lunedì 19 maggio 2014

Fede professata e fede vissuta



(Bruno Forte)  Trasmettere la fede, specialmente alle nuove generazioni, appare oggi forse la sfida   maggiore per l'azione pastorale della Chiesa, in un contesto culturale dove nulla è più dato per scontato   e la pratica religiosa non è più in alcun modo assicurata dalla tradizione, com'era in gran parte   fino a non molti anni fa. Anche il singolo credente sperimenta come sia tutt'altro che facile   proporre e condividere con altri la fede. È come se la gioia e la bellezza, sperimentate nel suo lasciarsi amare da Dio, siano tradite   da ogni parola che cerchi di esprimerle, specialmente se da parte dell'interlocutore, cui ci si   rivolge, non c'è il desiderio o almeno la curiosità di conoscerle. L'indifferenza alle grandi domande, cui la   fede aiuta a dare risposta, è una delle cause di questa difficoltà di trasmissione, accresciuta da una   mentalità sempre più diffusa secondo cui il fruibile e l'immediato appaiono più importanti di ciò che   può essere raggiunto solo a prezzo di sacrificio e di perseveranza. L'effimero sembra   primeggiare sull'intero orizzonte e l'eterno impallidire davanti all'attimo che fugge. Tuttavia, sarebbe sbagliato per il credente avere una visione pessimistica delle possibilità   di trasmettere ad altri, oggi, il dono dell'amore di Dio, conosciuto e sperimentato nella fede:   se è vero quanto afferma Agostino all'inizio delle sue Confessioni, e cioè che il nostro cuore è fatto   per Dio ed è inquieto finché non riposa in Lui, chi crede sa che il collaboratore più profondo   dell'Altissimo sia proprio quel cuore inquieto che pulsa nella Sua creatura. La difficoltà non sta allora   tanto nei due poli presi in sé - l'origine divina e il destinatario umano del dono della fede -, quanto nell'individuare le modalità giuste a creare il rapporto, e perciò i segni e i linguaggi più   adatti, e nel chiarire le motivazioni di amore gratuito, che solo possono ispirare una feconda   trasmissione della fede. Sollecitato da questo insieme di problemi e di attese, ho avuto più volte occasione di   riflettervi in questi anni in cui la Chiesa è particolarmente impegnata sul grande tema   dell'evangelizzazione e l'educazione alla vita e alla fede delle nuove generazioni appare priorità ineludibile per tutti   i credenti. È così che è andata maturando in me "sul campo" la riflessione sulle sfide e le   possibilità connesse al compito di trasmettere la fede, in una sorta di "teologia militante", nata dal   vissuto ecclesiale per dare ad esso al tempo stesso voce e alimento nell'impegno della   comunicazione della fede. Volendo riferirmi a un'icona in grado di compendiare ciò che ho compreso scelgo quella   del profeta Elia, il testimone di Dio nel tempo dell'apparente sconfitta di Dio. Il suo nome esprime già il messaggio della sua vita: "Eli", "mio Dio", e "Ja", evocazione dell'indicibile Signore,   formano la confessione "il mio Dio è Dio"! Elia vive alla presenza di Dio e per Lui, dimostrando in tutto   ciò che è e fa che a Dio solo è dovuta fiducia e obbedienza. L'intera sua missione punta a far comprendere come la vera tentazione dell'uomo non sia l'ateismo, ma l'idolatria, e come   l'unica cosa che veramente conti sull'orizzonte dell'Eterno sia la fede, vissuta e testimoniata agli altri   nell'amore. È così che Elia appare sin dalla sua vocazione: «A lui fu rivolta questa parola del Signore:   vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente Cherit...» (1 Re 17,2ss). Si tratta di lasciare ogni certezza per andare verso Dio, oriente luminoso della vita, e vivere   in un abbandono totale al Signore. Fedele a questa vocazione, nell'ora drammatica dello scontro   con i falsi profeti, adoratori degli idoli e distributori di certezze effimere, Elia non teme di   rischiare tutto per proclamare che solo Dio è Dio. In ciò che avviene sul monte Carmelo nello scontro con   i falsi profeti, servitori degli idoli (cf. 1 Re 18), la posta in gioco è la purezza della fede nell'unico   Dio vivente. È l'ora della fede provata. L'idolatria