martedì 11 novembre 2014

Roma in coma


Libriccino per asilo nido

Asili nido a Roma conquistati dalla lobby gay
di Costanza Signorelli
«Mery e Franci si amavano e volevano una famiglia. (…) Ma mancava il semino! In Olanda c’è una clinica dove dei signori gentili donano i loro semini per chi non ne ha. Franci si è fatta dare un semino nella clinica olandese e… l’ha messo nella pancia di Mery. Margherita ha cominciato a crescere! Margherita ha due mamme: solo una l’ha portata nella pancia ma entrambe, insieme, l’hanno messa al mondo. Sono i suoi genitori».  Le scritte grandi e ben scandite campeggiano su pagine dai colori pastello dove le figure di due donnine, che si scambiano bacini e cuoricini, completano l’«idillio fiabesco». Ebbene sì, perché quanto riportato qui sopra, è lo stralcio proprio di un racconto per bambini, Piccola storia di una famiglia, casa editrice Stampatello.

Ma il peggio deve ancora venire. Perché, il manualetto per infanti non occupa solamente gli scaffali delle librerie più attive in tema di propaganda gender, ma fa parte della progetto educativo, all'insaputa dei genitori, di un asilo nido comunale di Roma, il Castello Incantato, zona Buffalotta.
Al testo in questione si aggiungono una lunga serie di altri simili: Perché hai due papà? – «un libro che in modo semplice e lineare spiega come nascono i bambini dall’amore di due uomini» – oppure, Qual è il segreto di papà?, dove si racconta ai piccoli che loro padre potrebbe avere un fidanzato. E ancora Il bell’anatroccolo, la storia di Elmar (maschio) che scopre di essere «femminuccia ed è orgoglioso di esserlo». E via dicendo. La lista è  lunga ed è stata affissa sulla bacheca del nido in questione con il titolo: «Vogliamo leggerli ai nostri “bambini” (scritto in rosa, ndr) e “bambine” (scritto in azzuro, ndr), chi ce li regala?».
Una bacheca sì, una semplice bacheca di quelle che si usano per comunicare feste di compleanno, variazioni del menù scolastico o colonie di virus in agguato. E però, è proprio questo il metodo che si ripete: con il cavallo di Troia della lotta alla discriminazione, con il pretesto dell'educazione sessuale o più semplicemente, appunto, con escamotage che sfruttano la distrazione dei genitori, si spalancano le porte degli istituti scolastici ad una valanga di "progetti educativi" di stampo gender. Il nido di Roma non è certo un caso isolato. Lo denuncia un comitato di genitori - comitatoarticolo26.it - nato proprio con lo spirito di rispondere all’emergenza educativa che, sotterranea ma violenta, si sta imponendo nelle strutture scolastiche della capitale ed anche di tutto il territorio nazionale. 
Così, spesso all'insaputa dei genitori, si va affermando una linea ben precisa. Si impone, in modo più o meno limpido, una cultura insidiosa, che mira alla decostituzione dei modelli di genere, alla sovversione delle evidenze di natura e allo stravolgimento del senso di famiglia e di genitorialità. Detto in altre parole, si insegna ai bambini, sin dalla più tenerà età, che non si nasce maschi o femmine ma che «sei quello che senti di essere», senza differenza. Che non esistono una mamma e un papà, ma un genitore 1 e 2. E che perciò la famiglia può essere tutto e il suo contrario. E via discorrendo. Un “progetto educativo” ben architettato che nasce in seno alle associazioni Lgbt e si serve del patrocinio del governo e degli enti locali, come più volte abbiamo dimostrato spiegando ad esempio il progetto del governo che va sotto il nome di "Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sulle discriminazioni", che ha nella scuola il principale obiettivo (clicca qui).
