Quando, un anno dopo, pronuncia i voti lo raggiunge con un nuovo telegramma: «Il generoso atto di impegno che pronunciate in questo giorno è per noi motivo di gioia e di edificazione. Auspicando che questa bella testimonianza di fede sia per molte anime, in questo momento difficile ed esaltante della vita della Chiesa, noi vi accordiamo di gran cuore la nostra benedizione» (1° novembre 1971).
Negli ultimi anni Journet incontra più volte Paolo VI, che continua a seguirlo nella sua ricerca teologica, anche attraverso la rivista «Nova et Vetera». Paolo VI incarica il cardinale Journet di portare il suo messaggio al Congresso internazionale degli intellettuali cattolici, che nel 1970 si tiene a Strasburgo. Journet ricorda anche un incontro, molto affettuoso: «Il Papa ha dodici udienze nella mattinata con diversi ambasciatori... Don Macchi è riuscito a trovare uno spazio di pochi minuti. Non farò che mettermi in ginocchio per domandare una benedizione e dire che pregherò per il suo viaggio. Incontro sconvolgente, il Papa vuole che io mi sieda. Mi dice che l’estratto sulla Speranza lo ha commosso. Egli è lacerato per i contraccolpi dell’abbandono della fede in America, in Africa, dappertutto... Mi vuole abbracciare e mi dice fratello, io rispondo padre. Gli dico Haec est victoria... Dio è più forte del Mondo. Mi guarda negli occhi... Una delle grandi ore della mia povera vita» (19 novembre 1970). Queste emozioni si trovano anche in una lettera manoscritta che Paolo VI aveva inviato a Journet qualche giorno prima: «Al caro e venerato cardinale Charles Journet il nostro ringraziamento, il nostro compiacimento, il nostro incoraggiamento per il bello studio, che Egli ci invia, su La Speranza, e che, specialmente in quest’ora turbata e difficile, conforta in noi la virtù “che non confonde”, e che già ci è pegno della nostra salvezza. In comunione pertanto di speranza e di preghiera (Papa Pio XI ci insegnava quanto la preghiera si fonda sulla speranza), di cuore e con riverenza, salutiamo e benediciamo» (12 novembre 1970).
Nella sua ultima lettera Maritain ringrazia Paolo VI per la visita di monsignor Macchi a Kolbsheim: «Desidero dirvi quanto sia stato felice, così come i due amici che mi ospitano, per la visita di mons. Macchi in questa casa da loro consacrata alla Santa Vergine, all’amore del prossimo e all’umile servizio di san Tommaso» (1° ottobre 1971) e si congratula per l’omelia tenuta dal Papa alla inaugurazione del Secondo Sinodo dei vescovi il giorno precedente. Montini, Journet, Maritain, ciascuno con il proprio ruolo particolare, hanno costituito nella vita della Chiesa una “famiglia spirituale” per comunanza di idee e di comportamenti coerenti.
Maritain muore a Tolosa il 28 aprile 1973, il giorno del sabato santo; il funerale viene celebrato, alla presenza del cardinale di Tolosa, il 1° maggio 1973, accompagnato con le note della Messe de l’Ermitage di André Gouzes. In luogo dell’omelia, grazie ad una registrazione effettuata durante il seminario su «A proposito della Chiesa del Cielo» tenutosi nel 1968, si sente la voce di Jacques, che parla delle meraviglie della beatitudine eterna. Poi la salma viene trasferita nella parte cattolica del cimitero di Kolbsheim per essere inumata nella tomba dove già riposa Raïssa. Paolo VI il giorno stesso della morte invia alla Fraternità questo telegramma: «Emozionato per la notizia della chiamata a Dio di Jacques Maritain, che resterà per tutti un filosofo di alto valore, un cristiano dalla fede esemplare e per Noi stessi un amico, particolarmente caro dal tempo della sua missione presso la Santa Sede, Noi inviamo alla Famiglia religiosa nella quale ha voluto terminare i suoi giorni nella contemplazione e nella preghiera l’espressione della nostra simpatia addolorata e il conforto della Nostra Benedizione Apostolica. Paolo VI» (28 aprile 1973). Nel medesimo giorno dei funerali di Maritain, gli aderenti al Movimento dei laureati di Azione Cattolica sono in udienza in Vaticano per il loro XXXII convegno annuale e Paolo VI dice loro: «La lezione del grande, compianto filosofo cristiano, Jacques Maritain, passato in questi giorni all’eternità, non è stata vana».
