L'autore dell'articolo seguente è il padre Giovanni Cavalcoli O.P.
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Secondo la fede cristiana l’umanità si divide tra due categorie di persone: chi è per Cristo e chi è contro Cristo. Nessuno può sottrarsi a questa scelta, anche chi non ha conosciuto o non conosce esplicitamente e coscientemente Cristo, perché comunque ognuno ha un rapporto con Lui, positivo o negativo. Infatti, come dice S.Giovanni, il Verbo illumina ogni uomo o manifestandosi apertamente come tale – e questi sono coloro che conoscono Cristo esplicitamente, i membri della Chiesa visibile – o manifestandosi attraverso varie mediazioni, come per esempio la voce della coscienza, la percezione naturale dell’esistenza di Dio, i saggi, i riti o i libri sacri di altre religioni, la sapienza filosofica, il rispetto per il prossimo, l’ideale della verità, della giustizia o della pace, l’inclinazione alla bontà, all’onestà, alla virtù, il desiderio della felicità o della beatitudine.
Infatti, come dice il Catechismo
di S.Pio X, “l’uomo è creato per conoscere, servire ed amare Dio su
questa terra e goder di Lui eternamente in paradiso”. Ma Cristo è
appunto il Dio incarnato, Salvatore dell’uomo; e per questo ogni uomo,
come membro della Chiesa, è creato per conoscere, servire ed amare
Cristo su questa terra, e goder di Lui eternamente in paradiso. Così
ogni uomo, per salvarsi, come ha detto il Concilio di Firenze (1442),
deve appartenere alla Chiesa Cattolica, il che però può avvenire anche
in modo inconscio e invisibile, per coloro che senza colpa non hanno
avuto o non hanno la possibilità di entrarvi consciamente ed
esplicitamente.
L’uomo dunque è creato per
accogliere Cristo come Signore e Salvatore, ma questa accoglienza,
questa unione con Cristo, questo vivere di Cristo nella grazia non
discende necessariamente dal semplice fatto di essere uomini, non entra
nell’essenza o nelle esigenze della natura umana come tale, come alcuni
erroneamente credono, ma è effetto di una libera scelta e nel contempo
della divina elezione o predestinazione, come dice Cristo: “molti sono i
chiamati, pochi gli eletti”.
L’idea oggi diffusa che
tutti si salvano è quindi un’idea falsa e pericolosa perché
deresponsabilizzante: ci si convince di salvarsi comunque, anche se non
ci si cura di liberarsi dai peccati e di esercitarsi nell’obbedienza
alla legge divina, credendo che basti una vaga “fede” soggettiva o
“atematica” priva di contenuti dogmatici e di un “amore” puramente
emotivo, scisso dalla verità. La verità, invece, chiaramente insegnata
dal Vangelo e da sempre insegnata dalla Chiesa è che tutti possono salvarsi, ma di fatto non tutti si salvano.
Come dunque insegna Cristo stesso, ogni uomo
deve render conto davanti a Lui del proprio operato: al momento della
morte (“giudizio particolare”) e alla fine del mondo, ossia al Ritorno
(“Parusia”) di Cristo (“Giudizio universale”); nel primo giudizio, come
singolo davanti a Dio; nel secondo, come membro della Chiesa e
dell’universo.
Nessuno quindi può astenersi
dal prender posizione davanti a Cristo, nessuno può dire che Cristo non
gl’interessa, nessuno è esentato dal dover render conto a Lui, nessuno
può tenersi fuori dal problema dell’incontro con Cristo, nessuno può
credere che rifiutare Cristo sia privo di conseguenze o che non metta in
gioco il proprio eterno destino (paradiso o inferno), nessuno può
credere che per non andare all’inferno basti negar fede all’esistenza
dell’inferno, nessuno può essere neutrale nei confronti del
cristianesimo o addirittura, come fanno certi gnostici, ritenere di
porsi da un punto di vista superiore o considerare come facoltativa
l’adesione al cristianesimo, come se il non aderirvi non comportasse
nessun problema.
Chiunque nutrisse idee di
questo genere, non per questo potrebbe evitare di presentarsi davanti al
tribunale di Cristo e subire le conseguenze di tali idee, conseguenze
certo tutt’altro che piacevoli, ma giuste. Per amore o per forza, come
dice S.Paolo (Fil 2,10), ogni uomo e tutto l’universo alla fine
dei tempi saranno sottomessi a Cristo, Re dell’universo. Allora tanto
vale che, se non per amore, almeno per sano interesse, prendiamo tutti
sul serio la prospettiva cristiana vivendola con impegno, amore e
sacrificio, certi che ci attende già da questa vita una divina felicità.
