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La testimonianza di Papa Francesco sulle orme dei suoi predecessori nella terra di Gesù.
(Leonardo Sandri) La visita papale in Terra Santa sta suscitando a livello internazionale un’eco vastissima nel contesto ecclesiale, in quello ecumenico e interreligioso, ma non meno in quello sociale e politico. I viaggi dei Pontefici hanno sempre risvegliato interesse e attese, con difficoltà di vario genere, ma la straordinaria personalità di Papa Francesco potrà rendere del tutto singolare quello ormai imminente. Lo seguiranno idealmente innumerevoli uomini e donne di ogni religione e condizione, credenti e non, di ogni popolo e nazione. Il fascino di Gerusalemme, città santa e irrinunciabile per le tre religioni monoteiste, è a tutti noto. Come pure il suo messaggio universale, radicato in quella pace che il suo nome lega inscindibilmente alla sua missione. Fascino e messaggio si intrecceranno senz’altro a quelli che suscitano le parole e i gesti del vescovo di Roma, alimentando aspettative diverse e addirittura contraddittorie. Il Medio oriente non vorrà farsi sfuggire la presenza del Papa per gridare davanti al mondo intero le sue sofferenze e gli interminabili attentati alla pace. E così reclamare il rispetto dei diritti delle componenti più deboli, come di quelle più promettenti, quali sono i giovani, ma anche delle minoranze religiose e sociali.
Penso che il Papa, sulla scia dei suoi predecessori, intenda farsi vicino alla popolazione per conoscerla direttamente e assicurare la disponibilità a condividerne le prospettive di miglioramento, tentando di far giungere la sua sollecitudine all’intera area che ruota attorno alla terra di Gesù. Egli cercherà di parlare agli uomini e alle donne concreti che abitano in una dimensione tanto incerta la loro unica esistenza e vorrà perciò mostrare tutta la comprensione per la loro reale condizione. Dal programma si evince il desiderio di dialogare, sia in Giordania, sia in Palestina e Israele, come a Gerusalemme, con tutte le anime che compongono quel mosaico religioso e sociale. Benché l’arco ristretto di tre giornate imponga evidenti limitazioni, sono previsti incontri con le pubbliche autorità e i responsabili dei Paesi che il Papa visiterà. Spetta a loro, del resto, consentire a tutti di contribuire, lavorando anch’essi strenuamente e per primi, a edificare un avvenire di vicendevole convivenza, che sia rispettosa non solo di alcuni diritti, bensì di tutti quelli fondamentali, a cominciare da un’autentica libertà religiosa. Questo aspetto potrebbe già costituire un traguardo ineguagliabile. La mediazione spirituale del passaggio papale potrà essere incisiva nel trovare vie di soluzione “possibili” alle endemiche difficoltà del territorio.
Dire “possibili” non significa mancare di speranza quasi alludendo a risultati prevedibilmente modesti già in partenza. È piuttosto cercare di non rimanere estranei al vero contesto della Terra Santa, la quale esige ritmi equilibrati e passi prudenti, per non urtare anziché avvicinare. Nella terra in cui Dio ha adottato la logica della incarnazione, si impongono metodi umili, che non intendono autorizzare o favorire la rassegnazione, ma solo evidenziare l’indispensabile realismo.
Le soluzioni “possibili” sono quelle misurate sulla realtà locale in tutta la sua problematicità, che potremmo definire oggettiva e forse persino costitutiva. Tanta parte della storia umana confluisce su quella terra, con ombre e luci. Ciò non va dimenticato, benché mai ritenuto tale da bloccare la novità, sempre possibile. Del resto, in termini assoluti, è proprio in Terra Santa che è apparsa la novità delle novità, l’irruzione di Dio nella storia con la sua incarnazione.
