Russia XVII secolo
Gentile da Fabriano (Gentile di Niccolò di Giovanni Massi), 1420-1423
Adorazione dei Magi
Personaggi dell’icona:
Maria con in braccio Gesù Bambino (a volte anche Giuseppe), tre
personaggi vestiti in modo orientale (spesso differenziati per tratti
somatici e definizione razziale), che recano al Signore dei doni e Lo
adorano.
Elementi dell’icona: nessuno con valore teologico.
Riferimenti biblici: Mt 2,1-12
«Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.»
«Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.»
Senso teologico delle icone:
Com’è facile intuire leggendo i testi la prima icona dipende di fatto
dal vangelo di Luca, mentre l’altra dipende da Matteo. Pur coincidendo
sui dati essenziali, infatti, (in particolare sul fatto che il Galileo
Gesù è nato a Betlemme, in piena Giudea a causa della sua discendenza
davidica) i racconti hanno sottolineature diverse che bene si
armonizzano con il discorso teologico complessivo, che il singolo
evangelista porta avanti nel suo libro.
In entrambi i casi, però, il punto-chiave del racconto (quello che poi ha generato la festa e la sua icona) è il fatto che Gesù viene riconosciuto come elemento essenziale dell’azione di Dio: nella versione di Luca, perché i pastori ricevono l’annuncio che la “gloria nel cielo” è scesa sulla terra e, dopo averla trovata avvolta in fasce, se ne tornano alle greggi, lodando a loro volta Dio, per “tutto ciò che avevano visto e udito” nella tradizione di Matteo perché Gesù viene ADORATO dai magi: termine tecnico, che nella Bibbia si rivolge solo a Dio.
Ecco il punto: non solo nasce il Figlio di Dio, ma questo viene annunciato e riconosciuto come tale.
In particolare l’icona della nascita ha sempre avuto un grande successo nella tradizione occidentale: per Luca il racconto era tutto incentrato sul raccordo di gioia tra cielo e terra, che s’instaurava avendo Gesù come centro. Una gioia in particolare dei poveri (secondo una tradizione biblica sono i prediletti di Dio), primi destinatari e testimoni dell’avvenimento della salvezza. Ma il clamoroso successo dell’icona (soprattutto dal 1500 in poi) è dovuta alla grande tensione spirituale, al pathos generato dalla contemplazione della nascita di un bimbo, che è anche Dio e che come tale viene adorato dai pastori, nei quali il popolo di Dio, povero come i pastori, amava identificarsi.
Viene così, via via crescendo quell’aura di mistica, dolce contemplazione del bimbo nato, in una specie di sospensione del tempo, una luce che brilla nella capanna tra le tenebre della notte, tema che traspare anche nella musica (e si può citare, tra i moltissimi possibili, la musica “Il riposo per il santo natale” in Fa maggiore RV 270 di Antonio Vivaldi (1678/1741) od il tradizionale “Quanno nascette Ninno” (da cui il celeberrimo “Tu scendi dalle stelle”) di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696/1787). È interessante notare che è entrata a far parte di quest’iconografia anche la “stella cometa” (si può vedere, ad esempio, l’icona di Giotto agli Scrovegni di Padova), che, come tale, non esiste nei testi evagelici, mentre c’è la “stella” nel racconto di Matteo e non in quello di Luca. Il bue e l’asino, secondo un’antica interpretazione, risalente ai vangeli apocrifi, rappresentano rispettivamente il popolo ebraico ed i popoli pagani).
Molto più teologica è, invece, l’icona dell’Epifania, che mette l’accento sul fatto che il Signore nato viene riconosciuto, grazie al segno divino della stella, dai “sapienti dell’oriente, che affrontano il viaggio difficile fino a Betlemme per prostrasi ed adorare il “Re dei Giudei che è nato”. È il primo riconoscimento, proveniente da stranieri non ebrei, che da Israele è germogliato il Salvatore. I magi sono tradizionalmente tre, quanti i doni che portano al Bambino: il significato di questi è molto incerto, pare che l’oro e l’incenso accennino alla dignità regale e divina di Gesù, mentre la mirra (pianta amara) alluda alla passione ed ai contrasti che nasceranno dalla sua venuta (uno sta per realizzarsi: la “strage degli innocenti”, narrata da Matteo subito dopo quest’episodio).
