventare grande, si farà vostro servo e colui che vorrà essere il
primo tra voi, sarà vostro schiavo; appunto come il Figlio
dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e
dare la sua vita in riscatto per molti (Mt 20,25-28).
Cosi sul colle di Refidim
appare agli occhi della nostra mente la croce di Gesù, il nuovo
Mosè, ritto sul legno della salvezza, sorretto dai chiodi del
sacrificio, causa di una vittoria costosa dopo un combattimento
prolungato che durerà “fino al calar del sole”. Cosi la chiesa,
che è come il prolungamento dell’opera di Cristo, svolge di là il
suo ministero di intercessione. Essa, che pure è dentro questa
realtà conflittuale in virtù della sua missione, si colloca in una
distanza, storicamente non sempre osservata, quella di mediatrice di
vittoria per mezzo della sua grande preghiera di intercessione.
Come può la chiesa (e il
monaco, come espressione privilegiata del suo ministero
dell’intercessione) esercitare questa alta mediazione? Certamente
con la consapevolezza di ciò che essa è al seguito del grande
sacerdote mediatore di un’alleanza migliore (cf. Eb 8,6) e con la
coscienza di un compito che in qualche modo la obbliga, com’è per
tutti gli intercessori, a un certo oblio di se stessa per essere
tutta per Dio e tutta per il mondo a cui è inviata.
Poi viene la sua
preghiera. Innanzitutto “per quelli che ci governano”, come dice
la liturgia nel Venerdì santo, o, come dice Paolo a Timoteo, “per
quelli che stanno al potere” (1Tm 2,2) perché sono i più
bisognosi, i più esposti e anche i più diretti responsabili del
bene o del male nel mondo. E l’intenzione è ben manifesta: “Perché
passino dal potere di Satana a Dio” (At 26,18).
Poi, s’intende, la
chiesa, interprete della compassione di Dio, prega per tutti i
poveri, i disperati, i bisognosi del mondo intero. In questo, essa è
aiutata dai salmi che scandiscono le ore della sua presenza
ininterrotta davanti al suo Signore. Nel Salterio, infatti, non c’è
traccia di preghiera dell’uomo soddisfatto. Anzi, si dice come in
un ritornello nel salmo 49: “L’uomo nella prosperità non
comprende, è come gli animali che periscono” (vv. 13.21). Invece,
a ogni passo la preghiera di Israele ci riconduce nel campo
insanguinato della storia. La fede derisa: “Signore, quanti sono i
miei oppressori! Molti contro di me insorgono. Molti vanno dicendo:
‘Neppure Dio lo salva!’” (Sal 3,3); la salute perduta:
“Risanami, Signore: tremano le mie ossa. L’anima mia è tutta
sconvolta, ma tu, Signore, fino a quando?” (Sal 6,3-4); il
disprezzo dei gaudenti: “Per l’oppressione dei miseri e il gemito
dei poveri, io sorgerò - dice il Signore - metterò in salvo chi è
disprezzato” (Sal 12,6); la bestialità della violenza umana: “Mi
circondano tori numerosi, mi assediano tori di Basan. Spalancano
contro di me la loro bocca come leone che sbrana e ruggisce” (Sal
22,13-14); l’inganno contro l’innocente: “Con gli uomini di
sangue non perdere la mia vita, perché nelle loro mani è la
perfidia, la loro destra è piena di regali” (Sal 26,9-10). Non
solo. A ogni piè sospinto troviamo una preghiera di lamento, sicché
lo Spirito mette sulle nostre labbra preghiere imprecatorie contro
quanti attentano alla vita dell’uomo: “Siano come pula al vento e
l’angelo del Signore li incalzi; la loro strada sia buia e
scivolosa quando li insegue l’angelo del Signore... Li colga la
bufera improvvisa, li catturi la rete che hanno tesa, siano travolti
dalla tempesta” (Sal 35,5-8).
