venerdì 20 settembre 2013

Papa Francesco: "Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato".


sopra: La vocazione di Matteo (Caravaggio)


 Il cuore del Papa

[Text: Italiano, Français, Español, Português]

Non è forse un caso che la lunga intervista a Papa Francesco, realizzata da Antonio Spadaro e che ha fatto subito il giro del mondo, sia uscita alla vigilia di una data importante nella vita di Jorge Mario Bergoglio. Come il vescovo di Roma ha confidato ai suoi preti, fu proprio nella festa di san Matteo di sessant’anni fa — era il 21 settembre 1953 — che all’improvviso scoprì la propria vocazione. Il diciassettenne si confessò e, come ha raccontato a Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti, «mi capitò una cosa strana. Non so cosa fosse esattamente, ma mi cambiò la vita».
È lì la radice del gesuita e del vescovo che poi volle come suo motto episcopale una singolare espressione latina usata dal monaco Beda per descrivere la chiamata dell’apostolo Matteo, quando Gesù «ebbe misericordia di lui e lo scelse» (miserando atque eligendo). Espressione che esprime perfettamente il cuore del Papa, manifestato con chiarezza nell’intervista: la coscienza di essere amato da Dio e l’esigenza di rispondere a questo sguardo.
Così il testo si colloca, certo in dimensioni più ridotte, in un genere letterario scelto dai Papi nella seconda metà del Novecento: con una serie aperta nel 1967 dai Dialoghi con Paolo VI di Jean Guitton, continuata in vario modo da Giovanni Paolo II e giunta nel 2010 con Benedetto XVI a Luce del mondo di Peter Seewald. Con un unico scopo: ricercare di continuo un dialogo con le donne e gli uomini di oggi e farsi capire.
Come la Chiesa, pur con inevitabili imperfezioni umane, ha sempre fatto nello sforzo di rispondere con fedeltà alla parola di Cristo. Questo e nient’altro, nonostante interpretazioni diverse, sta facendo Papa Francesco, che cerca un rapporto personale di carità con chi incontra. Torna così, come disse Paolo VI concludendo il concilio, «l’antica storia del samaritano». Che si fermò a soccorrere l’uomo ferito e abbandonato sulla strada. (g.m.v.)
L'Osservatore Romano, 21 settembre 2013.

(es) El corazón del Papa
(fr) Le cœur du Pape
(pt) O coração do Papa


*
Nella intervista alla Civiltà Cattolica, il Papa si riferisce ad un quadro...
La «Chiamata di Matteo» dipinta da Caravaggio per la chiesa di San Luigi dei Francesi. 

Colpito al cuore

Per esprimere il Vangelo l’artista ambienta la scena in una stamberga romana del Seicento

Quando il trentenne Caravaggio, fra il luglio 1599 e il luglio dell’anno 1600, dipinse in San Luigi dei Francesi per il prelato Mathieu Cointrel (nome italianizzato in Contarelli) i teleri dedicati al santo protettore del committente, non ebbe dubbi. Il testo evangelico per essere efficace e da tutti comprensibile doveva subire una traduzione analogica. O il Vangelo è attuale, è in grado di parlare all’uomo di oggi, vestendosi dei panni di oggi, oppure non è. Questo pensava il cattolico Michelangelo Merisi da Caravaggio. Così del resto insegnavano i decreti sulle arti promulgati dal concilio di Trento.
Analogia, nel mondo delle figure, vuol dire trasmissione dell’essenza di un messaggio antico attraverso l’adeguamento in forme moderne delle persone e delle situazioni. Il Matteo del Vangelo è un personaggio spregevole ma chi potrebbe essere, nella Roma dell’anno 1600, un tipo umano altrettanto spregevole, un personaggio “moderno” che svolge azioni altrettanto deprecabili e che perciò può essere paragonato, per “analogia”, all’evangelista prima della conversione? La risposta di Caravaggio a questa domanda è semplicemente geniale. Il Matteo pubblicano dell’anno 1600 è l’usuraio, magari quel tale che tutta Roma conosce e di cui tutta Roma parla, uno che ha fatto i soldi cambiando valute ma anche prestando denari a strozzo e trafficando con la malavita.
Ed ecco la scena celebre, vero e proprio colpo di mano sulla Roma contemporanea, ambientata in un luogo concettualmente “analogo” al banco del gabelliere giudeo nella Gerusalemme di Ponzio Pilato. È una stamberga della Roma popolare, da pensare in qualche vicolo fra Piazza del Popolo e Campo de’ Fiori. In questo luogo che è facile immaginare sporco, maleodorante, con il sudicio e la polvere ingrommati alle impannate della finestra, giovani di vita con le armi bene in vista – una tipologia umana che diresti in bilico fra il “bravo” di manzoniana memoria, lo sfruttatore di donne e il baro del gioco clandestino – stanno intorno a un tavolo dove si parla di denaro e si contano monete. Chi è Matteo, il pubblicano qui in figura dell’usuraio malavitoso dell’anno 1600? È l’uomo d’età, ben vestito che sta al centro del tavolo e che, incuriosito e turbato, si porta la mano destra al petto come se stesse per dire al Cristo che sta entrando: «Vuole me?». Oppure è il giovane torvo, pensieroso, tutto concentrato sulle monete che sta contando, rappresentato nell’angolo di sinistra? Questo aspetto però è meno importante. Ciò che andava messo in figura in forma analogica, è il fulmineo effetto della chiamata. I Vangeli non dicono che Cristo persuase Matteo a seguirlo. Non gli fece nessun discorso. Lo chiamò e lui abbandonò tutto e, semplicemente e immediatamente, lo seguì. La chiamata non ha preludi, non ammette svolgimenti dialettici, non prevede effetti retorici. La chiamata, quando arriva, colpisce al cuore ed è per sempre.

