"Il libro è uno scambio del meglio: è un dono"
"In vista del bene" si è aperto a Torino il XXVII Salone internazionale del libro. La Santa Sede è ospite d'onore
“Bene in vista”: è questo il tema del XXVII Salone internazionale del Libro, in programma a Torino dall’8 al 12 maggio, il cui ospite d’onore è la Città del Vaticano. E proprio ieri sera si è tenuta, tra gli intermezzi musicali del coro della Cappella Pontificia “Sistina”, la serata inaugurale.
Tra i presenti in sala, Monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo della città, Roberto Picchione, presidente Fondazione per il libro, la musica e la cultura, Ernesto Ferrero, direttore editoriale del Salone del Libro e la scrittrice Susanna Tamaro.
Assente per motivi di salute, Sua Eminenza Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, che avrebbe dovuto inaugurare l’evento torinese con una lectio dal titolo “Secondo le scritture: scrittori e lettori divini e umani”.
“La partecipazione della Santa Sede è stata concepita durante il pontificato di Benedetto XVI e confermata in perfetta continuità da Papa Francesco” ha ricordato Picchione, continuando “Tale presenza è visibile fisicamente al salone grazie ad uno stand che rappresenta la cupola del Bramante.
Il tema del bene non può mai prescindere da quello del dialogo, del confronto e della pluralità”.
Esso è il filo conduttore per una “laicità positiva” perché “Il dialogo deve essere considerato non come una sfida al nemico, ma come un accompagnamento, un confronto da vivere insieme”, ha concluso il Presidente del Salone , riprendendo le parole del Santo Padre.
“Ritrovare la forza e l’efficienza del Logos è una sfida che deve essere raccolta” ha ricordato invece Ferretti: “Dobbiamo considerare i libri che compongono lo stand del Vaticano come una metafora che ci riguarda tutti.
Senza quei mattoni di carta nulla si costruisce, poiché fede, scienza, arte sono espressione della medesima ricerca. Sono espressione della volontà di andare oltre, di aprirci verso qualcosa che ci supera e ci rende Uomini.”
Come ricorda Enzo Bianchi, infatti, ha affermato Ferretti, fede significa “aver Fiducia negli uomini e nella Persona.
Non bisogna poi essere pessimisti sul futuro della lettura . “Il libro stesso è, infatti, un gesto di fiducia nelle altre persone, nella volontà delle persone di raccontarsi, e di condividere emozioni ed esperienze. Il libro è uno scambio del meglio, che abbiamo e riceviamo: è un dono”.
“Bisogna essere coraggiosi e forti per parlare del Bene” ha concluso la scrittrice Susanna Tamaro. La vita dell’essere umano, continua l’autrice è una scelta etica tra Bene e Male.
Compito dell’arte è edificare la Persona, aiutandola a comprendere il significato di questi due termini. “Nella nostra società -ha concluso la Tamaro- ci sono delle regole fisse, per definire il bene e il male. Bene è tutto ciò che si apre alla vita.
Abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo, una cultura cioè che metta la dignità umana al centro, siamo tutti bisognosi degli altri. Essere umano significa essere in relazione.”
In programma, questa mattina, l’inaugurazione ufficiale dello Stand della Santa Sede.
Giorgia Innocenti
*
Arte e letteratura sono utensili che ci aiutano a credere e amare Bergoglio: la creatività serve per meditare, non è uno svago
Corriere della Sera - Spogli
(Antonio Spadaro) Conversavo con Papa Francesco durante l’intervista apparsa sulla rivista che dirigo, «La Civiltà Cattolica ». Stavamo parlando di ottimismo. Lui mi diceva che non ama questa parola perché troppo psicologica. Ama invece la speranza. Se lui è sorridente, insomma, non è perché sia ottimista ma perché, da credente, vive una speranza che non delude. «Pensa al primo indovinello della Turandot di Puccini» mi dice. Fino a quel momento nella nostra conversazione non era mai emersa una citazione letteraria o artistica, per cui quando il Papa dice Turandot penso di non aver capito e gli chiedo di ripetere.
Mentre Francesco scandisce il nome Tu-ran-dot mi vengono in mente i famosi versi che rivelano il desiderio di una speranza che qui però è fantasma iridescente che sparisce con l’aurora. E difatti il Papa prosegue: «La speranza cristiana non è un fantasma e non inganna. È una virtù teologale e dunque, in definitiva, un regalo di Dio che non si può ridurre all’ottimismo, che è solamente umano. Dio non defrauda la speranza, non può rinnegare se stesso. Dio è tutto promessa».