Com’è possibile dire al
Signore con la voce questi stati disperati del cuore senza metterci
il cuore? Senza far vibrare tutto l’essere della chiesa in una
tensione di simpatia, di solidarietà, di comunione profonda? Come
non sentire che la verità dell’intercessione abita, oltre le
parole e i canti, le zone profonde dell’anima fino a permearne le
radici trasmettendo così energie solidali attraverso le vie carsiche
della comunione dei santi?
Tuttavia, l’agire della
chiesa deve inoltre obbedire alla sua stessa preghiera, obbedendo
anch’essa all’ammonimento del sapiente: “Tieniti lontano
dall’uomo che ha il potere di uccidere” (Sir 9,13), che è come
dire: non renderti complice in alcun modo, né per traffico di
finanza né per affari di politica, con chi alimenta la violenza,
l’oppressione e la divisione sulla terra. Per questo, come “il
Signore ha liberato il suo popolo dal potere del faraone” (2Re
17,7), così anche il nuovo Israele deve sciogliersi dai legami
temporali che lo possono omologare ai poteri di questo mondo e
dall’illusione che per via giuridica e legislativa si possano
portare gli uomini entro la logica e le perfezioni del regno di Dio.
Come dice l’autore della Lettera agli Ebrei: “La legge non ha il
potere di condurre alla perfezione” (Eb 10,1). Solo il sangue,
l’acqua e lo spirito effusi nel vespero dell’antica alleanza
dall’uomo della croce, là innalzato con le braccia spalancate, lo
possono. Allora è entro quei “sacramenti” del nuovo patto che si
svolge il ministero dell’intercessione efficace. Perché Gesù
Cristo “sta alla destra di Dio e intercede per noi” (Rm 8,34).
Anzi, “è sempre vivo per intercedere a [nostro] favore” (Eb
7,25) e, non lontano da noi, in noi, il suo Spirito intercede per noi
con insistenza. C’è ben un magistero in questa modalità di
intercessione, l’insistenza. Essa ci insegna la perseveranza e la
forza feconda dell’amore quando leviamo anche noi le mani sul colle
della nostra vocazione monastica.
L’insistenza. Dio vuole
questa forma del nostro rapporto con lui. Forse questa è la forma
della confidenza e dell’amore che egli vuole consolidare in noi.
L’evangelista Luca dice che “alcuni anziani dei giudei ... giunti
da Gesù lo pregavano con insistenza” (Lc 7,3-4) ed egli consente
così alla guarigione del servo del centurione. E consente anche al
modo del pregarlo per via di insistenza, come nel caso dell’amico
importuno: “Vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per
amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per
la sua insistenza” (Lc 11,8). Del resto, è ben stato così l’agire
di Dio con Abramo. La sua è un’intercessione levantina, come un
contrattare con il Signore, facendo appello alla sua magnanimità e
abbassando di volta in volta il prezzo da pagare alla sua giustizia:
“Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono
cinquanta giusti in città: davvero li vuoi sopprimere? E non
perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si
trovano?” (Gen 18,23-24). Abramo osa anche fare appello al suo
Signore ricordandogli le esigenze della sua santità: “Lungi da te
il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia
trattato come l’empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la
terra non praticherà la giustizia?” (Gen 18,25). E poi, non
avviene così anche dopo la perversione del popolo con la costruzione
e la festa attorno al vitello d’oro? Anche qui di fronte al
rammarico di Dio e al suo proposito di cancellazione del presente in
vista di un nuovo futuro, Mosè dice: “Perché, Signore, divamperà
la tua ira contro il popolo, che tu hai fatto uscire dal paese di
Egitto con grande forza e con mano potente? Perché dovranno dire gli
egiziani: ‘Con malizia li ha fatti uscire per farli perire tra le
montagne e farli sparire dalla terra?’” (Es 32,11-12).
L’intercessione vuole
questa confidenza con Dio e nello stesso tempo una grande solidarietà
con il popolo. La solidarietà dell’intercessore è più facile:
egli sa bene di essere fatto con la stessa pasta di coloro per i
quali prega. Gli conviene insistere anche appellandosi alle
perfezioni morali di Dio, perfino affidandosi all’ironia possibile
solo a chi conosce le profondità di Dio. E tuttavia, quello
dell’intercessore è un ministero scomodo, quasi sempre in qualche
modo diviso fra le esigenze di Dio e quelle degli uomini. Anima di
questa dualità che si combatte nell’intimo del cuore è la
pazienza, il patire di Dio per la libertà talvolta folle dell’uomo
e il patire dell’uomo per il silenzio talvolta assordante di Dio.
