Il tweet di Papa Francesco: "La lotta contro il male è dura e lunga; è essenziale pregare con costanza e pazienza." (2 novembre 2013)
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L’eucaristia di Papa Francesco a Santa Marta. Gabriela e le ostie dal carcere. Mensile dell'Osservatore Romano «Donne chiesa mondo» (1/4)
(Lucetta Scaraffia) Le ostie costituiscono la materia più preziosa che si usa nel rito liturgico perché diventano — nella consacrazione — il corpo di Cristo. Proprio per questo è sempre stata tradizione che venissero preparate dalle mani più pure, quelle delle vergini dedicate a Dio, le suore di clausura. E con procedimenti antichi, non certo in modo industriale. Proprio per questo non essere semplice materia, ma materia che si appresta a trasformarsi nella transustanziazione, possono esercitare un’influenza positiva su chi le prepara.
È proprio quello che devono avere pensato le suore benedettine di San Isidro, sobborgo di Buenos Aires, posto nelle vicinanze di un penitenziario, che hanno deciso di condividere l’onore della preparazione delle ostie con le detenute.
Nel realizzare la preparazione — che comprende un ciclo completo a partire dalla macina del grano per arrivare all’ostia finita — si è distinta una detenuta, reclusa nella Unidad 47 del penitenziario di Buenos Aires, che da un anno prepara ostie di ottima qualità. L’idea di coinvolgere le detenute nella preparazione delle ostie è stata accolta e appoggiata dal cappellano della prigione, Jorge García Cueva, e dal presbitero Juan Ignacio Pandolfini, i quali hanno notato come, da quando è stata indirizzata alla preparazione delle ostie, la detenuta Gaby C. è «riuscita a dare un senso alla sua vita di reclusione» tanto da non cadere più nelle sue fasi di depressione.
La produzione di questo laboratorio serve a rifornire varie parrocchie e collegi della diocesi, e la domanda cresce in momenti dell’anno speciali, come la Settimana santa, il Corpus Domini e il Natale. Ma non solo: da qualche mese queste ostie — proprio le migliori, quelle preparate dalla detenuta Gaby C. — sono arrivate al Papa, che dal 10 luglio celebra con queste la sua messa quotidiana nella cappella di Santa Marta.
Pochi giorni dopo aver ricevuto il regalo delle ostie, Francesco ha scritto una lettera alla detenuta: «Cara Gabriela, monsignor Ojea mi ha portato la sua lettera. La ringrazio per la fiducia… e per le ostie. Da domani celebrerò la messa con esse e le assicuro che questo mi emoziona. Il suo racconto mi ha fatto pensare, e questo mi porta a pregare per lei… ma mi dà gioia e sicurezza che lei preghi per me. La terrò vicina. Grazie ancora di avermi scritto e di avermi mandato le foto: le terrò davanti a me sulla mia scrivania. Che Gesù la benedica e la Vergine Santa abbia cura di lei. Cordialmente, Francesco».
La gioia e l’emozione provocata da questa lettera nella squadra della pastorale carceraria e soprattutto in Gaby sono indicibili. La donna si è sentita rimarginare le ferite provocate dalla prigionia — molestie, maltrattamenti e in sostanza un regime che provoca la sua svalutazione come persona — e ha commentato: la parola del Papa «mi dà conforto, non solo per me, ma anche per i miei genitori, che sono molto credenti».
Il successo della scelta di inserire le detenute nel processo di preparazione delle ostie ha fatto riflettere i membri della pastorale carceraria, che hanno così trovato modo di fare un bilancio del proprio lavoro. Ci sono molte e molti Gaby — confermano i responsabili della pastorale nelle carceri — e «oggi lei è il simbolo degli incarcerati, è la voce di tutti gli esclusi che accompagniamo e visitiamo in ogni padiglione, in ogni cella. Non abbiamo dubbi che sia la voce di Gesù incarcerato in ognuno di essi, che grida alla società per essere ascoltato, accompagnato e riconosciuto. Il carcere ci porta la misericordia di Dio per fare udire questa voce dei dimenticati ed emarginati, che nella nostra società ci rifiutiamo di vedere e di ascoltare».
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Mensile dell'Osservatore Romano «Donne chiesa mondo». Perché voglio la suora. Inchiesta sulla presenza delle religiose nel carcere romano di Rebibbia. (2/4)
Suore e carceri. Sbarre, muri, lucchetti, catene. Uomini, donne e anche bambini; detenuti colpevoli, detenuti innocenti, immigrati clandestini, bracci della morte, campi di prigionia nella storia di ieri e di oggi; martirio. Insieme, per mano, nell’ascolto, nella preghiera e nell’abbraccio, suore che trovano e hanno trovato nell’assistenza ai carcerati un modo concreto per lenire tante ferite, anche perché — come ha recentemente ricordato Papa Francesco (accogliendo il dono di una borsa confezionata a mano per lui dalle detenute del carcere romano di Rebibbia) — «nessuna cella è così isolata da escludere il Signore, nessuna».
Entrare nelle carceri per essere davvero vicine a chi vi è rinchiuso richiede una grande forza di immedesimazione perché tempo, suoni, colori, priorità, tutto cambia dietro le sbarre. Dove la conseguenza più terribile è la perdita della speranza. Non tanto il cuore spezzato, ma il cuore che diventa pietra. Alla relazione tra suore e carceri è dedicato questo numero. Alle suore che vi entrano per stare accanto ai detenuti, ma anche alle suore che la carcerazione l’hanno vissuta sulla loro pelle. Perché in entrambe le situazioni, le religiose si dimostrano capaci di vivere questo momento come autentica comprensione della loro missione di donne e di religiose. Per questo numero, Isabella Ducrot — appassionata di rose che coltiva da anni con sapienza e amore — ha disegnato una specifica varietà di questo fiore. Sono cespugli composti di piccoli, perfetti pon pon bianco latte tra cui fanno capolino, qua e là, boccioli rosso rubino; le foglie sono piccole, ordinate, scure e sempreverdi. Queste rose si chiamano Félicité et Perpétue, e prendono il nome da due giovani donne che subirono il martirio sotto Settimio Severo. E che morendo ci hanno lasciato un testo di passione, dignità e coraggio. Di fede, di carcere e di femminilità. (g.g.)