Il giorno dopo in piazza san Pietro, al Regina caeli, Paolo VI, affiancando nel ricordo Maritain a santa Caterina da Siena, lo ricorda con queste parole: «E l’altra voce, che oggi ci distrae e ci attrae, in un suo frammento inedito suona così: “Ogni professore cerca di essere quanto più possibile esatto, e ben informato come possibile nella disciplina particolare sua propria. Ma egli è chiamato a servire la verità in modo più profondo. Il fatto è che a lui è domandato d’amare prima di tutto la Verità, come l’assoluto, al quale egli è interamente dedicato; s’egli è cristiano, è Dio stesso ch’egli ama”. Chi parla così? È Maritain, morto ieri a Tolosa, davvero un grande pensatore dei nostri giorni, maestro nell’arte di pensare, di vivere e di pregare. Muore solo e povero, associato ai Petits Frères di Padre Foucauld. La sua voce, la sua figura resteranno nella tradizione del pensiero filosofico e della meditazione cattolica. Non dimentichiamo la sua apparizione in questa piazza, alla chiusura del Concilio, per salutare gli uomini della cultura nel nome di Cristo maestro».
Padre Renè Voillaume, in una lettera alla Fraternità, ricorda i funerali: «Dopo tre giorni passati a Roma per l’incontro annuale dell’Associazione de Foucauld, ho potuto raggiungere rapidamente Kolbsheim per la sepoltura di Jacques Maritain, grazie ad un’occasione di volo diretto che don Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI, aveva offerto alla piccola sorella Annie, responsabile delle Piccole sorelle di Gesù, ed a me... L’invio di don Macchi per assistere ai funerali indicava, da parte del Papa, il desiderio di essere presente a tale cerimonia, non ufficialmente, ma in forma discreta e privata, da amici. La liturgia ebbe luogo nel pomeriggio, nella chiesetta del villaggio ed in presenza di una cinquantina di persone al massimo, tutti amici intimi. La messa concelebrata insieme con frère Rene Page, priore dei Piccoli fratelli di Gesù, il trasporto del feretro al cimitero su un piccolo carro a braccia trainato da alcuni fratelli di Tolosa, e l’inumazione accanto a Raïssa, nel cimitero verdeggiante e calmo del villaggio, tutto fu pieno di semplicità e si svolse in un clima eccezionale di silenzio, di raccoglimento e di pace» (3 maggio 1973).
Al termine di questa ricerca debbo anche formulare una valutazione sull’apporto di Maritain alla riflessione teologica: il suo sottolineare che accanto all’Azione Cattolica promossa e organizzata dal clero esiste anche un’azione cattolica spontanea del cristiano non schierato in un’associazione o in un movimento, il suo insistere sull’autonomia del laicato nel temporale, il suo rilevare che i Piccoli fratelli non fanno proselitismo, ma si limitano ad una testimonianza cristiana tra i musulmani o in una società laicizzata, il suo distinguere tra la Persona della Chiesa e il suo personale, tra la Chiesa e le cristianità che si succedono nel mondo, non significano affatto contrapporre una Chiesa carismatica a una Chiesa istituzionale, ma raccordare cristianesimo e umanesimo, la città di Dio e la città dell’uomo, in un «umanesimo integrale», distinguendo, senza separare, natura e soprannatura, ragione e fede, libertà e verità, società civile e società ecclesiale.