LA FUGA E L’APPRODO
Cercare il volto di un Dio
che ci cerca e lasciare che questo volto faccia splendere il nostro
volto con la luce della sua amabilità: sembra essere questo il
dinamismo indicato dalla preghiera della ricerca del volto nel salmo
42. Questa amabilità è come l’esito normale della definizione che
Dio dà di se stesso, l’amore: “Dio è amore; chi sta nell’amore
dimora in Dio e Dio dimora in lui” (rGv 4,r6). Senza la
disposizione divina dell’amabilità non si realizzerebbe per noi
quanto dice Paolo nell’Areopago: “In lui noi viviamo, ci muoviamo
ed esistiamo” (At r7,28). Poiché il suo amore sta all’inizio ed
è la forza di tutte le crescite umane e cosmiche; è il suo amore
che dà energia soprattutto ai dinamismi interiori, ed è il suo
amore fedele che è alla radice di ogni consistenza.
Questo volto, imprendibile
in sé e manifesto nel Cristo, resta per noi come avvolto da un
mistero di discrezione, di silenzio, di pudore com’è di ogni vero
amore. Momenti di presenza, di dialogo, di qualche lieta sensibilità
come doni da parte di Dio sono possibili, come mostra anche il
Cantico dei cantici: “Mi hanno incontrato le guardie che fanno la
ronda: ‘Avete visto l’amato del mio cuore?’. Da poco le avevo
oltrepassate, quando trovai l’amato del mio cuore. Lo strinsi
fortemente e non lo lascerò” (Ct 3,3-4). Ma la normalità è
rappresentata da una sorta di assenza luminosa che tuttavia ci fa
dire: Dio è qui.
Dio è qui quando
indugiamo sulla sua Parola, non con la lente secca della filologia,
della tecnica e dell’erudizione - pur necessarie -, ma nella forma
dell’adorazione per ciò che la parola di Dio ci rivela di Dio.
Un”‘adorazione” che va anche ben oltre al “gusto spirituale”
che può accompagnare i nostri ritrovamenti, esaltare le nostre
intuizioni, riempire di dolcezza la nostra preghiera.
Dio è qui quando siamo
assieme entro il clima semplice e solenne di una liturgia di lode,
dove ognuno è accompagnato dal tutto e dove tutto il visibile è
come assunto da una presenza invisibile che è eloquente agli occhi e
parlante al cuore. Ed è l’opus Dei, cioè l’opera che Dio compie
in noi quando noi, distogliendoci dalle opere delle nostre mani,
cerchiamo di dedicargli un tempo privilegiato al quale nulla deve
essere preposto (cf. RE 72).
Dio è qui anche nel volto
del fratello, che si presenta a noi con il viso che ha avuto e che
ha, dove per la bellezza talvolta è facile riconoscervi l’icona di
Dio. Altre volte, invece, a causa dei segni non sempre felici
lasciati dalla vita, è più semplice pensare ad altro, dimenticare
che Cristo si è immedesimato con gli infelici - si pensi a Matteo
25: “Quello che avete fatto al più piccolo di questi miei
fratelli, lo avete fatto a me” (v. 40) - e stemperare, nel realismo
del difficile vissuto, l’indicazione di Benedetto a riguardo del
ricevimento dell’ospite in monastero. Facile il riconoscimento di
Cristo nell’altro quando siamo, in qualche modo, gratificati, più
faticoso il riconoscimento quando le miserie umane pongono lastre di
opacità sul volto del fratello. Latens deitas.