Il cristianesimo non è un optional, nel supermercato delle religioni o delle Weltanschauung,
tra altre possibilità di salvezza, di felicità o di affermazione
dell’uomo: è l’unica via e di una felicità immensamente superiore quella
che il più esigente di noi può immaginare.
Troppo spesso nella nostra
società e persino da certi cristiani la fede in Cristo è presentata come
una scelta facoltativa tra quella di altri ideali o religioni, come se
comunque ognuno possa raggiungere la felicità e la salvezza, quale che
sia la sua religione o la sua idea preferita. In questo clima si pensa
che non esista una verità oggettiva ed universale, e quindi vincolante
per tutti, ma che ognuno può seguire liberamente la propria opinione
soggettiva. Cristo non avrebbe parlato per tutti ma solo per i
cristiani. Gli ebrei, gli islamici o i buddisti lasciamoli in pace. Ora
tutto ciò è completamente falso ed eretico, benchè certo Dio salvi anche
coloro che in buona fede, senza conoscere Cristo, seguono il dettame
della coscienza morale naturale.
Questo vuol dire che Cristo
ha degli amici, ma ha anche dei nemici; e come ha degli amici docili,
fedeli, affezionati, sinceri, generosi e a volte eroici, così ha nei
nemici superbi, invidiosi, ostinati, implacabili, bellicosi, crudeli,
feroci, diabolici. Certamente non è facile in questa vita distinguere
gli uni dagli altri, il grano dal loglio, i “figli del regno” dai “figli
di questo mondo”, perché i santi a volte sembrano peccatori e i
peccatori sembrano santi.
Per questo, esiste una certa
predicazione cristiana della pace che assomiglia più all’utopismo
massonico, russoiano ed illuminista che non alla vera predicazione
cristiana, come se la pace internazionale potesse, in questa vita
mortale ancora ferita dalle conseguenze del peccato originale, essere
semplicemente il frutto della buona volontà e di sagge e ragionevoli
trattative.
Non c’è dubbio che il
cristiano è uomo di pace e straordinario costruttore di pace in forza
della pace che gli dona Cristo, ma Cristo stesso ci avverte, soprattutto
attraverso l’Apocalisse, che il cristiano non può sottrarsi alla lotta
contro gli stessi nemici della pace, ossia i nemici di Cristo e della
Chiesa, nemici che agiscono all’interno stesso del nostro spirito (la
tendenza al peccato o il demonio), poi in tutti gli ambiti della vita
sociale internazionale.
Per questo lo spirito di
pace non esime il cristiano, quando occorre, anche dal prendere le armi
per la difesa della pace e per lo stesso raggiungimento della pace. Qui
sta il valore morale e il merito delle forze dell’ordine della forze
armate. Solo in paradiso la pace potrà essere piena, perfetta e libera
da qualunque minaccia, perché lì Cristo non avrà più nemici di
combattere e vincere per mezzo dei suoi discepoli. Le forze nemiche,
incatenate nell’inferno, non disturberanno più.
Così avviene che molti, per
un malinteso pacifismo, che poi diventa opportunismo e vigliaccheria e
che lascia i forti ad opprimere i deboli, pensando forse di essere
imparziali o nel desiderio scriteriato di farsi amare da tutti o di
accontentare tutti o di dialogare con tutti (falso concetto della
carità), danno spazio tanto alla ragione che al torto, amano, magari
senza discernimento o prudenza, la compagnia di tutti, si espongono agli
incontri più pericolosi per la loro anima, sono oscillanti, indecisi,
doppi, incostanti, incoerenti, sono ora per Cristo ora per il mondo o,
se fosse possibile, vorrebbero servire entrambi simultaneamente e ci
provano, con risultati a volte ridicoli, a volte penosi, a volte
vergognosi.
L’insieme delle forze
malvagie e sataniche che si oppongono a Cristo, le si consideri come un
tutt’uno o si voglia far riferimento a una specie di capo supremo, come è
più probabile – ma su questo punto gli esegeti non ci vedono chiaro - è
notoriamente chiamato da S.Paolo “Anticristo” (II Ts 2,8-11).