Perché voglio la suora. Inchiesta sulla presenza delle religiose nel carcere romano di Rebibbia
(Ritanna Armeni) Suor Rita e suor Carla ogni settimana si recano all’istituto penale maschile di Rebibbia, a Roma. La domenica ascoltano la messa con i detenuti. Alcuni dopo si avvicinano e chiedono di parlare con loro. Altri li conoscono da tempo e anche con loro trovano il tempo per qualche parola. Quegli uomini sono in prigione da anni e hanno ancora molto tempo da trascorrere in carcere. Hanno un passato cupo, un presente triste, un futuro buio, ma con quella richiesta mostrano che qualcosa in loro non si è definitivamente rotto. Il desiderio di comunicare, di farsi ascoltare è rimasto.
Suor Lucia è infermiera e si reca invece nel reparto dell’ospedale Sandro Pertini, sempre a Roma, dove ci sono i detenuti malati.
Suor Rita a Rebibbia ci va da dieci anni. Da dieci anni ascolta le loro storie e i loro drammi. «Tutti — mi racconta all’uscita da una delle sue visite — hanno qualcosa dentro che vogliono tirare fuori, che vogliono raccontare. Sono storie terribili che spesso non si sanno neppure spiegare. Uno di loro in carcere per omicidio ancora non sa chiarire neppure a se stesso perché un giorno ha ucciso un uomo e poi lo ha fatto a pezzi e ha nascosto ogni pezzo in un luogo diverso. Continua a ripetere: “perché? perché?”».
Lei non sembra sconvolta da narrazioni così drammatiche, le sue parole sono calme, intrise di pietà. «Hanno bisogno di qualcuno che li ascolti, che ascolti il loro disagio, che comprenda la difficoltà della loro vita». E spesso il disagio, il dolore non riguarda solo il passato, le colpe commesse, ma anche per la loro vita presente, così come si svolge nelle carceri.
Quando una suora si avvicina a un detenuto non sa nulla di lui. In genere si è recata in quell’istituto di pena spontaneamente, spinta dal desiderio di ascoltare ed è stata ammessa dopo un accordo con la direzione. La relazione fra lei e il detenuto si svolge quindi senza alcuna formalità, senza alcuna direttiva. Le suore sono disponibili ad ascoltare, i detenuti hanno desiderio e bisogno di parlare.
Ma perché proprio con le suore? Perché i detenuti spesso preferiscono parlare con loro piuttosto che con altri? Nelle carceri, anche in quelle dell’inadeguato sistema penitenziario italiano, ci sono i medici, gli psicologi, gli assistenti sociali, eppure — è constatato — si parla più volentieri con le suore.
Suor Carla ne è pienamente consapevole: «Sanno bene che noi non possiamo far niente per loro dal punto di vista pratico, ma sanno anche che non abbiamo alcun secondo fine se non l’ascolto. Per questo ci accolgono volentieri». E — aggiunge suor Rita — «capiscono che siamo lì per loro, solo per loro e ce lo dicono. Ci tengono a precisare che quello che dicono a noi ad altri non lo direbbero».
Così l’accoglienza diventa reciproca e spontanea. Il conforto conosce le vie semplici della parola, della comprensione, dell’attenzione, della possibilità di esprimere i dubbi, tutti i dubbi, anche quelli che nessun altro capirebbe. Loro, è evidente, in quella vita di sofferenza continuano a cercare una madre, una donna che rimane al loro fianco qualunque cosa abbiano fatto.
Racconta suor Carla che spesso i detenuti con cui parla alla fine le fanno delle promesse. «Sorella — le dicono — io cercherò di fare tutto quello che lei mi dice perché lei per me è come la mia mamma». Suor Lucia passa fra le celle dell’ospedale e si sente salutare. «Buon giorno mamma», le dicono. Lei si ferma per scambiare due parole. «Non faccio grandi cose — mi racconta — ma ho capito che devo andare lì, fra di loro, che hanno bisogno di me. Nel reparto dove viene ricoverato chi ha problemi psichiatrici qualcuno lo ha detto esplicitamente: “Non voglio lo psichiatra, voglio la suora”. E un altro mi ha pregato: “Suora, non mi abbandoni”. Io non faccio domande, li ascolto, ma so che così li posso aiutare».
Ricorda suor Carla che un giorno, dopo la messa, un detenuto le si è avvicinato per chiederle se poteva ancora dire il Padre nostro. «Perché no? Che dubbi hai?» le ha chiesto la religiosa. «Perché non sono disposto a perdonare» le ha risposto il detenuto. Lui aveva ammazzato l’uomo che aveva violentato e ucciso sua moglie. Era in carcere per quel delitto, stava scontando una dura pena, sapeva di aver fatto una cosa orribile ma, nonostante questo, non era disponibile al perdono, non aveva intenzione di «rimettere» alcun debito e in quella preghiera, si sa, lo si dice chiaramente.
Suor Carla ha ascoltato e capito. Chi le parlava non era ancora pronto al pentimento e al perdono, i tempi dovevano essere più lunghi, il percorso era più difficile. «Puoi dirlo il Padre nostro — gli ha risposto — con quella preghiera chiedi a Dio di aiutarti a fare quello che finora non hai fatto. Chiedi che ti dia la forza che non hai. È lo stesso valida e importante».
Su suor Rita, suor Carla e suor Lucia in quelle ore che trascorrono in carcere si riversano tutti i dolori e i dubbi e anche le incertezze del futuro di coloro che in quell’istituto di pena sono costretti a stare per anni.
