Nella 33.ma Domenica del Tempo ordinario la liturgia ci presenta la parabola dei talenti, donati a ciascuno secondo le sue capacità. C’è chi li fa fruttare e chi no. Ai primi Gesù ricorda quanto verrà detto:
“Bene, servo buono e fedele … sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto”.
Anche questa pagina del Vangelo suona un poco scandalosa alle nostre orecchie: da una parte un padrone: “uomo duro”, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso – un’immagine di Dio che molti di noi hanno; dall’altra questo servo che ha paura, e restituisce quanto è del suo padrone. Il padrone, prima di un lungo viaggio, distribuisce ai servi i suoi beni: cinque talenti, due e uno. E li distribuisce non a casaccio, ma nel rispetto delle capacità di ognuno. Ciò che egli si aspetta dai servi non è una specie di catena di produzione, ma che essi possano entrare, “prendere parte alla gioia del loro padrone”. La parabola si apre e illumina il senso della vita dell’uomo. I doni che Dio dà sono perché nell’uomo si possa riprodurre la vita divina e egli possa fare della sua vita un servizio ai fratelli. I primi due servi sanno bene operare e portare a compimento l’opera del Signore: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, …prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Il terzo riceve una parola dura, caratterizzata da tre aggettivi: “Servo malvagio e pigro”, “inutile”. Malvagio, perché conosce la volontà del padrone, ma non se ne cura; pigro, perché non ha tempo per essa, ma per altro; inutile, Dio ha dato anche a lui una missione, ma lui ha sprecato il dono di Dio. Nel cristianesimo “tutto è grazia”, che precede, accom-pagna e segue l’opera di Dio, ma non è una grazia da buttare via: “Io sono una missione su questa terra” (Ev. gaudium, 273), ci dice Papa Francesco.
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MESSALE
Antifona d'Ingresso Ger 29,11.12.14
Dice il Signore:
«Io ho progetti di pace e non di sventura;
voi mi invocherete e io vi esaudirò,
e vi farò tornare da tutti i luoghi dove vi ho dispersi».
Dice il Signore:
«Io ho progetti di pace e non di sventura;
voi mi invocherete e io vi esaudirò,
e vi farò tornare da tutti i luoghi dove vi ho dispersi».
Colletta
Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura. Per il nostro Signore...
Oppure:
O Padre, che affidi alle mani dell'uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa' che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza; rendici sempre operosi e vigilanti in attesa del tuo ritorno, nella speranza di sentirci chiamare servi buoni e fedeli, e così entrare nella gioia del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
LITURGIA DELLA PAROLA
Prima Lettura Pr 31,10-13.19-20.30-31
La donna perfetta lavora volentieri con le sue mani.
Dal libro dei Proverbi
Una donna forte chi potrà trovarla?
Ben superiore alle perle è il suo valore.
In lei confida il cuore del marito
e non verrà a mancargli il profitto.
Gli dà felicità e non dispiacere
per tutti i giorni della sua vita.
Si procura lana e lino
e li lavora volentieri con le mani.
Stende la sua mano alla conocchia
e le sue dita tengono il fuso.
Apre le sue palme al misero,
stende la mano al povero.
Illusorio è il fascino e fugace la bellezza,
ma la donna che teme Dio è da lodare.
Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani
e le sue opere la lodino alle porte della città.
Salmo Responsoriale Dal Salmo 127
Beato chi teme il Signore.
Beato chi teme il Signore
e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai,
sarai felice e avrai ogni bene.
La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa.
Ecco com’è benedetto
l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme
tutti i giorni della tua vita!
Seconda Lettura 1 Ts 5,1-6
Non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire.
Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre.
Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.
Canto al Vangelo Gv 15,4.5
Alleluia, alleluia.
Rimanete in me e io in voi, dice il Signore,
chi rimane in me porta molto frutto.
Alleluia.
Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone.
Dal vangelo secondo Matteo
[ In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. ]
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. [ Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. ]
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».
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Sotterrare il talento è occultare Cristo
Commento al Vangelo della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (ciclo A)
L'inizio della parabola descrive, in una profezia, il cuore della missione di Gesù e della sua Chiesa: "consegnando i suoi beni", l' "uomo", immagine di Gesù, "consegna" tutto se stesso. Ma quest' "uomo" è anche immagine di ogni uomo, creato da Dio a immagine del Figlio, perché si "consegni" senza riserve.
