Riporto da “Il Sole 24 Ore” di ieri, 6 gennaio 2013, di Bruno Forte.
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In questo avvio già "accalorato" di campagna elettorale, mi sembra possa essere utile soffermarsi su
un tema importante, che tocca anche la politica: il sorriso. Lo faccio partendo da una semplice
osservazione: e cioè che riso e sorriso possono nascere solo nello spazio che sta tra la prossimità e
la lontananza. Se vivi solo la prossimità, ne resti schiacciato, non riuscendo a respirare e a guardare
oltre i problemi. Se vivi solo la lontananza, rischi di costruirti un mondo ideale, evadendo dalla
realtà. Se vuoi aprirti alla verità, devi stare tra la prossimità e la lontananza: allora sorriderai.
È questa condizione a prima vista paradossale che crea lo spazio opportuno per il sorriso. Perciò, la
Bibbia - storia dell'alleanza d'amore fra l'infinita lontananza e la massima prossimità - è pervasa dal
sorriso: quello dell'Eterno che, ad esempio, agisce con sorridente misericordia di fronte all'ottusa
incapacità di accogliere le Sue sorprese, dimostrata da Sara e da Abramo («Allora Sara disse: un
sorriso ha fatto Dio per me! Quanti lo sapranno sorrideranno di me!» Genesi 21,6, in traduzione
letterale); o quello umanissimo degli stessi Abramo e Sara, che finalmente cominciano a capire
qualcosa davanti alla fantasia divina (il loro figlio si chiamerà Isacco, Yizhaq, che vuol dire appunto
"colui cui Dio sorride" o "possa Dio sorridere", in riferimento tanto al riso di Sara di fronte
all'imprevisto dono divino, quanto al sorriso di Dio, che scompiglia i calcoli umani). In realtà, la
Bibbia ci fa capire che ad aver paura del riso non è la fede, terrena nella sua povertà e celeste nei
suoi orizzonti, ma il potere di questo mondo, che - proprio perché umano, troppo umano - teme di
esser colto in contraddizione nello scontro fra le sue pretese e i risultati raggiunti.
Solo chi è libero da sé sa mettere al servizio degli altri quanto ha ricevuto in dono, ed è in grado di
sorridere e far sorridere con gioia. Si coglie così la vera radice del sorriso, nel gioco sempre vivo tra
prossimità e lontananza: il comandamento dell'amore. Amare vuol dire fare spazio all'altro, restando
lontani nella massima vicinanza e vicini nella ineliminabile lontananza.
Qui c'è spazio per il riso, perché si guarda all'altro con la lontananza del rispetto e la prossimità
della tenerezza, propria di occhi d'amore. Perciò, i paradossi dell'amore sono quelli del riso e del
sorriso: l'amore incapace di gioia non può esistere; i suoi eccessi e le sue amarezze sono gli stessi
del riso e del sorriso.
Il sorriso sugli altri e su noi stessi aiuta, così, ad essere umili: è qui che il riferimento alla nostra
scena politica, così povera di sorrisi autentici, viene quasi ad imporsi. Provo a spiegarmi partendo
da una curiosa leggenda rabbinica, che narra della lettera "aleph", la più eterea e volatile
dell'alfabeto ebraico, unica ad astenersi da ogni pretesa quando l'Eterno domandò all'intera schiera
dei segni alfabetici quale fra essi volesse essere primo nell'opera della creazione. Tutti, tranne lei,
l'umile "aleph", alzarono la mano per candidarsi al compito onorifico di dar inizio al creato. Fu
scelta, allora, la "beth" (la prima parola della Sacra Scrittura, "berešit", "in principio", comincia
appunto con questa lettera), in ossequio al fatto che con essa comincia anche ogni benedizione del
Santo ("berakah"). Il racconto narra ancora, però, che l'Eterno volle ricompensare la "aleph" per la
sua umiltà, e lo fece dandole il primo posto nel Decalogo, la cui frase iniziale - «Io sono il Signore
Dio tuo» comincia appunto con "anochì", "io", la cui iniziale è "aleph" (cf. L. Ginzberg, Le
leggende degli Ebrei - I, a cura di E. Loewenthal, Adelphi 1995). La storia dell'uomo e del mondo
inizia con la "beth", ma la verità di Dio ci viene offerta solo a partire dalla "aleph": il racconto viene
a dirci, allora, che la conoscenza si raggiunge veramente solo quando ci si apre con umiltà
all'offrirsi del vero. L'"aleph" viene dopo, ma illumina la "beth" che la precede: l'Onnipotente si
rivela nella debolezza, l'Eterno entra nel tempo per la porta stretta, l'Infinito nasce Bambino in una
grotta. Scherzi da Dio, sorrisi dell'Altissimo che sembrano voler contagiare la creatura per renderla
ilare e lieta, proprio così libera e salva. Il Dio biblico sovverte i nostri schemi: nella prossimità si
mostra come lontananza, nella lontananza come prossimità. Quando dovrebbe parlare tace, e
quando dovrebbe tacere parla. Proprio così è il Signore del sorriso, dell'amore che compatisce, del
vero che sorride.
In un mondo come il nostro, in cui c'è sciupìo di parole - come nel blaterare di una certa politica -
c'è bisogno del silenzio eloquente di un sorriso. Non è forse proprio la capacità di un sorriso ciò di
cui abbiamo bisogno per risolvere con partecipazione ed insieme opportuno distacco i problemi
della casa di tutti? E non è questa capacità che sembra mancare a chi pretende a tutti i costi di
"scendere in politica" dall'alto di chi sa quale trono, per risolvere tutto con la bacchetta magica,
tanto seducente, quanto effimera? Mentre, invece, non dimostra forse di saper sorridere chi in
politica decide di "salire", con distacco da interessi personali e passione per il bene di tutti? A
questo leggero tocco di attualità, aggiungo un invito: memori del detto ebraico "l'uomo pensa, Dio
ride", proviamo un po' tutti a sorridere di noi stessi, politici compresi. Anche perché, dopo tutte
queste serissime considerazioni, non possiamo non pensare a quante risate l'Altissimo si sarà fatto
per la fatica della nostra mente intorno a un semplice sorriso...
Arcivescovo di Chieti-Vasto