martedì 13 maggio 2014

Al cuore della missione episcopale



Celebrazione giubilare nella cattedrale di San Giovanni in Laterano. 
Pubblichiamo ampi stralci dell’omelia che il cardinale vicario tiene nel pomeriggio di oggi, martedì 13, nella cattedrale del Laterano.

(Agostino Vallini) «Rimanete nel mio amore» (Giovanni, 15, 9). Queste parole di Gesù, che abbiamo appena ascoltato dal Vangelo di Giovanni, a cinquant’anni dall’ordinazione sacerdotale e venticinque dalla consacrazione episcopale, sento ancora risuonare in me come un invito dolce e suadente del Signore, che mi ha chiamato a seguirlo. Vi confido che non ho mai avuto dubbi che queste parole — così decisive per tutti i cristiani, ma particolarmente per i chiamati al ministero ordinato — il Signore le abbia rivolte anche a me come parole da porre a fondamento della mia risposta alla sua chiamata.
Gesù sceglie chi vuole, cioè «quelli che ha nel cuore», non per particolari qualità o benemerenze, ma per un disegno misterioso di amore, per metterli a parte della potestà di agire nel suo nome, per affidare loro il Vangelo e i santi misteri e per guidare la comunità dei figli di Dio. Questo disegno misterioso di amore ha riguardato anche me. Ho cominciato a conoscerlo e a sentirmi attratto da esso fin da bambino, a Corchiano, un piccolo paese non lontano da Roma, accanto a un giovane sacerdote, il mio parroco, che mi ha mostrato con l’esempio la bellezza del sacerdozio e mi ha accompagnato con la testimonianza gioiosa della vita. Questo disegno misterioso ho cercato di decifrare da adolescente nei giorni del dolore per la morte di mia mamma, allorché la Provvidenza, attraverso l’assidua lettura del Vangelo, mi ha aiutato a comprendere che solo la luce della risurrezione di Cristo squarcia il buio delle vicende umane e le rischiara, dando a esse senso e valore. Questo disegno di Cristo ho imparato a vivere, insieme con i miei compagni di cammino nella comunità del seminario di Napoli, dove illuminati maestri di vita spirituale e ottimi formatori ci hanno insegnato ad amare Cristo e la Chiesa con gioia e convinzione, a servirla con rettitudine e passione, e a considerare un grande onore qualunque ministero, prestigioso o umile, ci fosse stato affidato. In quella fucina di vero spirito sacerdotale ho appreso gradualmente che il punto di riferimento, da non perdere mai di vista, è la persona di Gesù pastore, di cui il chiamato al sacerdozio gerarchico è «ripresentazione sacramentale» da tradurre in una progressiva, voluta e coltivata identificazione personale che, nonostante limiti e debolezze, manifesti uno stile di vita che gli assomigli. A questa verità di fede ho cercato di rimanere fedele, condividendo il cammino spirituale del Gruppo Seguimi e spendendomi nei diversi compiti e uffici, sempre più impegnativi e gravosi, a cui la fiducia della Chiesa mi ha chiamato.
«Lo Spirito del Signore è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione». Queste parole di Isaia, ricordate nella prima lettura, contengono il racconto della vocazione profetica intesa come unzione dello Spirito di Dio. Nel mistero della Chiesa queste parole sono state proclamate venticinque anni fa, in questo giorno 13 maggio, nella cattedrale di Napoli, durante la solenne liturgia di consacrazione episcopale per attestare che su di me sarebbe avvenuta una nuova e speciale effusione dello Spirito Santo. Per l’imposizione delle mani del compianto arcivescovo, il cardinale Michele Giordano, dei vescovi consacranti e le parole della formula sacramentale ricevetti la successione apostolica. Dinanzi alla trascendenza della chiamata, comprendevo che mi veniva conferita una tremenda responsabilità verso il popolo di Dio, che solo lo Spirito mi permetteva di assumere. Ebbi la grazia di imparare a fare il vescovo come ausiliare nella mai dimenticata Chiesa di Napoli, accanto a tanti buoni sacerdoti e laici con i quali ho condiviso l’impegno di servire il popolo di Dio. Dopo venticinque anni sento il bisogno di lodare e benedire il Signore che mi ha illuminato e fortificato con i suoi doni, concedendomi l’onore e la gioia di essere pastore prima della Chiesa suburbicaria di Albano e poi, come collaboratore del Papa, di questa amata Chiesa di Roma.
