sabato 24 maggio 2014

Sesta Domenica di Pasqua / anno A


Tweet del Patriarca Bartolomeo alla vigilia dell'abbraccio con Papa Francesco nella Città Santa  


@Pontifex My Brother, I look forward to seeing you tomorrow in #Jerusalem. #apostolicpilgrimage
(Traduzione:  @Pontifex Fratello Mio, non vedo l'ora di vederti domani #Jerusalem #apostolicpilgrimage)

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Nella sesta Domenica di Pasqua, la liturgia ci propone il Vangelo in cui Gesù dice ai suoi discepoli:
“Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce”.
Il tempo di Pasqua corre verso il suo compimento: l’Ascensione e la Pentecoste. La parola di Gesù ai suoi discepoli è innanzitutto un invito pressante all’amore che, nella fede e dalla fede, diventa osservanza dei comandamenti, poi preghiera al Padre perché invii “l’altro Paraclito” che rimanga sempre presso di loro e in loro. Gesù stesso, nella 1 Gv 2,1 è detto Paraclito “… Se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paraclito presso il Padre: Gesù Cristo, il Giusto”. Il Signore chiede che ci sia dato un Paraclito, un avvocato, un difensore, un consolatore, che rimanga sempre con noi: lo Spirito Santo. S. Ireneo usa un’immagine ardita parlando del Figlio e dello Spirito Santo come delle due mani con cui il Padre, come un vasaio, modella ognuno di noi come un vaso prezioso: al di dentro (lo Spirito Santo) e al di fuori (Cristo Gesù). Lo Spirito Santo, che è la “stessa Libertà divina”, che è “la stessa Fedeltà di Dio” (T. Federici), collabora con la libertà dell’uomo e con la sua fragilità perché possa compiersi in ognuno di noi il Disegno salvifico dell’amore del Padre. Ecco la bellezza e la profonda verità di quel: “Non vi lascerò orfani”. Cristo ritorna al Padre e il mondo non lo vedrà più, ma ci assicura che “voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete”. Ecco il motivo della gioia pasquale, Cristo Risorto, mediante il suo Spirito, viene ad abitare in noi, il Suo Spirito si fa spazio dentro di noi, tocca il nostro spirito e i due diventano una cosa sola: siamo la sposa di Cristo, pronta ad aiutare lo Sposo nella sua opera per la salvezza dell’umanità intera. (don Ezechiele Pasotti, prefetto agli studi nel Collegio Diocesano missionario “Redemptoris Mater” di Roma).
MESSALE
Antifona d'Ingresso  Cf Is 48,20
Con voce di giubilo date il grande annunzio,
fatelo giungere ai confini del mondo:
il Signore ha liberato il suo popolo. Alleluia.


 
Colletta

Dio onnipotente, fa' che viviamo con rinnovato impegno questi giorni di letizia in onore del Cristo risorto, per testimoniare nelle opere il memoriale della Pasqua che celebriamo nella fede. Per il nostro Signore...

 
Oppure:
O Dio, che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio messo a morte per i nostri peccati e risuscitato alla vita immortale, confermaci con il tuo Spirito di verità, perché nella gioia che viene da te, siamo pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi. Per il nostro Signore...


LITURGIA DELLA PAROLA


Prima Lettura  
At 8, 5-8. 14-17
Imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.


Dagli Atti degli Apostoli

In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città.
Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.


Salmo Responsoriale
   
Dal Salmo 65
Acclamate Dio, voi tutti della terra. 
Oppure:  Alleluia, alleluia, alleluia.


Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!

A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.

Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.

Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio,
che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia. 

   

Seconda Lettura
  1 Pt 3, 15-18
Messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.


Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.
Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.
Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.

 
Canto al Vangelo
  Gv 14,23
Alleluia, alleluia.

Se uno mi ama, osserva la mia parola, dice il Signore,
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.

Alleluia.

  
Vangelo  Gv 14, 15-21
Pregherò il Padre che egli vi darà un altro Consolatore.


Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
 

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COMMENTO

La notizia più bella che potremmo ricevere: non saremo mai orfani. Accada quel che accada. E' l'opera del Signore, il trofeo conquistato entrando vittorioso nel Cielo. Tutta la vita di Gesù, il suo cuore, la sua mente, le sue forze sono per noi, il suo Spirito effuso nei nostri cuori fa di noi Cristo stesso, ci unisce a Lui al punto di essere trasformati in Lui. 

Forse non comprendiamo la portata di questa notizia che il Vangelo di questa domenica ci annuncia: "... brillando a noi l'Unigenito, siamo trasformati nel Verbo stesso che tutto vivifica" (San Cirillo di Alessandria). Probabilmente sino ad ora abbiamo visto e sperimentato accanto a noi la presenza e l'opera del Signore. Ha "dimorato presso di noi", nei nostri genitori, nei fratelli della comunità, nei santi, in tanti testimoni che ci hanno preceduto o che vivono accanto a noi. 