L’annuncio e la preparazione del grande appuntamento ha, però, ribadito chiaramente la sua dimensione religiosa. È questa la priorità. Papa Francesco, quale successore dell’apostolo Pietro, si reca nella terra delle origini cristiane e sotto gli occhi di tutta la Chiesa, anzi sentendone pulsare il cuore, rinnova la professione di fede nel Cristo, il Figlio del Dio vivente. Il servizio petrino ha la fondamentale preoccupazione di proclamare la centralità di Cristo. Se ciò avviene in Terra Santa è per riappropriarsi della esperienza ecclesiale nella sua totalità e dare a essa un impulso ancora maggiore. Saranno giorni di ringraziamento a Dio per quanto nei secoli la famiglia ecclesiale ha cercato di compiere in fedeltà al suo amore e di rinnovato slancio alla corsa del Vangelo. Ma sarà tempo favorevole anche per chiedergli perdono per quando la centralità di Cristo è stata dimenticata, o almeno disattesa, e i cristiani hanno offuscato la loro missione spirituale. La volontà tanto evidente in Papa Francesco di farsi fratello del mondo intero, senza alcuna esclusione di persona, non discende da questa centralità di Cristo, il quale si è consegnato fino alla croce per assicurare l’amore universale di Dio? Tale centralità risveglia la responsabilità verso quanti sono vittime innocenti di violenze mai volute, che colpiscono addirittura la loro sopravvivenza. Gli interessi, spesso oscuri, che guidano le sorti dei popoli devono lasciare posto alla luce che il mistero di Cristo quando è evocato, e ancor più se è celebrato e vissuto, porta con sé. Cristo ci ha comunicato quella irrinunciabile tensione verso il Padre che è inscindibile dalla vicinanza a ogni uomo e a ogni donna. Il Papa aprirà la visita con un segnale di questo genere, salutando ad Amman i rifugiati e i disabili, e così ponendo al primo posto quanti sono considerati “ultimi”.
Dalla centralità di Cristo dipende la corretta recezione della dimensione ecumenica e interreligiosa della visita. Il successore di Pietro si reca a Gerusalemme per abbracciare il successore del fratello Andrea nel cinquantesimo anniversario dell’incontro tra Paolo VI e il Patriarca ecumenico Atenagora. Francesco e Bartolomeo, davanti a tutte le Chiese e al mondo, rinnoveranno quel gesto di incalcolabile portata. Nel nome di Cristo, unico loro Signore e pastore della Chiesa una, compiranno quella profezia che da un lato raccoglie cinquant’anni fecondi di frequentazione ecumenica e dall’altro rilancia un proposito “irreversibile”, quello di non darsi mai per vinti finché nella sua pienezza la preghiera di Cristo al Padre si realizzi: Ut omnes unum sint.
Se insieme guardiamo al Crocifisso, che è risorto e ci ha donato lo Spirito di unità, senza scontrarci a motivo delle perduranti distanze, ci ritroveremo molto più vicini di quanto pensiamo di essere. San Giovanni Paolo II, e sulle sue tracce il Papa emerito Benedetto XVI, furono in Terra Santa e sempre le visite ebbero una spiccata sensibilità ecumenica e interreligiosa. Ebrei e musulmani sanno che in quella Terra Santa sono, insieme ai cristiani, interpellati da tutto e da tutti a dialogare fraternamente. Debbono, perciò, riconoscersi il dovuto rispetto per l’identità propria di ciascuno e vicendevolmente garantirsi sulla medesima terra l’indispensabile mobilità e, specialmente, l’accesso ai luoghi santi di ciascuna comunità.
C’è una mediazione, che definirei necessaria, atta a favorire le finalità della visita appena accennate ed è quella della comunità cattolica. Per questo penso al pellegrinaggio papale come a un ritorno alle orme, non solo storiche, bensì spirituali di Gesù. Là dove tutto ebbe inizio, ancora oggi vi sono “i custodi e i testimoni viventi” di quelle sante origini. Tra questi vi sono i figli e le figlie della Chiesa cattolica. Essi attendono la consolazione e l’incoraggiamento del Papa, vescovo di Roma, al quale nei secoli hanno voluto rimanere strettamente uniti e al quale sono immensamente riconoscenti perché sanno bene di non essere mai stati abbandonati.