In entrambi i casi, però, il punto-chiave del racconto (quello che poi ha generato la festa e la sua icona) è il fatto che Gesù viene riconosciuto come elemento essenziale dell’azione di Dio: nella versione di Luca, perché i pastori ricevono l’annuncio che la “gloria nel cielo” è scesa sulla terra e, dopo averla trovata avvolta in fasce, se ne tornano alle greggi, lodando a loro volta Dio, per “tutto ciò che avevano visto e udito” nella tradizione di Matteo perché Gesù viene ADORATO dai magi: termine tecnico, che nella Bibbia si rivolge solo a Dio.
Ecco il punto: non solo nasce il Figlio di Dio, ma questo viene annunciato e riconosciuto come tale.
In particolare l’icona della nascita ha sempre avuto un grande successo nella tradizione occidentale: per Luca il racconto era tutto incentrato sul raccordo di gioia tra cielo e terra, che s’instaurava avendo Gesù come centro. Una gioia in particolare dei poveri (secondo una tradizione biblica sono i prediletti di Dio), primi destinatari e testimoni dell’avvenimento della salvezza. Ma il clamoroso successo dell’icona (soprattutto dal 1500 in poi) è dovuta alla grande tensione spirituale, al pathos generato dalla contemplazione della nascita di un bimbo, che è anche Dio e che come tale viene adorato dai pastori, nei quali il popolo di Dio, povero come i pastori, amava identificarsi.
Viene così, via via crescendo quell’aura di mistica, dolce contemplazione del bimbo nato, in una specie di sospensione del tempo, una luce che brilla nella capanna tra le tenebre della notte, tema che traspare anche nella musica (e si può citare, tra i moltissimi possibili, la musica “Il riposo per il santo natale” in Fa maggiore RV 270 di Antonio Vivaldi (1678/1741) od il tradizionale “Quanno nascette Ninno” (da cui il celeberrimo “Tu scendi dalle stelle”) di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696/1787). È interessante notare che è entrata a far parte di quest’iconografia anche la “stella cometa” (si può vedere, ad esempio, l’icona di Giotto agli Scrovegni di Padova), che, come tale, non esiste nei testi evagelici, mentre c’è la “stella” nel racconto di Matteo e non in quello di Luca. Il bue e l’asino, secondo un’antica interpretazione, risalente ai vangeli apocrifi, rappresentano rispettivamente il popolo ebraico ed i popoli pagani).
Molto più teologica è, invece, l’icona dell’Epifania, che mette l’accento sul fatto che il Signore nato viene riconosciuto, grazie al segno divino della stella, dai “sapienti dell’oriente, che affrontano il viaggio difficile fino a Betlemme per prostrasi ed adorare il “Re dei Giudei che è nato”. È il primo riconoscimento, proveniente da stranieri non ebrei, che da Israele è germogliato il Salvatore. I magi sono tradizionalmente tre, quanti i doni che portano al Bambino: il significato di questi è molto incerto, pare che l’oro e l’incenso accennino alla dignità regale e divina di Gesù, mentre la mirra (pianta amara) alluda alla passione ed ai contrasti che nasceranno dalla sua venuta (uno sta per realizzarsi: la “strage degli innocenti”, narrata da Matteo subito dopo quest’episodio).
Del Battesimo di Gesù Cristo parlano tutti i quattro vangeli canonici. Ecco come lo presenta il Vangelo di Matteo (3,13-17):
"In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito Santo scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto".
Il battesimo di Gesù manifesta la sua natura divina: nel mondo è apparso il Figlio di Dio incarnato nella forma umana. Questa è l'Epifania.
Dio appare nello stesso tempo sotto tre ipostasi: Dio-Figlio - Gesù, Dio-Spirito Santo - è sceso su Gesù in forma di colomba, Dio-Padre - si è manifestato attraverso la sua voce. Ecco l'epifania della Santissima Trinità (Trinità "novotestamentaria").
Ricevuto il battesimo, Gesù andò nel deserto e lì digiunò per quaranta giorni. E il demonio per tre volte lo tentò. Ma Gesù vinse le tentazioni e, tornato in Galilea, iniziò il suo insegnamento. "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista... (Lc 4,18).
Da questo momento Gesù appare come Messia (dall'ebraico mashijah - "unto", in greco "Cristo"). Inizia il suo grande servizio.