Noi stessi abbiamo fatto l'esperienza di poter perdonare l'imperdonabile, di rinunciare ai beni materiali, di aprirci alla vita vivendo una sessualità matrimoniale nella volontà di Dio. Abbiamo gustato la bellezze di un fidanzamento casto, la pace di poter rinunciare alla nostra volontà per compiere quella di Gesù. Ma forse ci troviamo angosciati, quanto sperimentato non ha colmato le nostre aspettative, ci manca qualcosa.

Come quando un figlio gioisce della presenza rassicurante di suo padre, ne apprende le movenze, ne assorbe i criteri, sperimenta la sua forza superando con lui le prove della vita; ma, alla sua morte, si sente orfano, a fatica cerca nei ricordi la gioia perduta, quello che ha ricevuto è sì suo patrimonio, ma inciampa nella sua natura, si ritrova debole e incapace di vivere al sicuro come prima. 

E così è di ogni relazione, anche dello stesso matrimonio, che unisce gli sposi più di ogni altro rapporto, in una sola carne. Ma anche nel matrimonio più riuscito, si sperimenta la precarietà, la transitorietà, l'intermittenza dell'amore, della condivisione. 

Vi sono momenti nei quali, anche se l'amore dell'altro aiuta e dà forza, anche se chi ci è accanto partecipa con tutto se stesso alle nostre vicende, dobbiamo fare da soli, e ci sentiamo persi: il ricordo di nostro padre, l'intima vicinanza dei figli, il mistero sacramentale che ci lega al nostro coniuge, tutto ciò non ha potere in noi, questa malattia è cosa mia, questo dolore lancinante, la paura della morte, l'umiliazione ricevuta sul lavoro, l'invidia patita, la tentazione di peccare, forte, acuta, magari travestita di giustizia. 

Ci sono momenti in cui sperimentiamo la necessità di avere in noi una fonte che non si esaurisca all'apparire del punto critico, dell'istante in cui è necessario un supplemento di amore, una forza soprannaturale per entrare nella storia di dolore e di morte che ci presenta la vita.

Sono i momenti in cui sperimentiamo di essere "orfani", e non ci basta sapere e vivere la prossimità del Signore, abbiamo bisogno di più. Ed è ciò che ritroviamo al fondo di noi, quando per esempio siamo innamorati e non vorremmo staccarci dall'amata, e anche l'accompagnarla a casa ci procura pena, e vorremmo prolungare il tempo con lei all'infinito, e desidereremmo abbattere ogni distanza ed essere in lei, e lei in noi, e perdersi in questo amore. 

Molto di più tra due sposi, quando non ci si capisce e si comincia a litigare per affermare se stessi è vero, ma vi è qualcosa di più, l'anelito a superare le incomprensioni, a distruggere le barriere dell'alterità, ad amare davvero, ad essere uniti nel pensiero che orienta le scelte, nei criteri per educare i figli, ad essere pienamente quello che il sacramento afferma e vuol realizzare. 

E ci scontriamo con i limiti della carne, la moglie non può permanere nel marito, come egli non può dimorare per sempre nella moglie. Per il sacramento questo si realizza misteriosamente, e le fedi che i coniugi portano al dito ovunque vadano ne sono il segno. La forza del Signore li conduce a perdonarsi, a ricominciare, a rinnegare se stessi per amore. 

Ma è tutto dentro i limiti di questa carne che descrive un perimetro reale. La moglie non può vivere la malattia del marito, ne può essere solo partecipe, magari sino in fondo, sino a provarne gli stessi dolori, ma non è la sua malattia. Così come non può proteggere il figlio dagli errori, dalle malattie, dai peccati.

Per tutto questo, oggi Gesù ci annuncia qualcosa di grande, il compimento di ogni nostro desiderio, di quelli che appaiono nel matrimonio, nel fidanzamento, nell'amicizia, in tutto. Il Signore è l'unico che non si ferma ad essere "presso di noi", ma viene a "dimorare in noi", per sempre. 

E' l'unico che si fa mangiare, che diviene cellule delle nostre cellule, ed irrora la nostra mente del suo stesso sangue, dà forza alle nostre mani, ci apre gli occhi, ci insegna ad ascoltare, ci dà tutto di se stesso.

Non siamo "orfani" allora, siamo figli dello stesso suo Padre, per sempre. Tutto di Lui è nostro come tutto di noi è ormai suo. La nostra vita diviene così come un tabernacolo, colma della santità, della dignità, della bellezza di Cristo. 