  Antonio Paolucci


*

Dalle parole alla Parola

(Carlo De Cicco) Il Vangelo è bello, una compagnia della vita perché ci fa scoprire che non siamo mai soli ma sempre c’è almeno Dio a volerci bene e condividere le nostre speranze. La credibilità della Chiesa stessa ne guadagna se la sua azione rispecchia fedelmente il Vangelo. Questo messaggio trasparente e forte percorre l’intera intervista corposa rilasciata da Papa Francesco al suo confratello gesuita Antonio Spadaro direttore della Civiltà Cattolica e destinata alle riviste della Compagnia di Gesù. Fa tornare alla mente l’appello della Regola benedettina che Joseph Ratzinger non si è stancato di ripetere: nulla anteporre a Cristo. Una tensione spirituale confluita nell’Anno della fede voluto per spalancare le porte della fede cristiana che, nella sua autenticità, consiste nel respirare Vangelo. Papa Francesco in modo convinto spinge la Chiesa a respirare Vangelo affermando nel servizio pastorale il primato della misericordia per guarire o, almeno lenire, le condizioni umane di sofferenza. C’è un passo nel Vangelo di Matteo che ispira largamente la spiritualità ignaziana e potrebbe riassumere il cuore dell’ampia intervista del Pontefice dove egli esorta tutti coloro che sono affaticati e oppressi a ricorrere a Gesù per trovare ristoro all’esistenza. «Prendete il mio giogo sopra di voi — recita il passo evangelico — e imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». Papa Francesco sta operando con lo stile di Gesù per accreditare davanti al mondo leggerezza e dolcezza al messaggio cristiano. Dopo aver invitato i pastori ad avere l’odore delle pecore, ora invita tutti i cristiani ad assumere l’odore del Vangelo della misericordia. L’intervista, come la precedente ai giornalisti sull’aereo durante il ritorno da Rio de Janeiro e la lettera a Eugenio Scalfari, ha suscitato clamore e scalpore. È come un’onda d’urto con la quale il Pontefice propone un metodo per essere cristiani felici — e perciò sensibili all’umanità con le sue sofferenze e le sue aspettative — sapendo per esperienza personale che esiste sempre il pericolo di moltiplicare le parole togliendo spazio al silenzio. È una delle tentazioni della moderna epoca di comunicazione, navigare nel mare di parole rischiando di rendere insignificante o seppellire la Parola di Dio nel frastuono che impedisce l’ascolto. Papa Francesco esorta a imparare a discernere i fatti della vita e le risposte più appropriate a guarire. Egli è capace di parole rigeneranti perché è abituato ogni giorno a dare spazio almeno a un’ora di silenzio, in ascolto della Parola e interpellando Dio nella preghiera.
L'Osservatore Romano

*

La Chiesa di misericordia di papa Francesco non è una chiesa del relativismo
di Bernardo Cervellera

In un'ampia intervista alla rivista Civiltà Cattolica, papa Francesco spiega le priorità della Chiesa, l'importanza della misericordia e dell'uscire incontro alle situazioni e alle persone ferite. La Chiesa come "un ospedale da campo". Accoglienza di divorziati, omosessuali, persone che hanno praticato l'aborto. Molti applaudono alla "rivoluzione", ma in realtà tutto è nella più pura tradizione. L'importanza della donna nella Chiesa, della collegialità anche con gli ortodossi. "Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato".

