mercoledì 21 maggio 2014

Dalla prima linea



Chiesa e riforme. 

Una conferenza e un libro. Anticipiamo stralci dal volume Chiesa e riforme. Una Chiesa da amare (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2014, pagine 73, euro 10) nel quale il cardinale decano pubblica il testo di una conferenza tenuta lo scorso 20 marzo nella sede della Civiltà Cattolica. Dallo stesso libro riprendiamo anche un testo del teologo gesuita Henri de Lubac dedicato al tema della Chiesa come nostra madre.
(Angelo Sodano) In ogni vocabolario il concetto di «riforma» indica l’atto destinato a riportare una data realtà alla sua «forma» anteriore. È, quindi, un termine diverso da «trasformazione» o «deformazione». La forma, com’è noto, è la figura con cui ci appare una determinata realtà. Se la forma è riportata alla sua primitiva origine, ci troviamo di fronte a una riforma.

Applicando tale criterio alle riforme da apportare alla Chiesa, occorrerà poi tener ben presente che in essa vi è una parte originaria voluta da Cristo e che, per questo, non può essere toccata. Diverso è il caso se consideriamo gli aspetti umani della Chiesa, per i quali le riforme sono possibili e, in alcuni casi, sono doverose.
In concreto, v’è una prima riforma da operare nella Chiesa. E una continua riforma interiore dei suoi figli. E un lavoro di continua purificazione, per corrispondere meglio alla propria vocazione e per dare testimonianza della propria fede di fronte al mondo. È quanto diceva il Papa Paolo VI nel 1975, nella sua celebre Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi: «È mediante la sua condotta, mediante la sua vita che in primo luogo la Chiesa evangelizzerà il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola mediante la sua testimonianza di santità» (cfr. ibidem, n. 41).
Su tale esigenza di una continua riforma interiore della Chiesa ritorna ora sovente Papa Francesco, posto dallo Spirito Santo a reggere la Santa Chiesa di Cristo nell’attuale fase della sua storia. Basti citare quanto egli ha scritto nella sua prima Esortazione apostolica, la Evangelii gaudium del 24 novembre 2013, a conclusione dell’Anno della fede. Lì il Papa parlava appunto di un improrogabile rinnovamento ecclesiale, che parte dai singoli individui, per giungere alla Chiesa intera e alla riforma delle sue strutture (cfr. Evangelii gaudium, nn. 25-27).
In realtà, ogni uomo è peccatore e ha bisogno di conversione. A tale conversione fece appello il Signore fin dall’inizio della sua vita pubblica, dicendo: «Il Regno di Dio è qui: convertitevi e credete al Vangelo» (Marco, 1, 15).
Nella storia della Chiesa i santi hanno poi contribuito con le parole e con le opere a quest’opera di rinnovamento spirituale dei propri contemporanei. Basti pensare al Poverello d’Assisi, al quale l’attuale Successore di Pietro ha voluto ispirarsi, prendendone il nome.
Da parte sua, san Tommaso d’Aquino ricordava nella sua Somma Teologica che la stessa vita di Cristo era una riforma di tutto il genere umano. Sue sono le celebri parole incarnatio Christi est reformativa totius generis humani, “l’incarnazione di Cristo è riformatrice di tutto il genere umano” (ibidem, IIIa, q. 2A, art. 11).
Noto è poi il pensiero di sant’Ignazio di Loyola circa la riforma della Chiesa, come abbiamo recentemente letto in un bell’articolo della Civiltà Cattolica, a firma del padre Enrico Cattaneo. Il titolo dell’articolo è appunto questo: «La riforma della Chiesa secondo sant’Ignazio di Loyola» (cfr. «La Civiltà Cattolica», 16 novembre 2013). Lì si legge che per sant’Ignazio la riforma della Chiesa non doveva riguardare tanto le sue strutture quanto la vita dei suoi membri, dei pastori e dei fedeli. Proprio per questo il santo fondatore della Compagnia di Gesù diede vita allo strumento degli esercizi spirituali.
Se guardiamo poi a quel secolo XVI, il secolo della riforma di Lutero, dobbiamo anche dire che quello fu anche il secolo del concilio di Trento. Fu appunto in quel concilio che risuonò la voce di chi ricordava che «Non si deve riformare la Chiesa per mezzo degli uomini, ma riformare gli uomini per mezzo della Chiesa». La frase è generalmente attribuita al Papa Paolo IV. In ogni caso essa indica bene il concetto di riforma che il concilio intendeva promuovere nella Chiesa, in capite et in membris. Questa era la vera riforma della Chiesa, non quella proposta da Lutero. Infatti, questi fu più un deformatore che un riformatore della Chiesa, pur senza entrare in merito a quali fossero le sue reali intenzioni. Giunti a questo punto della nostra riflessione, nasce spontaneo il desiderio di conoscere la ragione profonda che porta la Chiesa a rivedere periodicamente le sue strutture di servizio alla comunità.