Ovunque andiamo, qualunque cosa facciamo, Egli dimora in noi attraverso lo Spirito Consolatore, il soffio della vita di Dio - del Padre e del Figlio - che ci con-sola, sta-con-chi è solo: lo Spirito Santo che è disceso sulla Vergine Maria generando in Lei la carne umana del Signore viene in soccorso alla nostra debolezza, colma la nostra solitudine, quella più profonda che sperimentiamo nei momenti più difficili, nei Getsemani e sulla Croce che ci attendono ogni giorno: perché "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me".

"In quel giorno", il giorno della Pasqua, oggi, "noi sapremo che io sono nel Padre e voi in me e io in voi"; come? Passeggiando con la fidanzata è lo Spirito Santo che ci con-sola, che ci unisce "nel" Figlio e con Lui "nel Padre", affinché non esigiamo consolazione dall'affetto e dalla carne di lei; è il Consolatore che dà senso alla nostra giornata di lavoro, perché tutto è vissuto "nella" Trinità, aiutandoci a prendere su di noi le mansioni più umili perché sono frammenti di vita eterna, a non rifiutare l'umiliazione, e a non cercare consolazione in alienazioni che finiscono col ferirci.

E' lo Spirito di Gesù, il suo respiro in noi che ci fa "vivi perché Lui è vivo" oltre ogni morte e peccato, che ci schiude gli occhi del cuore e della mente per vederlo incarnato laddove "il mondo non lo può vedere": nella moglie, nel marito, nella suocera, nei figli, nei colleghi, in ogni evento, anche quando tutto e tutti sembrano volgersi contro di noi, come nemici. 

E' lo Spirito Santo che ci dona la vita stessa di Cristo, quella che ha amato anche i nemici, che ha vinto il peccato e la morte, che ci fa "vivere in Lui e come Lui nel Padre", e guardare tutto con gli stessi suoi occhi. E' lo Spirito Santo che ci fa discernere l'opera di Dio per rigettare quella del demonio, e così custodire la Pace autentica.

"Non siamo e non saremo mai orfani", perché l'amore con il quale il Signore ci ama si traduce nella sua preghiera costante che ci ottiene, istante dopo istante, il dono del Paraclito: in greco la parola significa ad-vocatuschiamato-presso. Esso designava l'avvocato, colui che assiste e soccorre nel processo per difendere contro l'accusatore. E Satana significa proprioaccusatore

Lo Spirito Santo è chiamato presso di noi, anche oggi, in questo istante, e in ogni secondo della nostra vita, per difenderci, per "ricordarci e annunciarci la Verità", che siamo figli di Dio nel Figlio Gesù. Di fronte alle accuse di infedeltà, di ipocrisia, di incostanza, di fronte al disprezzo di noi stessi verso cui ci spinge l'accusatore, il Paraclito ci con-sola, ci colma dell'amore del Signore, "compie in noi ogni comandamento, lo custodisce e lo accoglie" sprigionando in noi l'amore a Cristo. 

Sì, è lo Spirito Santo l'amore con il quale amiamo il Signore, lo stesso amore che unisce il Padre ed il Figlio, e ci fa intimi della loro intimità. Nello Spirito Santo siamo "dimora di Dio", e la nostra vita, tutta, è trasformata in una cattedrale meravigliosa dove ogni uomo può riconoscere la presenza amorevole e misericordiosa di Dio. 

Perché "nulla è impossibile a Dio": non lo è stato nella vita della Vergine Maria, non lo è nella Chiesa e nei santi, quelli conosciuti e quelli sconosciuti. Nulla è impossibile a Dio in questa nostra vita concreta di oggi e di domani, quando laviamo i piatti, quando parliamo, quando il portafoglio è vuoto e non sappiamo come andare avanti, quando ci stiamo per unire a nostra moglie e tremiamo nell'aprirci alla vita, quando ci svegliamo e quando ci addormentiamo. 

"Sempre", perché Dio è in noi, dentro ogni nostra fibra, e lì vi fa possibile l'impossibile, "manifestandosi" così a noi molto concretamente, attirandoci nella vita celeste già qui su questa terra, per vivere nell'amore che supera la carne e ci fa donare senza riserve. 


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El Greco, Il velo della Veronica, 1580-82, olio su tela, 51x66 cm, collezione privata