*

Citta del Vaticano (AsiaNews) - "La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: "Gesù Cristo ti ha salvato!". E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia".
Secondo papa Francesco, testimoniare la misericordia è il "bisogno più grande della Chiesa di oggi": lo afferma in vari modi nella lunga conversazione -intervista che egli ha avuto con un suo confratello gesuita, p. Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, e diffusa in contemporanea su molte pubblicazioni dell'ordine.
Troppo spesso - spiega il papa - la Chiesa si mostra più interessata all'organizzazione e alla morale, e va incontro al mondo presentando solo delle regole: "Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L'annuncio di tipo missionario si concentra sull'essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l'edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali".
Il pontefice ribadisce così quello che è divenuto il suo slogan fin dall'elezione (anzi, fin dal conclave): "Uscire" verso "le periferie esistenziali e geografiche". Ancora nell'intervista, egli dice:  "Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve tenendo le porte aperte, cerchiamo pure di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n'è andato o è indifferente. Chi se n'è andato, a volte lo ha fatto per ragioni che, se ben comprese e valutate, possono portare a un ritorno. Ma ci vuole audacia, coraggio".
Diversi media hanno presentato la sua intervista come una "rivoluzione", una "apertura", fino a supporre quasi una "sconfessione" del magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.
In realtà, ogni missionario e ogni cristiano sa che prima occorre l'annuncio della salvezza offerta da Gesù Cristo, poi la catechesi (e la dottrina), poi la morale. Sottolineare sempre e solo la morale è un errore di impostazione .
La vera novità di papa Francesco, più che a livello dottrinale, è a livello diatteggiamento: "La prima riforma - egli dice - deve essere quella dell'atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato".
"Sogno - aggiunge - una Chiesa Madre e Pastora. I ministri della Chiesa devono essere misericordiosi, farsi carico delle persone, accompagnandole come il buon samaritano che lava, pulisce, solleva il suo prossimo. Questo è Vangelo puro. Dio è più grande del peccato. Le riforme organizzative e strutturali sono secondarie, cioè vengono dopo".
Chi volesse mettere in contrasto questo atteggiamento con il passato magistero, dovrebbe ricordare che Giovanni Paolo II ha dedicato addirittura un'enciclica alla misericordia ("Dives in misericordia"),  che Benedetto XVI ha messo la testimonianza del Dio di misericordia alla base della civiltà umana.
Anche quanto lui dice sull'accoglienza di divorziati, omosessuali, persone che hanno scelto l'aborto non presenta nessuna novità dottrinale: per sincerarsene, basta una lettura del Catechismo della Chiesa cattolica. Nell'intervista, è lo stesso papa Francesco ad affermarlo: "Dobbiamo annunciare il Vangelo su ogni strada, predicando la buona notizia del Regno e curando, anche con la nostra predicazione, ogni tipo di malattia e di ferita. A Buenos Aires ricevevo lettere di persone omosessuali, che sono "feriti sociali" perché mi dicono che sentono come la Chiesa li abbia sempre condannati. Ma la Chiesa non vuole fare questo. Durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro ho detto che, se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla. Dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo. La religione ha il diritto di esprimere la propria opinione a servizio della gente, ma Dio nella creazione ci ha resi liberi: l'ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile".
Ancora, una volta, il pontefice sottolinea l'atteggiamento di apertura, di accoglienza della persona, senza mettere anzitutto davanti principi e regole: "Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione".
"Io vedo con chiarezza - dice anche  - che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite... E bisogna cominciare dal basso".
Un'altra novità interessante per una riforma della Chiesa è quanto Francesco dice a proposito della certezza di fede.
Nel "cercare e trovare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Deve esserci. Se una persona dice che ha incontrato Dio con certezza totale e non è sfiorata da un margine di incertezza, allora non va bene... Se uno ha le risposte a tutte le domande, ecco che questa è la prova che Dio non è con lui". Una simile affermazione viene vista da alcuni commentatori come la conferma che finalmente  anche il papa è dei nostri, del "partito del relativismo"; finalmente possiamo brindare al fatto che non vi è alcuna verità.  Lo stesso pontefice si chiede: "È relativismo? Sì, se è inteso male, come una specie di panteismo indistinto. No, se è inteso in senso biblico, per cui Dio è sempre una sorpresa, e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell'incontro con Lui". In realtà il papa non fa altro che sottolineare la tradizionalissima dottrina agostiniana: "se lo comprendi, non è Dio": Dio non si può inscatolare in un'idea, in regole, in discorsi, ma lo si può incontrare. La Verità la si può incontrare nella storia, "nell'avventura della ricerca dell'incontro e del lasciarsi cercare e lasciarsi incontrare da Dio".