Che questo nome non sia
necessariamente l’appellativo di una singola persona, ma possa
rappresentare un nome comune o il nome di un collettività, è
testimoniato da S.Giovanni, il quale viceversa parla di più “anticristi”
nel seguente brano: “Figliolini miei, è l’ultima ora; e come udiste che
l’Anticristo viene, vi sono ora molti anticristi, donde intendiamo che è
l’ultima ora. Sono usciti di tra noi, ma non erano dei nostri, perché
se fossero stati dei nostri, sarebbero certamente rimasti con noi, ma si
deve far manifesto che non tutti sono dei nostri”( I Gv 2,18-19). E
poco dopo l’Apostolo spiega chi è l’anticristo: “Chi nega il Padre e il
Figlio” (v.22) e altrove chi nega il Verbo “venuto nella carne”(4,3).
L’“ultima ora” della quale
parla S.Giovanni non è necessariamente da intendersi come prossima
venuta di Cristo, benchè S.Paolo associ la venuta dell’Anticristo
all’imminente venuta finale del Signore. Infatti l’espressione “ultima
ora” come gli “ultimi tempi” nel linguaggio biblico corrispondono anche a
quella che è chiamata la “pienezza del tempo”, ossia il momento della
venuta del Messia, l’“ora” nella quale si decidono le sorti dell’umanità
secondo il piano divino della salvezza. Per S.Giovanni quindi la venuta
degli anticristi è segno della venuta dell’ “ultima ora” nel senso
suddetto di quell’ora nella quale si decide per l’uomo il suo destino
legato alla scelta radicale fra Cristo e l’Anticristo.
L’Anticristo è dunque colui
che attacca direttamente il Mistero di Cristo Verbo fatto carne, Figlio
del Padre, come lo stesso Apostolo insegna nel Prologo del suo
Vangelo. Già da allora iniziavano le eresie cristologiche. La Chiesa le
combattè subito con la massima energia chiarendo la verità in grandiosi
ed immortali Concili ecumenici, soprattutto quelli di Nicea del 325 (la
“consustanzialità” di Cristo con Dio Padre, omoùsios to Patrì,
in altre parole, la divinità di Cristo) e quello di Calcedonia del 451
(Cristo una persona divina in due nature: umana e divina).
Al riguardo, possiamo dire
che per moltissimi secoli le eresie cristologiche hanno praticamente
taciuto, salvo forse con Lutero, il quale però non attaccò direttamente
il dogma della Persona di Cristo, Verbo Incarnato Redentore, che in lui
resta intatto, ma falsificò l’opera della salvezza, quella che allora si
chiamava con linguaggio paolino la “giustificazione”, ossia la
questione di come Cristo ci perdona i peccati, ci dona la grazia e ci rende giusti e santi.
Ma da allora la non facile
armonia raggiunta dalla Chiesa nel definire il complesso mistero di
Cristo ha come cominciato a dissestarsi, sono sorti gravi strascichi
dell’eresia luterana anche in campo cattolico, come per esempio il
delicato problema del rapporto tra la grazia e il libero arbitrio, circa
il quale apparve una duplice opposta tendenza: o a dar troppa
importanza alla volontà dell’uomo (molinismo) o, al contrario, ad
accentuare l’opera della grazia a scapito dell’esercizio del libero
arbitrio (Giansenio, Quesnel).
La prima tendenza porterà al
naturalismo e razionalismo illuministici e massonici del sec.XVIII sino
ai nostri giorni; la seconda accentua talmente l’opera della grazia (il
sola gratia luterano), che si giungerà addirittura a risolvere
l’umano, totalmente relativizzato, nel divino che diventa Dio stesso
come forma dell’uomo e si perverrà, a cominciare da Spinoza, Lessing e
Schleiermacher sino a Schelling, Hegel e Gentile, al panteismo.
E siamo ai nostri giorni, ai
disgraziati nostri giorni, che vedono il risorgere impressionante e
diffuso, cambiando forse qualche termine, di tutte le antiche eresie già
vinte dai Concili cristologici dei primi secoli, ed oggi trionfalmente
ed sfacciatamente risorte come se si trattasse, in linea con la
“modernità” e con l’esegesi “storico-critica”, della verità finalmente
conquistata circa l’“evento-Cristo”, dopo secoli di equivoci e di
oscurantismo della Chiesa di Roma, che aveva dichiarato eretici i
profeti, araldi della Parola di Dio e servitori del Vangelo, come per
esempio Lutero o Calvino, mentre aveva canonizzato i servi di Aristotele
e della scolastica, come per esempio S.Tommaso d’Aquino o S.Roberto
Bellarmino o S.Pietro Canisio o S.Pio X.