Dopo aver compiuto il suo Esodo dalla morte alla Vita, Egli chiama gli apostoli "che si era scelti nello Spirito Santo" e impartisce loro le istruzioni sulla missione svelando i segreti del Regno.
A Gesù che sta per partire, è stato dato ogni potere in cielo e in terra: consegnando i “talenti” Egli dice agli apostoli: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt. 28, 18-20). I "talenti" sono dunque colmi del potere stesso di Cristo.
Comprendiamo allora l'incipit della parabola, che è poi quello della nostra vita, come lo è stato di quella del Signore: l'amore smisurato spinge il Padre a consegnare il Figlio al posto nostro, e il Figlio a consegnarsi al Padre.
Il frutto di questo amore intimo e perfetto, è la consegna dei beni di Dio alla Chiesa, a ciascuno di noi, perché siano consegnati ad ogni uomo. E il bene più grande di Dio è il Figlio stesso. E' Lui il talento prezioso che i servi ricevono.
"Come il Padre ha mandato me anche io mando voi", perché "come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi". Il "come" è descritto nel diverso numero dei talenti che ricevono i servi. Non si tratta di qualità umane diverse, ma delle varie grazie donate in funzione della missione specifica che ciascuno riceve.
Se il talento è Cristo, consegnato attraverso la sua Parola, i sacramenti e tutti i beni che la Chiesa ha sempre custodito e amato, anche chi riceve un solo talento non ha affatto ricevuto meno. Al contrario, ha ricevuto tutto, e nulla manca per compiere la sua missione.
Significa che la storia di ciascuno è diversa e irripetibile; agli occhi di Dio la vita di San Francesco Saverio non è più importante di quella di una sconosciuta monaca di clausura nascosta a Lisieux. Il Papa riceve i talenti necessari per adempiere alla sua missione, così come la vedova ammalata che vive in uno sperduto paese di montagna.
E noi, che ne abbiamo fatto dei “talenti” che Dio ci dona? Qui sorge una prima questione, fondamentale: per riceverli abbiamo bisogno della Chiesa. Per consegnarli, infatti, “l’uomo chiama i suoi servi”: c’è una chiamata alla quale occorre rispondere.
Abbiamo ascoltato l’annuncio della Chiesa e accolto in esso la voce del Signore che ci “chiama”? Altrimenti è inutile cercare i talenti, di fronte alle situazioni della vita nelle quali potremmo “farli fruttare”, non avremo nulla da “consegnare”.
Ma, anche se abbiamo accolto la “chiamata” ciò non assicura i “frutti”. I “talenti” dei quali parla Gesù non appaiono così, all’improvviso, ma essendo dati in funzione di una missione, si accolgono nella comunione della Chiesa, dove si impara a “trafficarli”.
Seconda questione: stiamo camminando nella comunità, oppure siamo “cristiani fai da te”, come ripete Papa Francesco? Forse siamo proprio come il “servo fannullone”, la cui "paura" nasceva dall'invidia.
Come Caino che non guardava di buon occhio suo fratello, anche lui guardava storto gli altri servi. Nella parabola questo non è scritto, ma si può dedurre da come guardava il Signore.
Quell'unico talento tra le mani gli innesca i pensieri più terribili: "so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso". E’ invidioso, che, etimologicamente, significa avere un occhio cattivo.
Il servo è in-capace di vedere, e quindi conoscere, Colui che gli ha dato il talento e per questo nasconde ciò che ne è immagine e presenza. Ma, con il talento, nasconde anche se stesso. Come Adamo, che si nasconde dopo aver creduto al demonio che gli aveva presentato un Dio geloso di lui.
Sotterrare il talento, infatti, significa seppellire la propria dignità, la primogenitura e il senso della propria vita; significa nascondersi e macerarsi nella solitudine. Perché sotterrare il talento è occultare Cristo, ucciderlo, come Caino uccise Abele.
Non gli piaceva quel Talento. Spingeva ad uscire da se stessi, a dimenticare i propri criteri e a donarsi. No, non era il talento che desiderava, per saziarsi e realizzarsi. Era un mostro di talento, inaccettabile. Ma era Cristo, che, giorno dopo giorno, aveva rifiutato.