In quel preciso momento mi sono reso conto che Bergoglio è una persona che vive l’arte e l’espressione creativa come una dimensione che è parte integrante della sua spiritualità e della sua pastorale. È capitato già varie volte, sentendolo parlare da Papa, di aver registrato una citazione di passaggio, posta lì senza premesse né spiegazioni «colte». Ricordo, per esempio, la citazione del Divino impaziente di José María Pemàn durante la sua omelia ai gesuiti per la festa di Sant’Ignazio il 31 luglio 2013. Così anche il riferimento a Joseph Malègue nella mia intervista, per parlare della «classe media della santità».
Per Bergoglio l’arte è vita e discorso sulla vita. L’arte non è «per l’arte», non è un mondo a parte, colto, dotto, aulico, sostanzialmente «borghese». La sua visione radicalmente «popolare» tocca anche la produzione artistica e la sua fruizione.
Il Papa è molto sensibile al «genio» e alla «creatività», parole che gli ho sentito pronunciare spesso, almeno tanto quanto la parola «normalità» o l’aggettivo «normale». Ho l’impressione che per lui la creatività e il genio non siano eccezioni, ma dimensioni della vita ordinaria affrontata con energia e intensità. Sempre durante l’intervista ho voluto tentare di comprendere meglio quali siano i principali riferimenti artistici e letterari di Papa Francesco. Da quel momento si è andato costruendo l’elenco dei libri di quella che da subito ho chiamato nella mia mente «La biblioteca di Papa Francesco». Seguendo nell’intervista i nomi dei suoi scrittori preferiti, e così degli artisti, registi, musicisti e direttori d’orchestra, ho compreso che non si formava un elenco di puro gusto estetico, ma si andava definendo un vero e proprio territorio di esperienza umana. Le sue letture erano legate a visioni della realtà, alla sua stessa comprensione del mondo. Mi sono presto reso conto di essere assorbito dai suoi riferimenti, e di avere il desiderio di entrare nella sua vita passando anche per la porta delle sue scelte artistiche.
«Io amo gli artisti tragici», mi ha detto. E ho compreso che la sua non è pura attrazione per la tragedia intesa come genere letterario, ma è desiderio di entrare dentro la condizione umana anche per la via della rappresentazione estetica. A tal punto che egli fa sua la definizione di opera «classica» che si ricava da Cervantes: l’opera «classica» è l’opera che tutti in qualche modo possono sentire come propria, non quella di un gruppetto di raffinati intenditori.
La conferma del legame che lui avverte tra opera d’arte e visione della vita l’ho avuta proprio nel momento dell’intervista in cui Bergoglio ha sottolineato che l’uomo col tempo cambia il modo di percepire se stesso. Per esprimere il concetto ha preferito non ricorrere a riflessioni sofisticate sul cambio antropologico, ma dire, più semplicemente e direttamente, che una cosa è l’immagine ellenistica di uomo che ha prodotto la Nike di Samotracia, altra è quella che trova la sua forma nelle tele del Caravaggio, e altra ancora è quella del surrealismo di Dalí. Dunque la letteratura, la musica, l’arte sono da considerare pienamente «dentro» il discorso sull’uomo, sulla spiritualità, sulla pastorale e la missione della Chiesa.
Il mio primo obiettivo, confrontandomi con i libri da lui amati, è stato dunque quello di capire meglio la sua visione del mondo, della realtà e della persona umana: mi interessava entrare nel suo immaginario. Non per puro gusto di indagine, ma per comprenderne più a fondo il pensiero. Tuttavia non è stato questo il vero obiettivo. Ciò che mi ha mosso è legato sia al fatto che Jorge Mario Bergoglio è il Papa, sia alla constatazione che egli è anche il leader mondiale oggi più credibile e universalmente riconosciuto. Comprendere Bergoglio significa dunque, per me, come cattolico, innanzitutto indagare meglio che cosa il Signore stia chiedendo oggi alla Chiesa. Ma significa anche comprendere meglio lo spirito del tempo che riconosce nella sua figura un leader. Dunque, ricostruire «La biblioteca di Papa Francesco» significa compiere un’operazione di valore spirituale e culturale.
