venerdì 16 maggio 2014

Fu un nuovo inizio



Cinquant’anni fa il viaggio di Paolo VI. Fu un nuovo inizio

Pubblichiamo la prefazione del libro «Paolo VI pellegrino in Terra Santa» (Milano, Edizioni Terra Santa, 2014) a cura di Roberto Orlandi.
(Fouad Twal) Quando penso alla visita “a sorpresa” di Paolo VI in Terra Santa nel gennaio 1964, in chiusura del secondo periodo conciliare, non posso che rimarcarne l’importanza storica e profetica. Storica perché, dopo tanti secoli, rappresentò indubbiamente un nuovo inizio nelle relazioni con la Chiesa ortodossa. Sappiamo bene com’è difficile fare il primo passo, iniziare qualcosa di nuovo. Quello di allora fu veramente un nuovo inizio, l’inizio di una riconciliazione.

Rimangono scolpiti nella memoria i cordiali incontri e gli abbracci di pace tra Paolo VI e il patriarca di Costantinopoli Atenagora. E subito seguirono altri passi concreti su questa via, basti ricordare, alla vigilia della chiusura dei lavori conciliari, l’eliminazione dalla memoria della Chiesa di Roma e di quella di Costantinopoli delle scomuniche intercorse nel 1054 con l’avvio di un’epoca nuova tra le due Chiese sorelle. Un altro segno importante di questo “dialogo della carità” è la felice tradizione delle annuali visite tra Roma e Costantinopoli, che assicurano una reciproca presenza nella cattedrale di San Giorgio per la festa di sant’Andrea e nella basilica di San Pietro per la festa dei santi Pietro e Paolo.
Certo, a distanza di tempo, di cinquant’anni, possiamo chiederci quali altri frutti concreti siano nati da allora. Forse ci siamo entusiasmati tanto, ci attendevamo di più, siamo rimasti un po’ delusi, perché in effetti la realtà quotidiana delle nostre relazioni rimane difficile.
Eppure allora è stato gettato un seme importante, che abbiamo il dovere di continuare a coltivare, con la preghiera gli uni per gli altri, con il rispetto, con la conoscenza reciproca. I frutti ci sono stati, anche se forse non quelli che ci aspettavamo: possiamo proseguire il cammino. Non si possono certo cancellare con un colpo di spugna tanti secoli di separazione, è comprensibile che i semi gettati allora germoglino lentamente. Per ogni cosa c’è bisogno di tempo, mentre spesso siamo impazienti e a volte non sappiamo cogliere i veri frutti. Un discorso che, ad esempio, da allora è proseguito, è quello dell’unificazione delle feste con gli ortodossi, almeno per quanto riguarda la Giordania, la Siria e l’Egitto. Lo stesso impulso si è trasmesso anche a Palestina e Israele. Il calendario è stato migliorato, dall’anno scorso è stato esteso anche al territorio in Israele della nostra diocesi (con l’esclusione dei luoghi santi a Gerusalemme e a Betlemme, a motivo dello Status quo e dell’arrivo costante dei pellegrini che si attendono di essere uniti nelle celebrazioni al resto della Chiesa cattolica latina sparsa nel mondo).
Durante l’ultimo Sinodo per il Medio Oriente del 2010 sono poi emerse diverse proposte volte a valorizzare il patrimonio liturgico e di santità delle diverse tradizioni. E soprattutto non dimentichiamo i frutti più nascosti, a volte invisibili, ma non per questo meno reali: ogni impegno tra i diversi membri delle diverse Chiese per crescere in legami di amicizia personali, oppure per pregare insieme, tanto più in una situazione generale così pesante che ci accomuna tutti, una situazione di persecuzione, di guerra, che continua. Papa Francesco lo ha sottolineato in più di un’occasione: ai nostri giorni, forse più che nel periodo antico, esiste un ecumenismo del sangue, quello del martirio. Non dimentichiamolo.
Vorrei infine sottolineare un ultimo aspetto, in attesa di un altro incontro che si preannuncia storico, quello tra Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo: l’iniziativa dell’incontro, cinquant’anni fa come oggi, partì dalla Chiesa ortodossa e non da noi e ciò fa ben sperare. Il desiderio c’è: impegniamoci allora ogni giorno a camminare sempre più verso l’unità desiderata.
L'Osservatore Romano