sabato 24 maggio 2014

Per vincere la paura del cambiamento




Ad Amman i primi incontri del viaggio. Tra un popolo aperto ai bisogni di chi soffre

(Mario Ponzi) Papa Francesco con una splendida orchidea nera tra le mani, accanto a un bambino visibilmente impacciato, un po’ per l’emozione, un po’ per lo smarrimento in una situazione certo inconsueta per lui. È la prima immagine, o almeno la più immediata, dell’arrivo del Papa ad Amman.

Anche se l’omaggio floreale è una consuetudine in qualsiasi cerimonia di accoglienza, qui assume un significato speciale: l’orchidea nera che gli ha offerto il giovane Kassim è infatti il simbolo del regno hascemita di Giordania. Un gesto tanto più significativo perché all’aeroporto internazionale Queen Alia della capitale giordana non c’erano i sovrani, ma il principe Ghazi bin Muhammed in loro rappresentanza: il benvenuto ufficiale ha avuto luogo infatti più tardi, nel palazzo reale.
All’aeroporto solo una piccola folla e diverse autorità religiose, tra le quali il nunzio apostolico, arcivescovo Giorgio Lingua, il patriarca di Gerusalemme dei latini, Fouad Twal, il custode di Terra santa, padre Pierbattista Pizzaballa, che hanno salutato per primi il Papa appena sceso dall’aereo. Poi è stata la volta dell’arcivescovo di Petra e Filadelfia dei greco-melkiti, Yaser Rasmi Hanna Al-Ayyash, dell’arcivescovo di Baghdad dei latini, Jean Benjamin Sleiman, e di altri religiosi. Ad Amman al seguito papale si è aggiunto l’esponente islamico Omar Ahmed Abboud, presidente dell’istituto per il dialogo interreligioso di Buenos Aires.
Il corteo delle vetture è uscito dal modernissimo complesso aeroportuale e si è diretto verso la capitale. Lungo le strade, mentre ci si avvicinava al palazzo reale, è esplosa la festa. Grande l’emozione vissuta stamane in questa città, giardino d’accoglienza del Medio Oriente. Culla di civiltà e punto d’incontro tra Europa ed Asia, oltre che esempio di convivenza pacifica e rispettosa tra cristiani e musulmani, questa terra conserva un forza attrattiva straordinaria per i credenti. Ai cristiani ogni pietra ispira il ricordo delle origini della fede. Ma molti di questi luoghi sono sacri, e altrettanto significativi, anche per i musulmani; anzi, hanno avuto un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’islam, la religione che oggi unisce la stragrande maggioranza dei giordani.
I cristiani sono una piccola minoranza. Ma qui, tra questa gente, il comune legame con certi luoghi è colto come una ricchezza e non come motivo di contesa o, peggio ancora, di scontro violento. E ciò costituisce il tratto caratteristico dell’anima di un popolo capace di aprirsi ai bisogni di chi soffre. Un popolo che non chiede la carta d’identità a chi bussa alla porta della solidarietà.
Ne sanno qualcosa i tantissimi profughi palestinesi, siriani e iracheni che oggi trovano rifugio nei campi allestiti per assisterli. Tra l’altro, una rappresentanza di costoro, a fine giornata, incontrerà Papa Francesco a Betania oltre il Giordano, nella chiesa latina, dove ci sarà anche un’altra rappresentanza di umanità sofferente, i disabili.
È stata dunque la Giordania della convivenza pacifica e del dialogo ad accogliere Papa Francesco. A migliaia si sono accalcati lungo il percorso papale, sventolando le stesse bandiere, gridando le stesse frasi di benvenuto: impossibile distinguere i cristiani dai musulmani.
Del resto, il successore di Pietro si può considerare “di casa” tra questi luoghi da almeno cinquant’anni. Quel mezzo secolo che Papa Francesco è venuto a celebrare nel ricordo di un abbraccio che ha aperto un cammino nuovo proprio per i cristiani, un cammino sulla strada verso la piena unità. L’incontro tra Paolo VI e il patriarca Atenagora, avvenuto il 5 gennaio 1964 sul monte degli Ulivi, accanto alla sorpresa per un’iniziativa senza precedenti suscitò allora tantissime speranze. E oggi rivive con interpreti nuovi, ma animati dallo stesso ardore ecumenico. E soprattutto dalla stessa volontà di dare un contributo al processo destinato a mettere la parola fine allo scandalo della divisione tra i discepoli dell’unico Cristo.