I locali rappresentanti pontifici sono una speciale espressione della sollecitudine papale. La Chiesa latina è raccolta nella diocesi patriarcale di Gerusalemme, che oltre alla città santa, comprende le comunità di Palestina, Israele, Giordania e Cipro. Ugualmente la comunità latina della Custodia francescana è operante nei santuari sorti sui principali luoghi santi nei Paesi sopracitati, giungendo però anche in Siria e in Egitto. Accanto a esse sono operanti le Chiese orientali cattoliche di tutte le tradizioni: i melchiti, tanto numerosi, i maroniti, i siri, gli armeni, i caldei. Potremmo definire imponente la rete pastorale cattolica per la generosità e la competenza con la quale, in campo educativo, assistenziale, sanitario, caritativo, le Chiese citate — con il formidabile sostegno di innumerevoli famiglie religiose maschili e femminili — realizzano in Terra Santa. Si distinguono anche nell’affrontare problematiche, talora molto gravi, quali l’inarrestabile emergenza dei migranti. Per tutto ciò sono opportunamente rappresentate, insieme alla Congregazione orientale, nelle commissioni bilaterali tra la Santa Sede e Israele e Palestina.
Ringrazio le comunità ecclesiali del mondo intero, che sotto varie forme e specialmente con la colletta voluta dai Papi per la Terra Santa, mostrano la loro costante generosità, e le incoraggio a intensificare la preghiera per quelle Chiese e la loro conoscenza, grazie specialmente ai pellegrinaggi. L’intenzione più urgente è di chiedere al Signore che rincuori i cristiani orientali a rimanere là dove sono nati quali orme spirituali del passaggio storico di Cristo. Le istanze degli Stati e degli organismi internazionali dovranno però tutelare in modo adeguato la presenza pastorale delle Chiese e programmare senza ritardi prospettive di speranza, specie in ambito occupazionale e abitativo, affinché i giovani possano rimanere in Terra Santa a garantirne il futuro.
Una mediazione necessaria, ho detto, perché spetta alle Chiese locali di condurre quotidianamente la possibile collaborazione ecumenica e interreligiosa. E le giovani generazioni sono il terreno più fertile: la capillare presenza scolastica cattolica dall’infanzia fino a livelli universitari è prova di questa consapevolezza, con l’accoglienza talora persino maggioritaria riservata ai non cattolici. Lo testimoniano, per esempio, la Bethlehem University e, sempre a Betlemme, l’istituto Effetà per bambini portatori di handicap uditivo, ambedue sorti a memoria del pellegrinaggio di Paolo VI.
Una pace stabile per la Terra Santa e il ritorno della pace nelle nazioni circostanti: è il migliore auspicio per la visita papale. La condizione del Medio oriente è tutta sospesa tra l’accettabile convivenza di alcuni contesti e la dolorosa condizione di altri, quali la Siria, l’Iraq e l’Egitto. Si farà, perciò, accorata in quei giorni la supplica perché la pace annunciata a Betlemme non sia continuamente e pesantemente smentita. Non manca, purtroppo, di motivazioni il timore che esplodano contrasti e conflitti, sempre latenti. La Chiesa intera dovrà affiancare il Papa mentre cercherà di strappare dal cuore di Dio il dono della pace.
Preghiera intensa e risveglio delle coscienze circa le responsabilità di tutti, senza misconoscere le proprie, potranno sostenere Papa Francesco che, a nome della Chiesa, si reca «là dove tutti siamo nati», come dice il salmo, per annunciare «pace ai vicini e ai lontani». La Congregazione per le Chiese orientali custodisce un’opera in bronzo di Angelo Biancini, che riproduce l’abbraccio avvenuto nel 1964. Forse è un bozzetto di due opere in ceramica che, rispettivamente nella delegazione apostolica di Gerusalemme — dove esso avvenne — e nella galleria di arte contemporanea dei Musei Vaticani, lo stesso autore ha lasciato a memoria dell’evento. È un richiamo per il nostro dicastero a condividere sempre la sollecitudine del Papa verso la Terra Santa. Ma per parte mia ho custodito in questi anni una piccola medaglia di Enrico Manfrini, coniata per la visita di allora: riproduce da un lato i due fratelli, Pietro e Andrea, con la scritta in greco: Dio è amore; dall’altro Paolo VI e Atenagora con l’esortazione in latino a camminare nell’amore. Le due espressioni bibliche possono costituire la sintesi del pellegrinaggio di Papa Francesco, ispirando anche la nostra preghiera. Questa potrà contare sulla intercessione del futuro beato Paolo VI e dei nuovi santi: Giovanni XXIII, riconosciuto recentemente dalla Knesset per l’opera a favore del popolo d’Israele, e Giovanni Paolo II, che ci regalò l’indimenticabile pellegrinaggio giubilare nella terra di Gesù.