Il "servo malvagio e infingardo" non ha trattato il Talento con familiarità, amore, dedizione, fedeltà, come fosse cosa propria, accogliendo in esso la presenza di Colui che glielo aveva affidato.
Nascondendolo, ha perso l'occasione di abbandonarsi alla fedeltà, al potere e all'amore di Dio per vivere secondo la sua volontà. E la sua vita è divenuta un brandello da gettare "fuori nelle tenebre", dove "sarà pianto e stridore di denti".
Come spesso facciamo anche noi, in una sorta di "damnatio memoriae" delle persone e degli eventi che non abbiamo accettato. Sotterriamo, ma è solo la paura di chi non è ancora divenuto figlio perché non conosce l’amore del Padre.
Pensiamo che Dio voglia sottrarci qualcosa e sospettiamo di Lui, ingannati dalla menzogna primordiale nella quale sono caduti i progenitori: Dio non ti ama, vuole solo limitarti. E’ esigente, e la Chiesa, peggio di peggio.
Così, ascoltando il demonio, comincia a dominare in noi la paura che dietro alla Croce non vi sia la resurrezione, ma, nella migliore delle ipotesi, solo un grande punto interrogativo. La paura di chi ha smarrito la fede o si è lasciato raffreddare dagli insuccessi e dallo scandalo della sofferenza.
E' lo stesso timore che a volte prende la Chiesa e le impedisce di annunciare il Vangelo sotterrando il talento in discussioni, convegni, slogan e proclami. La Chiesa che non annuncia il Vangelo è sempre una Chiesa che ha sepolto Cristo di nuovo. E così lascia sepolti quelli a cui è mandata, al suo interno e nel mondo.
Il servo malvagio, infatti, non riporta nessun talento guadagnato: la sua vita è stata infeconda. Quando la Chiesa, mondanizzata, ha paura e non crede nel potere della predicazione, sta gravemente abdicando, si converte in una serva malvagia e fannullona, che lascia nell'inganno e nella morte i suoi figli e i pagani: non li porta e riconsegna a Cristo.
Invece, proprio nei momenti in cui la storia ci crocifiggeva, il Signore consegnava il talento! I talenti, infatti, sono Cristo Crocifisso e risorto in noi, inviato ancora a vivere nella storia per seminarvi la sua vittoria sulla morte e il peccato.
Nei momenti di dolore e precarietà, lungi dall'essere duro ed esigente, Dio rivela il suo volto pieno di generosità e misericordia: proprio nella durezza della vita - che esiste a causa del peccato - Dio elargisce gratuitamente il suo potere.
Per questo, quando ci assalgono i pensieri tristi che ci gettano nella paura e nell'invidia bisogna correre "dai banchieri", dagli esperti del “trading”, per imparare da loro, e perché ci aiutino a trafficare bene quanto ricevuto.
Quando ci accorgiamo di perdere il gusto per la volontà di Dio, avviciniamoci ai presbiteri, ai catechisti, ai genitori, agli esperti nella fede che Dio ha messo sul nostro cammino, e affidiamoci a loro.
Il Vangelo di oggi rovescia completamente la prospettiva del servo. E’ una catechesi decisiva nel cammino di fede che veniva data ai catecumeni perché non perdessero tempo e obbedissero alla Chiesa, che li invitava a trafficare nel crogiuolo della storia le Grazie e i beni, anche il denaro, ricevuti da Dio.
Per questo, "i servi fedeli nel poco" che ancora è questa vita terrena, con le occasioni di amare che ogni giorno ci offre, consegnano al Signore i talenti esattamente raddoppiati: a ciascun talento corrisponde un evento redento, un uomo salvato.
A ciascun talento, infatti, corrisponde lo Spirito Santo per entrare nella storia. Anche oggi l'"Uomo" vero, Cristo risorto, si consegna a noi perché possiamo "trafficare" il suo amore con tutti.
Sono loro "i frutti" già maturi per l’opera di Cristo che attendono il nostro talento per tornare a Lui. Quando entriamo in ufficio e salutiamo i colleghi, abbiamo mai pensato che sono venuti a lavorare perché aspettano da noi il talento che trasforma la loro invidia in pazienza? O che moglie e figli ci sono donati per immergere ogni loro peccato nella misericordia? Che ogni istante è un appuntamento unico e irripetibile, per "guadagnare" a Cristo la persona che incontriamo?