Dal concilio Vaticano II a oggi il magistero della Chiesa ha costantemente invitato pastori e fedeli a spendersi generosamente nell’impegno di proclamare che Gesù è l’unico Salvatore dell’uomo. Tanti uomini e donne, anche battezzati, oggi sono confusi e smarriti, non riescono a trovare la risposta ai molti interrogativi della vita e a darsene una ragione. La cultura pervasiva della società della comunicazione di massa sembra che li allontani dalla ricerca dell’essenziale, mentre propone una felicità effimera, lasciando ben presto nell’insoddisfazione e nella tristezza. C’è un gran bisogno di ritrovare uno sguardo riassuntivo sul mondo e sulla storia, uno sguardo che squarci le nebbie del dubbio e apra alla luce radiosa della verità di Dio sull’uomo. La missione del vescovo e del sacerdote è proprio questa: suscitare interesse per scoprire il bisogno di Dio in tanti cercatori di verità, attrarre alla persona di Gesù, riscaldare i cuori e far maturare coscienze cristiane che promuovano una cultura dell’uomo e della società ispirata al Vangelo. È questo un bisogno urgente oggi anche a Roma, dinanzi al quale siamo chiamati a non tirarci indietro.
Nessun progetto pastorale aiuterà il popolo di Dio a crescere come comunità di fede e di amore cristiano, se il vescovo non invocherà incessantemente lo Spirito Santo perché sia vita e forza del popolo, coesione della comunione, vigore della missione. Insieme al compito di pregare il vescovo deve avere in cima alle sue cure pastorali un affetto privilegiato verso i sacerdoti: fratelli, amici e cooperatori nell’unica missione. Il gesto che nell’ordinazione sacerdotale egli compie di prendere tra le sue mani quelle del novello presbitero, nell’atto di questi di promettergli «filiale rispetto e obbedienza», impegna il vescovo a custodire, promuovere e difendere il sacerdote, a fargli sentire vicinanza e affetto, a condividere con lui gioie e dolori. A questo servizio di amore credo di non essermi mai tirato indietro, ho cercato di corrispondervi come ho saputo e potuto, avendo a cuore il bene delle persone e della Chiesa.
Infine, al vescovo è chiesto di non tirarsi mai indietro nell’essere segno della paternità di Dio verso tutti, particolarmente verso i poveri. La conformazione a Cristo buon pastore esige che in lui sia evidente la premura per i poveri come tratto distintivo della sua persona e delle sue attenzioni. Anche a Roma — lo sappiamo bene — c’è tanta gente che, particolarmente in questo tempo, vive male e soffre. I vecchi e i nuovi poveri — le cui fila si ingrossano ogni giorno con le continue tragedie di cui siamo spettatori (come quella di queste ultime ore nel mare Mediterraneo) — ci appartengono e non dobbiamo darci pace perché non solo a chi bussa alle porte delle nostre chiese, ma a chiunque è provato dalla sofferenza, non venga a mancare — per quanto ci è possibile — aiuto e sostegno. Siamo davvero la Chiesa di Cristo se la nostra fede è operante per mezzo della carità. Desidero testimoniare quanto la Chiesa di Roma sia impegnata a vivere — come attesta san Clemente Romano — la sua vocazione di capitale della carità. La mia gratitudine, anche in questa circostanza, va alla Caritas diocesana, alle parrocchie e a tutte le altre associazioni e istituzioni ecclesiali e di volontariato che si adoperano generosamente ogni giorno. Il Signore faccia risplendere sempre più luminoso il cuore caritatevole della nostra Chiesa.
L'Osservatore Romano