Per capire meglio lo scenario su cui si muovono casi come quello del Nido Castello Incantato, è sufficiente guardare quanto successo a Roma lo scorso 20 e 21 settembre, giorni in cui si è tenuto un convegno nazionale dal titolo “Educare alle differenze”. Organizzato da duecento realtà co-promotrici – per lo più associazioni Lgbt sparse su tutto il territorio nazionale –, l'incontro ha visto la partecipazione di centinaia di attivisti, tra cui psicologi e docenti di scuola pubblica di ogni ordine e grado. Sono questi ultimi, infatti, i destinatari prediletti, perché lo scopo dell’ideologia cosiddetta gender, è quello di formare ed educare le future generazioni a «cambiare idee, concetti e visioni del mondo mettendo in crisi il pensiero unico della nostra cultura, fatta spesso di stereotipi e modelli culturali di genere normativi limitanti». Questo quanto si legge nella “mission” di Progetto Alice, uno dei principali gruppi promotori dell’evento. E se i più grandi sono difficili da convincere, meglio partire dai piccini: «Abbiamo individuato nella decostruzione degli stereotipi dei modelli familiari nella primissima infanzia un intervento strategico per il lavoro educativo», ha dichiarato un’esponente dell’associazione Scosse nell’ambito della presentazione del progetto “Leggere senza stereotipi”, un’idea che a Venezia è già diventata realtà grazie ai finanziamenti del Comune e che prevede la fornitura agli asili e alle scuole dell’infanzia di libretti sul calibro di quelli citati in partenza.
Ma vi è di più. Il convegno nazionale “Educare alle differenze” è stato patrocinato dell’Assessorato alla Scuola di Roma Capitale. E infatti Scosse, l’ideatrice dell’evento, è la medesima associazione che l’anno scorso ha ricevuto da Roma Capitale il mandato di formare le educatrici degli asili nido e delle scuole dell’infanzia di Roma, attraverso specifici seminari sulle tematiche gender (clicca qui). Simili corsi di formazione rientrano oggi a tutti gli effetti nei “Percorsi didattici per le scuole di Roma Capitale” che l’assessore alla Scuola, Infanzia, Giovani e Pari Opportunità, Alessandra Cattoi, ha presentato ai dirigenti scolastici per l’anno scolastico 2014/2015 (clicca qui).
La verità è che spesso questi tipi di inziative si nascondono sotto le vesti della lotta alla discriminazione, della battaglia avverso la violenza omofoba, della campagna di sensibilizzazione alle “diversità” ma nulla hanno a che fare con la difesa di questi diritti. E perciò, chi prova a contrastare siffatte iniziative viene subito tacciato come omofobo. Ma è tutto il contrario. Anzitutto perché, proprio trattandosi di temi estremamente delicati, quali l’affettività e la sessualità, meriterebbero per questo di essere affrontati con altrettanta delicatezza e rispetto. Non già, come invece accade, strumentalizzati per portare avanti battaglie puramente ideologiche sulla pelle di chi soffre.
Ma il punto è un altro e non ha nulla a che vedere con l’omofobia. Ha invece a che fare con la tutela degli innocenti, con la protezione dei più deboli e indifesi: i nostri bambini. Perché dire a un piccolo che può nascere da due mamme, che papà e mamma non esistono, che nasce maschio ma potrebbe scoprire di essere femmina, che non conta «ciò che è e ciò che vede», ma «ciò che sente e pensa di essere»; dirgli tutto questo significa ingannarlo sfruttando la sua innocenza; significa raccontargli menzogne abusando della sua fiducia; significa educarlo ad un modo stravolto ed estremamente pericoloso di rapportarsi con la realtà. E i danni sono devastanti. Per tutti.

