Cortile dei gentili a Montecitorio.
(Massimo Antonelli) Dibattito. Venerdi 23 maggio, nella Sala della Regina a Palazzo Montecitorio, per iniziativa congiunta della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti) e del Cortile dei gentili, medici, giuristi, teologi e filosofi, credenti e non credenti, discuteranno sul tema «I confini dei territori alla fine della vita». Il presidente della Siaarti ha anticipato al nostro giornale i temi del dibattito.
Il “confine” della vita umana — la morte — è ineludibile e si prospetta ogni qualvolta ci si deve confrontare con una malattia grave, acuta o cronica, che di questo confine è la più immediata espressione.
Il “confine” della vita umana — la morte — è ineludibile e si prospetta ogni qualvolta ci si deve confrontare con una malattia grave, acuta o cronica, che di questo confine è la più immediata espressione.
In Italia e nel resto dei Paesi occidentali, i miglioramenti delle condizioni di vita e della qualità dell’assistenza sanitaria hanno determinato, negli ultimi decenni, un progressivo allungamento della vita media. Questi risultati hanno però contribuito da un lato ad alimentare il mito di una medicina in grado di sconfiggere definitivamente morte e malattia, dall’altro hanno indotto una costante crescita del numero dei malati affetti da patologie degenerative, in particolare da insufficienze croniche funzionali.
Gli uomini continuano in realtà ad ammalarsi e morire. La storia naturale delle malattie degenerative rimane così caratterizzata da aggravamenti intercorrenti, seguiti da un progressivo scadimento della qualità di vita come percepita dai malati stessi: il livello di gravità cresce, i periodi di benessere si fanno più rari e brevi, il numero dei ricoveri e la durata della degenza in ospedale aumentano, la dipendenza funzionale diviene sempre più pesante.
Inizia così la fase finale delle malattie degenerative in cui si pone il problema di equilibrare i nuovi poteri d’intervento messi a disposizione dalla tecnologia medica e dalla farmacologia con la qualità della vita residua che si può ancora garantire a questi malati. Quando il malato cade nella dimensione in cui la medicina moderna non ha più mezzi per garantire guarigione o stabilizzazione del quadro clinico, ai medici e agli infermieri si pongono fondamentali domande: come prendersi cura di questi malati secondo un principio di beneficialità? Attuare trattamenti peraltro sproporzionati in quanto non in grado di tener conto dell’irreversibilità del processo di malattia-morte, avendo ancora come obiettivo una guarigione impossibile, oppure, in modo più proporzionato, alleviare il dolore e la sofferenza, accompagnando queste persone nel modo più umano, erogando cure che tengano conto dei loro affetti e dei loro valori, accettando che la conclusione di questa strada sia comunque la morte?
E ancora: siamo davvero convinti che esistano in proposito differenze nette tra la visione che potrebbero avere un medico credente e uno non credente? Ha senso continuare ad ergere barriere ideologiche su questi temi senza ascoltare i malati, le loro famiglie, i professionisti sanitari? Per parte loro, questi ultimi pensano oggi che innanzitutto sia indispensabile ricercare e instaurare una collaborazione tra specialisti e medicina generale per individuare correttamente i malati giunti alla fase finale della loro vita.
In questo senso, dieci società scientifiche (intensivisti, palliativisti, cardiologi, pneumologi, neurologi, nefrologi, gastroenterologi, medici d’urgenza, medici di medicina generale e infermieri), con il sostegno di bioeticisti e giuristi, si sono poste l’obiettivo di definire criteri di valutazione utili a compiere scelte di trattamento palliativo anziché intensivo. È stato quindi elaborato un documento di consenso che costituisce il supporto scientifico ed etico-giuridico condiviso necessario ad aiutare scelte così difficili con il miglior grado di evidenza scientifica disponibile e il minore grado d’incertezza possibile. L’intento è di garantire competenze cliniche, etiche e giuridiche utili a promuovere un accompagnamento e un sostegno a questi malati e ai loro cari, in una fase così delicata e importante della loro esistenza.