In un paio di occasioni ho avuto anche modo di poter approfondire il discorso con lo stesso Pontefice, dialogando su questa o quell’opera, a volte persino chiedendogli se aveva avuto davvero una certa importanza nella sua formazione. In effetti, scorrendo l’elenco delle opere della collana è possibile riconoscere i tratti fondamentali del Pontificato di Bergoglio, oltre che avvertire le vibrazioni della sua sensibilità personale.
Infine ecco una domanda: come leggere i libri della «Biblioteca di Papa Francesco»?
Innanzitutto il lettore si troverà guidato da prefatori che, per la quasi totalità, non solo conoscono l’opera ma anche direttamente Jorge Mario Bergoglio. Le loro prefazioni hanno anche il tono della testimonianza, dunque, capace di avviare il lettore a comprendere il motivo per cui quel libro ha contribuito a formare la «visione» di Papa Francesco.
Dopo le prefazioni, il lettore si troverà ad affrontare direttamente il testo. Come farlo in modo da essere fedeli anche in questo alla lezione bergogliana? Mentre dialogavamo durante l’intervista già citata, mi ha fortemente colpito il momento nel quale il Papa mi ha detto che ama il Mozart eseguito da Clara Haskil: «Mi riempie: non posso pensarlo, devo sentirlo» ha affermato con tono meditativo. In queste poche parole c’è tutta una concezione della fruizione estetica che distingue «sentire» e «pensare». Un artista si gusta se «sentito», non se è «pensato». Non che la prima cosa escluda la seconda. Però è possibile che il sentire sia talmente forte, ricco e coinvolgente da superare immensamente la sua analisi teorica. Aveva scritto Bergoglio nel 2005: «La sapienza non si ferma alla conoscenza. Sapere significa anche gustare. Si sanno le conoscenze... E si sanno anche i sapori».
Occorre comprendere che dietro questa sorta di abbozzo di estetica bergogliana c’è un passaggio degli Esercizi spirituali ignaziani, nel quale, proprio all’inizio, si dice che «non è il molto sapere che sazia e appaga l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente (no el mucho saber harta y satisfece al á nima, mas el sentir y gustar de las cosas internamente)». E per Bergoglio, come per Sant’Ignazio, il «sentire», in un modo o nell’altro, ha sempre a che fare con la manifestazione di Dio nell’anima e nella vita di una persona. Ecco un altro motivo per leggere i libri cari a Papa Francesco.
Mentre Francesco scandisce il nome Tu-ran-dot mi vengono in mente i famosi versi che rivelano il desiderio di una speranza che qui però è fantasma iridescente che sparisce con l’aurora. E difatti il Papa prosegue: «La speranza cristiana non è un fantasma e non inganna. È una virtù teologale e dunque, in definitiva, un regalo di Dio che non si può ridurre all’ottimismo, che è solamente umano. Dio non defrauda la speranza, non può rinnegare se stesso. Dio è tutto promessa».
In quel preciso momento mi sono reso conto che Bergoglio è una persona che vive l’arte e l’espressione creativa come una dimensione che è parte integrante della sua spiritualità e della sua pastorale. È capitato già varie volte, sentendolo parlare da Papa, di aver registrato una citazione di passaggio, posta lì senza premesse né spiegazioni «colte». Ricordo, per esempio, la citazione del Divino impaziente di José María Pemàn durante la sua omelia ai gesuiti per la festa di Sant’Ignazio il 31 luglio 2013. Così anche il riferimento a Joseph Malègue nella mia intervista, per parlare della «classe media della santità».
Per Bergoglio l’arte è vita e discorso sulla vita. L’arte non è «per l’arte», non è un mondo a parte, colto, dotto, aulico, sostanzialmente «borghese». La sua visione radicalmente «popolare» tocca anche la produzione artistica e la sua fruizione.
Il Papa è molto sensibile al «genio» e alla «creatività», parole che gli ho sentito pronunciare spesso, almeno tanto quanto la parola «normalità» o l’aggettivo «normale». Ho l’impressione che per lui la creatività e il genio non siano eccezioni, ma dimensioni della vita ordinaria affrontata con energia e intensità. Sempre durante l’intervista ho voluto tentare di comprendere meglio quali siano i principali riferimenti artistici e letterari di Papa Francesco. Da quel momento si è andato costruendo l’elenco dei libri di quella che da subito ho chiamato nella mia mente «La biblioteca di Papa Francesco». Seguendo nell’intervista i nomi dei suoi scrittori preferiti, e così degli artisti, registi, musicisti e direttori d’orchestra, ho compreso che non si formava un elenco di puro gusto estetico, ma si andava definendo un vero e proprio territorio di esperienza umana. Le sue letture erano legate a visioni della realtà, alla sua stessa comprensione del mondo. Mi sono presto reso conto di essere assorbito dai suoi riferimenti, e di avere il desiderio di entrare nella sua vita passando anche per la porta delle sue scelte artistiche.
