venerdì 16 maggio 2014

Ci abbracceremo davanti a Muro Pianto




Alla vigilia del pellegrinaggio di Papa Francesco in Terra Santa. Le vie della pace

Ci si può incontrare. «In una realtà mondiale carente di valori, in cui tutto si misura e si analizza nell’ottica del potere geopolitico e del ricavo materiale, Francesco viene a cambiare questo paradigma esistenziale introducendo una dimensione spirituale»: il rabbino Skorka, sollecitato da padre Antonio Spadaro nel corso di un’ampia intervista pubblicata sul numero in uscita della Civiltà Cattolica, si sofferma a lungo sul prossimo viaggio in Terra Santa: «Non mi aspetto che Papa Francesco risolva tutti i problemi tra palestinesi e israeliani, né tutti i conflitti del Medio Oriente e del mondo. Non è il leader di un impero potente, capace di imporre condizioni», ma il rabbino si aspetta che l’autorità e la credibilità del Papa lascino «un segno nei leader e nei popoli della regione». L’obbiettivo comune, ricorda Skorka, è la pace e «per forgiare una pace veritiera è necessario ottenere un cambio di atteggiamento da parte di coloro che sono in conflitto e Papa Francesco può concentrare i suoi sforzi su questo obiettivo».
Del resto — spiega — alla base di questo viaggio c’è un sogno: «Sogniamo di trovarci insieme nella terra dei patriarchi e dei profeti, e di mostrare ai quattro venti che con audacia spirituale e profonda devozione al Creatore» si possono superare antiche dispute e ci si può incontrare «nel dialogo e lavorare assieme per un mondo migliore».