Anche oggi, quindi, con
S.Giovanni, possiamo lamentare che molti fratelli, del popolo come del
clero e della stessa gerarchia, teologi o semplici fedeli, “son usciti
di tra noi”, ma diversamente da quanto riferisce Giovanni, costoro hanno
la pretesa di “restare con noi” senza affatto rinunciare ai loro
errori, ma anzi con la pretesa di assumere nella Chiesa un ruolo guida
proprio per imporre le loro idee cosiddetta “moderne” contro quelle
tradizionali della vera fede, da loro viste come vecchie e superate, per
non dir sbagliate e comunque non adatte ai tempi moderni.
E’ questa la speciale
difficoltà dell’attuale convivenza ecclesiale: la presenza all’interno
della Chiesa stessa, di questa zavorra, di questi eretici, i quali non
solo non sono affatto disposti a riconoscere di sbagliare, ma si
ritengono i maestri, aspirano alle cattedre e ai primi posti, sono
sicurissimi di essere nella verità, benchè si tratti di idee in
contrasto con la tradizione della fede. , Eppure ritengono che le loro
teorie siano più progredite e più avanzate di quelle dei normali
cattolici, a cominciare dal Papa fino all’ultimo dei veri cattolici.
Pertanto questi eretici non
intendono assolutamente lasciare la Chiesa, anzi sono convinti di essere
più che mai “cattolici”, di aver capito, meglio del Papa e del
Magistero, qual è il vero Vangelo, qual è la vera Tradizione, qual è la
vera Parola di Dio. Un Vito Mancuso, per esempio, proprio nel suo famoso
libro sull’anima dove rifiuta formalmente alcuni dogmi, perché, a suo
dire, sarebbero “contro la ragione”, dichiara solennemente di
appartenere alla Chiesa cattolica e che apparterrà sempre alla Chiesa
cattolica.
Soltanto Mons.Forte, tra i
vescovi (che io sappia), è intervenuto a smentirlo. Ma per un caso così
grave e scandaloso non sarebbe forse stata opportuna almeno una nota
della la S.Sede, che pure interviene per molte altre questioni di minore
importanza? Almeno a riparare l’imprudenza di un card.Martini, il
quale, nella prefazione a quel disgraziato libro, benchè tra alcune
vaghe e deboli riserve, gli fa sostanzialmente una lode? Come mai questo
smarrimento? Che cosa è successo in questi ultimi decenni di vita
ecclesiale? Infatti il caso Mancuso-Martini non è affatto raro, ma si
potrebbero citare moltissimi altri esempi. Come mai “l’abominazione nel
luogo santo”?
Perché i vescovi tacciono?
Non se ne accorgono? Non capiscono? Condividono? Hanno paura? Pensano
che siano in gioco delle semplici opinioni? Non sanno che pesci
pigliare? Non si rendono conto che è in gioco la loro responsabilità
specifica di maestri e custodi della fede? Non pensano al bene del
gregge? O come lo intendono questo bene? Solo riempire la pancia o anche
illuminare l’intelligenza? Non si accorgono col loro silenzio, di dar
scandalo e di indurre i fedeli nell’errore? Vogliono sprovvedutamente
mostrarsi al di sopra delle parti? Fraintendono la missione del vescovo
insegnata dal Concilio? Non vogliono far la figura del retrogrado? Sono
sedotti dal modernismo ? Da Rahner? Difficile rispondere con precisione,
ma certamente vale una o più di queste risposte, diversa forse caso per
caso.
La particolare difficoltà
della Chiesa di oggi è che non sempre disponiamo del criterio di
distinzione offerto dall’Apostolo per sapere quali “sono dei nostri” e
quali non lo sono. Infatti S.Giovanni, per aiutarci a riconoscere coloro
che non sono dei nostri, lascia intendere che essi sono usciti visibilmente e dichiaratamente dalla Chiesa,
eventualmente, come si usa dire, “sbattendo la porta”, come nel passato
hanno fatto tanti eretici, a cominciare da Lutero, lanciando bestemmie
contro il Papa e il Magistero, in certo senso però meno sleali dei
nostri moderni, che vogliono tenere i piedi su due staffe, fingono di
rispettare Papa e Magistero, e per il colmo dello scandalo, ricevono
anche onori e lodi da teologi e da prelati, mentre magari chi li critica
in nome della vera fede viene disprezzato, emarginato o coperto di
insulti.
Oltre a ciò – cosa che
contribuiva in passato alla chiarezza – normalmente gli eretici venivano
o avvertiti o ammoniti o scomunicati o comunque erano oggetto di varie
censure ecclesiastiche più o meno severe, in modo tale che anche il
comune fedele che poteva non essere addentro alla questione, sapeva che
di quella data persona non ci si poteva fidare[1]
o comunque andava affrontata con circospezione e discernimento, un po’
come avviene in campo medico o della salute, dove le autorità competenti
avvertono i cittadini dei rischi insiti in certi prodotti.