«Io amo gli artisti tragici», mi ha detto. E ho compreso che la sua non è pura attrazione per la tragedia intesa come genere letterario, ma è desiderio di entrare dentro la condizione umana anche per la via della rappresentazione estetica. A tal punto che egli fa sua la definizione di opera «classica» che si ricava da Cervantes: l’opera «classica» è l’opera che tutti in qualche modo possono sentire come propria, non quella di un gruppetto di raffinati intenditori.
La conferma del legame che lui avverte tra opera d’arte e visione della vita l’ho avuta proprio nel momento dell’intervista in cui Bergoglio ha sottolineato che l’uomo col tempo cambia il modo di percepire se stesso. Per esprimere il concetto ha preferito non ricorrere a riflessioni sofisticate sul cambio antropologico, ma dire, più semplicemente e direttamente, che una cosa è l’immagine ellenistica di uomo che ha prodotto la Nike di Samotracia, altra è quella che trova la sua forma nelle tele del Caravaggio, e altra ancora è quella del surrealismo di Dalí. Dunque la letteratura, la musica, l’arte sono da considerare pienamente «dentro» il discorso sull’uomo, sulla spiritualità, sulla pastorale e la missione della Chiesa.
Il mio primo obiettivo, confrontandomi con i libri da lui amati, è stato dunque quello di capire meglio la sua visione del mondo, della realtà e della persona umana: mi interessava entrare nel suo immaginario. Non per puro gusto di indagine, ma per comprenderne più a fondo il pensiero. Tuttavia non è stato questo il vero obiettivo. Ciò che mi ha mosso è legato sia al fatto che Jorge Mario Bergoglio è il Papa, sia alla constatazione che egli è anche il leader mondiale oggi più credibile e universalmente riconosciuto. Comprendere Bergoglio significa dunque, per me, come cattolico, innanzitutto indagare meglio che cosa il Signore stia chiedendo oggi alla Chiesa. Ma significa anche comprendere meglio lo spirito del tempo che riconosce nella sua figura un leader. Dunque, ricostruire «La biblioteca di Papa Francesco» significa compiere un’operazione di valore spirituale e culturale.
In un paio di occasioni ho avuto anche modo di poter approfondire il discorso con lo stesso Pontefice, dialogando su questa o quell’opera, a volte persino chiedendogli se aveva avuto davvero una certa importanza nella sua formazione. In effetti, scorrendo l’elenco delle opere della collana è possibile riconoscere i tratti fondamentali del Pontificato di Bergoglio, oltre che avvertire le vibrazioni della sua sensibilità personale.
Infine ecco una domanda: come leggere i libri della «Biblioteca di Papa Francesco»?
Innanzitutto il lettore si troverà guidato da prefatori che, per la quasi totalità, non solo conoscono l’opera ma anche direttamente Jorge Mario Bergoglio. Le loro prefazioni hanno anche il tono della testimonianza, dunque, capace di avviare il lettore a comprendere il motivo per cui quel libro ha contribuito a formare la «visione» di Papa Francesco.
Dopo le prefazioni, il lettore si troverà ad affrontare direttamente il testo. Come farlo in modo da essere fedeli anche in questo alla lezione bergogliana? Mentre dialogavamo durante l’intervista già citata, mi ha fortemente colpito il momento nel quale il Papa mi ha detto che ama il Mozart eseguito da Clara Haskil: «Mi riempie: non posso pensarlo, devo sentirlo» ha affermato con tono meditativo. In queste poche parole c’è tutta una concezione della fruizione estetica che distingue «sentire» e «pensare». Un artista si gusta se «sentito», non se è «pensato». Non che la prima cosa escluda la seconda. Però è possibile che il sentire sia talmente forte, ricco e coinvolgente da superare immensamente la sua analisi teorica. Aveva scritto Bergoglio nel 2005: «La sapienza non si ferma alla conoscenza. Sapere significa anche gustare. Si sanno le conoscenze... E si sanno anche i sapori».