Nella stessa intervista, Francesco spiega il valore dell'adorazione silenziosa serale davanti al tabernacolo, per ricordare "cosa io ho fatto per Cristo", ma soprattutto per ravvivare la coscienza "che il Signore ha memoria di me".
Un altro punto toccato nell'intervista è quello sul ruolo della donna nella Chiesa. Il pontefice spinge per una "teologia della donna nella Chiesa" che dia valore al suo apporto specifico, anche in luoghi di responsabilità, ma mette in guardia contro il "machismo in gonnella", le rivendicazioni di tipo femminista che vogliono rendere la donna uguale all'uomo ("in realtà la donna ha una struttura differente dall'uomo"). Qualche teologo in voga ha subito applaudito alla possibilità che "finalmente" si possa avere il sacerdozio femminile. Ma lo stesso papa, nell'intervista, dice: "La donna per la Chiesa è imprescindibile. Maria, una donna, è più importante dei Vescovi. Dico questo perché non bisogna confondere la funzione con la dignità". Il punto perciò è ritrovare l'apporto specifico e la dignità del "genio femminile" - come diceva Giovanni Paolo II - senza voler rinchiudere questa riscoperta in una semplice equiparazione di funzioni.
Un punto piuttosto innovativo citato nella conversazione è quello della collegialità applicata al governo della Chiesa e ai rapporti ecumenici.
"Credo ...che la consultazione sia molto importante. I Concistori, i Sinodi sono, ad esempio, luoghi importanti per rendere vera e attiva questa consultazione. Bisogna renderli però meno rigidi nella forma. Voglio consultazioni reali, non formali. La Consulta degli otto cardinali, questo gruppo consultivo outsider, non è una decisione solamente mia, ma è frutto della volontà dei cardinali, così come è stata espressa nelle Congregazioni Generali prima del Conclave. E voglio che sia una Consulta reale, non formale".
E ancora: "Si deve camminare insieme: la gente, i Vescovi e il Papa. La sinodalità va vissuta a vari livelli. Forse è il tempo di mutare la metodologia del Sinodo, perché quella attuale mi sembra statica. Questo potrà anche avere valore ecumenico, specialmente con i nostri fratelli Ortodossi. Da loro si può imparare di più sul senso della collegialità episcopale e sulla tradizione della sinodalità. Lo sforzo di riflessione comune, guardando a come si governava la Chiesa nei primi secoli, prima della rottura tra Oriente e Occidente, darà frutti a suo tempo".
Anche in questo papa Francesco è in qualche modo debitore delle visite e degli incontri di Giovanni Paolo II con molte personalità ortodosse e del fine lavoro ecumenico di Benedetto XVI, che anni fa  ha chiesto alle Chiese ortodosse di aiutarlo a esprimere il ministero petrino in una maniera da loro accettabile e fedele alla tradizione della Chiesa indivisa.
Non è possibile riassumere tutta la ricchezza della conversazione intervista: vi sono ancora temi quali il rapporto fra Chiese giovani e antiche, fra teologia e popolo, fra laboratori pensanti ed esperienze di frontiera. Per questo rimandiamo alla lettura completa del testo.
Ma un aspetto vale ancora la pena di citare: quella dell'atteggiamento personale di papa Francesco, il suo cuore, quando cerca di definirsi: "Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato".  E rivela lo stile di vita del beato Pietro Favre (1506-1546), uno dei primi compagni di sant'Ignazio di Loyola, così vicino al suo: "Il dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari; la pietà semplice, una certa ingenuità forse, la disponibilità immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere così dolce, dolce...".
"Le mie scelte - aggiunge - anche quelle legate alla normalità della vita, come l'usare una macchina modesta, sono legate a un discernimento spirituale che risponde a una esigenza che nasce dalle cose, dalla gente, dalla lettura dei segni dei tempi. Il discernimento nel Signore mi guida nel mio modo di governare".

*

La breccia di Papa Francesco (alla prova dei conservatori cattolici americani)
The Huffington Post
 
(Massimo Faggioli) L'intervista di papa Francesco è arrivata sugli schermi e sui tavoli di alcuni milioni di lettori circa 24 ore fa: ma il sottoscritto e sua moglie (rispettivamente, uno storico-teologo italiano docente in America e una cittadina americana docente di letteratura italiana) (...)