Quando marito e moglie si uniscono, il piacere è massimo e sazia proprio quando si donano mutuamente e completamente, senza riserve e contraccettivi, siano essi sulla carne e o nel cuore perché anche nel sesso il Talento è fecondo.
Ovunque siamo chiamati, preti, suore e laici, è preparata per noi la gioia piena e autentica dell'amore. La stessa gioia di Cristo esplosa la sera di Pasqua nel rivedere i suoi discepoli: il suo talento aveva dato il frutto meraviglioso della salvezza di quel manipolo di traditori.
Per questo la missione della Chiesa, è un'avventura affascinante: vivere trafficando il talento per oltrepassare ogni giorno la soglia dell'impossibile, oltre la quale c'è la gioia vera, la partecipazione piena ed eterna a tutti i beni di Dio.
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I doni ricevuti e condivisi
Lectio Divina per la 33ª Domenica del Tempo Ordinario - Anno A
Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la 33ª Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) - 16 novembre 2014.
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Rito Romano
XXXIII Domenica Tempo Ordinario - Anno A – 16 novembre 2014
Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1 Ts 5,1-6; Mt 25,14-30
Rito Ambrosiano
1° Domenica di Avvento
Is 24, 16b-23; Sal 79; 1Cor 15,22-28; Mc 13,1-27
1) Il primo talento è l’Amore di Dio.
I “talenti”1 di cui parla Gesù nel Vangelo non sono tanto le doti o le capacità (intelligenza o altro) che Dio ha dato a ciascuno, quanto il Suo Amore e i doni di grazia, forza e intelligenza, di cui ci ricolma perché assumiamo la responsabilità di figli e di fratelli.
A questo riguardo Papa Francesco ci chiede: “Avete pensato a come potete mettere i vostri talenti a servizio degli altri?”, e poi ci dice: “Non sotterrate i talenti! Scommettete su ideali grandi, quegli ideali che allargano il cuore, quegli ideali di servizio che renderanno fecondi i vostri talenti. La vita non ci è data perché la conserviamo gelosamente per noi stessi, ma ci è data perché la doniamo”.
In effetti, il Papa ci ricorda che, con questa parabola dei talenti2, Gesù vuole insegnare ai discepoli (e quindi anche a noi) ad usare bene i doni che Dio fa a ogni uomo chiamandolo alla vita, consegnandogli dei talenti, e quindi, affidandogli una missione da compiere mediante i doni da far fruttare e condividere. Inoltre è unaparabola, questa, con la quale il Cristo invita a non avere paura del la vita e a non aver pau ra di Dio. Lui non è un padrone eccessivamente e ingiustamente esigente, ma un Padre, che con la Sua Carità ci offre dei doni per farci vivere nella libertà e nell’amore.
Oltre al Suo amore questi sono i doni-talenti che Gesù ci offre: la Sua Parola, depositata nel Vangelo; il Battesimo, che ci rinnova nello Spirito Santo; la preghiera - il ‘Padre nostro' - che eleviamo a Dio come figli uniti nel Figlio; il suo perdono, che ha comandato di portare a tutti; il sacramento del suo Corpo immolato e del suo Sangue versato. In una parola: il Regno di Dio, che è Lui stesso, presente e vivo in mezzo a noi.
Questi talenti che Gesù ha affidato a noi, suoi amici e fratelli, si moltiplicano donandoli. È un tesoro donato per essere, investito e condiviso con tutti. Quindi, come è da stupidi pensare che i doni di Cristo siano dovuti, così è insensato rinunciare ad impiegarli, perché sarebbe un venir meno allo scopo della nostra esistenza. Commentando questa pagina evangelica, san Gregorio Magno nota che a nessuno il Signore fa mancare il dono della sua carità, dell’amore. Egli scrive: “È perciò necessario, fratelli miei, che poniate ogni cura nella custodia della carità, in ogni azione che dovete compiere” (Omelie sui Vangeli 9,6). E dopo aver precisato che la vera carità consiste nell’amare tanto gli amici quanto i nemici, aggiunge: "se uno manca di questa virtù, perde ogni bene che ha, è privato del talento ricevuto e viene buttato fuori, nelle tenebre" (ibid.).