Occorre comprendere che dietro questa sorta di abbozzo di estetica bergogliana c’è un passaggio degli Esercizi spirituali ignaziani, nel quale, proprio all’inizio, si dice che «non è il molto sapere che sazia e appaga l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente (no el mucho saber harta y satisfece al á nima, mas el sentir y gustar de las cosas internamente)». E per Bergoglio, come per Sant’Ignazio, il «sentire», in un modo o nell’altro, ha sempre a che fare con la manifestazione di Dio nell’anima e nella vita di una persona. Ecco un altro motivo per leggere i libri cari a Papa Francesco.
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Papa Francesco, la solitudine del rivoluzionario. Bergoglio e i cambiamenti nella Chiesa, bestseller al Salone
La Stampa - Spogli
La Stampa - Spogli
(Gian Enrico Rusconi) Si sente una nuova sottile amarezza nelle espressioni pubbliche di papa Francesco alla fine del suo «primo anno di grazia». I temi della «tenerezza» e della «misericordia» lasciano il posto all’accorata denuncia della ricerca della vanità, del potere, del denaro. Particolarmente dure ed esplicite sono le critiche agli uomini di Chiesa che non sono all’altezza della loro missione.
Nell’enfasi pubblica che accoglie sistematicamente ogni parola o raccomandazione del Pontefice, si percepisce la delusione che alle parole non seguono gli attesi pronti mutamenti concreti nella realtà ecclesiale e sociale. Bergoglio è troppo intelligente per non capire che la continua evocazione della sua «rivoluzione» a fronte dell’immobilismo della comunità ecclesiale e civile, cui è rivolta, rischia di logorarsi come mero annuncio mediatico.
«Si sentono applausi scroscianti da tutte le parti e al contempo si avverte una grande inerzia nelle strutture ecclesiastiche», scrive Marco Politi nel suo libro Francesco tra i lupi. Il segreto di una rivoluzione (Laterza, 2014), uno studio che è tra i più informati e attenti al fenomeno Bergoglio.
L’interesse del lavoro sta anche nel modo in cui è costruita la narrazione e la documentazione. Testimonia – forse senza volerlo – l’evoluzione di giudizio degli osservatori simpatetici verso il Papa. Si trovano davanti ad una personalità che si rivela assai più complessa e difficile da capire, dotata di qualità e limiti che contrastano sia le entusiastiche valutazioni iniziali che le irritate stroncature.
Del libro di Politi vorrei qui mettere in evidenza soltanto alcuni passaggi, che portano a quesiti cruciali aperti. Dopo una acuta analisi del predecessore Ratzinger e della dinamica interna del Conclave («Il colpo di stato di Benedetto XVI», «I segreti del conclave anti-italiano») sorge il dubbio se tutti i cardinali elettori conoscessero davvero il nuovo eletto Bergoglio. A questo proposito sono preziose le pagine del libro dedicate alla sua biografia, le vicende pregresse di Superiore generale dei gesuiti, il difficilissimo periodo della dittatura argentina e l’esperienza di arcivescovo di Buenos Aires. Viene fuori una personalità di pastore tutt’altro che politicamente disarmato, ma abile nel muoversi in una società complessa, civile e clericale. «A Buenos Aires negli ambienti cattolici e no, il giudizio sulle qualità di Bergoglio come dirigente è unanime. E’ un uomo di comando, dicono». Ma non meno straordinaria è l’autocritica che Bergoglio fa retrospettivamente proprio su questo punto, ripromettendosi di avere un atteggiamento di paziente attenzione verso tutti.
Il Papa che viene dalla «fine del mondo» non è uno sprovveduto né per esperienza, né per cultura, né per dottrina. Ma probabilmente ha sottovalutato la resistenza ( dei suoi stessi grandi elettori) a innovare davvero gli atteggiamenti pastorali, riaprendo anche implicitamente una riflessione dottrinale. Ma su questo punto sembra solo. Non a caso gli si rimprovera una certa leggerezza dottrinale nella controversa problematica della «pastorale della famiglia». Su questo si arriverà presto ad un confrontoscontro sulla questione (apparentemente marginale) dell’eucarestia per i credenti divorziati e risposati.
