L'intervento del Papa all'Assemblea CEI: "Chiesa italiana, ecco le mie attese"
Chiesa Cattolica Italiana
“Pastori di una Chiesa che è, innanzitutto, comunità del Risorto, quindi suo corpo e, infine, anticipo e promessa del Regno”: attorno a questi “tre tratti” Papa Francesco ha costruito l’intervento con cui si è rivolto ai membri della Conferenza Episcopale Italiana, (...)
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Nella prolusione Francesco parla «dell'ambizione che genera consorterie e settarismi». Auspica che vi sia tra i vescovi unità sull'essenziale insieme a libertà di discussione. Chiede ai pastori di essere «semplici nello stile di vita, distaccati, poveri e misericordiosi» per «essere vicini alla gente». Indica tre priorità: famiglia, lavoro e immigrati
ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO
Francesco chiede ai vescovi italiani di non confidare sull'«abbondanza di risorse e strutture», sulle «strategie organizzative». Torna a parlare del carrierismo, citato questa volta come «ambizione che genera correnti, consorterie e settarismi». Fa un appello all'unità dell'episcopato e al tempo stesso auspica che nella Cei si sia reale libertà di discussione e di espressione. Invita i vescovi a essere «semplici nello stile di vita, distaccati, poveri e misericordiosi» per «poter essere vicini alla gente». E indica tre priorità: famiglia, lavoro e immigrati.
È la prima «prolusione» del nuovo Papa all'assemblea generale della Conferenza episcopale italiana durante la quale discuterà il cambio dei suoi statuti riguardanti il modo di designare il presidente: una novità assoluta, dato che in passato il discorso papale era previsto nella fase finale dei lavori, sempre aperti dal cardinale presidente. Già l'anno scorso l'intervento era stato dirompente ma poco compreso. Oggi, dopo molti incontri personali e visite «sul territorio», Papa Bergoglio offre «alcune riflessioni con cui rivisitare il ministero» dei vescovi, perché sia sempre conforme al Vangelo. Venendo così incontro «a quanti si domandano quali siano le attese del vescovo di Roma sull'episcopato italiano». All'inizio, improvvisando, Francesco dice che l'unico messaggio è quello che Gesù dice a Pietro: «Seguimi!». «Bisogna seguire Gesù!». Poi aggiunge: «Un giornale ha fatto i nomi della presidenza della Cei dicendo: questo è uomo del Papa, questo non è uomo del Papa. Vorrei dirvi che tutti sono uomini del Papa! Il nostro è un linguaggio comunionale, non politiche. A volte la stampa inventa».
Nella prima parte del suo discorso, Francesco non esita a porre ai vescovi domande capitali: «Chi è per me Gesù Cristo? Come ha segnato la verità della mia storia? Che dice di Lui la mia vita?». Il Papa ricorda che «senza la preghiera assidua, il pastore è esposto al pericolo di vergognarsi del Vangelo, finendo per stemperare lo scandalo della croce nella sapienza mondana». Ed elenca una serie di «tentazioni» per la vita del vescovo: «vanno dalla tiepidezza, che scade nella mediocrità, alla ricerca di un quieto vivere, che schiva rinunce e sacrificio. È tentazione la fretta pastorale, al pari della sua sorellastra, quell'accidia che porta all'insofferenza, quasi tutto fosse soltanto un peso».
«Tentazione è - continua Francesco - la presunzione di chi si illude di poter far conto solamente sulle proprie forze, sull'abbondanza di risorse e di strutture, sulle strategie organizzative che sa mettere in campo». E il Papa ha ben presente di parlare a una delle conferenze episcopali più strutturate, che può contare su notevoli risorse economiche. «Tentazione è - aggiunge - accomodarsi nella tristezza, che mentre spegne ogni attesa e creatività, lascia insoddisfatti e quindi incapaci di entrare nel vissuto della nostra gente e di comprenderlo alla luce del mattino di Pasqua».
