mercoledì 7 maggio 2014

Migranti valore aggiunto



Cinque organizzazioni cattoliche scrivono ai candidati alle prossime elezioni europee.

L’impegno della Commissione europea sui temi dell’imigrazione e dell’asilo «ha bisogno di essere sostenuto da una visione politica di Europa aperta e solidale». Un’impostazione «che dovrebbe portare a una progressiva armonizzazione delle politiche nazionali, arrivando a una politica comune su migrazioni e protezione internazionale.

Le chiediamo, perciò, il suo impegno». È indirizzata direttamente ai candidati alle elezioni europee del 25 maggio la lettera aperta, intitolata Guardare alle migrazioni per pensare l’Europa, firmata da Fondazione Migrantes, Caritas Italiana, Centro Astalli di Roma, Fondazione Missio e Focsiv (Federazione organismi cristiani servizio internazionale volontario).
Guardare alle migrazioni, è scritto nel documento, ci aiuta a pensare l’Europa. Infatti, «mai come in questi anni di crisi dell’ideale di un’Europa unita, il governo delle migrazioni ci aiuta a capire quali prospettive vogliamo dare al nostro comune futuro».
Sulle migrazioni, si osserva nella lettera, «si confrontano chiaramente due diverse idee d’Europa. La prima è attorcigliata attorno al bisogno di sicurezza: è un’Europa vecchia e chiusa, rancorosa, egoista e xenofoba. Quasi che i principali colpevoli della crisi fossero i migranti, quando invece ben altre sono le cause, riconducibili, in particolare, al modello economico e finanziario». Si tratta di «una visione suicida, considerando le prospettive demografiche europee, il progressivo declino sociale ed economico, e quanto accade ai nostri confini, in particolare nel Mediterraneo e in Africa». La seconda è «una visione più dinamica, aperta, coraggiosa, rivolta allo sviluppo umano integrale e al bene comune. Una visione che afferma i valori dai quali è nata l’Unione europea: la costruzione della pace e della solidarietà tra i popoli».
In questa Europa, si sottolinea nel documento, «i migranti costituiscono un valore aggiunto, perché partecipano all’emancipazione sociale e democratica, all’innovazione economica, a nuove relazioni di cooperazione con i Paesi di origine e di transito».
Ai candidati le organizzazioni che hanno firmato la lettera chiedono di appoggiare una politica europea costituita innanzitutto da «misure per un’accoglienza dei migranti fondata sul rispetto dei diritti umani e su una diffusa rete di servizi in sussidiarietà con le comunità locali, con azioni alternative ai centri e alla inumana detenzione amministrativa». Servono programmi di protezione sociale e umanitaria, di lotta al traffico e alla tratta degli esseri umani, di riconoscimento del diritto d’asilo e di reinsediamento, «rivedendo il regolamento di Dublino, riconoscendo il diritto dei rifugiati a ricongiungersi con le proprie famiglie in qualsiasi Paese europeo esse vivano». Inoltre, direttive per ampliare le opportunità di mobilità e regolarizzazione per il ricongiungimento familiare e l’accesso al mercato del lavoro, «andando oltre un approccio selettivo che discrimina le persone e le famiglie più povere», e l’armonizzazione tra i Paesi membri del diritto di voto amministrativo e delle misure di riconoscimento della cittadinanza ai migranti, estendendo — si sottolinea — il principio dello ius soli.
Migrantes, Caritas, Astalli, Missio e Focsiv chiedono da parte dell’Europa la promozione «di una effettiva applicazione dei piani nazionali contro il razzismo e le discriminazioni dei migranti e delle minoranze, così come contro le nuove forme di schiavismo nel mondo del lavoro», e iniziative per la valorizzazione dei migranti e delle loro famiglie, riconoscendoli come soggetti per lo sviluppo europeo e dei Paesi di origine, attraverso la cooperazione sociale e internazionale. Infine, concludono, occorre «un piano speciale per il Mediterraneo, riconoscendolo non solo come un confine europeo da presidiare, ma come un’area condivisa, un Mare nostrum dove favorire il cammino di giovani, esperienze di dialogo, luoghi di approdo e di scambio culturale, sociale ed economico, secondo la storica intuizione di Giorgio La Pira».
Alle sfide che attendono i nuovi parlamentari europei in tema di migrazioni è dedicato anche il numero di maggio di «Europeinfos», mensile della Commissione degli episcopati della Comunità europea, con un approfondimento del dramma che accomuna Malta e Lampedusa, Ceuta e Melilla.
L'Osservatore Romano

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E il cristianesimo lasciò l’Europa


Riporto dal sito http://www.corrispondenzaromana.it/ un altro punto di vista...

