Il Sole 24 Ore, 18 maggio 2014
La forza della narrazione consiste nella sua capacità di dare senso. Non è la cronaca dei fatti, ma la loro narrazione che produce senso e così rende vivibile il mondo. Nel racconto i fatti divengono umani, cioè una trama di eventi significativi. La narrazione ha il potere di inserirci coscientemente nel tempo dando unità a ciò che altrimenti resterebbe sconnesso e lascerebbe l’uomo in balìa del non-senso.
La narrazione stabilisce una cornice che dà forma al racconto e all’esperienza narrata: ponendo un inizio e una fine, il racconto rende comprensibile ciò che altrimenti non lo è: la narrazione crea la sequenzialità dei fatti e così crea un’unità strappando il vissuto dalla frammentazione che lo minaccia.
La narrazione dà senso perché dà forma. Essa è formatrice per eccellenza. La vita stessa abbisogna di una forma, forma che le è data dalla concatenazione che dà senso a gesti altrimenti isolati, disperati e disperanti. La narrazione, poi, valorizza la funzione “dativa” del pensiero: essa è rivolta “a” qualcuno, sicché instaura ed è essa stessa una relazione.
La narrazione incontra il desiderio di riconoscimento del destinatario, ne dice l’importanza, unisce in unità passato, presente e futuro, testimonia di una parola originaria che precede colui che racconta, crea un orizzonte comune tra narratore e destinatario del racconto e inserisce quest’ultimo in una comunità di senso con colui che narra.
In particolare, al cuore della narrazione biblica vi è la storia di Dio, o, se vogliamo, il Dio della storia, ciò che Dio ha compiuto per il suo popolo, il Dio che si è fatto conoscere ai figli d’Israele nella storia: la fede in un Dio che si manifesta nella storia non può che essere un “credo storico”, e dunque, non può che esprimersi in narrazioni. Nella Bibbia, tali narrazioni sono spesso inserite in contesti rituali destinati a essere ripetuti di generazione in generazione negli spazi famigliare e cultuale trasmettendo così la fede di generazione in generazione.
Forma di lotta contro la morte, la trasmissione si svolge nella dinamica interazione di memoria, rito e narrazione creando l’unità diacronica del popolo di Dio e facendo delle diverse generazioni una comunità. Al cuore della Bibbia cristiana i vangeli si presentano come narrazioni scaturite dalla fede pasquale e tese a suscitare e approfondire la medesima fede. Al cuore di queste narrazioni vi è la “storia di Gesù”, colui che nella sua stessa persona è il perfetto narratore di Dio: radicare la propria storia nella storia di Gesù è il proprio della fede cristiana che si presenta come costitutivamente relazionale.
ENZO BIANCHI
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I discepoli, figli e inviati
Bose, 18 maggio 2014 Ritratti di Gesù
L’insieme dell’evangelo è in se stesso un cammino inesauribile di approfondimento di un dato infinitamente più grande di quanto risulterebbe da una relazione puramente biografica di fatti e gesti di Gesù. Egli stesso non è forse, come ha designato se stesso secondo la testimonianza del quarto evangelo, “la via, la verità e la vita” (14,6)? Di più: il fatto che l’evangelo sia in ogni caso una composizione postpasquale e che i suoi autori siano nutriti di tutta l’esperienza ecclesiale acquisita dopo la partenza di Gesù fa sì che il racconto centrato sulla personalità di Gesù integri l’esistenza stessa dei discepoli e contribuisca a sua volta all’integrazione di questi ultimi entro la realtà divina manifestata in Gesù Cristo e confermata dalla testimonianza dello Spirito santo. A questo riguardo è degno di nota il fatto che i titoli e gli attributi propri di Gesù, Figlio inviato dal Padre, siano condivisi dai discepoli: anch’essi sono figli e sono inviati al mondo, allo stesso titolo del Figlio unico inviato perché il mondo creda e credendo acceda alla vita. Il ritratto del Gesù giovanneo è anche il ritratto del cristiano. Nella Prima lettera di Giovanni si legge: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato [cioè Dio Padre], ama anche chi da lui à stato generato [certamente il Figlio unico, ma anche il fratello credente, lui stesso in quanto credente generato da Dio]” (1Gv 5,1). Impossibile dire con più chiarezza: se il fratello credente è così generato, è dunque figlio, e in quanto figlio può essere solo inviato.
La cristologia di Giovanni è tutto tranne che la ricostituzione di un passato storico, introduce l’uomo credente alla piena coscienza della sua condizione di “cristiano”, Cristo lui stesso, figlio inviato dal Padre: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (15,15-16).