Commento di Enzo Bianchi.
Domenica scorsa nei discorsi di addio di Gesù abbiamo ascoltato quella sua richiesta chiara e decisiva: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” (Gv 14,1). Gesù chiede che la stessa fede che i discepoli pongono in Dio la pongano anche in lui: egli è affidabile, in tutta la sua vita si è mostrato tale, sicché merita la stessa fede riposta in Dio. Nel testo del vangelo di oggi, immediatamente successivo a quello di domenica scorsa, Gesù chiede ai discepoli di amarlo, di nutrire un vero amore per lui. Ciò che nello Shema‘ Jisra’el (cf. Dt 6,4-9) viene chiesto al credente: “Amerai il Signore tuo Dio” (Dt 6,5), Gesù ha l’audacia di chiederlo per sé. Ma noi dobbiamo chiederci che cosa significa amare Dio, amare Gesù.
Non è facile rispondere e occorre capire bene quale amore il Signore indica e vuole nei suoi confronti. Noi umani conosciamo l’amore soprattutto come desiderio, è la nostra esperienza nelle storie d’amore e nella vita quotidiana: amiamo quando pensiamo all’altro, quando desideriamo la sua presenza, quando desideriamo il suo amplesso, quando ricordiamo l’altro con nostalgia e dunque lo invochiamo. In questo amore Dio diventa l’Altro, ma l’Altro come oggetto, e lo si ama come si ama una donna, un uomo, un figlio.
Ma Dio può essere amato così, lui che è invisibile, che non possiamo vedere? Dobbiamo in verità vigilare molto sull’inganno insito nel movimento di amare Dio. Ascoltando con attenzione la Bibbia, ci rendiamo che molte volte Dio chiede all’uomo di amarlo e che molte volte l’uomo risponde a questo invito amando Dio, ma comprendiamo anche che questo amore dell’uomo verso Dio non può essere ridotto a desiderio, a passione, ma che deve avere i connotati di un amore che deriva dall’ascolto di Dio; di un amore – potremmo dire – obbediente (da ob-audire), un amore che è ascolto della parola, della volontà di Dio, e nello stesso tempo assenso ad essa.
E così amare Gesù non può significare farne l’oggetto del nostro desiderio, anche perché in tal modo si rischia di amare una proiezione nostra, un’immagine di Gesù da noi manufatta. In questo caso il nostro amore si infiamma, diventa più focoso, ma è amore per un nostro prodotto, per un idolo. L’amore autentico per il Signore, invece, si lascia plasmare dalla parola che il Signore ci rivolge, e dunque è sempre realizzazione della parola di Dio, è un fare ciò che lui comanda e vuole. Quando un cristiano sostituisce la volontà del Signore alla propria, allora ama il Signore; quando un cristiano vive in sé “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5), allora ama Gesù.
Per questo Gesù dice: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”; il che significa anche: “Se voi non li osservate, allora non mi amate veramente, anche se credete di amarmi per il desiderio di Dio, del Signore che vi abita”. L’amore di desiderio non è sufficiente, e noi che dissociamo facilmente amore e obbedienza facciamo difficoltà a capirlo: ci è più facile l’amore che crediamo di leggere nei mistici, amore ardente per Dio fino a consumarsi… No, Gesù dice: “Voi siete miei amici, se fate ciò che vi comando” (Gv 15,14).
Questo è l’amore liberante del Signore in noi e l’amore vero in noi per lui: non l’amore di se stessi nell’altro, non la proiezione di un’immagine da noi fabbricata e applicata su Gesù per amarlo di più, ma un amore che è imitatio Dei, che è bisogno di conformità a Cristo, che è sequela ovunque lui vada (cf. Ap 14,4), per essere sempre con lui vivendo come lui vuole che noi viviamo. Amare Dio è volere ciò che lui vuole, è amarlo come lui ama.
Affinché questo possa compiersi in noi, allora Gesù promette “un altro Paraclito”, un altro accanto a noi (pará, “chiamato”; kletós, “chiamato”), un’altra guida, un altro difensore, sempre con noi come Soffio di verità e di fedeltà che ci può ispirare, sostenere e aiutare a compiere l’opera che Dio ci affida. Così i discepoli non sono orfani: Gesù non è più sulla terra accanto a loro, ma colui che è sempre stato il compagno inseparabile di Gesù, resterà con loro e in loro, con noi e in noi. È Spirito di amore – non dimentichiamolo – e ci insegnerà l’amore, ci ordinerà l’amore, accrescerà in noi l’amore per Dio e per i fratelli e le sorelle che sono con noi nel mondo. E amando in tal modo si conosce Dio.
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Amore, Obbedienza, Consolazione

Lectio Divina per la VI Domenica di Pasqua - Anno A - 25 maggio 2014


Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la VI Domenica di Pasqua (Anno A). 
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LECTIO DIVINA