Le immagini del Battesimo del Signore, chiamate anche l'Epifania (del nostro Signore Gesù Cristo), erano molto popolari nella Rus'. Uno degli esempi delle icone di questo tipo è l'immagine dell'Epifania di Novgorod, fine del XV - inizio XVI secolo.
Il centro logico e composizionale dell'icona è la figura di Cristo. Gesù Cristo, spogliato, riceve il battesimo di purificazione nel Giordano: secondo l'iconografia fissata, nella riva sinistra del fiume Giordano è presentato Giovanni Battista, nella riva destra degli angeli (il loro numero sulle icone dell'Epifania varia da tre a quattro).
Giovanni Battista compie l'atto del battezzare, mettendo il palmo della mano destra sulla testa di Gesù Cristo; nella mano sinistra ha la croce, simbolo della missione salvifica di Cristo e simbolo del Nuovo Testamento, della Nuova Alleanza, conclusa tra Dio e gli uomini.
Le
due sorgenti che scendono dalla montagna si uniscono in un solo fiume,
il Giordano. Gli spazi acuti e fini sullo sfondo di tonalità rosso-bruna
delle rive, creano l'illusione di un allontanamento delle montagne che
si alzano verso il cielo; già qui si può vedere un raro e ben riuscito
tentativo di trasmettere la profondità dello spazio.
Ai piedi di Gesù Cristo nell'acqua si possono distinguere due piccole figure. Quella maschile simbolizza il fiume Giordano, quella femminile il mare. Queste figure sono sorprendenti resti dell'antichità pagana, che sono penetrati e si sono consolidati nell'iconografia dell'immagine ortodossa dell'"Epifania". È fissata anche la loro provenienza, sono chiamati per illustrare le parole del Salmo 114,3: "Il mare vide e si ritrasse, il Giordano si volse indietro". Questo fatto, nelle prime e più antiche rappresentazioni del Battesimo, è stato raffigurato in un modo tradizionale e abituale per l'antichità: il mare e il fiume erano rappresentati con piccole figure antropomorfiche. La loro "ritirata" ed il "volgersi indietro" diventavano vaghi.
A volte, insieme a queste piccole figure è raffigurato anche il serpente, che corrisponde al versetto 13 del Salmo 74: "Hai schiacciato la testa dei draghi sulle acque".
Gli angeli, rappresentati nelle immagini del Battesimo di Gesù Cristo, personificano i padrini, il cui compito è di accogliere i "battezzandi", quando escono dall'acqua.
Nell'icona troviamo anche la simbolica immagine della colomba, che personifica lo Spirito Santo, e la nube dalla quale è uscita la voce di Dio-Padre.
Le figure degli angeli "costruiscono", per dire così, i gradini delle scale, che si alzano dalla terra verso il cielo. Anche le rive del Giordano ascendono ripidamente. Tutto è diretto verso l'alto. E nel centro di tutto è Gesù Cristo. Ecco l'Epifania.
Confrontiamo le icone dell'"Epifania" con i quadri europei del "Battesimo di Cristo".
Così El Greco (1541-1614) cerca di non allontanarsi troppo dalla tradizione iconografica bizantina (era appunto greco d'origine), però il pathos del quadro già si perde in modo significativo.
A maggior ragione questo si può dire del "Battesimo di Cristo" di Piero della Francesca. Questo quadro, pieno di luce e di spazio, è bellissimo, però sembra, in sostanza, soltanto un racconto formale del battesimo di Gesù Cristo. E la figura del personaggio dietro le spalle di Giovanni Battista trasmette a tutto quello che sta succedendo prosaicità e quotidianità.
"In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito Santo scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto".
Il battesimo di Gesù manifesta la sua natura divina: nel mondo è apparso il Figlio di Dio incarnato nella forma umana. Questa è l'Epifania.
Dio appare nello stesso tempo sotto tre ipostasi: Dio-Figlio - Gesù, Dio-Spirito Santo - è sceso su Gesù in forma di colomba, Dio-Padre - si è manifestato attraverso la sua voce. Ecco l'epifania della Santissima Trinità (Trinità "novotestamentaria").
Ricevuto il battesimo, Gesù andò nel deserto e lì digiunò per quaranta giorni. E il demonio per tre volte lo tentò. Ma Gesù vinse le tentazioni e, tornato in Galilea, iniziò il suo insegnamento. "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista... (Lc 4,18).