Il documento sottolinea come la cura intensiva delle malattie degenerative sia utile finché procura al malato un giovamento, ma, nella fase avanzata o terminale, essa non rappresenti più la risposta appropriata, costituendo solo un rallentamento del processo del morire, con il conseguente, inutile prolungamento di drammatiche sofferenze. E ancora: che nella fase finale della vita medici e infermieri sono chiamati a coinvolgere malati e familiari nella definizione di un percorso di cura che consideri la necessità di bilanciare i costi umani e benefici realmente attesi dalle terapie, condividendo le decisioni finali; il principio ispiratore è quello dell’alleanza medico-paziente. Che, di conseguenza, il processo di cura dovrebbe orientarsi verso l’adozione di cure palliative e la pianificazione condivisa delle scelte, non certo verso l’abbandono del malato e della sua famiglia.
L'Osservatore Romano
Gli uomini continuano in realtà ad ammalarsi e morire. La storia naturale delle malattie degenerative rimane così caratterizzata da aggravamenti intercorrenti, seguiti da un progressivo scadimento della qualità di vita come percepita dai malati stessi: il livello di gravità cresce, i periodi di benessere si fanno più rari e brevi, il numero dei ricoveri e la durata della degenza in ospedale aumentano, la dipendenza funzionale diviene sempre più pesante.
Inizia così la fase finale delle malattie degenerative in cui si pone il problema di equilibrare i nuovi poteri d’intervento messi a disposizione dalla tecnologia medica e dalla farmacologia con la qualità della vita residua che si può ancora garantire a questi malati. Quando il malato cade nella dimensione in cui la medicina moderna non ha più mezzi per garantire guarigione o stabilizzazione del quadro clinico, ai medici e agli infermieri si pongono fondamentali domande: come prendersi cura di questi malati secondo un principio di beneficialità? Attuare trattamenti peraltro sproporzionati in quanto non in grado di tener conto dell’irreversibilità del processo di malattia-morte, avendo ancora come obiettivo una guarigione impossibile, oppure, in modo più proporzionato, alleviare il dolore e la sofferenza, accompagnando queste persone nel modo più umano, erogando cure che tengano conto dei loro affetti e dei loro valori, accettando che la conclusione di questa strada sia comunque la morte?
E ancora: siamo davvero convinti che esistano in proposito differenze nette tra la visione che potrebbero avere un medico credente e uno non credente? Ha senso continuare ad ergere barriere ideologiche su questi temi senza ascoltare i malati, le loro famiglie, i professionisti sanitari? Per parte loro, questi ultimi pensano oggi che innanzitutto sia indispensabile ricercare e instaurare una collaborazione tra specialisti e medicina generale per individuare correttamente i malati giunti alla fase finale della loro vita.
In questo senso, dieci società scientifiche (intensivisti, palliativisti, cardiologi, pneumologi, neurologi, nefrologi, gastroenterologi, medici d’urgenza, medici di medicina generale e infermieri), con il sostegno di bioeticisti e giuristi, si sono poste l’obiettivo di definire criteri di valutazione utili a compiere scelte di trattamento palliativo anziché intensivo. È stato quindi elaborato un documento di consenso che costituisce il supporto scientifico ed etico-giuridico condiviso necessario ad aiutare scelte così difficili con il miglior grado di evidenza scientifica disponibile e il minore grado d’incertezza possibile. L’intento è di garantire competenze cliniche, etiche e giuridiche utili a promuovere un accompagnamento e un sostegno a questi malati e ai loro cari, in una fase così delicata e importante della loro esistenza.
Il documento sottolinea come la cura intensiva delle malattie degenerative sia utile finché procura al malato un giovamento, ma, nella fase avanzata o terminale, essa non rappresenti più la risposta appropriata, costituendo solo un rallentamento del processo del morire, con il conseguente, inutile prolungamento di drammatiche sofferenze. E ancora: che nella fase finale della vita medici e infermieri sono chiamati a coinvolgere malati e familiari nella definizione di un percorso di cura che consideri la necessità di bilanciare i costi umani e benefici realmente attesi dalle terapie, condividendo le decisioni finali; il principio ispiratore è quello dell’alleanza medico-paziente. Che, di conseguenza, il processo di cura dovrebbe orientarsi verso l’adozione di cure palliative e la pianificazione condivisa delle scelte, non certo verso l’abbandono del malato e della sua famiglia.
L'Osservatore Romano