Talvolta sento dire che
Dio è anche nella storia umana e parla attraverso gli avvenimenti
che la percorrono, soprattutto quando essi sembrano forieri di
confusione, di smarrimento, di pericolo. Rivolgersi allora a Dio con
il lamento o l’interrogazione significa riconoscere che così Dio
vuole parlarci, così nascosto nel groviglio delle libertà umane,
così inafferrabile entro le irrazionalità dei comportamenti e le
vischiosità delle motivazioni cercate e addotte. Cosa vorrà dire il
Signore dentro l’agitarsi dei popoli? Cosa vorrà dire il Signore
dentro l’impotenza dei potenti? Cosa vorrà dire il Signore di
fronte alle diminuzioni della fede in lui?
Questo Dio nascosto ci
parla dal suo nascondimento. Ci invita a stare con lui, fermi “in
un luogo nascosto” (1Sam 19,2). E Gesù: “Venite in disparte”
(Mc 6,31). Si tratta di entrare e stare con lui in luoghi segreti
(cf. Ger 49,8), in posti riposanti dove scorrono i torrenti della sua
grazia (cf. 1Re 17,3), e dunque in luoghi deliziosi (cf. Sal 16,6) e
amabili perché lì abita la sua gloria (cf. Sal 26,8).
Ci sono dei luoghi fisici
che possono essere riconosciuti così, almeno per il fatto che si
trovano nascosti tra boschi e foreste o in isole sperdute, circondati
solo dai venti e dalle acque, o nascosti tra selve di case e di
grattacieli delle grandi città. Così li vollero i fondatori con
l’intuizione della fuga e anche (e più ancora) con la ricerca
della bellezza, della salubrità e della calma spirituale. In ogni
caso, anche agli occhi dei profani, luoghi riposti, solenni, segreti.
Dove abita qualcosa di non definibile e che la Scrittura chiama
gloria. Luoghi che hanno affascinato credenti e non credenti,
suscitato invenzioni d’arte di fede.
La fuga: questa parola,
caduta qui come per caso, sembra essere così medievale. Eppure
bisogna parlarne perché c’è verità in questa disposizione
dell’anima, propria di chi abbandona qualcosa per obbedire a un
sentimento forte, tale da strappare una persona da un complesso di
consuetudini per farle affrontare l’inesplorato della vita. Fuga:
sentimento anche ambivalente per quanto può avere in sé di
negativo, come la paura di un mondo troppo complicato e difficile o
l’insicurezza di una coscienza troppo esposta.
Anche Gesù ha esortato i
suoi a fuggire. Anche la donna dell’Apocalisse fugge nel deserto
(cf. Ap 12,6). Di fronte alle persecuzioni si possono sfidare i
nemici con la fierezza della propria identità o con l’ardore della
propria fede, ma il rischio di un protagonismo zelota fa dire a Gesù:
“Se vi perseguitano in una città, fuggite in un’altra” (Mt
10,23). Lui stesso, come i suoi genitori obbedienti all’ingiunzione
dell’angelo che li incita a fuggire in Egitto onde salvare la vita
di Gesù dalla persecuzione di Erode (cf. Mt 2,13), ha messo in atto
questo gesto prudente di fronte alle manovre dei giudei contro di
lui, ritirandosi di tempo in tempo a Betania presso la casa di
Lazzaro e delle sue sorelle. Ma potrebbero esserci altre motivazioni:
non il mondo in generale, ma le banalità e l’insignificanza che
abitano in esso, talvolta premono per una fuga verso una vita
ritenuta più umana e più degna. Il profeta Geremia anche oggi
esorta: “Fuggite da Babilonia!” (Ger 51,6). Anche la scoperta di
una realtà storica così violenta e una prassi politica così
conflittuale può spingere a cercare un luogo dove si possa respirare
una certa fraternità e una sicura pace, secondo l’indicazione del
salmo: “Fuggi come un passero verso il monte” (Sal 11,1).
Per alcuni, il tratto
caratteristico della nostra epoca che via via rende pressoché
insopportabile il vivere entro il grande teatro del mondo è
l’eccesso di visibilità. Che si tratti degli schermi satellitari
della televisione e della loro moltiplicazione. Che si tratti della
spettacolarizzazione della politica. Che si tratti della propaganda
commerciale o della rumorosa sarabanda dei concerti rock o della
forte (e anche necessaria) presenzialità dell’istituzione
ecclesiastica, tutto concorre a rendere più superficiale la vita e a
negligere il mistero. Questa parola affiora sempre più come
un’esigenza e a scoprirla il più delle volte sono gli addetti alle
cose scientifiche. Anche i cercatori del mistero di tutto sono
portati alla fuga dall’artificiosità e dal rumore.