Credo che Papa Bergoglio sia consapevole che la posta in gioco non sia soltanto pastorale ma dottrinale . Ma è un modo concreto di affrontare il tema del «peccato» , che è stato toccato soltanto genericamente in uno dei dialoghi «laici» dell’inizio del suo pontificato che tanto hanno contribuito a creare la sua immagine pubblica. Non è stata semplicemente la sua personalità umana ma i suoi strappi verbali e una implicita ermeneutica dottrinale innovativa a sdrammatizzare il contrasto tra credente e non credente, spiazzando anche molti laici nostrani. «Al Papa argentino è del tutto estranea l’idea che l’essere atei provochi sofferenza e porti alla decadenza dell’umano» – ricorda Politi. Ma mi chiedo quali conseguenze pratiche avrà questo atteggiamento sul contenzioso sempre aperto nel nostro paese sui diritti civili e personali che sinora ha dovuto fare i conti con la barriera dei «valori non negoziabili»?
Il giudizio di Politi sembra sospeso come su altre questioni. Parlando del «programma della rivoluzione» lo sintetizza così: riformare la Curia rendendola più snella ed efficiente, fare pulizia nella banca vaticana e promuovere la collegialità, instaurando consultazioni frequenti tra il Pontefice, il collegio cardinalizio (istituito, con esplicito compito di sostegno al Pontefice) e le conferenze episcopali. Notoriamente sono iniziative di cui si parla in continuazione e di cui si vedono soltanto i primi passi. Ma il bilancio del primo anno di pontificato vede crescere le difficoltà. «Benchè abbia un programma, Francesco in realtà ignora l’approdo a cui perverrà», scrive Politi.
In realtà la carta vincente non sarà la persona del Papa, per quanto straordinaria essa sia, ma l’attivazione di una effettiva collegialità dei vescovi. Ma è una prospettiva che al momento è remota.
fonte: Spogli
Nell’enfasi pubblica che accoglie sistematicamente ogni parola o raccomandazione del Pontefice, si percepisce la delusione che alle parole non seguono gli attesi pronti mutamenti concreti nella realtà ecclesiale e sociale. Bergoglio è troppo intelligente per non capire che la continua evocazione della sua «rivoluzione» a fronte dell’immobilismo della comunità ecclesiale e civile, cui è rivolta, rischia di logorarsi come mero annuncio mediatico.
«Si sentono applausi scroscianti da tutte le parti e al contempo si avverte una grande inerzia nelle strutture ecclesiastiche», scrive Marco Politi nel suo libro Francesco tra i lupi. Il segreto di una rivoluzione (Laterza, 2014), uno studio che è tra i più informati e attenti al fenomeno Bergoglio.
L’interesse del lavoro sta anche nel modo in cui è costruita la narrazione e la documentazione. Testimonia – forse senza volerlo – l’evoluzione di giudizio degli osservatori simpatetici verso il Papa. Si trovano davanti ad una personalità che si rivela assai più complessa e difficile da capire, dotata di qualità e limiti che contrastano sia le entusiastiche valutazioni iniziali che le irritate stroncature.
Del libro di Politi vorrei qui mettere in evidenza soltanto alcuni passaggi, che portano a quesiti cruciali aperti. Dopo una acuta analisi del predecessore Ratzinger e della dinamica interna del Conclave («Il colpo di stato di Benedetto XVI», «I segreti del conclave anti-italiano») sorge il dubbio se tutti i cardinali elettori conoscessero davvero il nuovo eletto Bergoglio. A questo proposito sono preziose le pagine del libro dedicate alla sua biografia, le vicende pregresse di Superiore generale dei gesuiti, il difficilissimo periodo della dittatura argentina e l’esperienza di arcivescovo di Buenos Aires. Viene fuori una personalità di pastore tutt’altro che politicamente disarmato, ma abile nel muoversi in una società complessa, civile e clericale. «A Buenos Aires negli ambienti cattolici e no, il giudizio sulle qualità di Bergoglio come dirigente è unanime. E’ un uomo di comando, dicono». Ma non meno straordinaria è l’autocritica che Bergoglio fa retrospettivamente proprio su questo punto, ripromettendosi di avere un atteggiamento di paziente attenzione verso tutti.
Il Papa che viene dalla «fine del mondo» non è uno sprovveduto né per esperienza, né per cultura, né per dottrina. Ma probabilmente ha sottovalutato la resistenza ( dei suoi stessi grandi elettori) a innovare davvero gli atteggiamenti pastorali, riaprendo anche implicitamente una riflessione dottrinale. Ma su questo punto sembra solo. Non a caso gli si rimprovera una certa leggerezza dottrinale nella controversa problematica della «pastorale della famiglia». Su questo si arriverà presto ad un confrontoscontro sulla questione (apparentemente marginale) dell’eucarestia per i credenti divorziati e risposati.