            1) La libertà è osservare i comandamenti.
Il Vangelo ci insegna che l’essenziale è amare Cristo e custodire la sua parola per attuarla, ed anche il brano evangelico di oggi mette a tema l’amore: “Se mi amate ... chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14, 15.21). L'amore, che Gesù chiede, si esprime nell'osservare i suoi comandamenti[1] ed è  reso possibile dall'amore che per primo Dio ci ha offerto: “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). In effetti, quando ci si sente amati, siamo più facilmente spinti ad amare. L’amore è il pieno compimento della vocazione di ciascuno di noi. E’ il grande dono che ci rende veramente e pienamente “umani”. E’ di questo amore che l’umanità, oggi più che mai, ha bisogno, “perché solo l’amore è credibile”(Giovanni Paolo II).
Ma come possiamo credere e praticare l’amore? Il Vangelo di oggi ci offre due suggerimenti.
            Il primo modo è quello di obbedire ai comandamenti di Dio, riconoscendoli come il contenuto ed il linguaggio dell’amore, che ci “afferra” teneramente.
            Entrare nell'Amore di Cristo significa essere afferrati da un dinamismo, per il quale non solo si osserva la Legge come un obbligo, ma la si mette in pratica come un’esigenza del cuore: chi gusta l'Amore di Cristo non può che amare e vivere di questo Amore, che è vita. In effetti non c’è vera vita se non nel vero Amore. Un Amore che ci fa esistere come figli e vivere da fratelli e sorelle.
            “L'essenziale è invisibile agli occhi” (Antoine de Saint-Exupery, Il piccolo Principe) è il segreto che la volpe consegna al piccolo Principe dopo che quest'ultimo l’ha addomesticata e tra loro è nato il legame indissolubile dell'amicizia vera. Il lungo e difficile cammino che Gesù ha compiuto con i suoi discepoli ha portato ad un “addomesticamento” reciproco, come quello che è narrato nel libro di Saint-Exupéry. Gesù è legato ai suoi discepoli che chiama amici, e loro sono legati a lui e tra di loro (“amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”). Questo legame affrontò la prova terribile della morte e il mistero della resurrezione, ma non si spezzò. Da parte di Gesù c’è la promessa che l'amicizia non sarebbe venuta meno: il dono dello Spirito Santo è proprio questo. Ma, come dice la volpe al piccolo principe, “non si vede bene che con il cuore”, e i comandamenti di Dio educano il cuore che così può vedere.
            2) Liberi perché figli “legati” al Padre dall’amore obbediente, e non orfani “slegati” dall’Amore.
            Si potrebbe obiettare: “Come si può comandare l’amore? E come l’amore può avere dei comandamenti? L’amore non è libertà?” Sì, l’amore è libertà, è quella libertà che aderisce alla verità e all’amore lietamente e decisamente. L’amore conosce molti obblighi e molti doveri, ma sono vissuti come espressione di libertà, realizzazione di sé stessi e non come costrizione. L’amore non è fare quel che mi pare e piace, l’amore è amare l’altro, volere il bene dell’altro, l’amore è servire, l’amore è mettere in gioco la propria vita, l’amore è esattamente il contrario dell’egoismo.
      L'amore non è dare ciò che si ha, ma ciò che si è; allora si vuole anche ciò che gli altri sono, non le loro cose. Non il dono delle proprie cose è amore, ma il dono di sé stessi. Non per nulla nel Vangelo l'amore è identificato all'obbedienza, perché l'obbedienza è il dono di sé. Se mi amate, osservate i miei comandamenti… Chi osserva i miei comandamenti, quello è colui che mi ama, dice Gesù nell'Ultima Cena.   
            L’amore di Cristo è la legge suprema che mi fa capire se quell’azione, piccola o grande che sto facendo, è vera o falsa; se conduce alla vita o alla morte. L’amore per Gesù, la Sua legge d’amore e di libertà è la sorgente di ogni azione, di ogni comando. Lui ci ha amati per primo, noi “dobbiamo” rispondere a questo amore, per essere come Lui e vederLo: “L’amore di Dio è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo però che si deve praticare... Amando il prossimo, rendi puro il tuo occhio per poter vedere Dio” (Sant’Agostino d’Ippona, In Io. Ev. tr., 17, 8).
            La nostra mente ed il nostro cuore non possono mai stare vuoti, o si riempiono di una cosa oppure si colmano di un’altra. Anche durante le nostre attività quotidiane dobbiamo tenere lo sguardo fisso su Gesù, che vedremo se il nostrocuore e i nostri occhi hanno una purezza angelica.