Anche le paure di chi all’apparenza è un privilegiato perché in qualche modo ha cercato di pareggiare i suoi conti con la giustizia. Suor Rita ha conosciuto molti che si sono pentiti, che sono diventati collaboratori di giustizia che forse, in seguito a questo, potrebbero avere un futuro migliore. «Ma anche per loro — mi spiega — i giorni che verranno sono bui. Devono cambiare tutto: faccia, abitudini, Paese e poi, dopo alcuni anni in cui hanno l’aiuto dello Stato, comunque sono di nuovo soli. Devono pensare interamente alla loro vita, al loro lavoro, ai loro affetti. Hanno paura e alle suore lo confessano».
Dopo aver parlato con le tre religiose che si recano a Rebibbia mi sono chiesta se il lavoro delle suore nelle carceri è coordinato e diretto da qualcuno, se ci sono dei numeri, dei dati sulla loro presenza negli istituti di pena, se la loro capacità di ascolto è conosciuta e apprezzata.
Ho appreso da Virgilio Balducchi, ispettore capo dei cappellani carcerari italiani, che i numeri sono incerti, che solo in questi ultimi tempi si sta tentando un censimento, che per questo si è messo in contatto con l’Unione superiore maggiori d’Italia per costruire insieme progetti e proposte. Per ora, da un primo parziale censimento, si può dire che le suore che vanno negli istituti di pena sono circa duecento, tutte volontarie, perché dal 1975 è finito per legge il loro ruolo di vigilatrici.
Rimane la domanda su che cosa spinge questo gruppo di religiose che probabilmente fra di loro non si conoscono, che non sono coordinate da alcun organismo superiore, alla loro missione nelle carceri.
«C’è qualcosa che mi spinge, qualcosa di molto forte — cerca di spiegare suor Lucia — e anche se ci metto ben due ore per arrivare a Rebibbia o all’ospedale Pertini, non salto un giorno di visita. Mi accorgo che le mie preghiere sono sempre rivolte a loro. Ho capito che non potevo abbandonarli per nessuna ragione fin dalla mia prima visita in un istituto di pena. Ricordo che il giorno dopo aver visto per la prima volta un carcere mi sono recata per una cerimonia a San Pietro e tutto il tempo ho pensato solo a quei malati, a quei detenuti. Sono scoppiata a piangere per il loro dolore, la loro miseria».
La loro miseria. Le religiose, malgrado la loro consuetudine al carcere, ne sono sempre colpite. «Fin dal primo giorno — racconta suor Carla — mi è stato chiaro che erano i poveri che pagavano più di tutti, erano loro che non avevano un lavoro, che non avevano una famiglia, che spesso non sapevano neppure leggere e scrivere a finire poi in carcere. Alcuni volevano fare la cresima, io davo loro qualcosa da leggere per prepararsi e vergognandosi mi chiedevano se potevo farlo io... Loro non erano capaci».
Di fronte a questa solitudine, a questo abbandono, a questa inimmaginabile povertà la parola delle religiose appare la sola ricchezza, la sola attenzione, il solo dono che chi è in galera riesce ad avere.
Per questo i detenuti non smettono di cercarle e loro non smettono di andare a trovarli. Anche se solo per un saluto, una preghiera insieme e la promessa: «Ci rivediamo fra qualche giorno».
Perché voglio la suora. Inchiesta sulla presenza delle religiose nel carcere romano di Rebibbia
(Ritanna Armeni) Suor Rita e suor Carla ogni settimana si recano all’istituto penale maschile di Rebibbia, a Roma. La domenica ascoltano la messa con i detenuti. Alcuni dopo si avvicinano e chiedono di parlare con loro. Altri li conoscono da tempo e anche con loro trovano il tempo per qualche parola. Quegli uomini sono in prigione da anni e hanno ancora molto tempo da trascorrere in carcere. Hanno un passato cupo, un presente triste, un futuro buio, ma con quella richiesta mostrano che qualcosa in loro non si è definitivamente rotto. Il desiderio di comunicare, di farsi ascoltare è rimasto.
Suor Lucia è infermiera e si reca invece nel reparto dell’ospedale Sandro Pertini, sempre a Roma, dove ci sono i detenuti malati.
Suor Rita a Rebibbia ci va da dieci anni. Da dieci anni ascolta le loro storie e i loro drammi. «Tutti — mi racconta all’uscita da una delle sue visite — hanno qualcosa dentro che vogliono tirare fuori, che vogliono raccontare. Sono storie terribili che spesso non si sanno neppure spiegare. Uno di loro in carcere per omicidio ancora non sa chiarire neppure a se stesso perché un giorno ha ucciso un uomo e poi lo ha fatto a pezzi e ha nascosto ogni pezzo in un luogo diverso. Continua a ripetere: “perché? perché?”».
Lei non sembra sconvolta da narrazioni così drammatiche, le sue parole sono calme, intrise di pietà. «Hanno bisogno di qualcuno che li ascolti, che ascolti il loro disagio, che comprenda la difficoltà della loro vita». E spesso il disagio, il dolore non riguarda solo il passato, le colpe commesse, ma anche per la loro vita presente, così come si svolge nelle carceri.
Quando una suora si avvicina a un detenuto non sa nulla di lui. In genere si è recata in quell’istituto di pena spontaneamente, spinta dal desiderio di ascoltare ed è stata ammessa dopo un accordo con la direzione. La relazione fra lei e il detenuto si svolge quindi senza alcuna formalità, senza alcuna direttiva. Le suore sono disponibili ad ascoltare, i detenuti hanno desiderio e bisogno di parlare.
Ma perché proprio con le suore? Perché i detenuti spesso preferiscono parlare con loro piuttosto che con altri? Nelle carceri, anche in quelle dell’inadeguato sistema penitenziario italiano, ci sono i medici, gli psicologi, gli assistenti sociali, eppure — è constatato — si parla più volentieri con le suore.