(Abraham Skorka) Tra qualche giorno, con l’aiuto del Signore, Papa Francesco visiterà la Terra Santa. Quando abbiamo parlato per la prima volta, a giugno dello scorso anno, della possibilità di tale viaggio, nella nostra conversazione è affiorato il termine “pellegrinaggio”. Nella tradizione biblica questo termine si riferisce alle tre occasioni in cui, nel corso dell’anno, ogni ebreo doveva recarsi a Gerusalemme per presentarsi a Dio. 
Mentre nei culti pagani si doveva andare al santuario per vedere l’immagine della divinità, in quello d’Israele è l’uomo che deve presentarsi a Dio (Esodo, 34, 24; Deuteronomio, 31, 11). Perciò andare in Terra Santa, tornare a Gerusalemme, si riferisce a un atto d’introspezione più profondo, poiché in questa terra è impressa l’orma dell’essenza della nostra spiritualità, quella ebraica e quella cristiana.
D’altro canto, dalla seconda metà dell’Ottocento, la terra d’Israele è testimone dell’ultimo ricrearsi dell’essere ebreo nella sua plurimillenaria storia. Covavano allora in Europa quei mali che si sarebbero manifestati in modo terrificante nel secolo successivo. La vita degli ebrei in molte comunità della loro diaspora europea era diventata all’epoca insopportabile. Un velenoso sentimento antisemita portò a enormi tragedie, come i pogrom che devastarono i quartieri ebraici della Russia zarista tra il 1881 e il 1884 dopo l’assassinio di Alessandro II, tra cui quello di Chisinau (1903) e il caso Dreyfus (1894-1906). Questi e altri avvenimenti spinsero gli ebrei a lasciare il continente. Molti trovarono condizioni di vita migliori in America. Altri pensarono che era giunto il momento di ritornare a Sion. Tale vocabolo, che designa uno dei monti su cui si erge Gerusalemme, viene utilizzato dal salmista (126, 1) per indicare il ritorno del popolo dall’esilio in Babilonia a cui lo costrinse Nabucodonosor. Le profezie del ritorno alla terra ancestrale, che appaiono in Isaia a partire dal capitolo 40 e in Ezechiele 37, come pure il giuramento presente nel salmo 137, rimasero impresse nella coscienza del popolo e il suo impegno verso di esse restò immutato di generazione in generazione. Per questo il movimento di ritorno a Israele fu chiamato sionismo.
Costruire una vita nuova nell’inospitale Palestina di allora, un lontano e abbandonato territorio dell’impero ottomano, era una scelta dura e difficile. Fatta da giovani pionieri che, con ardente idealismo, anelavano a ritornare alle proprie origini.
Al di là dell’antisemitismo e delle misere condizioni di vita delle masse ebraiche in Europa orientale, in tutto il popolo ebraico, sparso dallo Yemen all’Olanda, dall’Iran all’Africa del Nord, era latente un sentimento per la terra ancestrale, che ebbe allora un forte e imperscrutabile risveglio. Per centinaia di anni l’ebreo aveva recitato la sua preghiera più importante guardando verso Gerusalemme, invocando la sua ricostruzione e il ritorno a essa, sia del popolo sia di Dio. Alla fine dell’Ottocento molti ebrei sentirono di dover ricostruire le rovine del passato, per contribuire attivamente a trasformare le richieste delle preghiere in realtà.
Martin Buber fu uno di quei giovani che aderirono alla causa sionista. Con Chaim Weizmann e Berthold Feiwel, promosse la fondazione dell’Università ebraica di Gerusalemme, della quale fu docente. Partecipò a molti congressi sionisti e fu testimone e costruttore della rinnovata vita ebraica nella terra d’Israele.
Nel 1944, mentre viveva a Gerusalemme, Buber venne a conoscenza del drammatico destino dei quartieri ebraici d’Europa e, forse per prospettare un futuro di rinascita vitale per il popolo ebraico decimato dalla Shoah, pubblicò un saggio sull’ideologia sionista, intitolato Bein Am LeArtzo (“Tra il popolo e la sua terra”). Nel testo Buber si sofferma sul profondo significato che la terra d’Israele ha per il popolo ebraico nel suo rapporto con Dio. Pur comprendendo che il sionismo possiede caratteristiche comuni a qualsiasi movimento nazionale, trova in esso una dimensione metastorica, unica e trascendente.
Come in ogni altro movimento nazionale, il sentimento che emerge dalla coscienza storica del popolo verso la propria terra segnò la decisione di quanti s’impegnarono attivamente e politicamente a trasformare quella landa di terre, desertiche da un lato e paludose dall’altro, in un giardino, per un popolo che cercava di ricreare la sua plurimillenaria identità. Quanti cercarono solamente di risolvere il “problema ebraico” — espressione che definiva la situazione di una minoranza segregata e spesso duramente criticata, sia in Europa che altrove — scelsero di migrare verso luoghi dove sarebbero stati accolti meglio.