«Fratelli, se ci allontaniamo da Gesù Cristo, se l'incontro con Lui perde la sua freschezza - ammonisce Francesco - finiamo per toccare con mano soltanto la sterilità delle nostre parole e delle nostre iniziative. Perché i piani pastorali servono, ma la nostra fiducia è riposta altrove: nello Spirito del Signore, che — nella misura della nostra docilità — ci spalanca continuamente gli orizzonti della missione». Il Papa invita dunque a tornare «all'essenziale» della fede, al rapporto vivo con Dio, che è «metro di libertà dal giudizio del cosiddetto "senso comune"». «Non stanchiamoci, dunque, di cercare il Signore» e di «lasciarci cercare da Lui».
Nella seconda parte del suo discorso, il Papa chiede ai vescovi: «Che immagine ho della Chiesa, della mia comunità ecclesiale? Me ne sento figlio, oltre che Pastore? So ringraziarne Dio o ne colgo soprattutto i ritardi, i difetti e le mancanze? Quanto sono disposto a soffrire per essa?». E spiega che la missione del pastore «richiede un cuore spogliato di ogni interesse mondano, lontano dalla vanità e dalla discordia; un cuore accogliente, capace di sentire con gli altri e anche di considerarli più degni di se stessi».
Poi Francesco, con le parole di Paolo VI, ricorda che il servizio all'unità è «questione vitale per la Chiesa». «La mancanza o comunque la povertà di comunione costituisce lo scandalo più grande, l'eresia che deturpa il volto del Signore e dilania la sua Chiesa. Nulla giustifica la divisione: meglio cedere, meglio rinunciare — disposti a volte anche a portare su di sé la prova di un'ingiustizia — piuttosto che lacerare la tunica e scandalizzare il popolo santo di Dio».
Per questo i pastori devono «rifuggire da tentazioni che diversamente ci sfigurano: la gestione personalistica del tempo, quasi potesse esserci un benessere a prescindere da quello delle nostre comunità; le chiacchiere, le mezze verità che diventano bugie, la litania delle lamentele che tradisce intime delusioni; la durezza di chi giudica senza coinvolgersi». Ma Francesco non dimentica, sul versante opposto, anche «il lassismo di quanti accondiscendono senza farsi carico dell'altro».
Il Papa cita poi senza giri di parole, una delle piaghe che purtroppo caratterizzano la vita ecclesiale: «il rodersi della gelosia, l'accecamento indotto dall'invidia, l'ambizione che genera correnti, consorterie e settarismi: quant'è vuoto il cielo di chi è ossessionato da se stesso...». Ancora, parla del «ripiegamento che va a cercare nelle forme del passato le sicurezze perdute; e la pretesa di quanti vorrebbero difendere l'unità negando le diversità, umiliando così i doni con cui Dio continua a rendere giovane e bella la sua Chiesa». Rispetto a queste tentazioni, spiega il Papa, «proprio l'esperienza ecclesiale costituisce l'antidoto più efficace. Promana dall'unica eucaristia, la cui forza di coesione genera fraternità, possibilità di accogliersi, perdonarsi e camminare insieme».
Francesco, con un'indicazione significativa anche rispetto alle esperienze della Cei, sottolinea la necessità di «partecipazione e collegialità», di «dialogo, nella ricerca e nella fatica del pensare insieme». E applica anche alla vita della Conferenza episcopale italiana le espressioni usate da Paolo VI per definire il Concilio, additando quale «nota dominante», la «libera e ampia possibilità d'indagine, di discussione e di espressione. Questo è importante in un'assemblea: ognuno dica quello che sente, questo aiuta...». Il Papa invita la Cei a «essere spazio vitale di comunione a servizio dell'unità, nella valorizzazione delle diocesi, anche delle più piccole. A partire dalle conferenze regionali».
In un altro passaggio Francesco chiede ai vescovi di essere vicini ai loro preti: «fate che nel vostro cuore possano sentirsi sempre a casa». «Chiedete ai consacrati, ai religiosi e alle religiose - aggiunge - di essere testimoni gioiosi: non si può narrare Gesù in maniera lagnosa; tanto più che, quando si perde l'allegria, si finisce per leggere la realtà, la storia e la stessa propria vita sotto una luce distorta». Il Papa invita quindi i pastori a essere totalmente dediti alle persone e alle comunità. «Ascoltate il gregge. Affidatevi al suo senso di fede e di Chiesa, che si manifesta anche in tante forme di pietà popolare. Abbiate fiducia che il popolo santo di Dio ha il polso per individuare le strade giuste».