Suor Carla ne è pienamente consapevole: «Sanno bene che noi non possiamo far niente per loro dal punto di vista pratico, ma sanno anche che non abbiamo alcun secondo fine se non l’ascolto. Per questo ci accolgono volentieri». E — aggiunge suor Rita — «capiscono che siamo lì per loro, solo per loro e ce lo dicono. Ci tengono a precisare che quello che dicono a noi ad altri non lo direbbero».
Così l’accoglienza diventa reciproca e spontanea. Il conforto conosce le vie semplici della parola, della comprensione, dell’attenzione, della possibilità di esprimere i dubbi, tutti i dubbi, anche quelli che nessun altro capirebbe. Loro, è evidente, in quella vita di sofferenza continuano a cercare una madre, una donna che rimane al loro fianco qualunque cosa abbiano fatto.
Racconta suor Carla che spesso i detenuti con cui parla alla fine le fanno delle promesse. «Sorella — le dicono — io cercherò di fare tutto quello che lei mi dice perché lei per me è come la mia mamma». Suor Lucia passa fra le celle dell’ospedale e si sente salutare. «Buon giorno mamma», le dicono. Lei si ferma per scambiare due parole. «Non faccio grandi cose — mi racconta — ma ho capito che devo andare lì, fra di loro, che hanno bisogno di me. Nel reparto dove viene ricoverato chi ha problemi psichiatrici qualcuno lo ha detto esplicitamente: “Non voglio lo psichiatra, voglio la suora”. E un altro mi ha pregato: “Suora, non mi abbandoni”. Io non faccio domande, li ascolto, ma so che così li posso aiutare».
Ricorda suor Carla che un giorno, dopo la messa, un detenuto le si è avvicinato per chiederle se poteva ancora dire il Padre nostro. «Perché no? Che dubbi hai?» le ha chiesto la religiosa. «Perché non sono disposto a perdonare» le ha risposto il detenuto. Lui aveva ammazzato l’uomo che aveva violentato e ucciso sua moglie. Era in carcere per quel delitto, stava scontando una dura pena, sapeva di aver fatto una cosa orribile ma, nonostante questo, non era disponibile al perdono, non aveva intenzione di «rimettere» alcun debito e in quella preghiera, si sa, lo si dice chiaramente.
Suor Carla ha ascoltato e capito. Chi le parlava non era ancora pronto al pentimento e al perdono, i tempi dovevano essere più lunghi, il percorso era più difficile. «Puoi dirlo il Padre nostro — gli ha risposto — con quella preghiera chiedi a Dio di aiutarti a fare quello che finora non hai fatto. Chiedi che ti dia la forza che non hai. È lo stesso valida e importante».
Su suor Rita, suor Carla e suor Lucia in quelle ore che trascorrono in carcere si riversano tutti i dolori e i dubbi e anche le incertezze del futuro di coloro che in quell’istituto di pena sono costretti a stare per anni.
Anche le paure di chi all’apparenza è un privilegiato perché in qualche modo ha cercato di pareggiare i suoi conti con la giustizia. Suor Rita ha conosciuto molti che si sono pentiti, che sono diventati collaboratori di giustizia che forse, in seguito a questo, potrebbero avere un futuro migliore. «Ma anche per loro — mi spiega — i giorni che verranno sono bui. Devono cambiare tutto: faccia, abitudini, Paese e poi, dopo alcuni anni in cui hanno l’aiuto dello Stato, comunque sono di nuovo soli. Devono pensare interamente alla loro vita, al loro lavoro, ai loro affetti. Hanno paura e alle suore lo confessano».
Dopo aver parlato con le tre religiose che si recano a Rebibbia mi sono chiesta se il lavoro delle suore nelle carceri è coordinato e diretto da qualcuno, se ci sono dei numeri, dei dati sulla loro presenza negli istituti di pena, se la loro capacità di ascolto è conosciuta e apprezzata.
Ho appreso da Virgilio Balducchi, ispettore capo dei cappellani carcerari italiani, che i numeri sono incerti, che solo in questi ultimi tempi si sta tentando un censimento, che per questo si è messo in contatto con l’Unione superiore maggiori d’Italia per costruire insieme progetti e proposte. Per ora, da un primo parziale censimento, si può dire che le suore che vanno negli istituti di pena sono circa duecento, tutte volontarie, perché dal 1975 è finito per legge il loro ruolo di vigilatrici.
Rimane la domanda su che cosa spinge questo gruppo di religiose che probabilmente fra di loro non si conoscono, che non sono coordinate da alcun organismo superiore, alla loro missione nelle carceri.
«C’è qualcosa che mi spinge, qualcosa di molto forte — cerca di spiegare suor Lucia — e anche se ci metto ben due ore per arrivare a Rebibbia o all’ospedale Pertini, non salto un giorno di visita. Mi accorgo che le mie preghiere sono sempre rivolte a loro. Ho capito che non potevo abbandonarli per nessuna ragione fin dalla mia prima visita in un istituto di pena. Ricordo che il giorno dopo aver visto per la prima volta un carcere mi sono recata per una cerimonia a San Pietro e tutto il tempo ho pensato solo a quei malati, a quei detenuti. Sono scoppiata a piangere per il loro dolore, la loro miseria».
La loro miseria. Le religiose, malgrado la loro consuetudine al carcere, ne sono sempre colpite. «Fin dal primo giorno — racconta suor Carla — mi è stato chiaro che erano i poveri che pagavano più di tutti, erano loro che non avevano un lavoro, che non avevano una famiglia, che spesso non sapevano neppure leggere e scrivere a finire poi in carcere. Alcuni volevano fare la cresima, io davo loro qualcosa da leggere per prepararsi e vergognandosi mi chiedevano se potevo farlo io... Loro non erano capaci».
Di fronte a questa solitudine, a questo abbandono, a questa inimmaginabile povertà la parola delle religiose appare la sola ricchezza, la sola attenzione, il solo dono che chi è in galera riesce ad avere.