Fu allora ideato un piano migratorio che aveva come meta l’Argentina, sostenuto dal barone Hirsch, che lo sviluppò sulla base della politica immigratoria adottata da tale Paese nella seconda metà dell’Ottocento. La Gran Bretagna propose agli ebrei di stabilirsi in una zona dell’Uganda. La risposta che gran parte del popolo ebraico diede, dinanzi a tali proposte, fu il ritorno a Sion. Tale atteggiamento fu appoggiato da quanti osservavano la tradizione e le norme religiose, ma soprattutto da coloro che se ne erano allontanati e che conservavano una forte identità nazionale, spesso sostenitori di un’ideologia socialista.
Buber vi aderì ma capì che il passo da compiere doveva essere molto più grande. Nel suo testo chiarisce che l’unico luogo dove il popolo si può ricostruire come tale è la terra che Dio gli ha assegnato. Ma per poterlo fare pienamente deve «trovare» Sion, «la “Sion” occulta che rivelarono i profeti al tempo in cui la reclamavano. L’essenza della suddetta ricostruzione può essere individuata se si presta attenzione, come fa un architetto nel suo piano» (Bein Am LeArtzo, Jerusalem, Shocken Publishing House, 1944, p. 148). «Ci suicidiamo se dobbiamo cambiare la Terra d’Israele con un’altra, e ci suicidiamo se dobbiamo cambiare Sion nella Terra d’Israele» (p. 149).
Ritornare pienamente a Sion dovrebbe significare, seguendo Buber, ricreare il patto di Israele con Dio. La redenzione della terra ancestrale si trova implicitamente collegata con la redenzione dello spirito del popolo. Il testo biblico definisce la terra promessa al popolo d’Israele come il possesso che questi avrà e manterrà, come segno del suo patto con il Creatore, nella misura in cui adempirà la sua parte nell’accordo che ha fatto con lui. La sfida posta da Dio, attraverso i suoi profeti, di plasmare una società di giustizia, di rettitudine e di misericordia e d’impegnarsi profondamente nella ricerca delle dimensioni spirituali dell’esistenza, è la sfida che deve affrontare il popolo ebraico al ritorno alle sue origini, nel luogo in cui si trovano da sempre le sue radici, per la sua storia e, come spiega Buber, per disegno divino.
Per tornare pienamente a Sion il popolo ha bisogno di una realtà di pace che gli consenta di smettere di concentrare la propria attenzione e i propri sforzi sulla sua difesa, al fine di potersi guardare dentro. Quanti s’ispirano profondamente alla parola della Bibbia per trovare la propria fede, il proprio credo e i valori su cui costruire la propria vita, hanno dinanzi a sé la sfida di compiere uno sforzo sincero affinché nella regione il dialogo prevalga sulla violenza, il riconoscimento della fratellanza superi l’odio che acceca, perché nelle strade di Gerusalemme dimorino «anziani e anziane, ognuno con il suo bastone in mano, per l’età avanzata. E le vie della città si ritrovino piene di bambini e bambine, che giocano in esse» (Zaccaria, 8, 4-5).
Comprendo che il popolo ebraico in Israele e in tutte le comunità sparse nel mondo desideri dal Papa gesti che sappiano lasciare un segno indelebile, capaci d’ispirare tutti a forgiare la via che conduce alla materializzazione del sogno profetico che presenta Sion come l’epicentro mondiale della pace, dove le spade diventano vomeri e dove nessuno si esercita più per la guerra, come predisse Isaia (2, 4).
E d’altro canto desiderano un approfondimento del processo di riconciliazione e di dialogo avviato con Nostra aetate. Al di là delle differenze, in questi ultimi cinquant’anni ebrei e cattolici hanno fatto un lungo cammino che richiede una continuità che permetta di avvicinare Roma a Gerusalemme e viceversa. Dobbiamo allontanarci da ogni espressione che conduca a un qualsivoglia sincretismo e unirci in un fecondo dialogo fraterno.
Quando Papa Francesco sarà davanti al muro del Tempio, testimone inerme dell’opera e della passione di Gesù, il popolo ebraico si troverà accanto a lui. Come in passato, cercherà le vie per presentarsi al Signore, offrendogli il migliore dei doni: una realtà nella terra che egli possa benedire pienamente con la sua pace.
L'Osservatore Romano


