
Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri. (Dal Vangelo secondo Giovanni 15, 9-17)
*Non è vero che non potremo mai essere felici. Non è vero che ci sarà sempre e solo da soffrire. Siamo nati per una gioia piena, qui ed ora. Eppure qualcosa in noi protesta dinanzi a questa affermazione. La realtà delle nostre esistenze ci fa ripiombare nel pessimismo, in quella sottile accidia che invelenisce le nostre ore, come quelle di questa società, dove non c'è spazio per la gioia. Siamo tutti in servizio permanente dell’ira; sempre di corvée alle pentole dell’indignazione. Il piacere a tutti i costi è l'unica forma di gioia consentita, condita da quel sarcasmo ironico e dissacrante che irride tutto e tutti. Ma di "gioia piena" nessuna traccia. Dov'è la gioia nel tuo matrimonio? E nel tuo lavoro, nello studio, nell'amicizia, nel ministero, nell'essere madre, padre, figlio? Dov'è la gioia nella tua malattia, nella precarietà, nella persecuzione? Se non c'è, significa che non ami, perché la gioia piena è l'abito più bello dell'amore, il suo frutto più squisito, l'anello nuziale che lega lo Sposo alla sposa. Non c'è amore autentico senza gioia piena. E se non ami è perché non hai ancora conosciuto l'amore di Cristo. Solo chi ha sperimentato nella sua vita l' "amore più grande" di Cristo che "ha dato la sua vita per i propri amici", è "ricolmo di gioia, anche se ora deve essere, per un po’ di tempo, afflitto da varie prove" (1 Pt. 1,6). Non può essere gioioso chi non si sente "amico" di Cristo! Chi si sente suo estraneo, infatti, sentirà estranei anche tutti quelli che gli sono vicini, e vivrà come estranea la storia che Dio ha preparato per lui. Non si donerà a nessuno, non entrerà negli eventi con amore. Continuerà ad essere un "servo che non sa quello che fa il suo padrone” e vivrà tutto come un obbligo, a volte con più trasporto e voglia, più spesso con disinteresse e superficialità. Ma oggi Gesù viene a spandere su ciascuno di noi lo stesso "olio di letizia" con il quale è stato "unto" Lui, "a preferenza dei suoi eguali". Viene a "sceglierci ancora", gratuitamente, come accadde chiaramente all'apostolo Mattia, a consacrarci nonostante noi "non abbiamo scelto Lui". Viene a farci "cristiani", a riversare in noi il suo Spirito, l'olio della gioia, l'amore con il quale "il Padre ama Lui". In esso siamo stati creati, e non c'è altra gioia piena che sperimentare questo amore e spanderlo a nostra volta, perché "questa è la nostra missione", secondo il significato originale del termine "comandamento": "che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati". Come ci ha amati? "Come il Padre ha amato Lui", ovvero donandosi completamente, offrendoci la sua vita, consegnandoci tutto se stesso, la sua vita, il suo cuore, il suo pensiero, le sue attitudini, i suoi sentimenti, le sue parole, i suoi segreti: "tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi". Ci ha amati aprendoci il suo cuore, perché potessimo conoscere la Verità, e in essa vedere la storia, discernere la volontà d'amore del Padre, e il suo giudizio di misericordia su ogni uomo. Per questo ci chiama a "rimanere nel suo amore", dove ogni evento, ogni istante della nostra vita, ogni relazione risplende nell'amore di Dio; dove siamo unti della stessa sua unzione, ovvero "costituiti perché andiamo" nel mondo, da chi ci è vicino, “amici” di Gesù e nostri, "e portiamo frutto e il nostro frutto rimanga”. Lo stesso "frutto" dell'olivo, l'olio profumato che "scendeva sulla barba di Aronne" - immagine di Cristo - sino al lembo della sua veste" - immagine della comunità dei suoi "amici", unita al suo capo dalla fragranza, dalla bellezza e dalla gioia della comunione e dell'amore fraterno. I frutti che "rimarranno" nella loro vita: l'amore e la gioia che nascono sui rami della Croce, perché solo da lì si entra nella Vita eterna e si è davvero fecondi. E, dalla Croce, intercedere per ogni uomo, in qualunque situazione si trovi, nella certezza che "tutto quello che chiederemo crocifissi con Lui, ovvero nel suo nome, il Padre lo concederà", perché non potrà negarlo agli "amici" di suo Figlio.
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Con l'occasione della festa liturgica di oggi, propongo la lettura di questo bel testo di Daniel Attinger, monaco di Bose, sul libro degli Atti degli Apostoli.
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Daniel Attinger - Atti degli Apostoli 2