«Memorie dal sottosuolo».
È in uscita nelle edicole italiane Memorie dal sottosuolo, il romanzo scritto nel 1864 da Fëdor Michajlovič Dostoevskij, terzo dei venti titoli previsti per la collana curata da Antonio Spadaro «La biblioteca di Papa Francesco» (edizioni Rcs per il «Corriere della Sera» in collaborazione con «La Civiltà Cattolica»). Anticipiamo stralci della prefazione.
(Jorge Milia) Tutti abbiamo dei libri preferiti. Letture predilette che ci conducono altrove. Che ci portano via dai luoghi in cui viviamo, ci strappano dalla quotidianità e ci trasportano in un altro mondo, diverso da quello che aveva immaginato l’autore. Il motivo è semplice: il libro, qualsiasi libro, è la metà di un libro.
(Jorge Milia) Tutti abbiamo dei libri preferiti. Letture predilette che ci conducono altrove. Che ci portano via dai luoghi in cui viviamo, ci strappano dalla quotidianità e ci trasportano in un altro mondo, diverso da quello che aveva immaginato l’autore. Il motivo è semplice: il libro, qualsiasi libro, è la metà di un libro.
L’autore ha fatto ciò che ha potuto, non è certo colpa sua. L’editore e il libraio affermano di venderci un testo completo, quando in verità ce ne vendono solo metà, il resto dobbiamo portarlo noi lettori. Questa era l’argomentazione usata dalla persona che mi sconsigliò di leggere Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij.
Mi sono imbattuto in questo romanzo in modo quasi comico. Ero un adolescente che aveva solo una certezza: fare tutto ciò che mi veniva sconsigliato di fare. E in quel periodo mi scontrai con questo libro. Volevo prenderne in realtà un altro, collocato su uno scaffale troppo alto della biblioteca del Collegio dell’Immacolata Concezione e, assecondando la legge di gravità, Fëdor Dostoevskij si lanciò su di me colpendo il mio naso. Fortunatamente si trattava di un volume piccolo. Lo presi in mano.
Fu in quel momento che il mio professore di letteratura, che mi passava accanto, vide ciò che avevo in mano e mi disse: «Non ti conviene leggere Dostoevskij e in particolare questo libro». «È brutto?». «No, figurati, è molto interessante». «Allora, qual è il problema? Mi darebbe un certo tono dire che sto leggendo Dostoevskij». «È un libro un po’ deprimente per un ragazzo della tua età». «Più di Kafka?» domandai. «Questo no. Comunque fai quello che credi» concluse alzando le spalle. Mi affrettai ad aggiungere: «Mia nonna mi chiederà se è comunista. Per lei tutti i russi sono comunisti e scomunicati. Le dirò che me lo ha raccomandato il professore di letteratura». Bergoglio se ne andò ridendo. In seguito seppi che questo libro era uno dei suoi preferiti.
Raccontai a due o tre amici che Bergoglio mi aveva sconsigliato di leggere Memorie dal sottosuolo e subito qualcuno cominciò a esortarmi a restituirlo in fretta alla biblioteca per poterlo prendere in prestito: il fascino del proibito, la tentazione che serpeggiava nell’Eden e che si è incarnata nella mela. Forse quel professore voleva proprio che lo leggessimo e, saggiamente, invece che proporcelo, aveva preferito fingere di volercelo impedire.
Mi diressi verso casa con il mio volume. Ero contento di avere fra le mani un testo complicato e ansioso di cominciarlo; certamente era la storia di una persona torturata. Ma non ritenevo che la trama avrebbe potuto coinvolgermi.
Assieme ad alcuni amici appassionati di libri, avevo ideato un gioco: dovevamo scoprire, girando per la città, individui che ci sembravano corrispondere ai personaggi che trovavamo nelle opere che stavamo leggendo. E Dostoevskij ce ne procurava molti. Lui stesso nella nota a pagina 6 del romanzo, scriveva: «Ho voluto esporre allo sguardo del pubblico, con qualche eccesso più del dovuto, uno dei caratteri del nostro recente passato. Si tratta del rappresentante di una generazione che si va ormai estinguendo». Dicendo così, era come se l’autore ci invitasse a dare avvio alla nostra ricerca.
Con un guizzo di logica insolito per me pensai che sarebbe stato meglio, prima di iniziare a leggere Memorie dal sottosuolo, andare a prendere un libro dimenticato della biblioteca di casa mia, che conteneva biografie di artisti e letterati. Così mi resi conto che con questo romanzo, non meno che con molti altri, l’autore si era inimicato, dopo quarant’anni dalla morte, i critici letterari sovietici che vi scorgevano un palese disprezzo per l’utopia socialista. Oggi si direbbe che Dostoevskij, dopo la sua morte, è stato giudicato politicamente scorretto.
Tratteggiare personaggi insensati, senza controllo e carenti di spirito cooperativo non è stata, secondo i critici di allora, una scelta saggia. La letteratura di Dostoevskij si scontrava con la fede marxista imperante fin dall’inizio del Novecento, soprattutto dove l’autore affermava che non era possibile soddisfare le necessità umane nemmeno con il progresso tecnologico. Dostoevskij si scontrava apertamente con i paradigmi della sua epoca.