Particolarmente significativo anche l'invito ad accompagnare «con larghezza la crescita di una corresponsabilità laicale; riconoscete spazi di pensiero, di progettazione e di azione alle donne e ai giovani: con le loro intuizioni e il loro aiuto riuscirete a non attardarvi ancora su una pastorale di conservazione — di fatto generica, dispersiva, frammentata e poco influente — per assumere, invece, una pastorale che faccia perno sull'essenziale».
Nella terza parte del suo discorso, Francesco chiede ai vescovi di verificare la corrispondenza della loro azione nel mondo con le parole di Gesù riportate nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: «Ho avuto fame..., ho avuto sete..., ero straniero..., ero in carcere». «Temo il giudizio di Dio? Di conseguenza, mi spendo per spargere con ampiezza di cuore il seme del buon grano nel campo del mondo?». Qui il Papa parla di altre tentazioni, come la «distinzione che a volte accettiamo di fare tra "i nostri" e "gli altri"; nelle chiusure di chi è convinto di averne abbastanza dei propri problemi, senza doversi curare pure dell'ingiustizia che è causa di quelli altrui; nell'attesa sterile di chi non esce dal proprio recinto e non attraversa la piazza, ma rimane a sedere ai piedi del campanile, lasciando che il mondo vada per la sua strada».
È invece necessario, aggiunge Francesco, «vivere decentrati rispetto a se stessi, protesi all'incontro, che è poi la strada per ritrovare veramente ciò che siamo: annunciatori della verità di Cristo e della sua misericordia». Verità e misericordia, spiega il Papa citando Benedetto XVI, non vanno mai disgiunte, perché «senza la verità, l'amore si risolve in una scatola vuota, che ciascuno riempie a propria discrezione»: e «un cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali».
Ai vescovi Francesco chiede «l'eloquenza dei gesti», chiede di essere «semplici nello stile di vita, distaccati, poveri e misericordiosi, per camminare spediti e non frapporre nulla tra voi e gli altri. Siate interiormente liberi, per poter essere vicini alla gente, attenti a impararne la lingua, ad accostare ognuno con carità, affiancando le persone lungo le notti delle loro solitudini, delle loro inquietudini e dei loro fallimenti: accompagnatele, fino a riscaldare loro il cuore e provocarle così a intraprendere un cammino di senso, che restituisca dignità, speranza e fecondità alla vita».
Infine, Francesco indica tre «luoghi» in cui la presenza dei vescovi appare «maggiormente necessaria e significativa — e rispetto ai quali un eccesso di prudenza condannerebbe all'irrilevanza». Il primo è la famiglia, oggi «fortemente penalizzata da una cultura che privilegia i diritti individuali e trasmette una logica del provvisorio. Fatevi voce convinta di quella che è la prima cellula di ogni società. Testimoniatene la centralità e la bellezza. Promuovete la vita del concepito come quella dell'anziano. Sostenete i genitori nel difficile ed entusiasmante cammino educativo. E non trascurate di chinarvi con la compassione del samaritano su chi è ferito negli affetti e vede compromesso il proprio progetto di vita».
Un secondo «spazio» che oggi «non è dato di disertare è la sala d'attesa affollata di disoccupati, cassintegrati, precari, dove il dramma di chi non sa come portare a casa il pane si incontra con quello di chi non sa come mandare avanti l'azienda. È un'emergenza storica, che interpella la responsabilità sociale di tutti: come Chiesa aiutiamo a non cedere al catastrofismo e alla rassegnazione, sostenendo con ogni forma di solidarietà creativa la fatica di quanti con il lavoro si sentono privati persino della dignità».
«Infine - conclude il Papa - la scialuppa che si deve calare è l'abbraccio accogliente ai migranti: fuggono dall'intolleranza, dalla persecuzione, dalla mancanza di futuro. Nessuno volga lo sguardo altrove». Più in generale, aggiunge, «le difficili situazioni vissute da tanti nostri contemporanei vi trovino attenti e partecipi, pronti a ridiscutere un modello di sviluppo che sfrutta il creato, sacrifica le persone sull'altare del profitto e crea nuove forme di emarginazione e di esclusione. Il bisogno di un nuovo umanesimo è gridato da una società priva di speranza, scossa in tante sue certezze fondamentali, impoverita da una crisi che, più che economica, è culturale, morale e spirituale».
