Stiamo vivendo un preoccupante declino demografico e una domanda incalza: “Che mondo lasceremo ai figli, ma anche a quali figli lasceremo il mondo?”. Parte da questa preoccupazione il Messaggio del Consiglio Permanente per la 37ª Giornata Nazionale per la vita (1° febbraio 2015).
“Il triste fenomeno dell’aborto – spiegano i vescovi – è una delle cause di questa situazione, impedendo ogni anno a oltre centomila esseri umani di vedere la luce e di portare un prezioso contributo all’Italia. Non va, inoltre, dimenticato che la stessa prassi della fecondazione artificiale, mentre persegue il diritto del figlio ad ogni costo, comporta nella sua metodica una notevole dispersione di ovuli fecondati, cioè di esseri umani, che non nasceranno mai.”
“La solidarietà verso la vita – ricorda ancora il Consiglio Permanente - può aprirsi anche a forme nuove e creative di generosità, come una famiglia che adotta una famiglia. Possono nascere percorsi di prossimità nei quali una mamma che aspetta un bambino può trovare una famiglia, o un gruppo di famiglie, che si fanno carico di lei e del nascituro, evitando così il rischio dell’aborto al quale, anche suo malgrado, è orientata”.
Avvenire
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Cardinale L. Baldisseri. Nel documento conclusivo del sinodo. Il bene della famiglia
(Lorenzo Baldisseri) Dal discernimento avviatosi nella recente assemblea straordinaria sulle sfide pastorali che oggi presenta la realtà familiare, nonché dalle conclusioni raccolte nella Relatio synodi, che servirà di base per preparare la prossima assemblea ordinaria sulla vocazione e missione della famiglia, è emersa in maniera chiara la necessità di rinforzare la soggettività giuridica e canonica della famiglia. In ognuna delle parti del documento, confrontando il magistero conciliare e pontificio con le nuove situazioni, sono stati sottolineati come piste per un successivo sviluppo alcuni valori che, nella Chiesa, ma anche fuori di essa, sono considerati comunemente beni che in grande misura dipendono da una buona esperienza di vita in famiglia.
Si potrebbe pensare che tali valori e beni siano quelli più propriamente costitutivi del bonum familiae, quelli cioè che consentono alla famiglia di poter essere apprezzata davvero come un bene per la persona, per la Chiesa, per la società.
In tal senso, è degno di nota che tra i contenuti della Relatio synodi, si riprenda in maniera rinnovata l’insegnamento sulla famiglia come «scuola di umanità», e che la si qualifichi nell’introduzione come soggetto imprescindibile dell’evangelizzazione in questa ora segnata dall’invito di Papa Francesco a modularsi come una “Chiesa in uscita”. È evidente quindi l’intenzione di sottolineare la dimensione prevalentemente educativa che si ritiene affidata alla famiglia, non nel senso intellettuale e verticale che si attribuisce di frequente alla “educazione” ma in quello “esperienziale” e “sapienziale”, che risulta essere di natura circolare, perché ha come soggetti, e al contempo come destinatari tutti i membri, coinvolti in quella singolare esperienza di amore vicendevole che la famiglia è chiamata a realizzare.
Tale premessa è stata poi sviluppata nel dibattito sinodale, dove in diversi modi ci si è riferiti alla famiglia come «scuola di socialità», «scuola di ecclesialità» e «santuario di vita». «Scuola di socialità» perché chiamata a sostenere le persone nello sviluppo delle loro capacità e a consentire loro di metterle al servizio di una società migliore. «Scuola di vita ecclesiale» perché chiamata a far possibile che le persone crescano nel senso di comunione profonda con la Chiesa ma anche nella scoperta del proprio ruolo in essa quale protagonisti della missione. «Santuario di vita» perché chiamata nella vita quotidiana a essere luogo fecondo di trasmissione della vita e di crescita nelle virtù che danno forma all’intera esistenza.
Non va inoltre trascurato il fatto che, nel trattare delle cause che oggi pesano sulla sana esperienza di vita in famiglia, si sia avvertita l’esigenza di rivolgersi anche alla famiglia intesa nel senso meno stretto, essendo quindi oggetto di preoccupazione il legame tra genitori, figli, nonni, parenti, nonché quello peculiare tra le due famiglie di origine che tesse ogni matrimonio. Pieni di sollecitazioni alla nostra tematica sono poi quei numeri della Relatio synodi dove si avverte che, accanto ai progressi compiuti circa il rispetto della libertà e dignità dei singoli, si affaccia imponente il rischio che i vari membri, in termini di tempo, di qualità, di dedizione e di interesse reale, si pongano in famiglia come un’isola, generando e, al contempo, esperimentando in carne propria, un grande senso di solitudine e di fragilità nelle relazioni. Al riguardo, anziché ulteriore ostacolo alla realizzazione libera dei singoli, il Sinodo riafferma che il suo miglior alleato sia proprio la qualità e l’intensità dell’impegno nei vincoli familiari.
Alla luce di tutte queste attese sociali ed ecclesiali sulla famiglia sembrerebbe legittimo chiedersi se i contenuti del bonum familiae siano davvero riducibili alla sola somma del bonum coniugum e del bonum prolis, o al contrario, se si possa sostenere una maggiore sua autonomia. È lecito rilevare quantomeno, se rispetto al bonum coniugum e al bonum prolis il bonum familiae possa essere inteso solo come una somma per mera accumulazione anziché come un’ulteriore integrazione arricchente dei due, fonte di contenuti nuovi e specifici inerenti a quelle condizioni che permettono alla famiglia di adempiere la sua missione educativa.