            A chi domanda come fare una preghiera continua, suggerisco di fare, durante la giornata, brevi soste per rimettere ordine, per raddrizzare la rotta, per liberarsi dai cattivi pensieri e alimentarsi di nuovo con un versetto del Vangelo, o di un salmo o di un episodio della vita del Signore. 
Per questo lo Chiesa ha stabilito le Liturgia delle “Ore”. Basta poco per smarrirsi, per perdere il centro di gravità, uscire e distrarsi. Ecco allora i salmi a intervalli regolari, per ritrovare il centro (Cristo) e ricordarsi della “presenza” che abita nel profondo del nostro cuore. Il cuore è cuore la sede dove possiamo riconoscere che Gesù non ci ha abbandonati e che il legame stabilito con i suoi discepoli non si è spezzato nonostante il passare dei secoli e le tante fragilità e limiti dei cristiani dall'inizio fino ai giorni nostri.
            Questo accade nei monasteri dove niente deve essere anteposto all'Ufficio divino, perché niente deve essere anteposto all'accoglienza di questa divina “presenza”. 
Occorre praticare lo custodia del cuore e dei sensi. Il voler guardare tutto, parlare di tutto, curiosare su tutto, riempiono la nostra casa di cianfrusaglie, quando non di cose cattive. Il Signore allora, non può parlarci, entrare in colloquio di amore con noi.
            Questo accade nella vita della Vergini consacrate nel mondo, che sono chiamate a vivere una vita monastica dentro la società. A Questo riguardo il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna: Emettendo il santo proposito di seguire Cristo più da vicino, [le vergini] dal Vescovo diocesano sono consacrate a Dio secondo il rito liturgico approvato e, unite in mistiche nozze a Cristo Figlio di Dio, si dedicano al servizio della Chiesa”. Mediante questo rito solenne (Consecratio virginum), “la vergine è costituita persona consacrata” quale “segno trascendente dell'amore della Chiesa verso Cristo, immagine escatologica della Sposa celeste e della vita futura”.Aggiungendosi alle altre forme di vita consacrata,  l'ordine delle vergini stabilisce la donna che vive nel mondo (o la monaca) nella preghiera, nella penitenza, nel servizio dei fratelli e nel lavoro apostolico, secondo lo stato e i rispettivi carismi offerti ad ognuna.  Le vergini consacrate possono associarsi al fine di mantenere più fedelmente il loro proposito.”  (CCC, nn 923 e 924).
            Queste donne consacrate mostrano con la loro esistenza donata interamente a Dio, che la profonda verità di questa affermazione di Cristo: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14, 21). 
            La conseguenza dell'amore e dell'obbedienza a Gesù è il dono del Paraclito[2],inviato dal Padre su richiesta orante del Figlio Gesù. Non siamo e non saremo mai orfani, Gesù ce lo assicura nel Vangelo di oggi. L’amore  con il quale il Signore Gesù ci ama si traduce nella sua preghiera costante che ci ottiene, istante dopo istante, il dono delParaclito. E’ un nome che designava l’avvocato, colui che assiste e soccorre nel processo per difendere contro l'accusatore. E Satana[3] significa appunto accusatore. Lo Spirito Santo è chiamato presso di noi, anche oggi, in questo istante, e in ogni secondo della nostra vita, per difenderci, per ricordarci e annunciarci la Verità, che siamo figli di Dio nel Figlio Gesù.
            Di fronte alle accuse di infedeltà, di ipocrisa, di incostanza, di fronte al disprezzo di noi stessi cui ci spinge l'accusatore, il Paraclito ci con-sola, ci colma dell'amore del Signore, compie in noi ogni comandamento, lo custodisce e lo accoglie sprigionando in noi l'amore a Cristo. E’ vero: lo Spirito Santo è l’amore ,con il quale amiamo il Signore, lo stesso amore che unisce il Padre ed il Figlio, e ci fa intimi della loro intimità. Nello Spirito Santo siamo dimora di Dio, e la nostra vita, tutta, è trasformata in una cattedrale meravigliosa dove ogni uomo può riconoscere la presenza amorevole e misericordiosa di Dio.
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NOTE
[1] Faccio notare che questa indicazione del v 15 è ripresa ai vv. 21 e 26, anche se in forma diversa.
[2] Paraclito deriva dal greco παράκλητος (paraclētus) ossia chiamato pressoinvocatoaccanto. Il Paràclito o Avvocato è colui che è vicino, che sta dalla mia parte, prende le mie difese, intercede per me, quindi il Consolatore, che è uno degli appellativi dello Spirito Santo.
[3] Satana (in ebraicoשָׂטָןSatàn; in grecoΣατᾶν o ΣατανᾶςSatàn o Satanâs; in latino:Satănas). Il significato in ebraico sarebbe “accusatore in giudizio”, “avversario”, “colui che si oppone”, “contraddittore”.