Per questo i detenuti non smettono di cercarle e loro non smettono di andare a trovarli. Anche se solo per un saluto, una preghiera insieme e la promessa: «Ci rivediamo fra qualche giorno».
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Noi prigioniere in Sierra Leone. Tra violenze terribili, nel 1995 sette religiose furono rinchiuse con giovani, adulti e bambini in un campo di detenzione. Mensile dell'Osservatore Romano «Donne chiesa mondo». (3/4)
(Teresa Bello, Missionaria di Maria, saveriana) Relazione accessibile ad altri, farsi spazio abitato da Dio dove altri possano entrare. Farsi spazio. Questa categoria che mi ritorna alla mente mi riporta di colpo nel 1995, indietro di diciotto anni, all’esperienza della prigionia in Sierra Leone, più esattamente nel campo militare, dove noi sette sorelle fummo condotte dai ribelli dopo il nostro sequestro.
Centinaia i civili catturati come noi, di punto in bianco, dalle loro case. Soprattutto giovani e bambini, ma non mancavano gli adulti.
Anche noi come loro, senza nulla di nostro, in tutto dipendenti dai guerriglieri e testimoni di una violenza assurda, inflitta del tutto gratuitamente su una popolazione innocente e ignara. Tutti esposti all’insicurezza per la propria vita. Giovani e bambini obbligati ad addestrarsi per essere guerriglieri. Tentativi di fuga. Catture ed esecuzioni.
L’orrore che ho sentito a volte fino alle ossa per quel che succedeva, la consapevolezza della mia piccolezza e impotenza in quel nonsenso assoluto e insieme la verità della preghiera che poteva anche lì metterci in relazione con Dio. È lì, che per la prima volta ho vissuto la missione nella sua essenzialità. Urgenza di verità, bisogno di vita, ricerca di Dio.
Era questo grido che io avvertivo dai miei fratelli guerriglieri e dalle loro vittime. Nel braccio che colpiva e nella vittima che subiva i colpi risuonava il silenzio di Dio. Ma il miracolo è che quel silenzio non è stato un silenzio muto, ma di rivelazione.
Una scena a cui sono tornata tante volte durante questi anni sempre cercando di capire come ha potuto quel silenzio svelarmi la presenza. Non so ancora dirlo. Ma è stata quella presenza che mi ha salvato, portandomi attraverso quei giorni senza che il male mi toccasse in profondità.
È questa presenza che i guerriglieri venivano a cercare facendo sosta nell’angolo del campo militare dove eravamo confinate ed è qui che per la prima volta ho avvertito la missione come un grembo che accoglie e nutre la vita, non per sua capacità ma per la presenza che lo abita.
Ci fu dato per grazia, e in particolare in certi momenti, di essere spazio di accoglienza ove quei nostri fratelli in preda a una violenza assurda, potevano ogni tanto accedere e riposare un momento.
Quel venire dei guerriglieri non era dettato dalla ricerca di cose: anche noi, per una volta, non avevamo nulla di nostro, neppure da mangiare. Non venivano alla ricerca di cose dunque, ma venivano a cercare la nostra povertà amata e abitata da Dio. E vi trovavano uno spazio di riposo.
È la meraviglia della missione. È questa l’immagine più cara che ancora mi porto nel cuore, dopo tanti anni. In quel loro venire, la nostra sensibilità di donne ci permetteva di intuire bisogni non detti e ricerche non dichiarate, ma qualche volta il loro cuore era troppo pieno di violenza fatta e subita, e allora, seduti per terra, nella loro tenuta di soldati sempre armati, si lasciavano scappare espressioni come: sono confuso... benedicimi! Odiano senza ragione... voglio anch’io quel segno... (la croce sulla nostra fronte, quel mercoledì delle ceneri), vengo a stare un po’ con voi... insegnami a pregare... Che grazia incredibile la missione!
Davvero un tesoro in vasi d’argilla, proprio come lo spazio nel quale noi stesse ci ritroviamo grazie al dono del Figlio, uno spazio abitato da Dio e accessibile ai fratelli, dove l’incontro può avvenire non grazie alla nostra santità, sempre lontana, ma grazie alla santità di Dio che nella sua onnipotenza misericordiosa sa usare strumenti poveri e deboli, vasi d’argilla, appunto, per raggiungere i suoi figli.
Come donna mi piace pensarmi così, attenta a quelle possibilità di vita a volte appena percettibili, come le visite dei guerriglieri, le domande del tassista e mille altre occasioni quotidiane per accoglierle nello spazio vitale della mia relazione con Dio sapendo che la grazia saprà fecondarle e farle crescere. Non ci sarà sempre dato di vedere lo svolgersi di questa crescita che rimane un mistero, ma sappiamo che avviene certamente, e allora proseguiamo il nostro cammino con la speranza che ci dà la nostra fede, vale a dire una speranza che è già garanzia di vita piena perché porta la firma di Dio.
Voglia il Signore renderci sempre più Chiesa, casa abitata da lui dove altri possono entrare perché avvenga l’incontro.
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Sdraiate sull’asfalto per i clandestini. Intervista a suor Pat e suor JoAnn che operano nel sistema carcerario di Chicago. Mensile dell'Osservatore Romano «Donne chiesa mondo». (4/4)
(Elizabeth Simari) «Come suore della Misericordia siamo chiamate a essere solidali con le nostre sorelle e i nostri fratelli immigrati clandestinamente». Suor Pat Murphy e suor JoAnn Persch hanno preso sul serio questa vocazione e stanno facendo la loro parte nell’aiutare gli undici milioni di immigrati privi di documenti negli Stati Uniti.