Non è sempre il mondo con
le sue vistose insufficienze a rappresentare uno stimolo di fuga.
Talvolta è la nostra stessa coscienza che ci incita a fuggire da noi
stessi. Essa ci incalza con il suo miraggio o con la sua prospettiva
di vita. Si propone così come dice il salmo: “Fuggirei lontano,
abiterei nel deserto” (Sal 55,8), anche se si sa bene che il nostro
“io” ci segue ovunque. E anche il nostro male. E tuttavia, lì
anche il male può ricevere una nuova luce; può esserci il momento
della salvezza e, dopo quel momento, il tempo della guarigione. Che è
il tempo penitenziale che san Benedetto indica come il tempo della
“conversione dei costumi” (RB 58).
Oppure può esserci il
miracolo di una vita bella secondo le modalità del mondo, immersa
nelle possibilità del denaro, nelle soddisfazioni delle cose facili,
nella spensieratezza di tutti gli acquisti, che improvvisamente si
scopre insensata. Allora è più facile decidere la fuga verso una
negazione pressoché totale del proprio passato e, quando va bene,
incamminarsi verso una sorta di nudità spirituale, bisogno di
libertà, di vita piena, di freschezza esistenziale ritrovata.
Sarebbe come il giovane che nel giardino dell’agonia fugge dalla
presa dei nemici di Gesù, abbandonando anche l’ultimo lembo
dell’unica cosa in suo possesso, verso un mistero non dichiarato di
spogliata libertà: “Lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo” (Mc
14,52). Questo può avvenire in grazia di quel grido con il quale Dio
insegue ogni uomo: “[Adam], dove sei?” (Gen 3,9), anche se Adam
fugge da Dio nascondendosi. Tenterà di fare così anche Giona quando
cercherà di “fuggire il Signore” (Gn 1,10). Cosa difficile. Anzi
impossibile. Se ne renderà conto il salmista quando si chiederà:
“Dove fuggire dalla tua presenza?” (Sal 139,7), e più ancora se
ne renderà conto Giacobbe al guado dello Iabbok, quando si misurerà
con Dio, il più forte, in una lotta solitaria, notturna e
misteriosa, che tuttavia gli meriterà l’elogio di Dio e il
cambiamento del nome perché ha lottato con Dio e con gli uomini e ha
vinto (cf. Gen 32,29).
Quali che siano le
motivazioni della “fuga dal mondo”, resta il fatto che è assai
più significativo ciò che si spera di trovare rispetto a quanto
viene abbandonato. In ogni caso la prospettiva è in avanti. Ciò che
conta è l’approdo. Anzi, ciò che conta è quanto Dio stesso ci
prepara in questo approdo che è come un ritorno alla semplicità e
alla piccolezza dell’infanzia e merita l’inno di benedizione di
Cristo: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra
perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le
hai rivelate ai piccoli. Si, o Padre, perché cosi a te è piaciuto”
(Mt 11,25-26). Approdo a una “sapienza nascosta e a un tesoro
invisibile” (Sir 20,30). Approdo alle “cose di lassù” (Col
3,1). Approdo al “mistero nascosto da secoli nella mente di Dio”
(Ef 3,9). Approdo che è come una morte e “un vivere nascosti con
Cristo in Dio” (Col 3,3). “Cose nascoste fin dall’origine del
mondo” (Mt 13,35), manna nascosta promessa al vincitore (cf. Ap
2,17).
Siamo cresciuti alla
scuola dei sapienti e degli intelligenti: il nostro modo di intendere
la vita e la storia è tributario alla loro perspicacia, alla loro
curiosità, alla loro fatica. Essi hanno detto anche la meraviglia,
la complessità, la virtualità del creato. Hanno descritto l’uomo,
la sua ricchezza, il suo pensiero, la sua arte. Lo hanno esaltato e
anche umiliato. Hanno aiutato l’evoluzione del mondo dando speranza
e talvolta ne hanno bloccato le potenzialità con argomenti letali.