Credo che Papa Bergoglio sia consapevole che la posta in gioco non sia soltanto pastorale ma dottrinale . Ma è un modo concreto di affrontare il tema del «peccato» , che è stato toccato soltanto genericamente in uno dei dialoghi «laici» dell’inizio del suo pontificato che tanto hanno contribuito a creare la sua immagine pubblica. Non è stata semplicemente la sua personalità umana ma i suoi strappi verbali e una implicita ermeneutica dottrinale innovativa a sdrammatizzare il contrasto tra credente e non credente, spiazzando anche molti laici nostrani. «Al Papa argentino è del tutto estranea l’idea che l’essere atei provochi sofferenza e porti alla decadenza dell’umano» – ricorda Politi. Ma mi chiedo quali conseguenze pratiche avrà questo atteggiamento sul contenzioso sempre aperto nel nostro paese sui diritti civili e personali che sinora ha dovuto fare i conti con la barriera dei «valori non negoziabili»?
Il giudizio di Politi sembra sospeso come su altre questioni. Parlando del «programma della rivoluzione» lo sintetizza così: riformare la Curia rendendola più snella ed efficiente, fare pulizia nella banca vaticana e promuovere la collegialità, instaurando consultazioni frequenti tra il Pontefice, il collegio cardinalizio (istituito, con esplicito compito di sostegno al Pontefice) e le conferenze episcopali. Notoriamente sono iniziative di cui si parla in continuazione e di cui si vedono soltanto i primi passi. Ma il bilancio del primo anno di pontificato vede crescere le difficoltà. «Benchè abbia un programma, Francesco in realtà ignora l’approdo a cui perverrà», scrive Politi.
In realtà la carta vincente non sarà la persona del Papa, per quanto straordinaria essa sia, ma l’attivazione di una effettiva collegialità dei vescovi. Ma è una prospettiva che al momento è remota.
fonte: Spogli
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Repubblica.it
(Elio Vettori) Il Coro della Cappella Sistina, che abitualmente accompagna le celebrazioni liturgiche del Santo Padre, ha ufficialmente inaugurato la ventisettesima edizione del Salone del Libro che ha come ospite d'onore la Santa Sede. "L'arte e la cultura - ha spiegato (...)
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Torino. Al via il Salone del Libro, Santa Sede ospite d'onore. Mons. Iacobone: presenza significativa
Inaugurato (mercoledì sera) a Torino, presso l’Auditorium Giovanni Agnelli-Lingotto, la 27.ma edizione del Salone Internazionale del Libro, con la Santa Sede per la prima volta “ospite d’onore”. Presente all’appuntamento anche mons. Pasquale Iacobone, del Pontificio Consiglio della Cultura.
R. – Abbiamo voluto che la Santa Sede fosse presente con una struttura emblematica: appunto il cupolone di libri; ma un cupolone che riassumesse, in qualche maniera, tutta la ricchezza del patrimonio librario, culturale, artistico della Santa Sede. E dunque, al di là dei libri e delle varie istituzioni presenti, queste opere d’arte che comunque fanno sempre riferimento al libro, alla cultura scritta con opere che vanno dall’epoca paleocristiana fino al contemporaneo. Abbiamo voluto rappresentare un po’ la complessità della Storia della Santa Sede e della Chiesa cattolica, e dei suoi rapporti con il mondo del libro, della cultura, delle arti. Chiaramente, questa impresa va al di là di qualsiasi stand di un salone del libro …
D. - … è una presenza un po’ atipica, in effetti …
R. – E’ la prima volta: come c’è stata la prima volta della Biennale di Venezia, così quest’anno è la prima volta al Salone internazionale del Libro dove non una casa editrice, ma la Santa Sede è rappresentata ed è ospite d’onore. Per questo ci tenevamo a dare una presenza quanto mai significativa, e devo dire che i primi riscontri sono assolutamente positivi: mai si sarebbero aspettati una tale imponenza non solo monumentale, ma anche di ricchezza di patrimonio culturale e artistico.
