giovedì 13 novembre 2014

Top secret




Aperto il convegno della Penitenzieria sul sigillo confessionale. Segreto per tutti

Il segreto confessionale è inviolabile. La Chiesa non ammette eccezioni in materia e, anzi, ha adeguato la sua normativa già nel 1988, includendo nella pena della scomunica, comminata in caso di violazione, anche chiunque utilizzi i nuovi strumenti tecnologici — come un registratore, un microfono o un apparecchio elettronico — per divulgare attraverso i mezzi di comunicazione quanto viene detto dal confessore e dal penitente. È entrato così subito nel vivo il dibattito del convegno sul tema «Il sigillo confessionale e la privacy pastorale», promosso dalla Penitenzieria apostolica dal 12 al 13 novembre nel Palazzo romano della Cancelleria. Nel saluto iniziale il cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore, ha voluto sottolineare come occorra «dissipare subito ogni sospetto circa il fatto che il sistema di segretezza che l’ordinamento ecclesiale», proprio come ogni ordinamento giuridico, «si dà, sia volto a coprire trame, complotti o misteri, come qualche volta ingenuamente l’opinione pubblica è portata o, più facilmente, è suggestionata a credere». Il porporato ha poi spiegato che «scopo del segreto, sia sacramentale, sia extra sacramentale, è proteggere l’intimità della persona, cioè custodire la presenza di Dio nell’intimo di ogni uomo». A questo proposito, ha ricordato come «grandi e salutari sono gli effetti che con il segreto e la riservatezza si desiderano proteggere e custodire per salvaguardare la fama e la reputazione di qualcuno o rispettare diritti di singoli e di gruppi». 
Da parte sua il reggente della Penitenzieria, monsignor Krzysztof Nykiel, affrontando l’argomento da una «prospettiva canonica», ha ricordato come da sempre la Chiesa abbia attribuito «particolare rilevanza alla riservatezza dell’incontro tra il fedele e il sacerdote nell’amministrazione del sacramento della penitenza, e la tutela di quello che sarà chiamato “segreto confessionale” si intreccia con lo sviluppo storico della forma del sacramento» — dalla progressiva scomparsa della penitenza pubblica all’introduzione della confessione auricolare — e con «lo sviluppo della disciplina canonica nella sua elaborazione in forme propriamente giuridiche, e non solamente teologiche o morali». 
Il reggente ha sottolineato come «la storia di questo istituto risale già alla Chiesa antica», ma è con il concilio Lateranense IV del 1215 che «un canone sancisce per la prima volta il suo obbligo morale e giuridico come legge universale della Chiesa, prevedendo gravi sanzioni per i sacerdoti che lo infrangono». Nel corso dei secoli, la disciplina della Chiesa in questa materia è rimasta sostanzialmente la stessa, eccetto l’inserimento di alcune fattispecie, e l’inclusione della violazione del sigillo attraverso strumenti tecnici. 
Monsignor Nykiel ha anche fatto notare come il sigillo confessionale «non vincoli solo il confessore, ma anche l’eventuale interprete e tutti coloro che in qualsiasi modo, anche casualmente, fossero venuti a conoscenza dei peccati accusati». Esso infatti «rappresenta un elemento sostanziale, qualificante e dirimente del sacramento della penitenza, perché rivela e palesa sostanzialmente il carattere divino del sacramento, che è motivo essenziale della causa perché questo sia e debba essere sempre rigorosamente “auricolare” e non pubblico». Del resto la Chiesa «è talmente gelosa della santità del sigillo sacramentale e talmente rispettosa del segreto dei penitenti» che «esclude come incapaci dal rendere testimonianza in giudizio i sacerdoti relativamente a tutto ciò che essi abbiano appreso e saputo in ogni singola confessione sacramentale, anche nel caso in cui sia stato il penitente a chiedere la deposizione». Al punto che neppure la morte del penitente «potrà sciogliere il confessore da questo vincolo». Infatti, la legge del sigillo sacramentale «non ammette eccezioni. Nessun confessore può esserne dispensato, anche se nel voler rivelare il contenuto di una confessione intendesse evitare un grave e imminente male». 
Nel Codice di diritto canonico il sigillo sacramentale è «riferito solo al confessore mentre per le altre persone si parla di segreto». Questo significa che anche quest’ultimo è, «in un certo senso, profondamente e radicalmente sacramentale per quanto non sia denominato sigillo». 
Nella prima giornata del convegno, moderata da padre Maurizio Faggioni, sono intervenuti anche Francesco Borghini e Francesco D’Agostino. Entrambi hanno approfondito il tema della comunicazione interpersonale: il primo alla luce dei progressi dell’interconnessione telematica, che offre all’uomo «straordinarie risorse» ma lo espone anche a subdole forme di «dipendenza»; il secondo richiamandone i fondamenti filosofici, normativi e teologici, con particolare attenzione alla dialettica tra verità e menzogna e al rapporto tra sistema giuridico e «assoluto di Dio».
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L'Osservatore Romano