Al riguardo è significativo il canone 1152, nel quale il legislatore utilizza l’espressione «bene della famiglia». Se la soggettività della famiglia è espressamente richiamata in termini di bene, e per sollecitare un comportamento (il perdono) di levatura superiore a quello che corrisponderebbe in stretta giustizia, è ragionevole pensare che lo si faccia, non per sacrificare le persone ma, al contrario, per meglio tutelare, attraverso i beni tipici dell’esperienza educativa in famiglia, il bene comune dei singoli.
Non mancano insegnamenti del magistero che, sottolineando la dimensione educativa della famiglia, puntano nella direzione ora suggerita.
Risulta di vitale importanza per la Chiesa e il mondo evitare che il bonum familiae rimanga soltanto un principio astratto senza adeguata traduzione giuridica.
Spetta soprattutto a voi operatori del foro, e in particolare ai Prelati Uditori Giudici di questo Tribunale Apostolico esaminare la questione e portarla «in provincia iuris», per dirla con Paolo VI.
L'Osservatore RomanoSi potrebbe pensare che tali valori e beni siano quelli più propriamente costitutivi del bonum familiae, quelli cioè che consentono alla famiglia di poter essere apprezzata davvero come un bene per la persona, per la Chiesa, per la società.
In tal senso, è degno di nota che tra i contenuti della Relatio synodi, si riprenda in maniera rinnovata l’insegnamento sulla famiglia come «scuola di umanità», e che la si qualifichi nell’introduzione come soggetto imprescindibile dell’evangelizzazione in questa ora segnata dall’invito di Papa Francesco a modularsi come una “Chiesa in uscita”. È evidente quindi l’intenzione di sottolineare la dimensione prevalentemente educativa che si ritiene affidata alla famiglia, non nel senso intellettuale e verticale che si attribuisce di frequente alla “educazione” ma in quello “esperienziale” e “sapienziale”, che risulta essere di natura circolare, perché ha come soggetti, e al contempo come destinatari tutti i membri, coinvolti in quella singolare esperienza di amore vicendevole che la famiglia è chiamata a realizzare.
Tale premessa è stata poi sviluppata nel dibattito sinodale, dove in diversi modi ci si è riferiti alla famiglia come «scuola di socialità», «scuola di ecclesialità» e «santuario di vita». «Scuola di socialità» perché chiamata a sostenere le persone nello sviluppo delle loro capacità e a consentire loro di metterle al servizio di una società migliore. «Scuola di vita ecclesiale» perché chiamata a far possibile che le persone crescano nel senso di comunione profonda con la Chiesa ma anche nella scoperta del proprio ruolo in essa quale protagonisti della missione. «Santuario di vita» perché chiamata nella vita quotidiana a essere luogo fecondo di trasmissione della vita e di crescita nelle virtù che danno forma all’intera esistenza.
Non va inoltre trascurato il fatto che, nel trattare delle cause che oggi pesano sulla sana esperienza di vita in famiglia, si sia avvertita l’esigenza di rivolgersi anche alla famiglia intesa nel senso meno stretto, essendo quindi oggetto di preoccupazione il legame tra genitori, figli, nonni, parenti, nonché quello peculiare tra le due famiglie di origine che tesse ogni matrimonio. Pieni di sollecitazioni alla nostra tematica sono poi quei numeri della Relatio synodi dove si avverte che, accanto ai progressi compiuti circa il rispetto della libertà e dignità dei singoli, si affaccia imponente il rischio che i vari membri, in termini di tempo, di qualità, di dedizione e di interesse reale, si pongano in famiglia come un’isola, generando e, al contempo, esperimentando in carne propria, un grande senso di solitudine e di fragilità nelle relazioni. Al riguardo, anziché ulteriore ostacolo alla realizzazione libera dei singoli, il Sinodo riafferma che il suo miglior alleato sia proprio la qualità e l’intensità dell’impegno nei vincoli familiari.
Alla luce di tutte queste attese sociali ed ecclesiali sulla famiglia sembrerebbe legittimo chiedersi se i contenuti del bonum familiae siano davvero riducibili alla sola somma del bonum coniugum e del bonum prolis, o al contrario, se si possa sostenere una maggiore sua autonomia. È lecito rilevare quantomeno, se rispetto al bonum coniugum e al bonum prolis il bonum familiae possa essere inteso solo come una somma per mera accumulazione anziché come un’ulteriore integrazione arricchente dei due, fonte di contenuti nuovi e specifici inerenti a quelle condizioni che permettono alla famiglia di adempiere la sua missione educativa.
Al riguardo è significativo il canone 1152, nel quale il legislatore utilizza l’espressione «bene della famiglia». Se la soggettività della famiglia è espressamente richiamata in termini di bene, e per sollecitare un comportamento (il perdono) di levatura superiore a quello che corrisponderebbe in stretta giustizia, è ragionevole pensare che lo si faccia, non per sacrificare le persone ma, al contrario, per meglio tutelare, attraverso i beni tipici dell’esperienza educativa in famiglia, il bene comune dei singoli.
Non mancano insegnamenti del magistero che, sottolineando la dimensione educativa della famiglia, puntano nella direzione ora suggerita.
Risulta di vitale importanza per la Chiesa e il mondo evitare che il bonum familiae rimanga soltanto un principio astratto senza adeguata traduzione giuridica.
Spetta soprattutto a voi operatori del foro, e in particolare ai Prelati Uditori Giudici di questo Tribunale Apostolico esaminare la questione e portarla «in provincia iuris», per dirla con Paolo VI.