Veloce il percorso sino al palazzo reale. Amman si è mostrata in tutto il suo fascino. La sensazione è di trovarsi in una qualsiasi grande città europea o americana. Ma anche se concepita su modelli occidentali, resta indelebile la sua anima più vera, legata alle tradizioni. Ne sono espressione inconfondibile il brulichio delle persone indaffarate, le mille botteghe che punteggiano le ampie strade della capitale. Anche se apparentemente il contrasto è così netto, si ha la sensazione che modernità e tradizione vadano a braccetto senza disturbarsi e convivano molto meglio che in altre metropoli asiatiche.
Rispettosa, ricca di storia, a tratti affascinante per il suo vigore e al tempo stesso per la difesa delle sue tradizioni, la popolazione di questa terra è piacevole da scoprire minuto dopo minuto. Ed è straordinario come tutto ciò sia confluito nelle manifestazioni e nelle parole delle prime ore riservate al Pontefice.
Al palazzo reale il Papa è stato ricevuto dal re Abdallah II bin Al Hussein e dalla regina Rania. Un breve incontro in privato con il re, poi con la sua famiglia e infine con le autorità giordane radunate, con il corpo diplomatico, nel salone dei ricevimenti, dove è avvenuto lo scambio dei discorsi.
Concluso l’incontro, senza concedersi un attimo di sosta — neppure per il pranzo consumato precedentemente a bordo dell’aereo durante il volo da Roma ad Amman — Papa Francesco è salito nuovamente sull’auto con la quale raggiunge l’International Stadium, dove lo hanno atteso migliaia di fedeli, venticinquemila solo all’interno del complesso sportivo. Come di consueto ampio il giro tra la folla, in un tripudio di grida e di colori. Tra i presenti ci sono numerosi ospiti dei campi profughi. E molti dei loro figli sono fra quei 1.400 bambini che riceveranno la loro prima comunione nel corso di questa celebrazione.
Poi Papa Francesco visita il luogo dove storici e archeologi hanno indicato il sito del battesimo di Gesù: una grande pozza d’acqua sulle rive del Giordano, nella zona di Wadi Al-Kharrar — nome poetico che significa “valle del mormorio delle acque che scorrono” — e nota nell’antichità come Betania. Accompagnato dal re, il Papa giunge su una piccola auto elettrica dapprima il sito del battesimo, poi la riva del fiume per benedirne le acque così come aveva fatto cinquant’anni fa Paolo VI.
Prima di rientrare ad Amman — dove in nunziatura trascorrerà la notte — nella chiesa latina, ancora in costruzione, previsto l’incontro con seicento tra rifugiati e disabili. Intensa, dunque, questa prima giornata di Papa Francesco in Terra santa. E il fitto programma domenicale difficilmente ne lascia immaginare una seconda più tranquilla.
Nella mattina della domenica, infatti, il viaggio fa tappa in Palestina e nel pomeriggio vive uno dei suoi momenti più significativi con l’incontro tra il Pontefice e Bartolomeo. Senza dimenticare la visita al campo profughi di Dheisheh, dove nel Phoenix center attendono il Papa i bambini ospitati anche negli altri due campi palestinesi di Aida e Beit Jibrin.
Tra l’altro il Phoenix center è stato realizzato grazie all’offerta lasciata da Giovanni Paolo II nel 2000 durante la visita compiuta al campo profughi di Aida.
Insomma si tratta di un viaggio «molto impegnativo», come l’ha definito lo stesso Pontefice salutando in aereo i settanta giornalisti del volo papale. «Dovete guardare, scrivere, pensare, fare tante cose», ha detto ringraziandoli e assicurando la propria preghiera.
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Il saluto del re Abdullah II.

