Nell’omelia di questa mattina 18 novembre a Santa Marta papa Francesco ha preso spunto dal primo libro dei Maccabei – di cui è iniziata la lettura in questo scorcio dell’anno liturgico – per dare una micidiale lavata di capo a quel “progressismo adolescenziale” disposto a sottomettersi alla “uniformità egemonica” del “pensiero unico frutto della mondanità”.
Un pensiero che legalizza anche “le condanne a morte”, anche “i sacrifici umani”. “Ma voi – ha chiesto il papa – pensate che oggi non si facciano, i sacrifici umani? Se ne fanno tanti, tanti! E ci sono delle leggi che li proteggono”.
Difficile non vedere in questo grido di dolore di papa Francesco anche le innumerevoli vite falciate sul nascere dall’aborto.
Nel deprecare l’avanzata di “questo spirito di mondanità che porta all’apostasia” il papa ha citato un romanzo “profetico” d’inizio Novecento che è una delle sue letture preferite: “Il padrone del mondo” di Robert H. Benson (*), un sacerdote anglicano, figlio di un arcivescovo di Canterbury, che si convertì al cattolicesimo.
Gesù – ha ricordato il papa – apostrofa come “generazione adultera e malvagia” coloro che “negoziano una cosa essenziale al proprio essere, la fedeltà al Signore”. Forse non negoziano alcuni valori ai quali non rinunciano; ma si tratta di valori – ha sottolineato – che alla fine sono talmente svuotati di senso da restare soltanto “valori nominali, non reali”.
S. Magister
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(*): Per cui rimando al post:
19 Nov 2012
E' questo il caso di due opere famosissime, di cui propongo la (ri-)lettura in questo tempo. La prima è di Robert Hugh Benson (*) ("Il Padrone del mondo"), di cui faccio precedere una recensione che traggo da "30 Giorni" di ...
Mario Palmaro e la telefonata del papa: fedeltà e vigilanza credente e responsabile
«Sì, è vero. Ho ricevuto la telefonata del Papa. È successo due settimane fa, il primo novembre, il giorno dei Santi. Ma naturalmente ho tenuto la cosa per me. Nessuno avrebbe dovuto saperlo, si è trattato di una conversazione di natura assolutamente privata. Ma visto che ne hanno parlato le agenzie…».
Siamo ormai abituati al fatto, fino a oggi inconsueto, di un Pontefice che alza la cornetta e chiama direttamente chi vuole. Uno stile e un tratto umano diventati proverbiali. Ma certo non se lo aspettava, di sentire quella voce, Mario Palmaro, giornalista e scrittore, che insieme a Alessandro Gnocchi da anni scrive articoli e saggi sui temi della fede e della vita della Chiesa. È lui che racconta a Libero - di cui è collaboratore insieme a Gnocchi - la storia di questo momento intenso e commovente da lui vissuto in prima persona e che appunto non avrebbe mai voluto rivelare.
Siamo ormai abituati al fatto, fino a oggi inconsueto, di un Pontefice che alza la cornetta e chiama direttamente chi vuole. Uno stile e un tratto umano diventati proverbiali. Ma certo non se lo aspettava, di sentire quella voce, Mario Palmaro, giornalista e scrittore, che insieme a Alessandro Gnocchi da anni scrive articoli e saggi sui temi della fede e della vita della Chiesa. È lui che racconta a Libero - di cui è collaboratore insieme a Gnocchi - la storia di questo momento intenso e commovente da lui vissuto in prima persona e che appunto non avrebbe mai voluto rivelare.
Tutto era nato da alcuni articoli critici, firmati dai due autori, sul pontificato e pubblicati dal quotidiano Il Foglio. In particolare, quello pubblicato con il titolo, che non si prestava a interpretazioni, Questo Papa non ci piace. Critiche aperte che sono costate a entrambi la rubrica che avevano insieme su Radio Maria. Grande scalpore e conseguenti commenti, reazioni, dibattiti.
La telefonata è raccontata da alcuni siti online. In prima battuta in un post del sito tradizionalista Papale Papale, che non rivela però il nome dello scrittore. Poi Roberto Beretta, sul sito VinoNuovo, ha rilanciato la vicenda, con nome e cognome del protagonista. Il tutto è finito sulle agenzie.
«Mi dispiace che la notizia sia stata divulgata», spiega Palmaro, «e se fosse dipeso da me e da Alessandro, a cui l’ho subito fatto sapere, non sarebbe mai trapelato nulla. Anche perché evidentemente il Pontefice non aveva alcuna intenzione che il suo gesto fosse reso pubblico, così come i contenuti della nostra conversazione». E i contenuti, a questo punto, li svela lo stesso giornalista: «Papa Francesco mi ha detto di essermi molto vicino, essendo venuto a conoscenza delle mie condizioni di salute, della mia grave malattia, e io ho percepito con chiarezza questa sua empatia profonda, l’attenzione verso una persona in quanto tale, al di là di idee e opinioni, mentre vive un periodo di prova e di sofferenza». Insomma, una specie di carezza, di invito a non sentirsi soli, con il proprio fardello.