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Per il cinquantesimo di sacerdozio e il venticinquesimo di episcopato. Lettera del Papa al cardinale vicario di Roma
Pubblichiamo di seguito la lettera che Papa Francesco ha inviato al cardinale vicario Agostino Vallini in occasione del cinquantesimo anniversario di sacerdozio e del venticinquesimo di episcopato.
Al venerabile Fratello il Cardinale di Santa Romana Chiesa Agostino Vallini Nostro Vicario in Roma
Venerabile Fratello,
tra i privilegi e i doni di cui il Signore, nella sua grandissima benevolenza, ti ha ricolmato, in questo anno si aggiunge un duplice motivo di gioia, dal momento che il prossimo 13 Maggio tu potrai commemorare solennemente il venticinquesimo anniversario del tuo episcopato, e il 19 Luglio il cinquantesimo del tuo presbiterato. Pertanto, il tuo lungo e fedele ministero è per me e per la nostra Chiesa motivo evidente di viva congratulazione per l’intero tuo percorso apostolico, finalizzato proficuamente al bene della Chiesa e svolto in maniera eccellente in così lungo tempo.

Forse non puoi distogliere il tuo pensiero da quei tempi calamitosi allorché, durante l’infanzia, il tuo papà fu sottratto alla famiglia e deportato in Germania; e alla fine della seconda guerra mondiale, la tua mamma lasciò questa vita. Eppure, quando la situazione sembrava peggiorare, il Signore ti diede maggiori motivi di gioia e ti chiamò al suo servizio più da vicino: «Tu, seguimi!». Infatti, entrasti nel Seminario di Napoli, dove hai compiuto un adeguato percorso formativo, integrato presso la Facoltà Teologica Napoletana. In questa Città di Roma poi hai conseguito una più ricca competenza nelle discipline giuridiche, che successivamente hai trasmesso con sollecitudine nell’insegnamento, senza mai trascurare di svolgere attività pastorali a beneficio dei fedeli e di trasmettere loro il Vangelo.
Il beato Giovanni Paolo II, mio predecessore, ti volle Vescovo Ausiliare di Napoli, assegnandoti il titolo della Chiesa di Tortiboli. In seguito, per cinque anni, la Chiesa Suburbicaria di Albano ha goduto del tuo ministero di Pastore e delle tue fatiche apostoliche. Quindi il medesimo Sommo Pontefice ti destinò Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e Benedetto XVI, con provvida decisione, ti ascrisse nel Collegio Cardinalizio e, con fondata ragione, ti scelse come Vicario Generale per la Diocesi di Roma.
Se dunque i miei Predecessori, che ti hanno sempre considerato fedele ministro della Chiesa e ti hanno annoverato membro di molti Dicasteri della Curia Romana, sono testimoni del tuo valore e della tua operosità, Io stesso con questa Lettera voglio attestare pubblicamente i tuoi meriti, così come ho fatto, quando ti ho confermato mio Vicario Generale per la Diocesi di Roma e distretto.
Inoltre, è mio particolare desiderio ringraziarti per il fatto che mi sei stato amabilmente vicino quando ho iniziato il ministero Petrino. Il tuo affetto fraterno e la tua cordialità d’animo sono stati molto importanti per Me e Mi sono stati di grande aiuto e sostegno.
Pur avendo in mente altre considerazioni di grande valore su di te, credo che non ci sia bisogno di molte parole, né di enumerare singolarmente i servizi che hai reso, per manifestarti la mia stima e la mia gratitudine, che desidero confermare specialmente in occasione di questa tua ricorrenza giubilare del sacerdozio e dell’episcopato. Di cuore pertanto, a te personalmente, Venerabile Fratello, imparto la mia Apostolica Benedizione, che estendo ai Vescovi Ausiliari e alla nostra diletta Comunità ecclesiale, mentre al contempo ti chiedo di pregare per me, perché Io possa adempiere con efficacia il ministero petrino.
Dal Vaticano, 13 Aprile 2014, secondo di Pontificato.
Francesco

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L'Osservatore Romano
La diocesi di Roma si stringe con affetto attorno al suo cardinale vicario Agostino Vallini, che oggi, martedì 13, festeggia il primo dei due importanti giubilei che ricorrono nel 2014: i venticinque anni di ordinazione episcopale. In occasione dell’anniversario, cui seguirà il 19 luglio quello del cinquantesimo di sacerdozio, sono state programmate due iniziative. La prima si tiene proprio questo pomeriggio. Alle ore 17, il porporato presiede una celebrazione eucaristica nella cattedrale di San Giovanni in Laterano, a cui è stata invitata la comunità diocesana.