sabato 10 maggio 2014

Tutte le parole per dire il Bene. Magris e Ravasi contro il nulla



(Gian Guido Vecchi) Tre I come modello: interrogazione, inquietudine, incontro -- Il Nero: «Non sono uno che dubita. Però sono uno che fa domande». Il Bianco: «E che differenza c’è?». Il Nero: «Be’, secondo me chi fa domande vuole la verità. Mentre chi dubita vuole sentirsi dire che la verità non esiste».
Claudio Magris ha appena finito di deplorare la vecchia storia del confronto tra cattolici e laici, «è ora di farla finita perché è una scorrettezza linguistica e logica, laico è un modo di pensare», il direttore de «La Stampa» Mario Calabresi modera il dialogo e difatti lo definisce semplicemente «un incontro tra due persone che pensano», e così il cardinale Gianfranco Ravasi comincia da Sunset Limited e Cormac McCarthy: il dialogo drammatico e serrato, in forma teatrale, tra un professore bianco ateo e un nero che cerca di persuaderlo a non ammazzarsi. Le domande. «Ecco, io credo che il grande dramma del nostro tempo, e non solo nella comunicazione della Chiesa, sia che ormai non si voglia interrogare, che si rimanga indifferenti, incolori», riflette il cardinale. «Quel vuoto di cui parla Bernanos e che non è assenza, perché l’assenza è nobile, ma il nulla. Mentre invece, come diceva Oscar Wilde, le risposte sono capaci di darle tutti, ma per fare le domande vere ci vuole un genio...».
La sala del Lingotto è colma di lettori, si parla di «Comunicare la fede nella società», quest’anno il tema del Salone è il bene. «Cosa difficilissima, parlare del bene», nota Magris, mentre invece «sembra molto facile parlare del male, che ha una sua fascinazione». Ma è un’illusione: «È facile atteggiarsi a trasgressivo, ma chi lo fa dovrebbe avere il coraggio di fare davvero i conti, con il male: faccia l’apologia del traffico d’organi di bambini. Le grandi religioni, invece, non hanno mai indorato la pillola: sanno cosa è il male». 
Il cardinale Ravasi tornerà sul tema anche fuori dalla sala, rispondendo alle domande di chi gli chiede delle trecento ragazze rapite in Nigeria dagli islamisti fanatici di Boko Haram: «Il grande male del mondo è anche una grande occasione perché l’uomo venga provocato e cominci a interrogarsi. Che ci siano queste ragazze sottoposte a una situazione di ignominia assoluta, quasi bestiale, paradossalmente questo fatto riesce a scuotere anche quelli che rimarrebbero indifferenti, superficiali, banali, davanti alle violenze minime, quotidiane». 
Il problema è come parlarne. Magris racconta di suo padre che stava morendo, «non era praticante e ci interrogammo se fosse o meno il caso di ricevere i conforti religiosi. Mi disse: sappi che queste sono le cose importanti, su cui non si scherza». Il problema è che «esiste una falsificazione oggettiva del messaggio della Chiesa e questo dipende in parte dal fatto che sovente la Chiesa stessa non riesce a proporre in modo chiaro il suo messaggio a livello per così dire intermedio, un piano altrettanto necessario di quello alto perché è sulla divulgazione media che ciascuno di noi basa la propria conoscenza del mondo». Come il peccato originale, esemplifica lo scrittore triestino, e la percezione «che sia una specie di superstizione, una stupidaggine, quando invece mi viene in mente una bellissima pagina di Karl Rahner che spiega che non si tratta di una tendenza a delinquere ereditata dai nostri progenitori, ma del fatto che nasciamo in un mondo che è in qualche modo condeterminato dalle colpe altrui, che dobbiamo sentirci corresponsabili anche se innocenti: altrimenti perché dovremmo scandalizzarci del traffico di bambini, se non lo abbiamo fatto noi?». Ed è qui che il cardinale Ravasi interviene a spiegare che «le religioni consolano, anche, ma il loro primo compito è quello di inquietare. Presentare il tema del male e della colpa ha un grande valore, anche se purtroppo è stato fatto spesso in maniera semplificata». L’interrogazione, l’inquietudine. «E poi aggiungerei una terza “i” : l’incontro. Che per un cristiano è quello con Gesù, anzitutto, ma anche con l’altro. Il cristianesimo non è per sua natura integralista o chiuso in se stesso, anche se purtroppo a volte è stato così». Il che significa che la chiesa dovrebbe anche «porre l’accento sulla potenzialità razionale del suo insegnamento», osserva ancora Magris: «Ricordare che il mistero non è un incubo terrorizzante ma ciò che si cerca di conoscere. Come diceva Chesterton: da quando gli uomini non credono più in Dio, non è che non credano a nulla. Credono a tutto». 
Alla fine, è inevitabile, si parla di Francesco: «Il fatto che il Papa dica che il discernimento si dà nella narrazione, che non basta solo proclamare ma per capire veramente bisogna calarsi nella vita delle persone, di ogni uomo e donna concreti, questo credo sia un linguaggio che abbia molte più possibilità di arrivare al cuore e alla mente di ciascuno», dice Magris. I gesti, ma anche la parola come simbolo, conclude Ravasi tra gli applausi: «Chi di voi non ricorda espressioni come la Chiesa ospedale da campo, i pastori con l’odore delle pecore, il sudario che non ha tasche?». Certo non è facile. Le ultime parole nel Nero di Sunset Limited suonano come una preghiera: «Se volevi che lo aiutassi, perché non mi hai dato le parole giuste?».
Corriere della Sera

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La sfida di dire la Fede  

Il diretto interessato non lo sa, ma per un momento un vigile urbano di Trieste è stato il protagonista del Salone del Libro. E non di un incontro qualsiasi, ma dell’evento clou di ieri: il dialogo tra Claudio Magris e il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, il cardinale Gianfranco Ravasi. Attesissimo, quest’ultimo, dopo che un’improvvisa indisposizione lo ha obbligato a disertare la cerimonia d’apertura di mercoledì sera.

Si parla di comunicazione della fede nella società d’oggi, con il direttore della Stampa, Mario Calabresi, incaricato di moderare uno scambio che, prima ancora di essere ospitato al Lingotto, è radicato in un’amicizia di lunga data fra i due protagonisti. Sì, ma in tutto questo che c’entra il vigile urbano? C’entra, c’entra, perché si tratta dell’autoproclamato capo dei satanisti giuliani. «Qualche tempo fa – racconta il professore – è finito sulle pagine dei giornali locali con una serie di dichiarazioni a favore del libero pensiero e di presunte trasgressioni. Ma siamo seri, per cortesia: se uno vuole difendere il male deve schierarsi per il male vero. Si proclami a favore del traffico d’organi, non trovi scuse per andare a ballare».


Il tono della conversazione è questo: lieve, spesso arguto, sempre profondissimo. Se c’è un equivoco sul male, infatti, c’è anche un equivoco sul bene, ed è il più pericoloso. «È ora di finirla con la contrapposizione fra laici e credenti – avverte Magris –. La laicità non è un contenuto, ma un modello di pensiero, un metodo che appartiene a tutti, anche a chi si riconosce in una fede religiosa. Quello che a me preme non è di difendere questa o quella posizione della Chiesa, ma che ci sia chiarezza su quello che la Chiesa afferma. In questo molto fa la superficialità di cui gli stessi intellettuali danno prova, ma non possiamo nasconderci che in alcuni casi la comunicazione da parte dei credenti manca di chiarezza. Non si può accettare, per esempio, che il peccato originale sia considerato come una specie di maledizione ereditaria. Al contrario, è la coscienza di un male dal quale tutti, in modo diverso, siamo contaminati. In questa precisione, in questa sottigliezza straordinaria nel distinguere ciò che è oggetto di fede e ciò che è oggetto di ragione sta la potenza dell’insegnamento della Chiesa, il principio di laicità che può consentire di aderire o non aderire al suo messaggio».


Il cardinal Ravasi acconsente e, quando viene il suo turno, toglie dalla tasca un foglio con il testo di una e-mail ricevuta in mattinata. «Me l’ha inviata un torinese – confessa – e suggerisce una citazione da Sunset Limited di Cormac McCarthy: chi si interroga cerca la verità, ma chi dubita o è indifferente vuole sentirsi dire che la verità non esiste». È l’inizio di un percorso che si snoda tra le Confessioni di Agostino e gli aforismi di Oscar Wilde, tra la consapevolezza che «il nostro cuore non ha posa finché in Te non riposa» e la scoperta che «le risposte sono capaci tutti a trovarle, è per le domande che ci vuole un genio». Un elogio della ricerca, perché, sottolinea Ravasi, «alle religioni non spetta di consolare e rassicurare, semmai di rendere più inquieto l’uomo. Come scriveva Julien Green, “finché siamo inquieti, possiamo stare tranquilli”».

Il cristianesimo non fa eccezione. «L’annuncio del Vangelo – spiega il cardinale – sa ricorrere alla provocazione. Paolo, quando parla agli Ateniesi, presenta loro un orribile strumento di morte. A quell’epoca la croce era l’equivalente della sedia elettrica, ma è proprio da lì che l’apostolo parte». Quella della fede, però, non è un’interrogazione fine a se stessa. «Tutto conduce all’incontro con la persona di Gesù – dice Ravasi – ed è un incontro tanto importante da aprire all’incontro con gli altri uomini. Il cristiano, per sua natura, non può essere integralista, il dialogo è la dimensione che più gli appartiene e che gli permette di accogliere anche la tensione di quanti, pur non credendo, non riescono a ignorare il fascino di Gesù. Penso a Jorge Luis Borges, un grandissimo autore che papa Francesco ha conosciuto personalmente e che ama molto. So che il Suo non è il volto dei pittori, scriveva Borges, ma insisterò a cercarlo fino al giorno dei miei ultimi passi sulla terra».

Non è una fuga nell’irrazionale, non è un rifugio nell’assurdo. Il colpo di scena Ravasi lo tiene per la chiusura: «Vi sarà capitato di innamorarvi, no? E in amore non si sceglie certo affidandosi esclusivamente alla logica. Né si comunica solo con le parole, perché tra gli amanti, secondo un detto attribuito a Pascal, il silenzio è molto più prezioso. Ecco, questo linguaggio è lo stesso della trascendenza».
A. Zaccuri (Avvenire)

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Jean Clair i titoli tossici dell’arte
«L’arte non esiste. Esistono le immagini, solo che noi europei ne abbiamo completamente dimenticato il potere». Jean Clair si congeda così dal pubblico del Salone del Libro, che resta smarrito per un istante, il tempo che basta per riannodare una conclusione così sorprendente con il discorso che il grande critico e storico dell’arte ha sviluppato nella sua lectio magistralis.

«Un evento che considero il fiore all’occhiello dell’edizione di quest’anno», dichiara il direttore del Salone, Ernesto Ferrero, al cui entusiasmo fa eco quello di Luca Beatrice, presidente del Circolo dei Lettori di Torino e a sua volta critico d’arte: «Jean Clair è un maestro di scrittura e pensiero». E di indipendenza di giudizio, certo, di militanza intellettuale.
Sono queste, del resto, le motivazioni del premio «Giuseppe Bonura» che lo studioso francese è venuto a ritirare qui a Torino. Istituito da Avvenire nel 2010 per onorare la memoria del critico-scrittore, in precedenza il riconoscimento è andato a Tzvetan Todorov, Goffredo Fofi, Ezio Raimondi e padre Fernando Castelli. Con Jean Clair ci si sposta nell’ambito delle arti figurative e ci si torna a interrogare sul ruolo che il sacro può ancora rivestire nella cultura dei nostri anni.

«Finora la nostra è stata una discesa agli inferi», denuncia impietoso Clair, passando in rassegna le tappe di un degrado che ha portato prima a trascurare il culto a beneficio della cultura e poi ad accontentarsi del "culturale", luogo dell’indistinto in cui non valgono più le distinzioni fra alto e basso, e tutto si consuma in una sterile idolatria dell’ego. Il problema, insiste il critico, è che «il culto, non la cultura, ha originariamente reso abitabile il mondo». E che i musei, in questo momento, rappresentano una barriera rispetto a qualsiasi esperienza tesa all’autenticità. «La sagoma della nuova antenna del Louvre a Metz somiglia ai Buffalo Grill che incontriamo ai bordi delle autostrade», ironizza.
Dopo di che l’analisi entra nel vivo, con un paragone di impressionante esattezza fra il cosiddetto «sistema dell’arte» e gli esiti della perdurante crisi finanziaria.

«Subprimes, titolizzazioni, piramide di Ponzi, questi termini che ancora ieri erano sconosciuti ai più, sono apparsi all’improvviso nei giornali, a segnalare la catastrofe che abbiamo vissuta», sottolinea Clair, richiamandosi immediatamente al testo biblico: «Sono stati i Mane, Thecel, Phares sui muri del palazzo di Babilonia, parole sconosciute che il profeta Daniele interpretava come l’annuncio della fine di un Impero. Quel crollo improvviso nei tempi antichi era stato la conseguenza di un festino smisurato, di uno sperpero sfrenato di ricchezze, come la crisi attuale è legata a pratiche finanziarie di una voracità estrema. Ma, anche se lo si è meno notato, è legata come l’episodio biblico a un gesto di profanazione: nella Bibbia fu quello dei vasi sacri, mentre il crollo attuale è associato alla pratica moderna di utilizzare gli oggetti che nelle culture tradizionali erano destinati al culto come oggetti "culturali", suscettibili non solo di essere esposti come oggetti estetici, definiti opere d’arte, ma anche di essere trattati come prodotti commerciali, e quindi sottoposti alla circolazione, al mercato, alla speculazione finanziaria».

Un’esagerazione? Niente affatto: «Hedge funds e titolizzazione ci hanno offerto un esempio di quel che la manipolazione finanziaria riesce a tirare dal nulla – insiste Clair –. Mischiamo il credito a rischio con altri titoli un po’ più sicuri. Esponiamo quindi il vitello di Damien Hirst accanto a un’opera di Joseph Beuys, o meglio di Robert Morris, opere già accreditate, dotate di un rating finanziario tripla o doppia A nel mercato dei valori, e quindi più affidabili. Facciamolo poi entrare in un circuito di gallerie private, in numero limitato e perfettamente al corrente del procedimento, con una bella sede e visibilità internazionale, che sapranno ripartire i rischi legati all’introduzione di un credito dubbio nella loro scuderia. Questo nucleo di iniziati costituisce il gruppo degli azionisti, che finanziano il progetto, portano i capitali, assumono i rischi.

Promettono quindi agli acquirenti un rendimento elevato, dal 20 al 40% alla rivendita, a patto che questa si faccia rapidamente, entro sei mesi per esempio, contrariamente all’uso che era corrente nel mondo dell’arte, di investire sul lungo termine. La galleria stessa si può impegnare, se l’opera non dovesse trovare acquirente, a ricomprarla al prezzo di vendita, più un piccolo interesse. Infine, a coronamento del tutto, così come la Banca di Stato garantiva con una riserva d’oro l’emissione delle banconote, si otterrà da un’istituzione pubblica, un museo per esempio, l’organizzazione di una mostra dell’artista, di cui tuttavia le spese saranno coperte dalla galleria o dal consorzio di gallerie che lo promuovono».

Il direttore della Galleria San Fedele di Milano, padre Adriano Dall’Asta, svolge il ruolo di moderatore proponendo una possibile via d’uscita da una situazione tanto drammatica. Il richiamo è ancora alla Scrittura, attraverso la mediazione di Basilio il Grande: il profeta Amos, il frutto del sicomoro che, per essere commestibile, dev’essere inciso e purificato dal suo veleno. «Non sarà questo il compito che l’arte contemporanea cerca di assumere?», chiede. «Sì – risponde Jean Clair – ma solo a patto di restituire alle immagini il loro potere. Come è accaduto in Russia quando, caduto il comunismo, le icone sono state riconsegnate al culto nelle chiese e sottratte alla cultura nei musei di Stato. Ma questa differenza, purtroppo, in Occidente pochi riescono ad apprezzarla».

Alessandro Zaccuri
Avvenire