«Quando si abolisce il principio di evidenza naturale, la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Non sono solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, ma non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali. Non conosciamo ancora gli scenari di un mondo disposto a stravolgere la normalità ma li prevedo terribili: l’uomo che obbedisce alla sua volontà e non alla norma si distrugge». Così disse Italo Carta, rinomato psichiatra già ordinario di psichiatria e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano. Ora dite voi: chi sono i violenti?

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Dopo le nozze gay, lo sfruttamento della prostituzione
di Luigi Santambrogio
Ignazio Marino, sindaco nel tempo libero e calamità comunale permanente di Roma, ne ha escogitata un’altra delle sue. No, niente a che vedere con i problemi della città, il traffico, la metropolitana nuova che si guasta appena viene inaugurata, le strade bucate vietate ad auto, cicli e motocicli (tanto lui le multe non le paga), e altre cosucce da niente che di solito occupano la giornata di un pubblico amministratore. Marino, è maestro nel cazzeggio ludico e politico: dopo aver rimpianto una gioventù sciatta e incolore mentre altri si sballavano con acidi e allucinogeni, pare aver finalmente scoperto che è meglio governare con la fantasia piuttosto che con l’intelligenza. Un po’ in ritardo sulla storia e anche sulla cronaca, ma tant’è. Esaurita la genialata del registro delle nozze gay e la guerra dei bottoni con il prefetto, Ignazio il Borgomastro punta ora i riflettori, anzi le luci (rosse) sull’esercito di prostitute e trans che night and day sconvolgono il già inquieto vivere della capitale. Obiettivo: ficcare un po’ di mano pubblica nel lucroso commercio di corpi e anime dominato dal racket delle bande dell'Est che si contendono il territorio a suon di pestaggi e revolverate. 
La grande idea del sindaco si chiama “zoning”, cosa che non c’entra niente con lo zapping, ma un poco ci assomiglia. Nel senso che i romani in cerca di sesso pagamento potranno scegliere, saltando da una zona all’altra come si fa con i canali tv. Aree dove la prostituzione potrà essere legalmente esercitata on the road sotto il controllo di polizia e servizi sociali, cui sarà affidata la “manutenzione” sanitaria e ordinaria delle prestazioni sessuali. In particolare, il progetto di Marino prevede tre isole a luci rosse a ridosso dell’Eur, quartiere dove già oggi lucciole e hanno i loro quartier generale, ma lontane dalle abitazioni. L’aveva già annunciato a maggio: «Sono favorevole a zone dove la prostituzione è consentita e zone dove non lo è», disse, facendo non poco arrabbiare gli abitanti del quartieri, soprattutto di quelli confinanti con la nuova zona rossa. Ma il sindaco non si è tirato indietro, perché «Il fenomeno ha raggiunto livelli di guardia e ora è tempo intervenire». Dalle parole ai fatti, cosa che a Marino di solito non capita. 
Recintare il “male”, renderlo invisibile senza sradicarlo, nel rispetto del comune senso del pudore e delle convenzioni sociali. Nella sua crociata, Marino può contare sul presidente della IX circoscrizione Andrea Santoro sicuro che la cosa funzionerà: «Lo zoning è già stato sperimentato in altre città italiane; vanno conciliati il diritto alla sicurezza dei cittadini con le garanzie di tutela sociale e sanitarie per chi esercita questa attività. All'Eur ci sono strade in cui la prostituzione viene esercitata alla luce del sole, noi vogliamo ridurre il fenomeno a tre aree a ridosso dei centri abitati». E se qualcuna sconfina? Santoro assicura: «Ci saranno maxi multe per chi viene sorpreso ad adescare in zone diverse». Dunque tolleranza zero per chi sarà beccato fuori area, mentre mignotte e trans saranno disponibili a kilometro zero nei luoghi mappate ad hoc. Prostituzione a zona, insomma, come la famosa dieta. 
Il progetto, che interessa 23 tra strade e piazze, ha pure un nome e un hastag: #Michela dal nome dalla prostituta romena miracolosamente uscita viva dalle torture dei suoi aguzzini, che nel 2012 dopo averle dato fuoco la abbandonarono in un campo. Sopravvissuta alla morte, la poveretta non poteva immaginare che il peggio doveva ancora venire: dare il suo nome ai ghetti del sesso. Solo una fantasia politicamente deviata poteva arrivare a intitolare alla ragazza violentata un progetto che autorizza la schiavitù sessuale. Forse Marino e il suo piccolo presidente hanno scordato che in Italia sfruttare la prostituzione è ancora reato.  Può essere, come scrive Il Fatto quotidiano, che, nonostante la crisi, la prostituzione pare non subire colpi perché «a certe spese non rinuncia neppure un cassintegrato». Ma questo non può bastare a rendere legale quello che non lo è, anche se Marino e i suoi assessori ci hanno abituato al disdicevole vizietto. 
Lo sa bene il prefetto che, dopo lo scontro sulla registrazione dei matrimoni gay, vede profilarsi un’altra grana istituzionale. «La Prefettura », ha chiarito, «non approva né respinge progetti, ma applica la legge». E la legge che autorizza lo sfruttamento della prostituzione ancora non c’è. La “zoning”, date queste premesse, rivela così la sua natura criminogena: una resa condizionata alle bande della prostituzione con quale le istituzioni vengono a patti. Per il bene dei cittadini (alcuni) e il reciproco guadagno: i criminali potranno fare affari in tutta sicurezza, il Comune esigerà dalle lucciole il pagamento della Tasm (Tassa sulle Mignotte) da aggiungere alla Tarsi e alla Tasi, per far cassa e rimediare ai disastrati bilanci municipali. 
Così, mentre l’Europa chiude i quartieri a luce rosse e ne certifica il fallimento proprio sul frontedella sicurezza e del controllo della criminalità, il sindaco Marino scopre le improbabili virtù dello “zoning” puttanesco. E fa niente se in Olanda, per esempio, dove la prostituzione è legale dal 1830, i Red Light District, quartieri a luci rosse con le ragazze in vetrina sono in via di smantellamento. In Italia, la sinistra dei Marino, dei De Magistris e dei Merola, dimenticati operai, cassaintegrati e poveri cristi di ogni genere, ha tutto il tempo per andare al bordello, per trastullarsi con il baraccone gay, trans e gender elevandoli a nuovi diritti universali. Non solo, con le “zoning”, il sindaco Marino potrà candidare Roma a prima capitale europea finanziata con le partite Iva di escort e lucciole, del puttan tour fatturato e certificato ai fini delle detrazioni, delle marchette con lo scontrino fiscale on the road. Cosa non si fa per tenere alto il Pil e smosciare lo spread.