D. – Questa presenza così autorevole e prestigiosa del Padiglione della Santa Sede, in mezzo ad una mostra che poi è una mostra-mercato, soprattutto, ci porta un po’ in avanti nel tempo e insieme indietro. Voglio dire che sembra di assistere ad un secondo atto di quella funzione di accensione del mondo dell’arte che la Chiesa ha avuto per tanti secoli …
R. – Credo che il discorso, e quindi la politica culturale di fondo, negli ultimi anni, portata avanti soprattutto dal cardinale Ravasi, sia sempre quello: cioè, riportare la Chiesa non con un aspetto trionfale, ma con un aspetto di vera grandezza e profondità culturale, lì dove si fa cultura: può essere la Biennale di Venezia, può essere il Salone del Libro di Torino, può essere l’Expo … può essere qualsiasi occasione in cui il mondo si confronta con tutte le sue difficoltà, con i suoi contrasti e la sua varietà.
D. – Che cosa si prepara, per esempio, per Milano?
R. – Ci sarà un impianto, un padiglione della Santa Sede che farà delle proposte – se vogliamo anche provocatorie – nei confronti del contesto generale dell’Expo: si parla di nutrire il pianeta, e quindi c’è tutto il discorso dell’alimentazione. Ma noi abbiamo scelto come tema: “Non di solo pane …”, perché vogliamo che si discuta non soltanto semplicemente di problemi di alimentazione e quindi di gestione materiale del territorio o dell’ambiente, ma si parli di un’alimentazione che tocchi tutte le dimensioni della persona, a cominciare dal cuore, dall’anima, dall’interiorità …
Radio Vaticana
R. – Abbiamo voluto che la Santa Sede fosse presente con una struttura emblematica: appunto il cupolone di libri; ma un cupolone che riassumesse, in qualche maniera, tutta la ricchezza del patrimonio librario, culturale, artistico della Santa Sede. E dunque, al di là dei libri e delle varie istituzioni presenti, queste opere d’arte che comunque fanno sempre riferimento al libro, alla cultura scritta con opere che vanno dall’epoca paleocristiana fino al contemporaneo. Abbiamo voluto rappresentare un po’ la complessità della Storia della Santa Sede e della Chiesa cattolica, e dei suoi rapporti con il mondo del libro, della cultura, delle arti. Chiaramente, questa impresa va al di là di qualsiasi stand di un salone del libro …
D. - … è una presenza un po’ atipica, in effetti …
R. – E’ la prima volta: come c’è stata la prima volta della Biennale di Venezia, così quest’anno è la prima volta al Salone internazionale del Libro dove non una casa editrice, ma la Santa Sede è rappresentata ed è ospite d’onore. Per questo ci tenevamo a dare una presenza quanto mai significativa, e devo dire che i primi riscontri sono assolutamente positivi: mai si sarebbero aspettati una tale imponenza non solo monumentale, ma anche di ricchezza di patrimonio culturale e artistico.
D. – Questa presenza così autorevole e prestigiosa del Padiglione della Santa Sede, in mezzo ad una mostra che poi è una mostra-mercato, soprattutto, ci porta un po’ in avanti nel tempo e insieme indietro. Voglio dire che sembra di assistere ad un secondo atto di quella funzione di accensione del mondo dell’arte che la Chiesa ha avuto per tanti secoli …
R. – Credo che il discorso, e quindi la politica culturale di fondo, negli ultimi anni, portata avanti soprattutto dal cardinale Ravasi, sia sempre quello: cioè, riportare la Chiesa non con un aspetto trionfale, ma con un aspetto di vera grandezza e profondità culturale, lì dove si fa cultura: può essere la Biennale di Venezia, può essere il Salone del Libro di Torino, può essere l’Expo … può essere qualsiasi occasione in cui il mondo si confronta con tutte le sue difficoltà, con i suoi contrasti e la sua varietà.
D. – Che cosa si prepara, per esempio, per Milano?
R. – Ci sarà un impianto, un padiglione della Santa Sede che farà delle proposte – se vogliamo anche provocatorie – nei confronti del contesto generale dell’Expo: si parla di nutrire il pianeta, e quindi c’è tutto il discorso dell’alimentazione. Ma noi abbiamo scelto come tema: “Non di solo pane …”, perché vogliamo che si discuta non soltanto semplicemente di problemi di alimentazione e quindi di gestione materiale del territorio o dell’ambiente, ma si parli di un’alimentazione che tocchi tutte le dimensioni della persona, a cominciare dal cuore, dall’anima, dall’interiorità …
Radio Vaticana