giovedì 8 maggio 2014

Elezioni: le dichiarazioni di Mons. Nunzio Galantino



*

Il segretario generale della Conferenza episcopale italiana sul ruolo della Rai. Non ci si improvvisa lievito. Importanza e sfide del servizio pubblico

(Marcello Filotei) La buona informazione e la buona comunicazione sono essenziali a far crescere i singoli e l’intera comunità. Lo ha detto il vescovo Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, intervenendo mercoledì 7 maggio alla tavola rotonda sul tema «La Rai dei cittadini. Il servizio pubblico per la qualità della comunicazione», organizzata dall’Unione Cattolica Stampa Italiana e dalla Civiltà Cattolica. Sappiamo — ha aggiunto — che non è «la varietà delle opinioni a costituire un pericolo, bensì la mancanza di riflessione, di profondità, di rispetto e di altruismo».

Il presule si è poi concentrato sul servizio pubblico «svolto in Italia per oltre cinquant’anni dalla Rai, con un percorso che ha visto molte luci e anche qualche ombra». So che «non siete qui per approfondire vicende storiche, ma per confrontarvi sul futuro», ha aggiunto, precisando che «se non spetta certamente alla Chiesa suggerire come vada gestita la Rai, credo comunque che la Chiesa possa ricordare che nel nostro Paese c’è ancora bisogno di un servizio pubblico che sia in grado di stimolare l’ambiente comunicativo, elevando la qualità dei modelli culturali che ci vengono offerti: è nell’interesse di tutti fare ogni sforzo per ricercare insieme, attraverso il confronto, i modi migliori per assicurare questo livello».
A questo proposito, il presule ha chiesto di pensare particolarmente ai giovani, definiti «le vittime principali della crisi contemporanea, che è crisi economica, ma anche e soprattutto crisi di valori e, in particolare, crisi di relazioni; nello stesso tempo, proprio i giovani sono risorsa che non possiamo permetterci il lusso di tenere in standby. Vedo sempre più difficile, per la Chiesa e non solo, pensare di poter ridare corpo ai valori attraverso un acritico ritorno al passato: la strada mi sembra, piuttosto, quella che porta a farsi carico della trasmissione di un sistema credibile di valori, che possa essere intercettato e fatto proprio dai nostri giovani. E, su questo fronte, il sistema della comunicazione ha una responsabilità enorme, a partire dallo sguardo che propone sul mondo e sulla vita».
Ma quale «ruolo sono chiamati a giocare i cattolici in questa operazione, che in fondo è una forma di “educazione alla vita buona del Vangelo”?», si è chiesto il vescovo. «Non scopro niente di nuovo — ha rilevato — se ricordo il ruolo svolto dai cattolici, in tempi molto diversi dai nostri, nella grande Rai del passato». Ma evocandolo, ha sottolineato, «non intendo affatto mostrarmi nostalgico di egemonie più o meno esplicitamente esercitate né di un controllo politico degenerante e degenerato. Vorrei soltanto invitarvi, con urgenza, a prendere le distanze e a scrollarvi di dosso una sorta di “sindrome dell’imbarazzo”, che troppo spesso sembra aver catturato alcune fasce del mondo credente e che porta ad avallare la dissociazione tra fede e cultura. Non mi dispiacerebbe, a questo proposito, essere testimone di un sussulto di orgoglio che porti a riscoprire una presenza di lievito da parte dei credenti».
Se il ruolo dei credenti è essere lievito, ha argomentato il segretario generale della Cei, «sarete lievito, se saprete spendervi e investire le vostre migliori energie per intessere relazioni vere e suscitare domande reali, più che pretendere di dispensare risposte frettolose e compiacenti. Sarete lievito, se con il vostro servizio, saprete aiutarci ad abitare in maniera critica questo nostro tempo, piuttosto che ridurvi a proporci modelli condivisi perché tristemente scontati nella loro ripetitività».
Ma il vescovo ha anche messo in guardia da atteggiamenti avventuristici: «Non ci si inventa, non ci si improvvisa “lievito”, capace di far fermentare la pasta; né mi sembra che la cultura prevalente lo faciliti, soprattutto se prendiamo atto del fatto che l’aria che respiriamo — anche col contributo dei media nel loro complesso — sta determinando una nuova visione dell’uomo e della cultura, che ignora la dimensione interiore e trascendente della persona: sempre più l’identità si trasforma in maschera e l’interiorità rischia d’inaridirsi nel narcisismo e, quindi, nell’autoreferenzialità».
Inoltre il presule si è chiesto se «siamo costretti ad assistere rassegnati e impotenti a tale disgregazione o se, come credenti — e credenti impegnati nel mondo della comunicazione — non possediamo i mezzi per invertire la rotta». E a questo proposito ha fatto un esempio concreto: «Concetti come “qualità, valore sociale, concorrenza creativa, diritto di cittadinanza, servizio pubblico universale” — di cui sin dagli esordi la radiotelevisione italiana aveva fatto il proprio marchio di fabbrica, prima di smarrirne in parte il senso — sono diventati i perni dell’autoriforma di uno dei più grandi poli mediali pubblici del mondo, la Bbc, alla quale a più riprese si è guardato come modello di paragone per un possibile ripensamento dell’assetto del nostro sistema pubblico». Oggi, ha aggiunto, «oltremanica non si parla più di consumo televisivo, ma di diritto di cittadinanza. Non si pensa a importare format dall’estero, ma a produrre contenuti di elevata qualità disponibili universalmente per tutti i cittadini multipiattaforma digitale. E per definire la qualità è stata addirittura coniata, con precisione britannica, una definizione ad hoc: “La tv di qualità è fatta di idee innovative, con programmi che fanno riflettere, con alti standard di gusto e decenza e con un’elevata percentuale di programmi originali”».
Sono convinto, ha concluso Galantino, «che avete tutte le carte in regola per rispondere con generosità e competenza a questa missione».
L'Osservatore Romano