Per anni hanno svolto il loro ministero nelle carceri di Chicago, in Illinois, lavorando in particolare presso il Broadview Immigration Processing Center, luogo in cui gli immigrati illegali sono rinchiusi fino al processo. Le due religiose si sono conosciute quando erano ancora giovani suore, e non c’è voluto molto perché scoprissero che la loro spiritualità e il loro senso di giustizia erano molto compatibili. La partecipazione a programmi sulla dottrina sociale della Chiesa, gestiti dai gesuiti, le ha aiutate ad ascoltare la loro chiamata: dedicarsi alle questioni di giustizia. Oggi s’impegnano a tutti i livelli per contribuire a fare approvare dal Congresso statunitense una legge che darebbe ad alcuni giovani privi di documenti e alle loro famiglie la possibilità di ottenere la cittadinanza. «Siamo donne di speranza, quindi non ci arrenderemo».
Come siete arrivate a interessarvi di immigrazione clandestina?
La giustizia sociale è sempre stata al centro dei nostri interessi. Siamo cresciute in città diverse, ma entrambe abbiamo fatto parte di gruppi di azione cattolica. La morte di tre suore e di una missionaria laica nel Salvador, di monsignor Romero, dei gesuiti e della loro governante, ci ha spinte a reagire. È stata questa, in parte, la nostra prima chiamata a dedicarci agli immigrati, e, nel caso specifico, ai rifugiati centroamericani che scappavano dalla violenza. Nel 1990 abbiamo inaugurato e incominciato a gestire Su Casa, una casa della comunità cattolica per i rifugiati centramericani. Accoglievamo uomini, donne e bambini provenienti da quelle terre, tutti vittime di torture. Per sei anni abbiamo vissuto e lavorato a Su Casa, che è ancora aperta e accoglie donne e bimbi ispanici che non hanno un tetto.
Poi è entrato in scena anche il Broadview Immigration Processing Center...
Nel 2006 la nostra comunità ci ha chiesto di andare a conoscere dei “veri” immigranti, quindi abbiamo cercato una nuova sfida. Abbiamo sentito parlare di un avvocato, Royal Berg, che proprio in quell’anno aveva deciso di andare a pregare nel centro dell’immigrazione di Broadview dove la gente veniva rinchiusa in attesa di controlli. Ci siamo unite a lui nel gennaio del 2007: abbiamo capito che la nostra vocazione era di essere lì ogni venerdì. Quella prima settimana c’erano solo tre suore della Misericordia e l’avvocato. Ora, invece, ogni settimana partecipano circa una quarantina di persone. Cinque di noi entrano prima che sia consentito l’accesso ai familiari; due si dedicano alle famiglie, dando loro notizie su dove andranno i loro cari e i recapiti di case sicure; altre parlano con quanti verranno spostati in altre strutture in attesa di giudizio.
Il permesso di salire sui pullman dei clandestini e di entrare nel centro avete dovuto conquistarlo.
È una lunga storia. Parlando con i familiari che venivano a salutare coloro che venivano rinchiusi, abbiamo capito che avremmo dovuto essere presenti all’interno della struttura per offrire loro cure pastorali. Lo abbiamo chiesto, ma la risposta è stata negativa. Ci siamo allora accordate con un gruppo di pressione per sdraiarci davanti ai pullman diretti all’aeroporto allo scopo di denunciare la violazione dei diritti umani e religiosi. Il fatto che fossero coinvolte nella protesta due arzille suore anzianotte ha suscitato grande scalpore nei media. Così i servizi deputati all’immigrazione ci hanno chiamate: volevano trattare. Il risultato è stato che dall’aprile del 2009 siamo state autorizzate a salire sugli autobus diretti all’aeroporto per pregare con i “passeggeri”. Ci sono volute però ancora altre trattative perché fossimo autorizzate anche a entrare per parlare e pregare con gli immigrati clandestini. Un gruppo di sostegno ha intanto preparato un disegno di legge per consentire agli operatori pastorali di entrare nelle carceri dell’Illinois e incontrare i detenuti per immigrazione clandestina. Eravamo ciò che definivano “il volto della legge”. E così ci siamo messe a fare pressione e alla fine la legge è stata approvata. Era il 2008. Concretamente, però, abbiamo dovuto aspettare fino al 2010 prima di poter effettivamente entrare. Il nostro motto è: «Lo facciamo in modo pacifico e rispettoso, ma non accettiamo mai un no come risposta».
Che rapporto sviluppate con coloro che vengono rinchiusi e le loro famiglie?
Alcune di queste persone vengono detenute per mesi o perfino per anni. Molte di loro si presentano regolarmente, quindi riusciamo a stabilire un legame che, in parte, continua anche dopo. Uno dei detenuti che è venuto a incontrarci aveva moglie e un figlio a Chicago. Questi hanno incominciato a venire a Broadview, e così abbiamo conosciuto anche loro. Il marito adesso è fuori su cauzione, e quindi a volte partecipa alla veglia. Siamo andate a casa loro e la famiglia è venuta da noi. Stiamo tutti pregando perché l’uomo non venga trasferito quando ci sarà il processo. Ora abbiamo un programma post-detenzione e molti degli uomini e delle donne che ospitiamo e assistiamo stringono stretti legami con noi e con il nostro personale. Se ci prendiamo cura di loro è perché non hanno una famiglia in questo Paese, non hanno un permesso di lavoro e per essere ascoltati in tribunale talvolta devono attendere anni.
Vi recate settimanalmente anche nel carcere distrettuale McHenry.
Ogni martedì, una squadra composta da una quindicina tra uomini e donne si reca nel carcere distrettuale McHenry. I detenuti si mettono in lista per incontrarci. Si tratta di visite a contatto personale e diretto, poiché vengono in una stanza con noi. Dialoghiamo, forniamo loro informazioni su ciò che accade quando si viene rimpatriati, trasmettiamo messaggi quando ci chiedono di fare qualche telefonata, distribuiamo materiale di lettura religioso e Bibbie, se lo desiderano. Terminiamo sempre con una preghiera. Ci dicono anche per che cosa vogliono che si preghi, e noi lo scriviamo e lo mandiamo alle diverse comunità confessionali. Quando non hanno soldi per telefonare a casa o comprare cose necessarie, versiamo dieci dollari sul loro conto per le spese personali.