In realtà non sbagliava di molto, perché il progresso tecnologico non ha risolto la povertà, ma ha solo salvato una parte della popolazione mondiale che si è potuta così allontanare sempre più dal resto del pianeta. L’uomo, nell’arco della sua storia, ha più volte perso questa sfida. Dostoevskij sapeva bene che la tecnologia non è un male in sé, ma è stata gestita da regimi che, nei secoli, hanno controllato non solo il progresso tecnologico ma anche le arti, le scienze e soprattutto lo sviluppo economico, e lo hanno fatto con ampie dosi di pazzia e meschinità.
In questo contesto il protagonista di Memorie dal sottosuolo scrive la sua breve storia. Mi ci immersi senza remore. È tipico degli adolescenti decidere di saltare dal trampolino senza preoccuparsi di controllare che dentro la piscina ci sia l’acqua. E non c’è dubbio che con Dostoevskij ci inabissiamo nel sottosuolo. La differenza sta nel momento in cui lo si fa. Perché noi credevamo, quando eravamo adolescenti, di essere invulnerabili e immortali. Solo che una parte del racconto del torturato protagonista può essere compreso a questa età, ma quindici anni dopo la visione è molto diversa.
Un amico che leggeva l’opera durante gli intervalli della mia lettura, e che era di natura un po’ ansiosa, mi chiese: «Hai visto la faccia di Dostoevskij?». «Dove la trovo?». «In un quadro di un certo Perov. C’è dipinta tutta l’amarezza del mondo». Cercai l’immagine. Non potevo dargli torto: era il volto di un uomo sofferente e il suo linguaggio corporeo mandava un messaggio di oppressione e fatica. Giunsi alla conclusione che Dostoevskij aveva riversato la sua anima in ogni sillaba che aveva scritto.
Cominciai a leggere e già le prime pagine mi portarono quasi alla saturazione. A un certo punto sentii quasi di non poter continuare. Pensai che fosse uno di quei libri che vanno nella nostra stessa direzione ma a una velocità superiore, tanto che non avrei potuto raggiungerlo. Poi ricordai il consiglio che mi aveva dato Bergoglio e l’idea di dovergli confessare di non aver letto il libro mi faceva sentire uno sconfitto. Mi lanciai di nuovo nella lettura.
Avvenne allora qualcosa di indefinibile. Benché la storia si sviluppasse in modo molto triste, cominciai ad apprezzarla e, a poco a poco, iniziai a scoprire le tracce del talento e della vita di Dostoevskij. In una o nell’altra frase affioravano tracce della sua biografia, le sue convinzioni, la sua condanna in Siberia e perfino la sua epilessia. E c’era anche altro. C’era il cristiano con tutti i suoi dubbi esistenziali. Fra un capitolo e l’altro mi fermavo a pensare a ciò che avevo letto e riflettevo che al di là del contesto, del paesaggio, dell’ambientazione dell’epoca, quel romanzo era uno scavo dell’animo umano. Mi ricordai la frase di Lev Tolstoj: «Dipingi il tuo villaggio e dipingerai tutto il mondo».
Cominciai a capire perché molti esistenzialisti, fra cui Jean Paul Sartre, considerassero questo libro un testo iniziatico. Capii anche che il riferimento a Kafka, specialmente per quanto riguarda La metamorfosi, che avevo buttato là al mio professore, aveva radici molto più solide di quelle che poteva intuire un alunno ribelle come me. Infatti, i miei ragionamenti non derivavano da un particolare percorso di studi, erano l’azzardo di un impulsivo.
Come era successo con La metamorfosi di Kafka, così anche questo libro mi influenzò spiritualmente. Non avevo ancora imparato a tagliare il ponte che unisce la finzione con la realtà quotidiana e nemmeno potevo, benché fosse un romanzo breve, terminarlo in poco tempo perché dovevo studiare le materie del Collegio. Sulla distanza della lettura dunque il mio animo cambiò, perché ero diventato un uomo del sottosuolo. Oppure no? Non ero più sicuro di nulla.
Ero affascinato dal modo in cui l’autore gestiva il suo protagonista, collocandogli nella mente tutti questi sentimenti che alimentavano il senso di colpa, una collezione di impressioni contraddittorie, tutte le sue angosce e i suoi rancori. Nella mia mente adolescenziale confluivano tutti i drammi interiori che Dostoevskij tratteggiava nei suoi personaggi e anche i concetti di bene e male si mescolavano tra loro, perdendo l’usuale nitidezza di contorni. Provavo sentimenti contrapposti. Non sapevo se odiavo l’autore e mi identificavo con il protagonista o viceversa.
Aveva ragione Bergoglio a sconsigliarmi la lettura oppure questa confusione che stavo vivendo era una delle prove che ogni individuo deve attraversare durante la sua vita?
L'Osservatore Romano
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Di seguito il testo in formato pdf.
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Fëdor Dostoevskij - Memorie del Sottosuolo