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Intervista al patriarca Bartolomeo sull’incontro con Papa Francesco a Gerusalemme. Per andare avanti
(Mario Ponzi) Nel 1964 è iniziato un cammino «che ormai non si può più fermare»: ancora non siamo giunti «al traguardo dell’unità dei cristiani», ma da quel momento «abbiamo imparato a perdonarci gli uni gli altri per gli errori e la diffidenza del passato, e abbiamo compiuto passi importanti verso il riavvicinamento e la riconciliazione». Ora «è venuto il momento di andare avanti — afferma Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli — e con Papa Francesco faremo proprio un bel passo in avanti».
Una convinzione questa che il patriarca ha nutrito sin da quando incontrò il vescovo di Roma in occasione delle celebrazioni per l’inizio del ministero papale, mentre si avvicinava il cinquantesimo anniversario dello «storico abbraccio di Gerusalemme». Dei frutti che egli attende da questo incontro Bartolomeo parla nell’intervista rilasciata al nostro giornale alla vigilia della partenza per la Terra santa.
Una convinzione questa che il patriarca ha nutrito sin da quando incontrò il vescovo di Roma in occasione delle celebrazioni per l’inizio del ministero papale, mentre si avvicinava il cinquantesimo anniversario dello «storico abbraccio di Gerusalemme». Dei frutti che egli attende da questo incontro Bartolomeo parla nell’intervista rilasciata al nostro giornale alla vigilia della partenza per la Terra santa.
Papa Francesco sulle orme di Paolo VI cinquant’anni dopo. In questo periodo si è passati dal “dialogo dell’amore” al “dialogo della verità”. E ora come potrà proseguire il cammino in vista del traguardo finale?
Non c’è alcun dubbio che lo storico incontro tra i nostri venerabili predecessori, il patriarca ecumenico Atenagora e Papa Paolo VI — che la Chiesa cattolica beatificherà tra breve — ha segnato un nuovo inizio nelle relazioni tra il cattolicesimo e l’ortodossia. È bene ricordare che quell’incontro seguiva a un intero millennio di diffidenza reciproca e di estraniazione teologica tra le nostre due grandi tradizioni. Malgrado la nostra storia comune di Scrittura e Tradizione, le nostre due Chiese rischiavano dunque di essere danneggiate dall’isolamento e dal-l’autosufficienza, avendo seguito cammini differenti sin dall’xi secolo. L’incontro a Gerusalemme, il 5 gennaio 1964, fu un punto di partenza straordinario per il lungo cammino di riconciliazione e di dialogo, che le generazioni successive furono chiamate a proseguire. Guardando indietro agli ultimi cinquant’anni, possiamo essere grati a Dio per quanto è stato realizzato sia nel “dialogo d’amore” sia nel “dialogo di verità”. Lo spirito di amore fraterno e di rispetto reciproco ha preso il posto delle vecchie polemiche e del sospetto.
E a livello teologico?
La Commissione mista internazionale per il dialogo teologico delle due Chiese ha prodotto diversi importanti documenti congiunti. Siamo però consapevoli che c’è ancora molto da fare tra le nostre due Chiese, come anche all’interno delle stesse. Indubbiamente il cammino è lungo e difficile. Tuttavia, come discepoli di nostro Signore, che ha pregato il Padre e ha esortato i suoi discepoli a essere «una cosa sola» — ut unum sint, si legge nel vangelo di Giovanni (17, 21) — non abbiamo altra alternativa che proseguire questo cammino di riconciliazione e di unità. Qualsiasi altra via sarebbe un vergognoso tradimento della volontà del Signore e un ritorno inaccettabile al nostro passato separato.