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"Il dono di un altro Paraclito"

Lettura patristica per la VI Domenica di Quaresima - Anno A

Sant’Agostino d’Ippona (354 -430)
Commento al Vangelo di San Giovanni 
OMELIA 74
Il dono di un altro Paraclito.
Chi ama è segno che ha lo Spirito Santo, e quanto più amerà tanto più lo avrà, affinché possa amare sempre di più.
1. Abbiamo ascoltato, o fratelli, mentre veniva letto il Vangelo, il Signore che dice: Se mi amate, osservate i miei comandamenti; ed io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Paraclito, il quale resti con voi per sempre; lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce; ma voi lo conoscete, perché rimane tra voi e sarà in voi (Gv 14, 15-17). Molte sono le cose da approfondire in queste poche parole del Signore; ma sarebbe troppo cercare ogni cosa che qui si può trovare, o pretendere di trovare ogni cosa che qui si può cercare. Tuttavia, prestando attenzione a ciò che noi dobbiamo dire e che voi dovete ascoltare, secondo quanto il Signore vorrà concederci e secondo la nostra e vostra capacità, ricevete per mezzo nostro, o carissimi, ciò che noi possiamo darvi, e chiedete a lui ciò che noi non possiamo darvi. Cristo promise agli Apostoli lo Spirito Paraclito; notiamo però in che termini lo ha promesso. Se mi amate - egli dice - osservate i miei comandamenti; ed io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Paraclito, il quale resti con voi per sempre: lo Spirito di verità. Senza dubbio si tratta dello Spirito Santo, una persona della Trinità, che la fede cattolica riconosce consostanziale e coeterno al Padre e al Figlio. E' di questo Spirito che l'Apostolo dice: L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato (Rm 5, 5). Come può dunque il Signore, riferendosi allo Spirito Santo, dire: Se mi amate, osservate i miei comandamenti; ed io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Paraclito, dal momento che senza questo Spirito non possiamo né amare Dio, né osservare i suoi comandamenti? Come possiamo amare Dio per ricevere lo Spirito, se senza lo Spirito non possiamo assolutamente amare Dio? E come possiamo osservare i comandamenti di Cristo per ricevere lo Spirito, se senza questo dono non possiamo osservarli? E' forse da pensare che prima c'è in noi la carità, che ci consente di amare Cristo, e, amandolo e osservando i suoi comandamenti, si può meritare il dono dello Spirito Santo così che la carità (non di Cristo che già era presente, ma di Dio Padre), si riversi nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato? Questa è un'interpretazione errata. Infatti, chi crede di amare il Figlio e non ama il Padre, significa che non ama il Figlio, ma una invenzione della sua fantasia. Perciò l'Apostolo dichiara: Nessuno può dire: Gesù è il Signore, se non nello Spirito Santo (1 Cor 12, 3). Chi può dire: Gesù è il Signore, nel senso che intende l'Apostolo, se non chi lo ama? Molti infatti riconoscono Gesù a parole, mentre col cuore e con le opere lo rinnegano; come appunto dice l'Apostolo: Confessano sì di conoscere Dio, ma con le opere lo negano (Tt 1, 16). Se con le opere si può negare Dio, è altrettanto vero che è con i fatti che lo si confessa. E così nessuno può dire: Gesù è il Signore - con l'animo, con le parole, con i fatti, con il cuore, con la bocca, con le opere - se non nello Spirito Santo; e nessuno lo dice in questo senso se non chi lo ama. Ora, se gli Apostoli dicevano: Gesù è il Signore, e non lo dicevano in modo finto come quelli che lo confessano con la bocca e lo negano con il cuore e con le opere, se insomma lo dicevano in modo autentico, sicuramente lo amavano. E come lo amavano, se non nello Spirito Santo? E tuttavia il Signore ordina loro, prima di tutto di amarlo e di osservare i suoi comandamenti, per poter ricevere lo Spirito Santo, senza del quale essi di sicuro non avrebbero potuto né amarlo né osservare i suoi comandamenti.
[Viene promesso lo Spirito Santo anche a chi lo ha.]
2. Dobbiamo dunque concludere che chi ama lo Spirito Santo, e, avendolo, merita di averlo con maggiore abbondanza, e, avendolo con maggiore abbondanza, riesce ad amare di più. I discepoli avevano già lo Spirito Santo, che il Signore prometteva loro e senza del quale non avrebbero potuto riconoscerlo come Signore; e tuttavia non lo avevano con quella pienezza che il Signore prometteva. Cioè, lo avevano e insieme non lo avevano, nel senso che ancora non lo avevano con quella pienezza con cui dovevano averlo. Lo avevano in misura limitata, e doveva essere loro donato più abbondantemente. Lo possedevano in modo nascosto, e dovevano riceverlo in modo manifesto; perché il dono maggiore dello Spirito Santo consisteva anche in una coscienza più viva di esso. Parlando di questo dono, l'Apostolo dice: Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo ma lo Spirito che viene da Dio, affinché possiamo conoscere le cose che da Dio ci sono state donate (1 Cor 2, 