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La Cei secondo Francesco: basta distinzioni tra i “nostri” e “gli altri”
Nel discorso rivolto ai vescovi italiani, la road map per tornare alle sorgenti della vocazione di vescovo
GIANNI VALENTECITTÀ DEL VATICANO
Con il suo intervento in apertura dell’assemblea plenaria della Conferenza episcopale italiana papa Francesco ha dichiarato di voler «venire incontro – almeno indirettamente – a quanti si domandano quali siano le attese del vescovo di Roma sull’episcopato italiano». Disseminati nel testo – meno di dieci cartelle – ci sono passaggi chiave e suggerimenti che non configurano un banale cambio di «linea politica». In essi è disegnata la road map per tornare alle sorgenti della vocazione del vescovo. Non è in ballo un grossolano turn over di parole d’ordine da instillare in una nomenclatura di funzionari: piuttosto, in alcuni affondi del discorso rivolto da papa Francesco vibra la chiamata a riscoprire la natura propria dell’episcopato e la sua funzione nella Chiesa e nella società.
A ciascuno dei confratelli vescovi, il Papa argentino non ha esitato a sottoporre in maniera diretta la madre di tutte le domande, che poteva anche suonare poco riverente, in una assemblea di successori degli apostoli: «Chiediamoci, dunque: chi è per me Gesù Cristo? Come ha segnato la verità della mia storia? Che dice di Lui la mia vita?». Secondo Papa Bergoglio, anche i vescovi, come tutti gli altri, possono rimanere fedeli alla propria vocazione solo se vengono custoditi nella fede dalla grazia di Cristo: «Senza questa custodia, senza la preghiera assidua» riconosce il Papa, anche «il Pastore è esposto al pericolo di vergognarsi del Vangelo, finendo per stemperare lo scandalo della croce nella sapienza mondana». Un segno di questo essere custoditi nella fede sta nel riporre tutta la propria fiducia «nello Spirito del Signore» anche riguardo al proprio ministero episcopale. Fuori da questa dinamica, si finisce fatalmente per «toccare con mano soltanto la sterilità delle nostre parole e delle nostre iniziative». E si diventa facili vittime delle tentazioni che – riconosce papa Francesco - «sono “legione” nella vita del Pastore»: dalla «tiepidezza che scade nella mediocrità» alla «ricerca di un quieto vivere che schiva rinunce e sacrificio»; dalla tentazione della «fretta pastorale» alla «presunzione di chi si illude di poter far conto solamente sulle proprie forze, sull’abbondanza di risorse e strutture, sulle strategie organizzative che sa mettere in campo».
Gli accenni al Vangelo, alla fede, alla preghiera, nella prolusione di papa Francesco non rimangono confinate nel ruolo di premesse ridondanti, formule devote e scontate di protocollo con cui introdurre la consueta, cangiante lista di giudizi e “desiderata” ecclesiastici da far valere nei confronti delle istituzioni civili. Bergoglio fa sgorgare solo da quegli accenni i suoi affondi sulle dinamiche intra-ecclesiali e il suo sguardo sulla presenza e il contributo della Chiesa nella società italiana. Negli scenari prefigurati dal Papa, l’unità della compagine ecclesiale non si aggrega intorno alle parole d’ordine di un progetto politico-culturale, o a sforzi di compromesso tra cordate clericali. Bergoglio punta lo sguardo sull’unica, efficace sorgente dell’unità nella Chiesa: essa «promana dall’unica Eucaristia, la cui forza di coesione genera fraternità, possibilità di accogliersi, perdonarsi».
Ogni appello all’unità fuori da questa dinamica si trasforma in un «serrate le file» motivato da disegni ideologici o motivi di interesse, fatalmente assediato dalle patologie della vita ecclesiale che Bergoglio ha già tante volte indicato nella sua predicazione: «Le chiacchiere, le mezze verità che diventano bugie, la litania delle lamentele» e «l’ambizione che genera correnti, consorterie e settarismi». O il «ripiegamento di chi va a cercare nelle forme del passato le sicurezze perdute» e la pretesa «di quanti vorrebbero difendere l’unità negando la diversità, umiliando così i doni con cui Dio continua a rendere giovane e bella la sua Chiesa».