Perché è importante per gli Stati Uniti lavorare nel campo dell’immigrazione? Quali i problemi fondamentali da risolvere?
L’immigrazione è al centro del nostro Paese e della nostra Chiesa. Quando teniamo qualche discorso in pubblico, spesso usiamo le basi scritturali per spiegare il nostro bisogno di essere accoglienti e di andare incontro agli altri. La questione più importante è l’unità della famiglia. Continuiamo a vedere famiglie lacerate, bambini senza genitori, coniugi lasciati soli; assistiamo al formarsi di una nuova categoria di poveri, laddove spesso la famiglia era solida e le persone erano membri produttivi della società.
Papa Francesco ha condannato la globalizzazione dell’indifferenza, proponendo una globalizzazione della fraternità. Come può una globalizzazione della fraternità aiutare a risolvere le questioni relative all’immigrazione?
Amiamo molto l’omelia pronunciata a Lampedusa. La citiamo nei nostri discorsi e ne distribuiamo copia. La globalizzazione dell’indifferenza è letale per la questione dell’immigrazione e per il mondo in generale. È un’omelia di una tale forza: che dono sarebbe la globalizzazione della fraternità! Significherebbe vivere il Vangelo. Spesso diciamo: è difficile fare il Vangelo. Questo perché viviamo in una cultura di isolamento e di paura. Non esisterebbe un problema dell’immigrazione se praticassimo la globalizzazione della fraternità. Invece di riconoscere che siamo fratelli e sorelle, viviamo nella cultura del noi e del loro: siamo convinti che se gli altri non sono come noi, non possono essere buoni.
Il Papa ha invitato ad aiutare quanti sono nelle periferie. Che ruolo hanno le religiose nell’aiutare gli emarginati, e quali doni specifici possiedono le donne nel prestare questo aiuto?
Le religiose sono in prima linea nel lavoro con gli emarginati. La nostra comunità è impegnata a lavorare con i poveri e gli oppressi, ma questo vale per tutte le religiose. Andiamo dove c’è bisogno e lavoriamo con tutti. Dobbiamo far sapere alle nostre sorelle e ai nostri fratelli che non sono soli. Abbiamo la capacità di schierarci e di parlare a favore di coloro che non possono o non sanno farlo. Le donne sono dotate di gentilezza e di senso materno, ma sono anche molto forti ed è proprio dell’istinto materno proteggere gli indifesi e schierarsi in loro favore. Non dobbiamo aver paura di rischiare per amore del Vangelo.
Nel 1990 suor Pat Murphy e suor JoAnn Persch hanno avviato a Chicago la comunità cattolica per lavoratori Su Casa, destinata ai rifugiati centramericani richiedenti asilo e sopravvissuti alle torture. Qualche anno dopo, hanno quindi avviato Casa Notre Dame per le donne in cura dalle dipendenze e i loro figli. Oggi operano come volontarie di giustizia per le suore della Misericordia di Chicago, nell’area del West/Midwest. Hanno creato e ora coordinano il comitato interconfessionale per gli immigrati detenuti.
L'Osservatore Romano
Come siete arrivate a interessarvi di immigrazione clandestina?
La giustizia sociale è sempre stata al centro dei nostri interessi. Siamo cresciute in città diverse, ma entrambe abbiamo fatto parte di gruppi di azione cattolica. La morte di tre suore e di una missionaria laica nel Salvador, di monsignor Romero, dei gesuiti e della loro governante, ci ha spinte a reagire. È stata questa, in parte, la nostra prima chiamata a dedicarci agli immigrati, e, nel caso specifico, ai rifugiati centroamericani che scappavano dalla violenza. Nel 1990 abbiamo inaugurato e incominciato a gestire Su Casa, una casa della comunità cattolica per i rifugiati centramericani. Accoglievamo uomini, donne e bambini provenienti da quelle terre, tutti vittime di torture. Per sei anni abbiamo vissuto e lavorato a Su Casa, che è ancora aperta e accoglie donne e bimbi ispanici che non hanno un tetto.
Poi è entrato in scena anche il Broadview Immigration Processing Center...
Nel 2006 la nostra comunità ci ha chiesto di andare a conoscere dei “veri” immigranti, quindi abbiamo cercato una nuova sfida. Abbiamo sentito parlare di un avvocato, Royal Berg, che proprio in quell’anno aveva deciso di andare a pregare nel centro dell’immigrazione di Broadview dove la gente veniva rinchiusa in attesa di controlli. Ci siamo unite a lui nel gennaio del 2007: abbiamo capito che la nostra vocazione era di essere lì ogni venerdì. Quella prima settimana c’erano solo tre suore della Misericordia e l’avvocato. Ora, invece, ogni settimana partecipano circa una quarantina di persone. Cinque di noi entrano prima che sia consentito l’accesso ai familiari; due si dedicano alle famiglie, dando loro notizie su dove andranno i loro cari e i recapiti di case sicure; altre parlano con quanti verranno spostati in altre strutture in attesa di giudizio.
Il permesso di salire sui pullman dei clandestini e di entrare nel centro avete dovuto conquistarlo.