Lei ha detto recentemente che spera di poter presto convocare il Grande Concilio della Chiesa ortodossa a simboleggiare l’unità della sua Chiesa. Potrà anche essere occasione per riscoprire il valore dell’unità di tutti i cristiani?
Durante l’ultima assemblea, la synaxis, dei capi delle Chiese ortodosse autocefale nel mondo, che abbiamo ospitato a Istanbul dal 6 al 9 marzo scorso, i primati delle Chiese ortodosse hanno parlato della questione del Santo e Grande Sinodo della Chiesa ortodossa, decidendo unanimemente che, accelerando il processo di preparazione, verrà convocato a Costantinopoli nel 2016. Questo sinodo, come lei osserva, sarà un segno vitale di unità tra le Chiese ortodosse, in un tempo in cui il mondo esige una risposta unificata alle sue sfide fondamentali. Nel corso di tale assemblea abbiamo informato i fratelli primati del nostro prossimo incontro con Papa Francesco a Gerusalemme. Essi hanno così espresso il loro appoggio all’evento e hanno ribadito l’impegno a favore del dialogo teologico con la Chiesa cattolica romana. Ciò è importante, poiché l’incontro a Gerusalemme sarà molto più di una forte conferma simbolica della nostra disponibilità a proseguire il cammino d’amore iniziato cinquant’anni fa dai nostri predecessori in spirito di fedeltà alla verità del Vangelo. Sarà anche un’importante occasione perché il mondo possa vedere un approccio unito — al di là delle identità confessionali e delle differenze — alla sofferenza dei cristiani in tanti luoghi, specialmente nelle regioni dove il cristianesimo è nato e si è sviluppato. Inoltre sarà anche un’opportunità per parlare delle ingiustizie che i membri più vulnerabili delle società contemporanee sono costretti a subire, nonché delle preoccupanti conseguenze della crisi ecologica.
C’è tanta attesa per questo incontro. E molti nutrono concrete speranze per un decisivo passo in avanti che porti a superare gli ostacoli che ancora si frappongono all’unità fra i cristiani. Quali sono le sue attese e le sue speranze?
Oggi, ancor più che cinquant’anni fa, c’è un bisogno urgente di riconciliazione, e questo rende il nostro prossimo incontro con Papa Francesco a Gerusalemme un evento dal grande significato. Naturalmente si tratta — come dobbiamo umilmente capire e ammettere — solo di un primo passo per andare incontro al mondo, quale affermazione del nostro desiderio di aumentare gli sforzi a favore della riconciliazione cristiana e pacifica. Ciò nondimeno dimostrerà la nostra disponibilità e responsabilità comune nel progredire sul cammino preparato dai nostri predecessori. Quindi, come leader ecclesiastici e spirituali, ci incontreremo per rivolgere un appello e un invito a tutte le persone, a prescindere dalla loro fede e virtù, per un dialogo che in fondo è volto alla conoscenza della verità di Cristo e ad assaporare la gioia immensa che accompagna l’incontro con lui. Tuttavia, in ultima analisi, ciò è possibile solo colmando la separazione interiore degli uni dagli altri e attraverso l’unità di tutto il popolo in Cristo, che è la vera pienezza dell’amore e della gioia.
Ma questo era l’obiettivo anche dell’incontro del 1964.
Certo che dal 1964 a oggi non abbiamo raggiunto la piena comunione, che deve essere sempre l’obiettivo ultimo dei fedeli discepoli di Cristo. Abbiamo però imparato a perdonarci gli uni gli altri per gli errori e la diffidenza del passato; e abbiamo compiuto passi importanti verso il riavvicinamento e la riconciliazione. Atenagora e Paolo VI sono stati di certo grandi anticipatori dell’unità. Ad ogni modo, un altro passo importante verso la riconciliazione e l’unità verrà compiuto, con la grazia di Dio, il 25 maggio 2014, attraverso l’incontro con il nostro fratello Papa Francesco. Che possa essere conforme alla volontà di Dio.
L'Osservatore Romano