Palmaro racconta ancora: «Ero stupito, meravigliato, soprattutto commosso: per me, cattolico, quella che stavo vivendo era una delle esperienze più belle della vita. Ma ho sentito il dovere di ricordare al Papa che io, insieme a Gnocchi, avevo espresso delle critiche precise al suo operato, mentre rinnovavo la mia totale fedeltà in quanto figlio della Chiesa. Il Papa quasi non mi ha lasciato finire la frase, dicendo che aveva compreso che quelle critiche erano state fatte con amore e come fosse importante, per lui, riceverle». Parole che «mi hanno molto consolato».
Il punto è che per Palmaro e Gnocchi il primo dovere «è quello di essere lucidi e vigili rispetto ai contenuti della dottrina cattolica e, anche in quello che abbiamo scritto sul Foglio, mai è stata messa in discussione la fedeltà al Papa». Chi ha preso di mira i due autori, del resto, lo ha fatto riferendosi all’opportunità di queste critiche, non tanto sui loro contenuti. «E sommessamente vorrei ricordare», spiega ancora Palmaro, «che la rimozione dell’intervista di Scalfari a papa Francesco dal sito del Vaticano fa pensare che qualcosa di sbagliato nei contenuti di quel testo ci fosse, come noi, fra le altre cose, avevamo rimarcato».
L’esperienza di una attenzione così paterna, da parte del Papa, non avrà l’effetto di “ammorbidire” il giudizio e l’attenzione che i due giornalisti continueranno a esercitare su quanto accade Oltretevere?
No, risponde convinto Palmaro, perché «la nostra intenzione è quella di continuare lungo la strada che seguiamo da sempre, rispondendo alla nostra coscienza. Senza mai venir meno alla fedeltà al Papa e alla Chiesa, ma proprio per via di questa fedeltà e amore».
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Giustizia: storia di Carmelo, l'ergastolano che aspetta Papa Francesco
di Agnese Moro
La Stampa, 18 novembre 2013
Questa settimana vorrei condividere con voi, purtroppo sintetizzandola, una lettera che Carmelo Musumeci, ergastolano senza speranza di uscire, scrive dal carcere di Padova a Papa Francesco. Almeno per non dimenticare che anche i colpevoli sono sempre e ancora donne e uomini, come noi.
"Papa Francesco, scusa, sono di nuovi io. (...) Se scrivo di nuovo è per raccontarti un episodio della mia infanzia. Papa Francesco, una volta in collegio un prete mi raccontò la storia di un bambino che parlava con Gesù. Si chiamava Marcellino. Era un trovatello. Ei frati si erano presi cura di lui. Un giorno Marcellino aveva trovato nel solaio del convento un grande crocefisso con un Gesù inchiodato. Lui iniziò a parlargli. E Gesù a rispondergli. (...) La storia finiva bene. Bene per modo di dire, a seconda dei punti di vista: Marcellino si era gravemente ammalato. Ed era morto. E Gesù se l'era portato in cielo. Papa Francesco, anch'io volevo che la mia storia finisse bene. E dopo un paio di giorni che avevo sentito questo racconto ero andato in chiesa di nascosto per parlare con Gesù. Lui stava inchiodato in un grosso crocefisso di legno con la testa inclinata da un lato. Gli parlai guardandolo negli occhi. Gli domandai cosa dovevo fare nella vita. Se c'era differenza fra morire e vivere. E poi piansi davanti a lui per essere nato diverso dagli altri bambini. Piansi per i sogni che avevo diversi dagli altri bambini. Piansi per essere nato grande. Piansi per essere nato senza amore intorno a me. Piansi perché immaginavo che un giorno sarei diventato quello che non avrei voluto. Piansi per la vita che non avrei mai avuto. Piansi perché non riuscivo a smettere di piangere. Papa Francesco, quel giorno chiesi a Dio se faceva morire anche a me. E se mi portava in cielo con lui, come aveva fatto con Marcellino. (...) Papa Francesco, devi sapere che Gesù non mi rispose mai. (...) Papa Francesco, ti ho raccontato questo episodio della mia infanzia perché nella mia prima lettera ti avevo scritto che gli uomini ombra del carcere di Padova ti aspettavano, io per primo. (...) Io lo sapevo che non saresti potuto venire, non so se neppure Papa Francesco potrebbe osare tanto da andare a trovare gli ultimi dannati della terra, ma il bambino dell'episodio che ti ho raccontato, che è ancora dentro di me, crede ancora ai miracoli". Anche io ci credo Carmelo, e sono certa che verrà.
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- Quell'abbraccio del Papa «Mi sentivo in Paradiso» di Margherita De Bac in Corriere della Sera del 18 novembre 2013
"«Qui è il Paradiso» ha esclamato semplicemente Vinicio, con occhi sognanti, dopo l'abbraccio col Papa la settimana scorsa in Vaticano durante un'udienza organizzata per celebrare i 110 anni di Unitalsi. Nessuno lo aveva mai fatto prima..."