Il cittadino di buon senso,
anche se non conosce i motivi precisi che hanno indotto l’autorità
all’intervento, fidandosi di essa, evita saggiamente quel dato prodotto o
lo usa con una speciale cautela o solo a certe condizioni. Perché mai
invece nel campo della dottrina della fede, dove c’è in gioco la salute
dall’anima ben più importante della salute fisica, c’è tanto
pressapochismo, tanta incuria, tanta debolezza, tanta incompetenza,
tanta superficialità, ci si limita a discorsi generici che lasciano il
tempo che trovano, non disturbano nessuno, non colpiscono mai il
colpevole, che sfugge sghignazzando ai colpi maldestri, i medici o sono
assenti, imboscati o inetti o addirittura, invece di curare, sbagliano
la diagnosi e quindi la cura o compromettono la salute o favoriscono le
malattie, come il famoso dottor Mengele dei campi di stermino nazista o
come quei medici che praticano l’eutanasia?
Abbiamo perso – e mi
riferisco ai medici dello spirito, docenti, sacerdoti, religiosi,
teologi, vescovi, cardinali, – il senso terapeutico dell’ammonimento o
della censura o correzione dottrinale, abbiamo perso la coscienza che
questi interventi, ben studiati e calibrati, sono un preciso dovere
della carità pastorale[2] che è obbligo dei pastori e dei superiori, nonchè della correzione fraterna tra uguali o fratelli nella fede.
Sembra che siamo tuttora
schiavi di vecchi pregiudizi razionalisti, illuministi o massonici
contro l’idea stessa di eresia e di repressione dell’eresia, cose viste
come truci e illiberali usanze di un passato medioevale che deve esser
morto e sepolto in questi tempi moderni, illuminati dalla libertà di
pensiero, dal dialogo a tutto campo e dalla tolleranza di tutte le idee,
mentre si pensa che tutti, seppur da punti di vista diversi, sono in
buona fede e cercano la verità, ammesso e non concesso (come dice
Rahner) che esista una verità oggettiva ed universale, concettualmente
ed inequivocabilmente formulabile, alla quale si possa opporre con
certezza e precisione un errore contrario.
Speriamo che il presente Anno della Fede
costituisca un efficace appello a tutti i credenti di buona volontà,
popolo e pastori, ad avvertire maggiormente l’importanza della verità
nella vita di fede, perché se è vero che la fede deve giungere ad una
prassi e ad un’esperienza di vita, tutto ciò sarebbe falso ed illusorio
se non fosse fondato su di una chiara e sicura percezione della verità della Parola di Dio libera da tutto ciò che la può falsificare e trasformare in via di perdizione anziché di salvezza.
La vera fede non lascia
sussistere in noi un “non-credente interrogato dal credente e
interrogante il credente”, come erroneamente ritiene il card.Martini. La
vera fede, certo, si pone delle domande, ma le domande non le fa al
non-credente, che invece dev’essere istruito e non far da maestro, ma le
fa alla Parola di Dio, trasmessaci dal Magistero della Chiesa, perché
la vera fede elimina l’incredulità (non il non-credente!), che le è
nemica e rifugge dal dubbio che non sia ispirato dal desiderio di
aumentare la fede o di comprendere le ragioni della fede.
La vera fede non è quella
che cincischia sempre col dubbio fine a se stesso, senza mai venir a
capo di nulla, ma è quella che, fondata su buoni argomenti di
credibilità, con sagge argomentazioni e una credibile testimonianza di
vita, può essere comunicata ad altri non ancora o non più credenti,
sotto l’influsso e con l’aiuto dello Spirito Santo. Questo è quanto ci
insegna Cristo che, di fede, penso, se ne intendeva.
[1] L’Indice dei libri proibiti
per secoli ha servito anche a questo scopo, benchè non fosse il sistema
ideale per preservare dall’errore, perché si finiva con l’escludere
anche i lati buoni che potevano esse contenuti in questi libri.
L’ideale sarebbe ed è fare una lavoro di separazione fra il positivo e il negativo.
[2] Mi permetto di indicare su questo tema il mio libro La questione dell’eresia oggi,
Edizioni Vivere In, Monopoli (BA) 2008, dove presento un modo attuale
di affrontare il problema alla luce della Sacra Scrittura, sulle orme
dei maestri del passato e delle indicazioni della Chiesa postconciliare.
Espongo queste idee ormai da due anni mensilmente nelle mie catechesi
domenicali alle ore18 a Radio Maria