Una prima risposta la diede già l’apostolo Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto che mettevano in discussione il suo dinamismo apostolico. Egli ricordava loro che era l’amore di Cristo che lo portava a intervenire in quella comunità che lui stesso aveva fondato. Quelle parole ispirate Caritas Christi urget nos, la carità di Cristo ci sospinge, divennero poi nel corso dei secoli il motivo ispiratore dell’attività apostolica di molti santi.
Le riforme nella Chiesa non nascono, quindi, dal puro desiderio di adattamento ai tempi, ma da una spinta interiore. È la spinta dell’amore a Cristo e alla sua santa Chiesa, perché essa possa essere sempre quel «segno innalzato sulle Nazioni», nel quale il profeta Isaia vedeva già identificato il Regno di Dio (Isaia, 5, 26).
Le riforme non nascono nemmeno dal desiderio di assecondare eventuali pressioni dell’opinione pubblica o per un adattamento alle tendenze del mondo. Già l’apostolo Paolo Invitava i cristiani di Roma a non adattarsi allo spirito del mondo, dicendo loro espressamente: «Non conformatevi a questo mondo» (Romani, 12, 2). L’amore a Cristo e alla sua Chiesa porta poi il cristiano ad avere uno stile suo, fatto di mitezza e di umiltà, anche di fronte alla necessità di denunziare dei difetti o delle lacune nell’azione dei suoi pastori. L’amore alla Chiesa porta pure il cristiano a evitare quello «zelo amaro e spirito di contesa» di cui parlava l’apostolo Giacomo nella sua lettera (Giacomo, 3, 11).
Noi italiani abbiamo l’esempio datoci dal beato Antonio Rosmini che nel suo grande amore alla verità e grande spirito di carità non ebbe difficoltà a parlare chiaramente di riforma, in particolare delle «cinque piaghe della Chiesa» del suo tempo. Animato da grande senso ecclesiale, in quei giorni tempestosi del 1848 egli vedeva necessario favorire una presenza più incisiva della Chiesa nella società del suo tempo. E vero, alcune sue proposte parvero allora inopportune, ma egli accettò con grande umiltà tutte le osservazioni fattegli. Il tempo poi dissipò ogni nube. Oggi, ad esempio, noi vediamo come sia sempre attuale il suo appello a curare la quinta delle «cinque piaghe», e cioè «la servitù dei beni ecclesiastici». In fondo, è sempre attuale il suo invito a usare rettamente dei beni affidati dai fedeli alla Chiesa, per assicurarle i mezzi necessari a compiere la sua missione nel mondo. Recentemente, uno studioso del Rosmini, il vescovo Nunzio Galantino, ora segretario della Conferenza episcopale italiana, ha scritto che Rosmini ci ha dato una «ecclesiologia dei beni ecclesiastici» (cfr. «Avvenire» del 12 febbraio 2014, nell’articolo I soldi della Chiesa: da piaga a risorsa). Fra l’altro, monsignor Galantino aveva pubblicato in passato un’edizione critica dell’opera del noto filosofo di Rovereto, e cioè del libro Le cinque piaghe della Chiesa (Milano, San Paolo, 1997).
Più irruente era certamente in altro contesto storico, nel secolo XIV, un’altra grande figura della Chiesa, santa Caterina da Siena. Con un programma ardito, essa voleva riformare la Chiesa, sia correggendo alcuni suoi ministri dalla corruzione, sia lavorando per ristabilire la Santa Sede a Roma, dopo che il Papa Clemente V nel 1309 l’aveva trasferita ad Avignone e cercando addirittura di organizzare una crociata contro gli infedeli! Leggendo però i suoi scritti, noi vediamo quanto Caterina Benincasa fosse innamorata della Chiesa. In particolare vediamo quanto amasse il Papa chiamandolo addirittura «o Babbo mio, dolce Cristo in terra», quanto venerasse i sacerdoti, come notiamo dalle sue 382 lettere che ci sono pervenute e soprattutto nel Dialogo della Divina Provvidenza. Certo, la santa parlava sovente di riforma della vita della comunità cristiana, ma essa pensava sempre a una riforma interiore, «non con guerra, ma con pace e quiete, con umili e continue orazioni, sudori e lacrime dei servi di Dio» (cfr. Dialogo, cc. XV, LXXXIV).
In sintesi, il motore di tutta l’attività della nostra santa fu un amore ardente alla santa Chiesa di Cristo. Del resto le ultime sue parole, prima di morire, furono le seguenti: «Tenete per certo, o dolcissimi figlioli, che io ho consumato la vita nella Chiesa e per la Chiesa Santa, la qual cosa mi è singolarissima grazia” (Raimondo da Capua, Vita, III, 4).
Non per nulla Papa Paolo VI nel 1970 volle dichiararla dottore della Chiesa, insieme a santa Teresa d’Ávila, riformatrice della vita monastica. In tale contesto si potrebbero citare tanti altri uomini e donne che per il loro ardore apostolico hanno brillato nel firmamento della Chiesa, contribuendo a un suo rinnovamento, insieme ai Pastori della Chiesa.
Lo diceva già Papa Pio XII in un celebre discorso ai partecipanti al Congresso mondiale dell’apostolato dei laici, nel 1951: «Nelle battaglie decisive, talvolta le iniziative più felici vengono dalla prima linea. La storia della Chiesa ne offre numerosi esempi» (Acta Apostolicae Sedis)
L'Osservatore Romano