Ad Aversa la beatificazione dei martiri Mario Vergara e Isidoro Ngei Ko Lat.
NdR. Parole di Papa Francesco al termine dell'Udienza generale di mercoledì, scorso: "
"Sabato prossimo, ad Aversa, verranno proclamati Beati Mario Vergara, sacerdote del PIME, e Isidoro Ngei Ko Lat, fedele laico e catechista, uccisi nel 1950 in Birmania, in odio alla fede cristiana. La loro eroica fedeltà a Cristo possa essere di incoraggiamento e di esempio ai missionari e specialmente ai catechisti che nelle terre di missione svolgono una preziosa e insostituibile opera apostolica, per la quale tutta la Chiesa è loro grata".
(Ulderico Parente) Un prete e un laico uniti dallo stesso desiderio di annunciare Cristo al mondo e accomunati dalla stessa sorte: martiri per la fede e la carità. Si tratta di Mario Vergara, sacerdote del Pontificio istituto missioni estere, e del catechista Isidoro Ngei Ko Lat, che vengono beatificati sabato pomeriggio, 24 maggio, nella cattedrale di Aversa, dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi in rappresentanza di Papa Francesco.
Padre Vergara nacque a Frattamaggiore (Napoli), diocesi di Aversa, il 18 novembre 1910, e fu battezzato due giorni dopo nella parrocchia di San Sossio levita e martire. Il 5 ottobre 1921 entrò nel seminario di Aversa, dove restò fino all’autunno del 1927, quando fu inviato al Pontificio seminario campano di Posillipo-Napoli tenuto dai gesuiti. L’11 agosto 1929 fece domanda per essere accolto nel Pontificio istituto missioni estere (Pime). Ammalatosi dovette rientrare da Monza a Posillipo, dove frequentò i primi tre anni di teologia, attendendo fiducioso di poter tornare nel Pime.
Nell’estate del 1933, venne riammesso nel Pime e iniziò il noviziato a Genova. Il 1° agosto 1934 emise il giuramento perpetuo di fedeltà all’istituto e di consacrazione alla missione. Gli venne comunicata quindi la destinazione per la missione: Toungoo, sulle aspre montagne della Birmania orientale. Il 26 agosto 1934 venne ordinato sacerdote a Bernareggio dal cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano. Il giorno seguente celebrò la sua prima messa a Frattamaggiore. Il 30 settembre 1934 partì per la Birmania. In un solo anno imparò tre lingue, prese confidenza con la gente, le religioni e i costumi locali. La realtà era drammatica: pochi i missionari, scarsi i mezzi, povera la gente, l’ingiustizia palese.
Alla fine del 1935 gli fu assegnato il distretto di Citaciò. Si impegnò con ogni sua forza in un’azione di evangelizzazione e di promozione umana, ottenendo risultati eccezionali, che gli valsero la fiducia della popolazione. Per poter operare con risultati più duraturi, scelse catechisti tra la gente del posto. Studiava anche manuali di medicina per rendersi utile. Si ammalò di malaria, di tifo, di dissenteria; ma nulla riusciva a fermare la sua ansia missionaria. Vi riuscì, però, il secondo conflitto mondiale, in quanto l’Inghilterra, che aveva il protettorato sulla Birmania, vietò a tutti i missionari italiani di continuare nel loro apostolato e li espulse, inviandoli nei campi di prigionia dell’India. Qui, spostato in vari luoghi, dovette attendere la fine del 1946, in una forzata inoperosità e in situazioni igienico-sanitarie difficili.
Ritornato in Birmania, accettò il progetto di monsignor Alfredo Lanfranconi, vicario apostolico di Loikaw, di fondare una nuova missione all’estremità della frontiera orientale, dove si trovavano un centinaio di villaggi immersi nella giungla. A Taruddà, dove si stabilì inizialmente, operava un certo Tire, che sfruttava la popolazione sottoponendola a ogni sorta di angherie. Quando conobbe padre Vergara, ne odiò subito la fede ardente e l’impegno per la promozione umana.
In un viaggio alla ricerca di catechisti indigeni, il missionario conobbe e scelse Isidoro Ngei Ko Lat. Questi era nato a Taw Pon Athet tra il 1918 e il 1920 da poveri genitori cattolici. Rimasto presto orfano, era stato in contatto con i missionari del Pime. Avrebbe voluto diventare sacerdote e per questo era entrato anche in seminario, ma una grave malattia glielo impedì.
Le difficoltà della missione a est di Loikaw erano molto chiare anche ai superiori del Pime, che mandarono in aiuto di padre Vergara un giovane, coraggioso e intraprendente missionario, padre Pietro Galastri, il quale raggiuntolo a Taruddà, svolse un lavoro enorme, contribuendo efficacemente al consolidamento della missione. Nel 1948, intanto, la Birmania aveva ottenuto l’indipendenza. Ma tale risultato, in luogo di determinare una pacificazione del Paese, provocò una sanguinosa e lunga guerra civile, da parte di un movimento ribelle, che a Shadaw, dove si era trasferita la comunità dei due missionari, faceva capo al comandante Richmond, alleato di Tire.
È in questo clima che matura il martirio. Gli atti di violenza e di intimidazione nei confronti dei cattolici cominciarono fin dai primi mesi del 1950, intensificandosi nell’aprile dello stesso anno. Nella prima decade di quel mese, infatti, il catechista Giacomo Còlei fu imprigionato a Taruddà. Poco dopo si diffuse la notizia della cattura e dell’uccisione di un altro catechista, Pio. Per evitare che altri catechisti venissero presi dai ribelli, padre Vergara chiese un incontro a Shadaw con Tire, fissato per il 24 maggio 1950. Arrivati al centro di Shadaw, Mario e Isidoro, che lo accompagnava, ebbero la sorpresa di trovare Richmond al posto di Tire. Invece di trattare la liberazione del Còlei, il missionario fu sottoposto a un duro interrogatorio. Alla stessa ora fu assalita la casa della missione, dove si trovava padre Pietro Galastri, che fu portato nella foresta e ucciso: nessuno poté essere testimone della sua morte e il suo corpo fu lasciato in pasto alle belve.
Dopo l’interrogatorio, padre Vergara e Isidoro vennero ammanettati e condotti verso il fiume Salween, scortati da soldati ribelli. La loro via crucis durò almeno sei ore, terminando sulle rive del fiume verso l’alba del giorno seguente, giovedì 25 maggio 1950.
Comprensione e perdono
«Il ministero di padre Vergara fu caratterizzato da una particolare sensibilità spirituale che si chinava con stupenda tenerezza sulla difficile realtà esistenziale, tracciando le linee di un insegnamento che, nel segno della speranza, era capace di umanizzare evangelizzando». Così l’arcivescovo Vincenzo Pelvi ha ricordato padre Mario Vergara durante il convegno in preparazione alla beatificazione, svoltosi nei giorni scorsi a Frattamaggiore. Il missionario, ha aggiunto il presule, «si presentava come il samaritano che percorreva la strada della comprensione e del perdono. Nella sua preghiera non presentava un ideale di terra da conquistare o trasformare, ma l’amore alla persona, specie in situazione di emarginazione e disagio sociale». Il martire «ha insegnato a essere vicini al popolo, comunità di salvati, con i variegati problemi e le umili e complesse esigenze del vissuto quotidiano».
L'Osservatore Romano