Da questo momento Gesù appare come Messia (dall'ebraico mashijah - "unto", in greco "Cristo"). Inizia il suo grande servizio.
Le immagini del Battesimo del Signore, chiamate anche l'Epifania (del nostro Signore Gesù Cristo), erano molto popolari nella Rus'. Uno degli esempi delle icone di questo tipo è l'immagine dell'Epifania di Novgorod, fine del XV - inizio XVI secolo.
Il centro logico e composizionale dell'icona è la figura di Cristo. Gesù Cristo, spogliato, riceve il battesimo di purificazione nel Giordano: secondo l'iconografia fissata, nella riva sinistra del fiume Giordano è presentato Giovanni Battista, nella riva destra degli angeli (il loro numero sulle icone dell'Epifania varia da tre a quattro).
Giovanni Battista compie l'atto del battezzare, mettendo il palmo della mano destra sulla testa di Gesù Cristo; nella mano sinistra ha la croce, simbolo della missione salvifica di Cristo e simbolo del Nuovo Testamento, della Nuova Alleanza, conclusa tra Dio e gli uomini.
Ai piedi di Gesù Cristo nell'acqua si possono distinguere due piccole figure. Quella maschile simbolizza il fiume Giordano, quella femminile il mare. Queste figure sono sorprendenti resti dell'antichità pagana, che sono penetrati e si sono consolidati nell'iconografia dell'immagine ortodossa dell'"Epifania". È fissata anche la loro provenienza, sono chiamati per illustrare le parole del Salmo 114,3: "Il mare vide e si ritrasse, il Giordano si volse indietro". Questo fatto, nelle prime e più antiche rappresentazioni del Battesimo, è stato raffigurato in un modo tradizionale e abituale per l'antichità: il mare e il fiume erano rappresentati con piccole figure antropomorfiche. La loro "ritirata" ed il "volgersi indietro" diventavano vaghi.
Gli angeli, rappresentati nelle immagini del Battesimo di Gesù Cristo, personificano i padrini, il cui compito è di accogliere i "battezzandi", quando escono dall'acqua.
Nell'icona troviamo anche la simbolica immagine della colomba, che personifica lo Spirito Santo, e la nube dalla quale è uscita la voce di Dio-Padre.
Le figure degli angeli "costruiscono", per dire così, i gradini delle scale, che si alzano dalla terra verso il cielo. Anche le rive del Giordano ascendono ripidamente. Tutto è diretto verso l'alto. E nel centro di tutto è Gesù Cristo. Ecco l'Epifania.
Confrontiamo le icone dell'"Epifania" con i quadri europei del "Battesimo di Cristo".
Così El Greco (1541-1614) cerca di non allontanarsi troppo dalla tradizione iconografica bizantina (era appunto greco d'origine), però il pathos del quadro già si perde in modo significativo.
A maggior ragione questo si può dire del "Battesimo di Cristo" di Piero della Francesca. Questo quadro, pieno di luce e di spazio, è bellissimo, però sembra, in sostanza, soltanto un racconto formale del battesimo di Gesù Cristo. E la figura del personaggio dietro le spalle di Giovanni Battista trasmette a tutto quello che sta succedendo prosaicità e quotidianità.
* * *
La visita dei re Magi a Gesù è rappresentata nell'arte con il titolo di Adorazione dei Magi.
È una scena che ci aiuta a capire lo spirito e la cultura delle varie
epoche artistiche. Vediamo qualche esempio di artisti italiani.