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Intervista a La Civiltà Cattolica. Rabbino Skorka: ci abbracceremo davanti a Muro Pianto   


(Salvatore Izzo) "Con Papa Francesco ci siamo messi a sognare di  trovarci insieme davanti al Muro del Pianto, di abbracciarci per dare un  segno ai duemila anni di dissensi tra ebrei e cristiani, e che io lo  accompagnassi a Betlemme per essergli accanto in un momento tanto  significativo per il suo spirito, come gesto di amicizia e di rispetto. 
Di lasciare un messaggio di pace indelebile a tutti i popoli e le  nazioni di quella regione". Il rabbino di Buenos Aires, Abram Skorka,  spiega cosi' la decisione di inserirlo nella delegazione ufficiale  vaticana che lo accompagnera' in Terra Santa.
Amico di lunga data del cardinale Jorge Mario Bergoglio, nel corso di  una lunga intervista concessa al direttore di Civilta' Cattolica, padre  Antonio Spadaro, rivela che dopo l'elezione del 13 marzo 2013 ha potuto  incontrare Papa Francesco tre volte a Roma. Il rabbino racconta: "In  occasione del primo incontro indicando se stesso e me con la mano, disse: 'La nostra amicizia e il nostro dialogo e' segno che si puo'', e  io continuai: 'si puo' creare il sentiero che porta verso la pace e che  sa avvicinare di piu' Roma e Gerusalemme'". Nella conversazione con  padre Spadaro, vengono citati anche i nomi di alcuni testimoni del  dialogo ebraico-cristiano, come il cardinal Lustiger, ed emergono quelle  che il Papa considera letture importanti per fondare un buon dialogo  ebraico-cristiano. Skorka, in particolare, spiega che secondo lui in  Papa Francesco c'e' "l'attesa della Chiesa di una risposta ebrea alla  Nostra aetate, un manifesto accolto dalla maggioranza del popolo ebreo  che risponda alla domanda: che cosa significa un cristiano per un  ebreo?". Ma Bergoglio - chiede padre Spadaro - come vede la religione  ebraica? "Le molte cose che ho visto e sperimentato accanto a Bergoglio  mi inducono ad affermare che egli vede e sente l'Ebraismo come la madre  della sua fede. Non e' una mera percezione intellettuale, bensi' un  sentimento che costituisce una componente importante della sua fede  personale". Skorka fa notare inoltre come alcune posizioni e  affermazioni di Bergoglio trovino correlazioni evidenti con la  letteratura rabbinica.
Papa: rabbino Skorka, non mi aspetto risolva crisi Medio Oriente
"Non mi aspetto che Papa Francesco risolva tutti  i problemi tra palestinesi e israeliani, ne' tutti i conflitti del Medio  Oriente e del mondo". Lo afferma il rabbino di Beunos Aires Abram Skorka, che accompagnera' il suo "vecchio amico" Jorge Mario Bergoglio  nel pellegrinaggio in Terra Santa. "Il vero potere del Papa - spiega in  un'intervista alla Civilta' Cattolica - risiede nella credibilita' che  egli riesce a suscitare nei suoi e negli altri".
"In una realta' mondiale carente di valori, in cui tutto si misura e si  analizza nell'ottica del potere geopolitico e del ricavo materiale,  Francesco - afferma Skorka - viene a cambiare questo paradigma esistenziale introducendo una dimensione spirituale. Per forgiare una  pace veritiera e' necessario ottenere un cambio di atteggiamento da  parte di coloro che sono in conflitto, e Papa Francesco puo' concentrare  i suoi sforzi su questo obiettivo". Il messaggio del viaggio, secondo  Skorka, e' molto piu' ampio dell'evento in se'. "Per varie ragioni -  rileva - il conflitto palestinese-israeliano viene fatto oggetto di  speciale attenzione ed e' tra quelli che risvegliano le piu' accese  passioni in molte zone del mondo. La sua degna e giusta risoluzione  costituirebbe un paradigma per gli altri conflitti che affliggono  l'umanita'".
Shoah: Skorka, per Bergoglio e' genocidio con una peculiarita'
Papa Francesco considera la Shoah "un genocidio  con una peculiarita': la costruzione di un'idolatria contro il popolo  ebraico. La razza pura e il superuomo sono gli idoli sui quali e' stato  edificato il nazismo". Lo afferma - in un'intervista alla Civilta' Cattolica - Abram Skorka, il rabbino di Buenos Aires che fara' parte  della delegazione ufficiale nel viaggio in Terra Santa. Citando il libro  scritto insieme all'allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, "Il cielo e  la terra", Skorka sottolinea che Francesco "si sofferma sull'abietto  pensiero idolatrico, pagano, che si trova alla radice di questo  crimine”.
Per Bergoglio, spiega Skorka, "non si tratta solo di un problema  geopolitico, c'e' anche una questione religioso-culturale". "Per il Papa - afferma il rabbino di Buenos Aires sulla rivista romana dei gesuiti -  ogni ebreo ucciso fu uno schiaffo al Dio vivente in nome degli idoli".
"Nell'obiettivo nazista di cancellare dalla faccia della terra e dalla  storia la presenza del popolo che definisce la propria identita' nel  testo biblico, si fa presente per Francesco - conclude Skorka -  l'intenzione di eliminare dall'orizzonte umano la presenza di quel Dio  che aveva stretto un patto con l'uomo affinche' quest'ultimo curasse e  lavorasse la sua opera creativa".
Papa: Skorka, mi chiamo' "gallina" per il mio tifo calcistico
"Alla fine del Te Deum ci mettemmo in fila  mentre ci chiedevano di limitarci a un saluto rapido e semplice, perche' il presidente della Repubblica stava aspettando l'arcivescovo Bergoglio  per congedarsi. Mentre mi avvicinavo, mi venne l'impulso di aggirare il  protocollo per comunicargli una mia impressione su un passo profetico  che egli aveva citato nell'omelia. Non appena conclusi le mie  osservazioni, il futuro Papa mi guardo' profondamente negli occhi e mi disse: 'Mi sa che quest'anno mangeremo zuppa di galline'". Il rabbino di  Buenos Aires, Abram Skorka, racconta questo divertente episodio sulla  Civilta' Cattolica.
"Impiegai qualche decimo di secondo a rendermi conto del doloroso affronto, e a replicare virilmente: 'Ma lei vuole la guerra!'", confida Skorka che descrive anche lo sconcerto del nunzio apostolico, presente  all'incontro nella Cattedrale, il quale "stupefatto, intervenne: 'Questa  parola non puo' essere pronunciata in questo luogo santo'". "Insistetti - continua il rabbino - dicendo: 'Vuole la guerra'. Intervenne  Bergoglio, rivolto al nunzio: 'Stiamo parlando di calcio'". L'antefatto  e' in un precedente colloquio tra Skorka e Jorge Mario Bergoglio (i due  hanno anche scritto insieme il libro "Tra cielo e terra").
L'arcivescovo, ricostruisce Skorka nell'intervista, "una volta mi chiese di quale squadra di calcio fossi tifoso. Io gli dissi che ero del River  Plate, lui invece teneva per il San Lorenzo". E "i tifosi delle squadre avversarie chiamano spesso 'galline' quelli del River, perche' per ben  diciott'anni, dal 1958 al 1975, hanno avuto le migliori opportunita' di  vincere il campionato e l'hanno sempre perso proprio alla fine".
L'episodio dello scambio di battute tra l'arcivescovo e il rabbino,  come tra due sfegatati tifosi, avvenne poi il 25 maggio 1999, quando "il San Lorenzo stava facendo un'ottima stagione calcistica, mentre il River andava piuttosto male". "Quello scambio scherzoso - confida Skorka -  sbaraglio' qualsiasi norma protocollare. Pero' io avevo avvertito un  significato piu' profondo, per cui non l'avevo preso soltanto come una battuta. Mi aveva fatto capire che con l'arcivescovo si poteva parlare francamente, senza eufemismi e perifrasi diplomatiche. Avevo scoperto un  interlocutore che, come me, non amava perdere tempo girando attorno alle  questioni, ma preferiva puntare dritto al sodo. Fu in quel momento che  la nostra amicizia comincio' a nascere. Sentivo di poter condividere le mie preoccupazioni con l'arcivescovo della citta', e infatti fu cosi'".  

(AGI)