È una lunga storia. Parlando con i familiari che venivano a salutare coloro che venivano rinchiusi, abbiamo capito che avremmo dovuto essere presenti all’interno della struttura per offrire loro cure pastorali. Lo abbiamo chiesto, ma la risposta è stata negativa. Ci siamo allora accordate con un gruppo di pressione per sdraiarci davanti ai pullman diretti all’aeroporto allo scopo di denunciare la violazione dei diritti umani e religiosi. Il fatto che fossero coinvolte nella protesta due arzille suore anzianotte ha suscitato grande scalpore nei media. Così i servizi deputati all’immigrazione ci hanno chiamate: volevano trattare. Il risultato è stato che dall’aprile del 2009 siamo state autorizzate a salire sugli autobus diretti all’aeroporto per pregare con i “passeggeri”. Ci sono volute però ancora altre trattative perché fossimo autorizzate anche a entrare per parlare e pregare con gli immigrati clandestini. Un gruppo di sostegno ha intanto preparato un disegno di legge per consentire agli operatori pastorali di entrare nelle carceri dell’Illinois e incontrare i detenuti per immigrazione clandestina. Eravamo ciò che definivano “il volto della legge”. E così ci siamo messe a fare pressione e alla fine la legge è stata approvata. Era il 2008. Concretamente, però, abbiamo dovuto aspettare fino al 2010 prima di poter effettivamente entrare. Il nostro motto è: «Lo facciamo in modo pacifico e rispettoso, ma non accettiamo mai un no come risposta».
Che rapporto sviluppate con coloro che vengono rinchiusi e le loro famiglie?
Alcune di queste persone vengono detenute per mesi o perfino per anni. Molte di loro si presentano regolarmente, quindi riusciamo a stabilire un legame che, in parte, continua anche dopo. Uno dei detenuti che è venuto a incontrarci aveva moglie e un figlio a Chicago. Questi hanno incominciato a venire a Broadview, e così abbiamo conosciuto anche loro. Il marito adesso è fuori su cauzione, e quindi a volte partecipa alla veglia. Siamo andate a casa loro e la famiglia è venuta da noi. Stiamo tutti pregando perché l’uomo non venga trasferito quando ci sarà il processo. Ora abbiamo un programma post-detenzione e molti degli uomini e delle donne che ospitiamo e assistiamo stringono stretti legami con noi e con il nostro personale. Se ci prendiamo cura di loro è perché non hanno una famiglia in questo Paese, non hanno un permesso di lavoro e per essere ascoltati in tribunale talvolta devono attendere anni.
Vi recate settimanalmente anche nel carcere distrettuale McHenry.
Ogni martedì, una squadra composta da una quindicina tra uomini e donne si reca nel carcere distrettuale McHenry. I detenuti si mettono in lista per incontrarci. Si tratta di visite a contatto personale e diretto, poiché vengono in una stanza con noi. Dialoghiamo, forniamo loro informazioni su ciò che accade quando si viene rimpatriati, trasmettiamo messaggi quando ci chiedono di fare qualche telefonata, distribuiamo materiale di lettura religioso e Bibbie, se lo desiderano. Terminiamo sempre con una preghiera. Ci dicono anche per che cosa vogliono che si preghi, e noi lo scriviamo e lo mandiamo alle diverse comunità confessionali. Quando non hanno soldi per telefonare a casa o comprare cose necessarie, versiamo dieci dollari sul loro conto per le spese personali.
Perché è importante per gli Stati Uniti lavorare nel campo dell’immigrazione? Quali i problemi fondamentali da risolvere?
L’immigrazione è al centro del nostro Paese e della nostra Chiesa. Quando teniamo qualche discorso in pubblico, spesso usiamo le basi scritturali per spiegare il nostro bisogno di essere accoglienti e di andare incontro agli altri. La questione più importante è l’unità della famiglia. Continuiamo a vedere famiglie lacerate, bambini senza genitori, coniugi lasciati soli; assistiamo al formarsi di una nuova categoria di poveri, laddove spesso la famiglia era solida e le persone erano membri produttivi della società.
Papa Francesco ha condannato la globalizzazione dell’indifferenza, proponendo una globalizzazione della fraternità. Come può una globalizzazione della fraternità aiutare a risolvere le questioni relative all’immigrazione?
Amiamo molto l’omelia pronunciata a Lampedusa. La citiamo nei nostri discorsi e ne distribuiamo copia. La globalizzazione dell’indifferenza è letale per la questione dell’immigrazione e per il mondo in generale. È un’omelia di una tale forza: che dono sarebbe la globalizzazione della fraternità! Significherebbe vivere il Vangelo. Spesso diciamo: è difficile fare il Vangelo. Questo perché viviamo in una cultura di isolamento e di paura. Non esisterebbe un problema dell’immigrazione se praticassimo la globalizzazione della fraternità. Invece di riconoscere che siamo fratelli e sorelle, viviamo nella cultura del noi e del loro: siamo convinti che se gli altri non sono come noi, non possono essere buoni.
Il Papa ha invitato ad aiutare quanti sono nelle periferie. Che ruolo hanno le religiose nell’aiutare gli emarginati, e quali doni specifici possiedono le donne nel prestare questo aiuto?
Le religiose sono in prima linea nel lavoro con gli emarginati. La nostra comunità è impegnata a lavorare con i poveri e gli oppressi, ma questo vale per tutte le religiose. Andiamo dove c’è bisogno e lavoriamo con tutti. Dobbiamo far sapere alle nostre sorelle e ai nostri fratelli che non sono soli. Abbiamo la capacità di schierarci e di parlare a favore di coloro che non possono o non sanno farlo. Le donne sono dotate di gentilezza e di senso materno, ma sono anche molto forti ed è proprio dell’istinto materno proteggere gli indifesi e schierarsi in loro favore. Non dobbiamo aver paura di rischiare per amore del Vangelo.
Nel 1990 suor Pat Murphy e suor JoAnn Persch hanno avviato a Chicago la comunità cattolica per lavoratori Su Casa, destinata ai rifugiati centramericani richiedenti asilo e sopravvissuti alle torture. Qualche anno dopo, hanno quindi avviato Casa Notre Dame per le donne in cura dalle dipendenze e i loro figli. Oggi operano come volontarie di giustizia per le suore della Misericordia di Chicago, nell’area del West/Midwest. Hanno creato e ora coordinano il comitato interconfessionale per gli immigrati detenuti.
L'Osservatore Romano