C’è un processo straordinario che sta avvenendo sotto i nostri occhi e dentro le nostre menti di cui non cogliamo la portata e che è ben più importante e radicale della crisi economica: il cristianesimo sta lasciando l’Europa.
Tre fattori stanno spingendo in quella direzione. Il primo è l’ormai secolare scristianizzazione dell’Europa che sta accelerando a passi da gigante. Un processo che non riguarda solo il sentimento religioso, la partecipazione ai riti e alle messe, il crollo delle vocazioni, ma che investe il senso di appartenenza alla civiltà cristiana e va dalla cultura al sentire popolare, dagli orientamenti di fondo alla vita quotidiana.
Quel che appariva come naturale e civile, consolidato nei millenni, nei costumi e nei cuori, sta cadendo a una velocità sorprendente e investe in primo luogo la persona in rapporto alla vita e al sesso, alla nascita e alla morte; subito dopo travolge la famiglia in ogni aspetto. E la morale, i costumi, i linguaggi. Sconcertano e indignano convinzioni comuni da secoli, in vigore fino a vent’anni fa. I mutamenti che sta imponendo la crisi economica alla vita quotidiana europea sono ben poca cosa rispetto alle mutazioni antropologiche di portata radicale che stiamo vivendo. Profetica visione di questo crepuscolo espresse Sergio Quinzio in un testo del 1967 ora ripubblicato da Adelphi, Cristianesimo dall’inizio alla fine.
Al primo fattore sociale e culturale si è unito un secondo fattore istituzionale: la Ue non esprime una comune visione storica e strategica, culturale e spirituale ma è forte, evidente e prevalente la spinta a emanciparsi da ogni legame con la civiltà cristiana. Il peccato originale dell’UE si rivelò già nel rifiuto di riconoscere, come chiesero invano San Giovanni Paolo II e Ratzinger, le radici cristiane dell’Europa, insieme alla civiltà greco-romana. Quelle origini erano peraltro l’unica base comune su cui poter fondare l’Europa, che per il resto è divisa e si è lacerata nei secoli. Ma tutte le norme che sono seguite, gran parte delle decisioni assunte dai consessi e delle sentenze delle corti europee, sono state improntate a un’evidente scristianizzazione dell’Europa.
Ciò è avvenuto nonostante la presenza di un partito popolare europeo d’ispirazione cristiana per anni maggioritario in seno all’Europa. E nonostante la leadership europea di Angela Merkel, alla guida di quel partito e della nazione-egemone nell’Unione. Il filo comune che ha tessuto l’Europa è stato affidato alla moneta e alle linee economico-finanziarie, sradicando ogni possibile richiamo all’unità di natura meta-economica, salvo un vago illuminismo imperniato sui diritti umani.
Il terzo fattore è la massiccia pressione degli immigrati, in prevalenza di religione islamica che si ammassa sulle sponde del Mediterraneo. Gli 800mila migranti pronti a partire, di recente paventati, costituiscono solo una parte. Perché, come ha notato l’ex presidente della commissione europea Romano Prodi, la migrazione nordafricana sarà ben poca cosa rispetto all’esodo delle popolazioni subsahariane che ci attende. A parte gli evidenti traumi e disagi sociali e civili, in tema di accoglienza e ordine pubblico, quell’invasione produrrà un’ulteriore alienazione della cristianità in Europa. Certo, avverrà pure l’inverso, la conversione di molti di loro al cristianesimo; ma più difficile sarà nei confronti di chi ha già una forte impronta islamica.
A questi tre fattori imponenti se n’è aggiunto da un anno un quarto, che da un verso risponde ai primi tre, dall’altro induce la Chiesa a non subire ma favorire questo «decentramento» del cristianesimo: l’elezione di un Papa venuto dalla fine del mondo e i primi passi del suo pontificato. Finora i Papi, in stragrande maggioranza, erano italiani, se non romani (Santa Romanesca Chiesa, diceva il Cardinal Ottaviani); ora, per la prima volta, proviene da fuori d’Europa. Del resto i cattolici devoti sono più numerosi in Sud America che qui in Europa. Bergoglio non ha vissuto la crisi spirituale europea se non di riflesso, non ha dovuto confrontarsi col nichilismo pratico di un continente sazio di storia e declinante né con la relativa scristianizzazione delle società vecchie avanzate.
Viene dalla periferia giovane e parla un linguaggio che sembra postconciliare ma che è anche premoderno, quando la cristianità permeava la vita quotidiana e non era un fenomeno minoritario. Un catechismo elementare, Dio, il Diavolo, i santi, tutto a portata di mano. E i suoi messaggi, dal Brasile a Lampedusa, hanno spostato la visione della Chiesa e il suo baricentro dall’Europa al sud del mondo. L’elezione di Papa Francesco avviene dopo la sconfitta culturale e pastorale dei due papi precedenti, soprattutto Benedetto XVI, che erano ripartiti da dove si perse Cristo, dall’Europa, tentando di affrontare la crisi religiosa. Con la loro sconfitta va declinando il cattolicesimo romano. Ora si tenta di riavviare il cristianesimo partendo dalle periferie, dai più umili, dai devoti più ingenui.
Insomma il cristianesimo sta ritirandosi dall’Europa e sta cercando di risalire dai bordi, visto che il portone principale è inagibile. Dal punto di vista religioso, evangelico e pastorale, è arduo esprimere un giudizio, soprattutto se si crede ai disegni della Provvidenza. La Chiesa muta registro, e non si tratta di sinistra, di terzomondismo o pauperismo. È un fenomeno più grande, che peraltro reagisce a un evidente processo di espulsione del cristianesimo dalla vita europea. È più saggio sospendere il giudizio sulla Chiesa di Bergoglio, pur non mancando di criticare le singole scelte. È vano arroccarsi in una posizione di pura difesa del cattolicesimo romano. Non si può pensare che la Chiesa possa ridursi a una setta di ortodossi, decisamente minoritaria ed estranea rispetto al mondo che la circonda. La purezza si addice agli gnostici, agli iniziati, mentre il cristianesimo è una religione coram populo, perché lì avverte la voce di Dio.
Il problema da affrontare non riguarda il versante religioso ma quello civile ed esistenziale, di un’Europa privata delle sue tradizioni e in fuga dalla sua civiltà, devota solo a Economia e Tecnica. L’Europa non sta sostituendo la visione cristiana della vita con un’altra visione, ma con la perdita di ogni visione e il primato del puro vivere. Assoluto non è l’Essere ma ciò che mi sento di essere. Io, ora. E chiama libertà il suo disperato perdersi nel nulla.