2) Un parabola incorniciata da altre due.
Nel Vangelo secondo Matteo la parabola dei talenti è preceduta da quella delle vergini sagge e seguita dalla parabola del giudizio finale sull’amore (Ho avuto fame, sete, ero nudo … e mi avete dato da mangiare, da bere a da vestirmi …), e possiamo considerala come il pilastro centrale che illumina entrambe. In primo luogo, essa proietta luce sul significato della sapienza, rappresentata dall’olio di riserva. La vera sapienza scaturisce dalla novità di un rapporto libero e creativo, che la persona umana realizza con il suo Signore. In secondo luogo, la parabola dei talenti insegna che la grazia, donata da Dio e accolta e riconosciuta dall’uomo, diventa dono per i fratelli, che si identificano con la persona stessa del Cristo. Inoltre, se si tiene presente il vangelo di Luca, questa parabola è strettamente collegata con l’episodio di Zaccheo, incontrato gratuitamente da Gesù. In questo modo la parabola mette in evidenza un fatto singolare: davanti a Dio l’uomo non solo è sempre debitore, ma è chiamato alla libertà dell’incontro con Lui, che è pura grazia. L’essere saggio e sapiente di fronte a Dio sarà allora per l’uomo l’unica possibilità di una liberazione, che diventerà dono e gratuità nell’incontro con il fratello.
Purtroppo, anche noi – a volte - stiamo di fronte a Dio come l’ultimo servo, quello che non ha fatto fruttificare il suo talento, restando chiusi nei nostri preconcetti su Dio, sulle nostre modeste idee su di Lui. Teniamo troppo alla nostra tranquillità, alla nostra routine. Il nuovo ci fa paura. Cristo ci invita ad essere suoi discepoli fiduciosi, che non hanno paura di lui e che gli stanno accanto senza timore servile. Il discepolo di Gesù deve muoversi in un rapporto di amore, dal quale soltanto possono scaturire coraggio, generosità, libertà, persino il coraggio di correre i rischi necessari.
Guardando a Colui che “ha fatto nuove tutte le cose” siamo –purtroppo- più spaventati che illuminati. Ecco allora che la parabola dei talenti stimola alla libertà e alla gratuità, che scaturisce dal riconoscimento della pura gratuità di un incontro. Questo incontro è, sì, desiderato dall’uomo, come lo fu per Zaccheo, ma è realizzato dalla bontà e dall’amore di Dio che venne a casa sua e vi portò la salvezza. Ful’avvento di Cristo in casa di un peccatore pentito.
3) Venuta = Avvento.
Tutti i cristiani latini fanno coincidere l’avvento con il periodo di 4, per il rito romano, oppure di 6 settimane per il rito ambrosiano, ma molti ignorano l’origine della parola “avvento” e alcune “curiosità” storiche che questo termine porta con sé e che vale la pena ricordare.
Cominciamo dalla parola “Avvento”, che deriva dal latino, e che letteralmente significa “arrivo”, “venuta”. La usavano i sovrani dell’epoca antica, soprattutto in Oriente, per indicare il rituale con il quale volevano che fosse celebrato il loro arrivo solenne (appunto, il loro “avvento”) in una città, e pretendevano di essere accolti come benefattori e divinità. Quella della Liturgia cristiana fu dunque una scelta coerente alla mentalità dei tempi antichi, quando volle usare questo termine per indicare la “venuta” di Gesù Cristo, vero donatore di salvezza e redenzione, in mezzo agli uomini, nella grande città di questo mondo.
Il vero “avvento” dunque, quello in senso proprio, di per sé coinciderebbe con la festa di Natale, che è il giorno in cui si festeggia la venuta di Qualcuno e non qualcosa. Poi la parola avvento si allargò a indicare il periodo di preparazione alla festa del 25 dicembre. Di conseguenza ci si pose questo problema: quanto deve durare la preparazione al Natale? La soluzione più antica, che il rito ambrosiano ha conservato fino a oggi, fu quella di “costruire” il periodo di preparazione al Natale su imitazione del periodo di preparazione alla Pasqua, cioè la Quaresima. E dunque, come la Quaresima è scandita su sei domeniche, così anche l’Avvento venne “costruito” su sei domeniche3.