*

«I cattolici nei media si scrollino di dosso la “sindrome dell’imbarazzo”»

Lo ha detto Galantino, segretario della Cei, a un convegno sulla Rai e sul servizio pubblico

Vatican InsiderROMA

«Ricordando il ruolo dei cattolici nel tenere alta la qualità della comunicazione della Rai, vorrei soltanto invitarvi, con urgenza, a prendere le distanze e a scrollarvi di dosso una sorta di `sindrome dell'imbarazzo´, che troppo spesso sembra aver catturato alcune fasce del mondo credente e che porta ad avallare la dissociazione tra fede e cultura». Lo ha affermato monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei alla tavola rotonda `La Rai dei cittadini. Il servizio pubblico per la qualità della comunicazione´, organizzata dall'Unione Cattolica Stampa Italiana e da La Civiltà Cattolica. Presente Luigi Gubitosi, direttore generale Rai. «Non mi dispiacerebbe - ha continuato Galantino - a questo proposito essere testimone di un sussulto di orgoglio che porti a riscoprire una presenza di lievito da parte dei credenti».


«Sarete lievito - ha continuato Galantino - se saprete spendervi e investire le vostre migliori energie per intessere relazioni vere e suscitare domande reali, più che pretendere di dispensare risposte frettolose e compiacenti. Sarete lievito, se con il vostro servizio, saprete aiutarci ad abitare in maniera critica questo nostro tempo, piuttosto che ridurvi a proporci modelli condivisi perché tristemente scontati nella loro ripetitivita'».
  

Il segretario generale della Cei avverte: «Attenti però: non ci si inventa, non ci si improvvisa `lievito´, capace di far fermentare la pasta; né mi sembra che la cultura prevalente lo faciliti, soprattutto se prendiamo atto del fatto che l'aria che respiriamo, anche col contributo dei media nel loro complesso, sta determinando una nuova visione dell'uomo e della cultura, che ignora la dimensione interiore e trascendente della persona: sempre più l'identità si trasforma in maschera e l'interiorità rischia d'inaridirsi nel narcisismo e, quindi, nell'autoreferenzialità».


«Mi chiedo - ha aggiunto monsignor Galantino - e so che la domanda ci accomuna, se siamo costretti ad assistere rassegnati e impotenti a tale disgregazione o se, come credenti, e credenti impegnati nel mondo della comunicazione, non possediamo i mezzi per invertire la rotta. Negli ultimi tempi - ha poi sottolineato - concetti come `qualità, valore sociale, concorrenza creativa, diritto di cittadinanza, servizio pubblico universale´, di cui sin dagli esordi la radiotelevisione italiana aveva fatto il proprio marchio di fabbrica, prima di smarrirne in parte il senso, sono diventati i perni dell'autoriforma di uno dei più grandi poli mediali pubblici del mondo, la BBC, alla quale a più riprese si è guardato come modello di paragone per un possibile ripensamento dell'assetto del nostro sistema pubblico. Oggi Oltremanica non si parla più di consumo televisivo, ma di diritto di cittadinanza. Non si pensa a importare format dall'estero, ma a produrre contenuti di elevata qualità disponibili universalmente per tutti i cittadini multipiattaforma digitale. E per definire la qualità è stata addirittura coniata, con precisione britannica, una definizione ad hoc: `La tv di qualità è fatta di idee innovative, con programmi che fanno riflettere, con alti standard di gusto e decenza e con un'elevata percentuale di programmi originali´».