Il trionfo della razionalità ha reso aridi i cuori e l’eccesso
degli entusiasmi ha dato forma alle molte pazzie che hanno
insanguinato le pagine della storia umana. Gesù ci rivela una
sapienza diversa, quella che sta nell’ordine dell’essere: farsi
piccoli, riconoscersi limitati, non aspirare alle cose troppo grandi,
stare nella propria misura, tutto benedire, consentire al magistero
delle cose, talvolta dubitare anche delle proprie acquisizioni e dei
propri schematismi. Accedere con fiducia a quanto si rivela più
grande di noi e più ricco di vita e di umanità.
Che sia l’amore questa
sapienza nascosta e questo tesoro di cui parla il Signore? Che sia la
vita piena secondo Dio quella che si nasconde nell’indicazione di
uno sconfinato “lassù”? Che sia l’appressarsi di Dio a ogni
cuore umano questo mistero nascosto nei secoli e ora rivelato in
Cristo Gesù? Che sia il grande riposo del cuore, cui anela ogni
essere umano, questa vita nascosta con Cristo in Dio? E questa manna
sarà il cibo che il divino viandante porta alla cena comune, quando
solo gli apriamo la porta al tocco della sua mano (cf. Ap 3,20)?
C’è una pagina che può
rispondere al meglio alle nostre domande. E in Luca 11,11-13, quando
Gesù parla dell’efficacia della preghiera. Dice:
Quale padre tra voi, se il
figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un
pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un
uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi,
sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro
celeste darà lo Spirito santo a coloro che gliela chiedono.
Non sarà lo Spirito santo
la “cosa nascosta” che Dio darà in dono, la “cosa essenziale”
che il Padre elargirà, la “cosa preziosa” che Gesù ci
guadagnerà dall’alto della croce con l’effusione dello spirito,
dell’acqua e del sangue?
La fuga è per 1’approdo.
E l’approdo è Gesù che ci rivela l’amore del Padre e ci dona lo
Spirito santo che è amore. 10 Spirito santo ci inoltra nel cuore
della Trinità per quella che gli orientali chiamano divinizzazione e
che per noi è “la vita divina in noi” secondo la parola di Gesù:
“Noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Dio
in noi e noi in Dio. Sublime paradosso. Sublime verità.
POSTFAZIONE
Il padre Antonio disse:
“Chi siede nel deserto per custodire la quiete con Dio è liberato
da tre guerre: quella dell’udire, quella del parlare, e quella del
vedere. Gliene rimane un sola: quella del cuore” (Antonio 11).
Ecco, il monaco fugge la
folla che lo distrae, lo condiziona, lo disperde in chiacchiere, ma
si trova abitato da un’altra folla: quella dei pensieri. Nessuno,
né tanto meno il monaco, può fuggire dalla condizione umana, con le
sue complessità, le inquietudini, le tentazioni di collera,
violenza, vendetta o vergogna. Antonio forse pensava al mercato di
Alessandria, città cosmopolita, confusa e tentatrice; a noi torna
invece alla mente la calca anonima e frettolosa che brulica nelle
stazioni o sui bus cittadini, la miriade di immagini di pubblicità
che ci bombardano, le seduzioni di piacere, potere, avere, apparire,
che non si stancano di cantare come sirene per farei deviare dal
cammino della vita.
Quanti hanno sperimentato,
almeno per un po’ di tempo, la solitudine, sanno come questa nuova
folla accompagna e continua ad assediare il solitario, quasi senza
possibilità di fuga. Non è ciò che si fugge, ma ciò che si cerca
che crea la quiete che si vuole trovare nel deserto o il chiasso con
cui ci si droga.
