giovedì 14 febbraio 2013

Tutto per la Chiesa: l'esegesi de "La Civiltà Cattolica"


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Sull’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica”, la rivista de gesuiti di Roma stampata con il controllo previo delle autorità vaticane, l’editoriale, non firmato, è dedicato alla “declaratio” con cui Benedetto XVI ha annunciato la sua rinuncia al pontificato.
Ed è interessante leggerne l’esegesi, che può essere assunta come quella più dotata d’ufficialità.
Secondo tale esegesi, la decisione del papa “è legata non a se stesso e alle proprie condizioni psico-fisiche, ma alla missione della Chiesa”. Egli rinuncia “non perché si sente debole, ma perché avverte che ci sono in gioco sfide cruciali che richiedono energie fresche”. (S. Magister)

Di seguito il testo.
Editoriale
«UNA DECISIONE DI GRANDE IMPORTANZA PER LA VITA DELLA CHIESA»
La rinuncia di un Pontefice al ministero petrino è una notizia di portata storica. L’attuale Codice di Diritto Canonico la prevede con le seguenti parole: «Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti» (can. 332 § 2). Il gesto è contemplato dal diritto ed è stato previsto come possibile. Tuttavia resta una notizia che ha colto tutti di sorpresa e tutti ha sorpreso. Ha detto il cardinal Sodano nel suo saluto al Papa subito dopo il suo annuncio: si è trattato di un «fulmine a ciel sereno».
Il Pontefice — accompagnato dagli arcivescovi Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia, e Guido Pozzo, elemosiniere, dai monsignori Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia, e Alfred Xuereb, della Segreteria particolare del Pontefice — ha voluto comunicare personalmente la sua decisione ai Cardinali riuniti per il Concistoro ordinario pubblico di lunedì 11 febbraio. Lo ha fatto terminata la celebrazione dell’Ora media e dopo l’annuncio che il 12 maggio prossimo si sarebbero tenute le tre canonizzazioni all’ordine del giorno del Concistoro.
Le analisi sono già numerose. Alcune, come è ovvio, si riveleranno corrette, altre errate. Qualcuno ha ricordato i casi del passato, cercando parallelismi con i Pontefici che hanno rinunciato al loro ministero. Ma invano, in quanto tutti si riferiscono a contesti che nulla hanno a che fare con quello attuale. I commenti sono pervenuti da tutto il mondo.
«Credo che il suo sia stato un gesto di straordinario coraggio e di straordinario senso di responsabilità», ha affermato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che aveva incontrato il Papa pochi giorni prima della comunicazione della sua rinuncia. Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha valutato il gesto del Papa come un «esempio di profonda libertà interiore».
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Ci vorrà tempo per comprendere e valutare questo gesto. Il Papa afferma: «Sono pervenuto alla certezza (ad cognitionem certam perveni) che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare il modo adeguato il ministero petrino». Precisa pure: «Il vigore, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».
Queste parole sono da ricollegare a quelle che leggiamo nel libro intervista La luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010) dove al suo intervistatore, Peter Seewald, che gli chiedeva se avesse mai pensato di dimettersi, Benedetto XVI rispondeva: «Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, psicologicamente e mentalmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi» (p. 53).
Il Pontefice, probabilmente avendo in mente anche l’esperienza del suo Predecessore, ha affermato dinanzi ai Cardinali riuniti in Concistoro di essere ben consapevole che il ministero petrino deve essere compiuto «non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando (non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando)».
Non è la debolezza il vero motivo delle sue dimissioni. Benedetto XVI sa bene che il ministero petrino può essere svolto anche in una condizione in cui le opere e le parole non possono essere esteriormente vigorose secondo il parametro di valutazione umano. E non dimentichiamo che in La luce del mondo aveva anche affermato: «Quando il pericolo è grande non si può scappare». Anzi in momenti di pericolo «bisogna resistere e superare la situazione difficile» (ivi).
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Sarebbe errato leggere il gesto del Papa come un gesto di semplice rinuncia a causa della debolezza fisica dovuta all’età, alla stanchezza o a motivi simili. La sua decisione è legata non a se stesso e alle proprie condizioni psico-fisiche, ma alla missione della Chiesa. E infatti, il Pontefice ha proseguito: «nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo (etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est)».
Questo che abbiamo appena citato, a nostro avviso, è il passaggio decisivo e centrale, il cuore della comunicazione del Papa circa la sua decisione. Infatti in queste poche righe ci sono le motivazioni profonde del suo gesto. Il Papa rinuncia al ministero petrino non perché si sente debole, ma perché avverte che ci sono in gioco sfide cruciali che richiedono energie fresche.
Il Papa quindi, anche con questo suo gesto, intende spronare la Chiesa. La immagina «vigorosa», dunque coraggiosa nell’affrontare le sfide dei rapidi mutamenti (in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto) e le sfide delle questioni di grande rilevanza per la vita della fede (quaestionibus magni ponderis pro vita fidei). Il gesto del Papa non è una rinuncia. Semmai è un gesto di umiltà e di libertà. Egli sa di aver svolto il suo ministero fino in fondo. Adesso si rende conto che la situazione che il mondo e la Chiesa vivono è completamente cambiata rispetto anche a pochi anni fa.
Rinunciando al Pontificato Benedetto XVI sta dunque dicendo qualcosa alla Chiesa di oggi: la invita a non temere, a spendere le forze per aprirsi alle sfide e alle questioni, a non temere la rapidità e il peso dei mutamenti.
Il Papa sa che ci vogliono molte energie per tutto questo e, davanti a Dio e alla sua coscienza, si rende conto di non averle. Per questo lascia ad altri il testimone ritirandosi in preghiera e in silenzio. Ma, appunto, non senza dirci che la motivazione del suo gesto non è la rinuncia, ma una visione aperta sul mondo e la certezza interiore della vocazione della Chiesa. Benedetto XVI ha affrontato tantissime sfide. Adesso passa il testimone perché la missione sia sempre al centro. È un gesto che non si fa fatica a vedere collocato nel cuore stesso del suo Magistero.
Padre Federico Lombardi, parlando a braccio con i giornalisti, ha espresso per il Papa e il suo gesto «una grandissima ammirazione, perché questo significa un grande coraggio, una grande libertà di spirito, una grande consapevolezza della sua responsabilità e del suo desiderio che il ministero del governo della Chiesa sia esercitato nel modo migliore e con questo mi pare che ci dia una grandissima testimonianza di libertà spirituale. Ho grandissima ammirazione per questo atto che, come tutti gli atti che vengono fatti per la prima volta, dopo centinaia di anni, richiede evidentemente coraggio e una grande determinazione. Allo stesso tempo è chiaro che non è una decisione improvvisata».
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Dal 28 febbraio alle ore 20 dunque, fino all’elezione del nuovo Papa, la sede di San Pietro sarà vacante. Benedetto XVI si dovrebbe trasferire prima a Castel Gandolfo e successivamente, quando saranno finiti i lavori, nella casa in cui aveva sede il monastero delle suore di clausura sul colle Vaticano.
In questi giorni, meditiamo sul forte messaggio di ottimismo che l’8 febbraio, appena tre giorni prima della sua rinuncia, durante la visita al Pontificio Seminario Romano in occasione della festa della Madonna della Fiducia, Benedetto XVI aveva lanciato ai seminaristi: «La Chiesa si rinnova sempre, rinasce sempre. Il futuro è nostro».
La Civiltà Cattolica
© Civiltà Cattolica pag.322-325