rassicura, perché l'idolo è manipolabile,   mentre il Dio vivo è libero, imprevedibile, sovversivo, e proprio così vincitore di tutte le presunzioni   umane. La vittoria sui falsi profeti non basta, però, a fermare la sete idolatrica del popolo e dei potenti   che lo governano, accende anzi nuovo odio verso il Profeta del Dio unico. Comincia allora per Elia il pellegrinaggio nella notte della fede verso la teofania dell'Oreb, il   monte santo (cf. 1 Re 19,1-18), metafora del pellegrinaggio della vita verso l'esperienza di Dio. Il   punto di partenza è la debolezza del Profeta, scosso da domande profonde: il suo è il dolore di non   riuscire a trasmettere la fede a un popolo che ha conosciuto Dio e l'ha abbandonato, nonostante i   segni di misericordia e di potenza ricevuti. Elia è impaurito e stanco: la sua sofferenza nasce dal   constatare quella che gli sembra la sconfitta di Dio nel cuore del Suo popolo. Il Profeta cerca il Signore   nel deserto (in ebraico "midbar"), luogo per eccellenza della parola (in ebraico "dabar"). Ed è   nel deserto che Elia apprende la grammatica della fede nel Dio, che gli parla in segni   umilissimi: un pane per nutrire le forze nel cammino, un orcio d'acqua per dissetarsi. È lì che il Profeta impara ad accettare i tempi di Dio, perseverando nel cammino fino a   giungere al monte santo, dove incontrerà il Signore nell'ascolto della voce di un silenzio sottile. Il   silenzio di Dio purifica la fede dalle troppe parole, invita alla resa, fa superare il dominio della ragione assoluta, per aprire il cuore all'ascolto, all'adorazione, alla fiduciosa testimonianza ad altri   del dono ricevuto, perché anch'essi l'accolgano secondo i tempi e i momenti della libertà e della   Grazia. Proprio così, l'incontro con Dio si rivela la vera sorgente della fede e della sua   trasmissione, che non si ferma davanti alle resistenze, alle chiusure o ai silenzi, ma offre a tutti, a tempo e fuori   tempo, la bellezza del dono. Esplicitando l'esperienza significata dalla vicenda di Elia, ciò che è anzitutto essenziale   nella trasmissione della fede è muovere dalle sorgenti da cui essa è suscitata, e cioè da   quell'esperienza, da cui nacque il movimento cristiano nella storia, che fu l'incontro col Risorto, vivente di   vita nuova, che - secondo la convinzione di chi crede - è reso attuale in ogni tempo dall'azione   dello Spirito Santo, soggetto trascendente della trasmissione del dono di credere. Nella   concretezza della storia la fede è trasmessa dalla comunità viva della Chiesa, nell'insieme di tutte le sue   componenti, specialmente attraverso l'educazione a credere, finalizzata alla maturazione di una carità   operosa in persone adulte nella fede, in quanto tali capaci di trasmettere ad altri il dono ricevuto con   umiltà e convinzione. Il rapporto decisivo per arrivare a credere e a comunicare la fede è quello con la Parola di   Dio, che apre alla conoscenza della verità che illumina il cuore e la vita, verità che non è qualcosa,   ma Qualcuno, venuto agli uomini come dono dall'alto. La fede professata culmina nella fede   celebrata, per divenire fede vissuta, che ispira e nutre i testimoni della fede, a partire dalla famiglia,   ambito vitale della trasmissione della fede, della comunità, articolata intorno ai pastori, con una   speciale attenzione al ruolo decisivo delle donne, protagoniste dell'annuncio sin dalle origini   cristiane. In un contesto pluralista, qual è quello attuale, non ci si può interrogare sulla trasmissione della   fede senza riflettere sulla fede in dialogo, considerando in special modo il rapporto fra il   credente e chi non crede, anche attraverso le forme e i linguaggi più diversi, quali sono ad esempio quelli   del bello e dell'arte musicale. Infine, un richiamo al carattere sempre itinerante dell'atto di credere   evidenzia il valore umile e provvisorio di ogni conoscenza del Mistero e rimanda all'ammiccare   dell'Eterno, che nella Sua rivelazione invita tutti al banchetto della vita, facendo pregustare qualcosa   della bellezza ultima della Sua gloria.