| L'Adorazione dei Magi dipinta da Gentile da Fabriano nel 1423 (Firenze,
Galleria degli Uffizi) illustra bene lo spirito della civiltà
tardo-gotica: tutto è eleganza, raffinatezza, linearismo, decorativismo. Verso la capanna con la Sacra Famiglia, sulla sinistra, si dirige un lungo e affollato corteo, preceduto dai re Magi. Siamo così affascinati dalla brillantezza dei colori, dalla luminosità dell'oro, dalla ricchezza dei particolari (i gioielli, le stoffe lussuose degli abiti, gli animali esotici come le scimmie e la pantera) che quasi non ci rendiamo conto che si tratta di una scena religiosa. È come una fiaba, elegante e sospesa in una dimensione senza tempo. |
Pochi anni dopo, nel 1426, Masaccio dipinge una Adorazione dei Magi (Berlin, Staatliche Museen) per il Polittico di Pisa. Solo pochi anni, ma la distanza culturale è enorme. Il pittore elimina tutti gli elementi non essenziali, l'oro, i dettagli decorativi. I protagonisti sono figure reali, concrete, che si muovono in uno spazio tridimensionale, creato con la prospettiva matematica. La luce, naturale, illumina la scena da sinistra cosicché a terra si vedono le ombre. L'effetto è di semplicità, chiarezza e monumentalità. | |
| L'episodio non è una fiaba cavalleresca ma è una historia, un fatto storico, al quale assistono due personaggi vestiti di nero, che indossano abiti contemporanei: sono due testimoni. Con Masaccio, che rappresenta il fatto come un episodio che è parte della storia dell'Uomo, inizia la grande pittura del Rinascimento. | |
Tra 1481 e 1482, quasi sessant'anni dopo, Leonardo comincia a Firenze un'Adorazione dei Magi (Firenze, Galleria degli Uffizi), ma la lascia incompiuta al momento della sua partenza per Milano nel 1482; sulla tavola c'è solo il disegno preparatorio, anche se molto accurato. Leonardo è un innovatore del linguaggio rinascimentale. A lui, che analizza la realtà con gli occhi attenti | |
| e
curiosi di uno scienziato, non interessa raccontare il fatto storico ma
capire il significato della nascita di Cristo, le sue conseguenze
sull'umanità: ecco perché rappresenta la scena come epifania, come manifestazione del Divino. Abbandona perciò lo schema orizzontale, eliminando il corteo e la capanna; mette al centro la Madonna con il Bambino e intorno colloca numerosi personaggi che con i loro gesti e con le loro espressioni evidenziano un grande turbamento, una profonda emozione. La manifestazione della Divinità è fatto eccezionale, che sconvolge il corso naturale delle cose e la vita degli uomini. In questo caso, cambia il cammino della Storia: infatti nella parte superiore del quadro si vede una battaglia di cavalieri davanti a un grande edificio antico (forse un circo) in rovina, interpretata come una allusione alla fine del mondo pagano. | |
A Venezia, un secolo dopo (1582), Jacopo Tintoretto dipinge una visionaria Adorazione dei Magi per la Sala Terrena della "Scuola Grande di San Rocco". Siamo nel periodo del Tardo Manierismo (o, meglio, della Maniera), quando l'arte non è più espressione della superiorità dell'Uomo razionale, come nel Rinascimento, ma è al servizio della Chiesa cattolica e della Controriforma. | |
| In
questa tela, come in altre opere a San Rocco, tutto è mistero,
spiritualità, profondo senso del sacro. Questo effetto è conseguenza
dell'uso suggestivo della luce. In primo piano la luce emana dal corpo di Gesù e, lottando con l'ombra profonda del crepuscolo, mette in evidenza i gesti e le emozioni dei Magi e degli altri protagonisti. Sul fondo il corteo dei Magi è quasi un'apparizione fantastica, con figure trasparenti, senza peso, costruite per mezzo di pennellate luminose rapide e spezzate. Quello che vediamo è veramente uno spazio dell'anima, espressione dello spirito visionario dell'artista veneziano. | |
| Al 1753 risale la grande Adorazione dei Magi (München, Alte Pinakothek) dipinta da Giovan Battista Tiepolo, uno dei più famosi rappresentanti della pittura veneta nell'epoca dominata dal gusto rocaille. Lontana sia dalla spiritualità che dalla razionalità degli esempi del passato, si presenta quasi come una rappresentazione teatrale. È molto raffinata nei dettagli: la luminosità della Vergine che si contrappone agli abiti scuri, e quasi poveri, di San Giuseppe; la figura del Moro in primo piano, con il turbante rosso e gli abiti lussuosi; la macchia brillante della veste dorata del Mago inginocchiato davanti alla Madonna. Ed i colori sono squillanti, splendenti. La bellezza della pittura non riesce però a nascondere la mancanza di emozioni, e di spiritualità, della scena. È un'opera fatta per appagare gli occhi, per soddisfare il gusto per la raffinatezza e l'eleganza, più interessata all'apparenza che alla sostanza, secondo quella estetica delpiacere che domina buona parte del XVIII secolo. L'argomento rappresentato è poco importante, quello che conta è lo splendore della forma. |