«La paura dell’altro» e «la paura del cambiamento» portano «verso la mutua rovina, non verso il rispetto reciproco». È questo uno dei passaggi più significativi del saluto che il re Abdullah II di Giordania ha rivolto al Papa all’inizio dell’incontro. Un passaggio che è stato ripreso dallo stesso Pontefice nel suo discorso.
«Qui oggi musulmani e cristiani — ha assicurato il sovrano — stanno costruendo un futuro comune, sulla base del rispetto reciproco, della pace e della fede in Dio». Un obiettivo, ha aggiunto, che interessa «tutta l’umanità. Nella nostra era moderna dobbiamo affrontare vaste sfide globali, non ultimo il conflitto settario e interreligioso. Ma Dio ci ha dato una difesa imbattibile: dove le ideologie diffondono ignoranza e sfiducia, le nostre voci congiunte possono portare comprensione e buona volontà; dove le vite sono state schiacciate dall’ingiustizia e dalla violenza, i nostri sforzi comuni possono aiutare a portare guarigione e speranza». E poiché «il mondo è ricco di persone di buona volontà che cercano di promuovere la dignità umana e la coesistenza pacifica», il re di Giordania ha voluto «riconoscere con gratitudine» il ruolo di guida che ha Papa Francesco «in questa causa. Lei si è impegnato nel dialogo specialmente con l’islam. I musulmani ovunque apprezzano i suoi messaggi di stima e di amicizia. Oltre a essere successore di san Pietro, lei è diventato una coscienza per il mondo intero. Sin dall’elezione, ci ha ricordato con le parole e con i fatti che Pontefice significa costruttore di ponti».
Il sovrano ha affermato che «anche i giordani stanno costruendo ponti. Il nostro lavoro comprende azioni concrete e tangibili, che durano da anni», ha proseguito citando il Messaggio interreligioso di Amman che contiene l’invito «dell’islam all’armonia universale, alla misericordia e alla giustizia, rifiutando le false pretese di coloro che diffondono l’odio e seminano divisione». La Giordania è inoltre la patria dell’iniziativa del 2007 Una parola comune tra noi e voi, la lettera aperta scritta il 13 ottobre da 138 leader religiosi musulmani, che rilancia «due grandi comandamenti dell’islam e del cristianesimo: l’amore di Dio e l’amore del prossimo».
In proposito Abdullah II ha sottolineato che «i seguaci delle nostre due religioni, oltre la metà dell’umanità, sono ovunque vicini l’uno dell’altro». Infine ha rievocato i due forum cattolico-musulmani svoltisi uno in Vaticano e l’altro in Giordania, in attesa del prossimo che si terrà a Roma a novembre.
«Come quarantunesimo discendente del profeta Maometto — ha detto — ho cercato di promuovere lo spirito autentico dell’islam, l’islam di pace», anche attraverso l’impegno a lavorare perché Gerusalemme sia «un luogo di devozione per tutti e casa sicura per tutte le comunità e per ogni generazione». Quindi ha accennato alla conferenza regionale convocata lo scorso anno dalla Giordania, sulle sfide che i cristiani arabi devono affrontare: «Le comunità cristiane arabe sono parte integrante del Medio Oriente. Qui in Giordania esiste un’antica eredità cristiana in armonia con il retaggio e l’identità islamica del nostro Paese. Abbiamo a cuore queste radici. E siamo lieti che lei come i suoi predecessori compirà un pellegrinaggio nel luogo del battesimo di Gesù a Betania oltre il Giordano».
Infine, evidenziando che «la pace del mondo dipende dalla comprensione e dalla coesistenza tra tutte le persone di ogni fede», il re ha parlato del ruolo guida avuto dalla Giordania nel 2010, quando alle Nazioni unite ha promosso la settimana mondiale dell’armonia tra le religioni», divenuta ormai un appuntamento annuale. Quindi ha auspicato di poter «continuare a lavorare insieme per rafforzare l’armonia e affrontare le sfide», perché l’umanità e la saggezza di Papa Francesco «possono dare un contributo speciale ad alleviare la crisi dei rifugiati siriani e il fardello che grava sui Paesi confinanti che li ospitano, come la Giordania». In proposito ha chiesto di «aiutare la Siria a riconquistare il suo futuro, a porre fine allo spargimento di sangue e a trovare una soluzione politica e pacifica».
Analoghe azioni di sostegno ha poi invocato anche «per aiutare palestinesi e israeliani a risolvere il loro lungo conflitto. Insieme — ha detto — possiamo aiutare i leader di entrambe le parti a compiere i coraggiosi passi necessari verso la pace, la giustizia e la coesistenza». E ha concluso con la speranza che il viaggio del Papa «possa essere fecondo e portare pace, poiché benedetti sono gli operatori di pace».

L'Osservatore Romano