12). E non una volta, ma ben due volte il Signore elargì agli Apostoli in modo manifesto il dono dello Spirito Santo. Appena risorto dai morti, infatti, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo (Gv 20, 22). E per averlo dato allora, forse che non inviò anche dopo lo Spirito promesso? O non era il medesimo Spirito quello che Cristo alitò su di loro e poi ancora inviò ad essi dal cielo (cf. At 2, 4)? Qui si pone un'altra domanda: perché questo dono fu elargito in modo manifesto due volte? Forse questo dono fu elargito visibilmente due volte perché due sono i precetti dell'amore: l'amore di Dio e quello del prossimo, e per sottolineare che l'amore dipende dallo Spirito Santo. Se bisogna cercare un altro motivo, non è adesso il momento, dato che non possiamo tirare troppo in lungo questo discorso. L'importante è tener presente che senza lo Spirito Santo noi non possiamo né amare Cristo né osservare i suoi comandamenti, e che tanto meno possiamo farlo quanto meno abbiamo di Spirito Santo, mentre tanto più possiamo farlo quanto maggiore è l'abbondanza che ne abbiamo. Non è quindi senza ragione che lo Spirito Santo viene promesso, non solo a chi non lo ha, ma anche a chi già lo possiede: a chi non lo ha perché lo abbia, a chi già lo possiede perché lo possieda in misura più abbondante. Poiché se non si potesse possedere lo Spirito Santo in misura più o meno abbondante, il profeta Eliseo non avrebbe detto al profeta Elia: Lo Spirito che è in te, sia doppio in me (2 Sam 2, 9).
3. Quando Giovanni Battista disse: Iddio dona lo Spirito senza misura (Gv 3, 34), parlava del Figlio di Dio, al quale appunto lo Spirito è dato senza misura, perché in lui abita tutta la pienezza della divinità (cf. Col 2, 9). Non potrebbe infatti l'uomo Cristo Gesù essere mediatore tra Dio e gli uomini senza la grazia dello Spirito Santo (cf. 1 Tim 2, 5). Infatti egli stesso afferma che in lui si è compiuta la profezia: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha unto, mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella (Lc 4, 18-21). Che l'Unigenito sia uguale al Padre, non è grazia ma natura; il fatto invece che l'uomo sia stato assunto nell'unità della persona dell'Unigenito, è grazia non natura, secondo la testimonianza del Vangelo che dice: Intanto il bambino cresceva, si fortificava ed era pieno di sapienza, e la grazia di Dio era in lui (Lc 2, 40). Agli altri, invece, lo Spirito viene dato con misura, e questa misura aumenta, finché si compie per ciascuno, secondo la sua capacità, la misura propria della sua perfezione. Donde l'esortazione dell'Apostolo: Non stimatevi più di quello che è conveniente stimarsi, ma stimatevi in maniera da sentire saggiamente di voi, secondo la misura di fede che Dio ha distribuito a ciascuno (Rm 12, 3). Lo Spirito infatti non viene diviso; sono i carismi che vengono divisi come sta scritto: Vi sono diversità di carismi, ma identico è lo Spirito (1 Cor 12, 4).
4. Dicendo poi: Io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro Paraclito, il Signore ci fa capire che egli stesso è Paraclito. Paraclito corrisponde al latino avvocato; e Giovanni dice di Cristo: Abbiamo, come avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto (1 Io 2, 16). In questo senso dice che il mondo non può ricevere lo Spirito Santo, così come sta scritto: Il desiderio della carne è inimicizia contro di Dio: esso infatti non si assoggetta alla legge di Dio né lo potrebbe (Rm 8, 7). Come a dire che l'ingiustizia non può essere giusta. Per mondo qui si intende coloro che amano il mondo di un amore che non proviene dal Padre. E perciò l'amore di Dio, riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato, è l'opposto dell'amore di questo mondo, che ci sforziamo di ridurre e di estinguere in noi. Il mondo quindi non lo può ricevere perché non lo vede né conosce. L'amore mondano, infatti, non possiede occhi spirituali, senza dei quali non è possibile vedere lo Spirito Santo, che è invisibile agli occhi della carne.

5. Ma voi - dice il Signore - lo conoscerete perché rimarrà tra voi e sarà in voi. Sarà in loro per rimanervi, non rimarrà per esservi; poiché per rimanere in un luogo, prima bisogna esserci. E affinché non credessero che l'espressione: rimarrà presso di voi, volesse significare una permanenza simile a quella di un ospite in una casa, spiegò il senso delle parole: rimarrà presso di voi, aggiungendo: e sarà in voi. Lo si potrà dunque vedere in modo invisibile, e non potremmo conoscerlo se non fosse in noi. E' così che noi vediamo in noi la nostra coscienza; noi possiamo vedere la faccia di un altro, ma non possiamo vedere la nostra; mentre possiamo vedere la nostra coscienza e non possiamo vedere quella di un altro. La coscienza, però, non esiste fuori di noi, mentre lo Spirito Santo può esistere anche senza di noi; e che sia anche in noi, è un dono. E se non è in noi, non possiamo vederlo e conoscerlo così come deve essere veduto e conosciuto.