Domeniche destinate a tener viva la vigilanza dell’attesa, perché Cristo non ci trovi indolenti e pigri e il demonio ci derubi di questo tesoro. Domeniche in cui ci è ricordato che aver fede significa far fruttare il talento, che è stata posto nelle nostre mani.
4) Chi ama vive nell’attesa vigile.
Per accogliere e custodire la presenza di Cristo in noi occorre la vigilanza del cuore, che il cristiano è chiamato ad esercitare sempre, nella vita di tutti i giorni, caratterizzata in particolare nel tempo di Avvento in cui ci prepariamo con gioia al mistero del Natale.
L’ambiente esterno propone i consueti messaggi di tipo commerciale, anche se –forse- in tono minore a causa della crisi economica. Il cristiano è invitato a vivere l’Avvento come tempo dell’attesa senza lasciarsi distrarre dalle luci dei negozi e dei supermercati, ma di guardare -con gli occhi del cuore- Cristo, vera Luce.
Infatti se perseveriamo “vigilanti nella preghiera ed esultanti nella lode” (Prefazio I domenica di Avvento), i nostri occhi saranno in grado di riconoscere in Lui la vera luce del mondo, che viene a rischiarare le nostre tenebre.
La Vergine Maria ci è maestra di operosa e gioiosa vigilanza nel cammino verso l’incontro con Dio. Sull’esempio della nostra Madre Celeste le vergini consacrate testimoniano quotidianamente come vivere questa attesa mostrando che il talento più grande è l’Amore di Dio, il suo Regno e la sua giustizia.
La vergine è la persona in attesa, anche corporalmente, delle nozze escatologiche di Cristo con la Chiesa, donandosi completamente alla Chiesa nella speranza che Cristo si doni alla chiesa nella piena verità della vita eterna. La persona vergine anticipa nella sua carne il mondo nuovo della risurrezione e testimonia nella Chiesa la coscienza del mistero del matrimonio e lo difende da ogni riduzione e impoverimento. (cfr S. Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n 16)
Le vergini consacrate nel mondo sono, infine chiamate a testimoniare che il fatto di essere perseveranti e “vigilanti nella preghiera ed esultanti nella lode” (Prefazio I domenica di Avvento), permette ai nostri occhi di essere in grado di riconoscere in Cristo la vera luce del mondo, che viene a rischiarare le nostre tenebre.
Il compito delle vergini consacrate è quello un costruire la vita sulla roccia di un Signore amato, ascoltato e atteso (cfr Mt 7,24-25).
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NOTE
1 Il talento non era una moneta, ma una unità di conto. Non si poteva coniare una moneta di quasi 27 chilogrammi! Indicava, in ogni caso, un valore molto grande, come enorme è il tesoro lasciatoci da Gesù. In effetti, un talento, valeva 60 mine e 6000 dracme. La dracma era parificata al denaro (che era la moneta del tempo) e un lavoratore non qualificato prendeva circa un denaro al giorno. La Misna dice che il minimo per una famiglia era 200 denari al giorno. Quindi con un talento, una famiglia, poteva vivere 30 anni.
2 Nella celebre parabola dei talenti riportata dall’evangelista San Matteo (cfr 25,14-30), Gesù racconta di tre servi ai quali, al momento di partire per un lungo viaggio, il padrone affida i propri soldi. Due di loro si comportano bene, perché fanno fruttare del doppio i talenti ricevuti. Il terzo, invece, nasconde il denaro ricevuto in una buca. Tornato a casa, il padrone chiede conto ai servitori di quanto aveva loro affidato e, mentre apprezza quanto hanno fatto i primi due, rimane deluso del terzo. Quel servo, infatti, che ha tenuto nascosto il talento senza valorizzarlo, ha fatto male i suoi conti: si è comportato come se il suo padrone non dovesse più tornare, come se non ci fosse un giorno in cui gli avrebbe chiesto conto di come avesse “gestito” il dono ricevuto.
3 E quest’anno il 16 novembre è esattamente la sesta domenica prima di Natale: per l’appunto l’inizio dell’avvento ambrosiano. In epoca più recente il rito romano abbreviò questo periodo a “sole” quattro domeniche: ed ecco spiegata la differenza di calendario e la dicitura “avvento romano” per il giorno 30 novembre.