“Il tuo volto, Signore,
io cerco. Non nascondermi il tuo volto” (Sal 26,8). Con questa
citazione del salmo don Cesare ha iniziato presso il nostro monastero
la sua predicazione. Abbiamo subito colto la voce di un amico. E
stato per noi un sentimento come di chi si sente chiamato e
riconosciuto in mezzo a una folla anonima: siamo stati aiutati,
infatti, a riconsiderare con riconoscenza i lineamenti della nostra
vita di monaci, grazie allo sguardo esterno ma che, essendo di un
amico che pur non vivendola ha colto l’essenziale della vita
monastica, ha permesso di amarla con uno sguardo nuovo, giovane,
innamorato e di riscoprirne quell’essenziale che sgorga
semplicemente dal
Vangelo. Non poteva essere
diverso perché le parole importanti della vita non si pensano, ma
prima si ascoltano, non si inventano, ma si ricevono, così come si
riceve il proprio nome: e don Cesare le ha attinte nella Scrittura e
nella tradizione della chiesa per darci da bere quell’acqua viva.
Non è tutto: don Cesare, una volta tornato alla sua parrocchia si è
accorto che le parole dette a dei monaci aprivano, rivelavano e
permettevano di leggere alcune dinamiche importanti della vita
ecclesiale cittadina, quasi che pronunciandole di fronte a noi
monaci, lui stesso le ricevesse da altrove, come se lui e la gente
della sua comunità si sentissero riconosciuti e chiamati, potessero
riconoscere la fonte viva di quella vita cristiana di cui sono
assetati. Per approfondire tale scoperta sono nate queste righe.
Racconta il vangelo che
dopo l’esecuzione di Giovanni il Battista, Gesù tenta di ritirarsi
in un luogo solitario con i suoi discepoli, per riposarsi, pregare,
vivere l’amicizia con i suoi e prepararli alla sua Pasqua, ma la
folla li raggiunge e li assedia. E ciò che ha vissuto anche Antonio,
e come lui tanti uomini e donne che hanno scelto la via del deserto
alla ricerca della quiete, della presenza del Signore, della pace del
cuore. Qual è la ricchezza del solitario, che la folla viene a
cercare? Perché andare a cercare dove la vita sembra totalmente
diversa? Ma, possiamo chiedercelo, lo è poi davvero così diversa?
La parola di Dio non dice la stessa cosa a ogni fedele cercatore di
Dio?
La folla cerca le parole e
i gesti potenti di Gesù; questo sembra a prima vista andare contro
il desiderio di quiete, di riposo, di preghiera e anche contro la sua
missione. Lo sottolinea lui stesso. Gesù invece fa sedere tutti,
“pronunzia la benedizione, spezza il pane e lo fa distribuire”
(cf Mc 6,41-42). Il miracolo della moltiplicazione dei pani è un
anticipo dell’eucaristia.
Fin dall’origine la vita
monastica vuole rivivere ciò che viveva la prima comunità di
Gerusalemme secondo la descrizione degli Atti degli apostoli: “Erano
assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, nell’unione
fraterna, nella frazione del pane” (cf At 2,42). La folla che
sembrava disturbare è diventata una assemblea convocata per la
frazione del pane, e in senso più largo per condividere l’essenziale
della vita monastica: la preghiera, la fraternità, l’eucaristia e
talvolta il lavoro. Questa esperienza di fraternità rende la vita
monastica comprensibile e illuminante per ogni vita cristiana, e
quando i monaci percepiscono la sete di questa fraternità si sentono
riconosciuti nel loro stesso desiderio.
E sono proprio gli aspetti
fondamentali della vita monastica - al tempo stesso più specifici e
più condivisi con ogni battezzato e con ogni essere umano - che le
parole di don Cesare hanno illuminato nei giorni che è rimasto con
noi a Pra’d Mill. A queste righe spetta il compito della
riconoscenza per la visita di un amico. A noi monaci l’umile
desiderio di essere occasione di incoraggiamento nella pratica della
vita cristiana, secondo le parole di Isacco di Ninive: “Conviene
che il solitario sia tutt’intorno uno spettacolo incoraggiante” e
si possa riconoscere “che c’è per i cristiani una speranza
sicura “ (Isacco di Ninive, Discorsi Ascetici I, Città Nuova, Roma
1984, p. 159).
Cesare
Falletti