Invece, nell’esperienza imparagonabile dell’unità ecclesiale, si può essere in grado di sacrificare il proprio punto di vista, quando è in gioco l’unità della Chiesa: «meglio cedere, meglio rinunciare, disposti anche a portare su di sé la prova di un’ingiustizia», ha scandito papa Francesco «piuttosto che lacerare la tunica e scandalizzare il popolo santo di Dio».
La natura sacramentale della Chiesa, imparagonabile a ogni apparato umano di potere – così ha riconosciuto papa Francesco – è l’unica sorgente a cui attingere per riconfigurare davvero, come richiesto dai tempi, i rapporti dei vescovi con i sacerdoti, i religiosi e i laici. Assicurando ai primi «vicinanza e comprensione» da parte dei propri vescovi. E invitando questi ultimi ad ascoltare il popolo di Dio affidandosi «al suo senso di fede e di Chiesa», visto che «ha il polso per individuare le strade giuste». Fino a favorire a tutti i livelli la «corresponsabilità laicale» e riconoscere «spazi di pensiero, di progettazione e di azione alle donne e ai giovani».
Il passo nuovo che Bergoglio ha in mente per la Cei si è espresso soprattutto nelle parti del discorso riguardanti il rapporto della Chiesa con la società civile. Nelle parole rivolte da papa Francesco ai membri di una Conferenza episcopale tra le più strutturate del mondo, viene meno ogni presidio di auto-refenzialità «ecclesiocentrica», ogni impulso lobbistico a concepirsi come «mondo parallelo», entità impegnata ad attestare da sé, con battaglie e interventi, la propria rilevanza nella vita sociale e nella storia. Non compare nel testo papale nessuna lista di questioni sensibili su cui contrattare accordi, garanzie e compromessi con le autorità e le istituzioni civili e politiche. Piuttosto, Francesco prende di mira «la distinzione che a volte accettiamo di fare tra “i nostri” e “gli altri”», le chiusure «di chi è convinto di averne abbastanza dei propri problemi, senza doversi pure curare dell’ingiustizia che è causa di quelli altrui». E l’auto-congestione clericale di chi «non attraversa la piazza, e rimane a sedere ai piedi del campanile, lasciando che il mondo vada per la sua strada».
Le dinamiche di una Chiesa benedetta dal Signore – suggerisce Bergoglio – si muovono lungo direttrici opposte a quelle dell’ecclesio-centrismo autosufficiente: sono quelle di una Chiesa che per la salvezza degli uomini e delle donne che vivono nel mondo si consuma e le inventa tutte pur di «accostare ognuno con carità, affiancare le persone nelle lotte delle loro solitudini, delle loro inquietudini e dei loro fallimenti». Al centro del proprio proiettarsi nel rapporto con la società non ci sono concetti astratti, questioni antropologiche, emergenze culturali, ma persone concrete e problemi concreti. Quelli delle famiglie, dei disoccupati cassintegrati e precari, e quelli dei migranti, le tre categorie umane che Papa Bergoglio suggerisce ai vescovi come destinatari di un’opzione preferenziale nel dispiegarsi delle attività pastorali e caritative. Invitando anche l’episcopato italiano a rimettere in discussione con audacia «un modello che sfrutta il creato, sacrifica le persone sull’altare del profitto e crea nuove forme di esclusione».
La sollecitazione rivolta ai vescovi italiani per il cammino e per il tempo che li separa dal Convegno ecclesiale di Firenze (novembre 2015) non si attarda in sterili sconfessioni delle precedenti stagioni ecclesiali e dei loro slogan di riferimento. Ma suggerisce a tutti che per andare avanti occorre «non soffermarsi sul piano pur nobile delle idee» e «cogliere e comprendere la realtà». Secondo quello sguardo che papa Francesco aveva espresso già nell’intervista con La Civiltà Cattolica, quando aveva messo in guardia dalla tentazione di «addomesticare le frontiere» e dai rischi di una «fede da laboratorio»: «Io temo i laboratori perché nel laboratorio si prendono i problemi e li si portano a casa propria per addomesticarli, per verniciarli, fuori dal loro contesto. Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci».