martedì 13 maggio 2014

Lettera aperta a monsignor Nunzio Galantino



«Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza». Da non credere che a pronunciare queste parole sia stato il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Nunzio Galantino, in una intervista pubblicata dal Quotidiano Nazionale lunedì 12 maggio (clicca qui).

Abbiamo aspettato 24 ore speranzosi in una smentita, in una dichiarazione che spiegasse magari di essere stato frainteso. Invece niente, bisogna rassegnarsi. Questo giudizio, che denota una mancanza di umanità che ti aspetti solo dal peggiore laicista, è proprio di monsignor Galantino. La lettera della donna che pubblichiamo in Primo Piano (v. infra) è la migliore risposta: la forza della testimonianza e della preghiera davanti all’arroganza clericale, che parla di misericordia (per i lontani) e dispensa disprezzo (per i vicini).
Ma l’enormità della frase citata in apertura rischia di nascondere una serie di affermazioni di monsignor Galantino che meritano invece di essere messe in evidenza. Intanto, il giudizio tagliente su quanti pregano per la vita fa parte di un discorso in cui il segretario della Cei afferma che a proposito della vita, «ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia» dimenticando che «in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa». Quindi basta rosari davanti alle cliniche e più impegno «per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro». A parte il fatto che non esiste alcun “diritto alla salute” - casomai c’è un diritto a essere curati, ma è un’altra cosa – bisognerebbe aver chiaro che il diritto all’assistenza e al lavoro sono successivi e conseguenti al diritto alla vita, perché solo chi è in vita ha bisogno di un’occupazione e di medici. Senza considerare che i soldi pubblici spesi per finanziare l’aborto all’interno del sistema sanitario nazionale tolgono risorse per assistere i malati veri.
Solo una astratta visione ideologica può far diluire il diritto alla vita nel diritto al lavoro o nel diritto all’assistenza. La verità è che si preferisce non parlare più di quella cosa politicamente scomoda che è l’aborto. Non a caso monsignor Galantino nell’intervista sembra aver anche timore di pronunciare quella parola: così dice “interruzione della gravidanza” e “quella pratica”, per indicare l’aborto. 
Peraltro ci piacerebbe sapere chi sono e dove sono tutti questi vescovi e parroci che in questi anni hanno continuamente parlato di aborto, eutanasia, dottrina morale. Probabilmente ci siamo distratti, ma a noi non vengono in mente. Se Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ne hanno parlato – e non certo esclusivamente - è perché si scontravano con una Chiesa che aveva completamente perso il senso del “Vangelo della Vita”, come del resto l’intervento di Galantino conferma.

Sarebbe bello che il segretario della Cei provasse almeno a riflettere su queste parole di Santa Madre Teresa di Calcutta: «Sento che oggigiorno il più grande distruttore di pace è l'aborto, perché è una guerra diretta, una diretta uccisione, un diretto omicidio per mano della madre stessa. [...] Perché se una madre può uccidere il suo proprio figlio, non c'è più niente che impedisce a me di uccidere te, e a te di uccidere me».
Ma non finisce qui. Il giornalista domanda qual è il suo augurio per la Chiesa italiana, ed ecco la risposta di Galantino: «Che si possa parlare di qualsiasi argomento, di preti sposati, di eucarestia ai divorziati, di omosessualità, senza tabù, partendo dal Vangelo e dando ragioni delle proprie posizioni».

Non sarebbe meglio invece parlare, senza tabù, di Cristo – come tra l’altro suggerisce papa Francesco – visto che da quarant’anni si sta sempre lì a parlare di preti sposati, comunione ai divorziati risposati e omosessualità?

Visto che anche monsignor Galantino è uno di quelli che ci tiene a recuperare il Cristianesimo delle origini, prendere a modello la Chiesa delle origini, capita a proposito la liturgia di questi giorni che ripropone la lettura degli Atti degli Apostoli. In particolare abbiamo ascoltato il martirio di Stefano e le persecuzioni che ne sono seguite. Ebbene, portato davanti al Sinedrio che già non nutriva particolari sentimenti di simpatia nei suoi confronti, sentiamo come Stefano cerca un dialogo con i lontani, ascolta le loro ragioni non presumendo di avere la verità: «Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l'avete osservata».

Ci dice san Luca che «all'udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano», dopodiché lo afferrano, lo trascinano fuori città e lo lapidano, mentre Stefano chiede per loro il perdono di Dio. Se oggi celebriamo Stefano come martire è perché né lui né gli apostoli si vergognavano allora di Cristo, andavano all’essenziale non ponendosi troppi problemi sul come farsi accettare dal mondo; davanti alle persecuzioni scatenate come conseguenza dell’atteggiamento di Stefano, non c’è stato un solo apostolo che abbia recriminato sull’atteggiamento inutilmente provocatorio del primo martire, o che abbia detto che in fondo se l’era cercata. E da allora l’esempio di Stefano è stato seguito da tante altre migliaia e migliaia di cristiani, possiamo dire milioni, fino ai giorni nostri.
Ma in Italia, in Occidente, oggi non ci si preoccupa più di giudicare il mondo e la sua resistenza allo Spirito Santo, anzi chi lo fa – magari pregando davanti a un ospedale dove si consumano «delitti abominevoli» - viene sbertucciato dai propri vescovi. Vescovi che invece mettono in cattedra i “gentili” per fare lezione ai cristiani, che imparino dal mondo invece di giudicarlo. Gli unici ad essere giudicati (male) sono i cattolici.
R. Cascioli

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Io, convertita dopo tre aborti Ecco perché dico il rosario davanti alle cliniche

Quella che segue è la lettera di una donna di nazionalità rumena che da più di vent’anni vive nel nord Italia. La conosco da tempo, ma soprattutto mi è noto il suo travagliato percorso di conversione, passato attraverso l’esperienza dolorosa dell’aborto. Mi ha contattato per far pubblicare una sua lettera aperta al segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino. Quella donna, infatti, è stata colpita dal giudizio rilasciato al Quotidiano Nazionale da parte dello stesso presule (leggi qui), quando ha affermato: «Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza». (Gianfranco Amato)

«Eccellenza,
sono una donna ormai di mezza età che è passata attraverso l’amara esperienza dell’aborto. Per ben tre volte ho soppresso la vita dei bimbi che portavo in grembo. Solo la fede ritrovata per grazia mi ha fatto comprendere l’atrocità di ciò che ho commesso, e mi ha condotto ad un impegno in difesa della vita. Così, anch’io mi sono ritrovata tra quelle persone che pregano davanti alle cliniche in cui avvengono quelli che la Chiesa giustamente definisce “abominevoli crimini”. Se ho deciso di recitare il rosario in quei luoghi è stato solo per implorare una grazia per quelle povere donne. Ho pregato che il loro cuore potesse essere illuminato in un momento di così cupo dolore.
Eccellenza,

io non ho il volto patinato di un’attrice, ho un volto normale uguale a quello di tante altre donne, ma sarebbe ingeneroso definirlo “inespressivo”. Il mio volto è capace di ridere e di piangere come il volto di ogni essere umano. Le posso assicurare, Eccellenza, che quando il peso dei miei molti peccati ha fatto sgorgare lacrime amare sul quel volto, un’espressione di dolore c’era. Eccome se c’era! Ancora adesso riesco a commuovermi per quelle donne che non sono capaci di accogliere il dono della vita. E per loro continuerò a pregare, anche se questo Lei, forse, fatica a comprenderlo. Capisco, del resto, che come uomo Lei abbia difficoltà ad immaginare cosa significhi la tragedia di una maternità autonegata. 
Nella Chiesa, Eccellenza, per quello che ho fatto non mi sono sentita giudicata. Ed è per questo che io non giudico nessuno. Prego solo per quelle donne che, a volte ignare, commettono i miei stessi errori, precipitando, poi, nell’abisso di un eterno rimorso. Ecco perché, Eccellenza, mi permetto indegnamente di suggerire anche a Lei di non giudicare il volto di chi prega in favore della vita. La misericordia di cui tanto giustamente parla Papa Francesco passa anche attraverso questa capacità di amare e comprendere tutti i volti. Perché non esistono volti inespressivi. Ogni volto, anche quello più orripilante, è sempre un’espressione dell’anima. E ogni volto, Eccellenza, è sempre l’immagine di Dio. Con devozione. Maria».

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E a Bologna vogliono vietare il rosario pro-vita
di Andrea Zambrano

I rosari pro life davanti agli ospedali? Il giudizio più tenero è di «sciacallaggio psicologico antiabortista» ed è pronunciato dal circolo Uaar di Bologna contro la preghiera anti-aborto di lunedì davanti al Sant'Orsola organizzata dalla Comunità Papa Giovanni XXIII. Un appuntamento fisso da 15 anni, una testimonianza di amore per la vita e la verità. Da oggi i rosari nati sotto la spinta di don Oreste Benzi sono sempre più a rischio. Complice la campagna elettorale che non risparmia niente e nessuno. A Bologna non c'è solo l'Uaar che mostra i muscoli e che ribadisce: «Non basta la piaga dei ginecologi obiettori. Ora le donne che chiedono l'interruzione volontaria della gravidanza sono costrette a subire anche le molestie di gruppi di preghiera che le attendono al varco nei pressi dell'ospedale». Si parla in generale di «assedio cattolicista», un neologismo che cerca di spostare la tragedia dell'aborto su fattori confessionali. L'associazione di atei più famosa dello stivale si spinge addirittura a denunciare che «all'interno del Sant'Orsola operano cinque assistenti religiosi scelti dalla Curia e pagati dal Servizio sanitario nazionale, che hanno accesso ai reparti e che possono avvalersi di ulteriori collaboratori». Insomma «aggressioni morali finanziate da fiumi di denaro pubblico».
D'altra parte l'Uaar è in buona compagnia. Nessuno avrebbe ritirato fuori la vicenda degli aborti della Giovanni XXIII se la cosa non fosse diventata di dominio pubblico e sollevata da Federica Mazzoni, coordinatrice delle donne Pd di Bologna. Proprio il partito dei cattolici al governo Matteo Renzi, Maria Elena Boschi e Graziano Delrio. Secondo l'esponente Pd questi sono «gesti che non hanno salvato le donne dall'aborto clandestino e che non favoriscono le scelte di maternità».
Eppure i volontari della Giovanni XXIII avrebbero tante storie da raccontare, tenere e struggenti di come in questi 15 anni siano state tante le donne che, incrociato il gruppo di preghiera a Bologna come davanti al policlinico di Modena, sono tornate indietro, hanno chiesto aiuto e ora sono mamme felici.
Ma questo non interessa al partito che governa Città, Provincia e Regione. Quindi è palesemente falso quello che il Pd sostiene e cioè che «questi gesti estemporanei non sono serviti in passato a salvare le donne morte di aborti clandestini, né sono oggi utili per favorire consapevoli scelte di maternità e genitorialità». Semmai è vero il contrario. Ma bisogna fare finta di niente. Non poteva mancare l'Italia dei Valori che, mostrando una disinformazione sui principi cardine del catechismo definisce la preghiera «un atto di fede soggettiva».
Insomma: dopo 15 anni di ininterrotta attività, i Rosari della Giovanni XXIII, che si tengono a Modena, Bologna e Rimini rischiano di essere ancora una volta messi in discussione: un chiaro segno che la persecuzione per chi difende i valori della vita e della famiglia è ormai alle porte? Può darsi. Di certo non aiutano le parole del segretario della Cei Nunzio Galantino che recentemente ha dichiarato: «Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il Rosario fuori dalle cliniche che praticano l’interruzione di gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro». Eppure in quei visi spesso c'è la sofferenza di chi ha il coraggio di stare ai piedi della croce. Andrea Mazzi, animatore della preghiera davanti al Policlinico di Modena così spiegava il suo impegno: «sotto la croce c’era Maria, che non poteva far nulla per togliere suo figlio da quel supplizio, ma stava lì e pregava. Ecco, noi facciamo lo stesso. Siamo lì, nell’ora in cui questi bambini vengono uccisi: non possiamo impedire la loro morte, ma stiamo vicino a loro e preghiamo per loro, ci ricordiamo di loro e delle loro madri, anch'esse vittime».