
di Giovanni Maria Vian
Un viaggio impegnativo dove ci sarà molto da guardare e pensare: così ha presentato Francesco il suo pellegrinaggio in Terra santa, salutando in aereo i giornalisti che lo accompagnano. Secondo itinerario internazionale del pontificato, è però il primo scelto dal Papa, perché quello a Rio de Janeiro per la giornata mondiale della gioventù era naturalmente fissato da tempo. E un altro primo viaggio, quello di Paolo VI nei luoghi di Cristo all’inizio del 1964, è il modello, semplice ed essenziale, a cui si è ispirato oggi il vescovo di Roma.
Mezzo secolo e contesti diversissimi separano i due avvenimenti, ma un’unica intenzione sembra unirli e questa può essere riassunta dall’espressione usata da Montini nel suo testamento, scritto nel 1965: «uno speciale benedicente saluto» vi è riservato appunto «alla Terra di Gesù, dove fui pellegrino di fede e di pace». Viaggio di fede e di pace è dunque questo di Papa Francesco, voluto innanzitutto per ricordare lo storico incontro tra il suo predecessore e il patriarca Atenagora.
Come cinquant’anni fa, il Papa è arrivato ad Amman, ricevuto con rispetto e cordialità da re Abdullah II, figlio di Hussein, il sovrano che aveva riservato a Paolo VI un’accoglienza davvero all’altezza di un avvenimento senza precedenti, in una gelida giornata d’inverno raccontata in tutto il mondo da centinaia di inviati speciali. Un’accoglienza con ragione entrata nella storia e subito ricordata nel caloroso discorso di benvenuto dal re hascemita, che ha sottolineato come la visita di Paolo VI sia stata la prima di un Papa in un paese musulmano.
Proprio la dimensione dell’accoglienza è stata subito evocata da Francesco per salutare la Giordania, oasi di pace che ospita numerosissimi rifugiati: palestinesi e iracheni, ora soprattutto siriani, in fuga da una guerra orrenda che ha già causato centocinquantamila morti e milioni di profughi. Per la tragedia della Siria il vescovo di Roma — anima dell’iniziativa di preghiera che nello scorso settembre ha impressionato tutto il mondo — ha di nuovo invocato una soluzione pacifica, «necessaria e urgente». Non vi è infatti altra via per il superamento dei conflitti e delle tensioni perduranti in tutta la regione.
Per questo Abdullah II ha lodato apertamente la leadership di Papa Francesco, che a sua volta ha definito il sovrano «uomo di pace», ringraziandolo per lo sforzo nel «promuovere una più adeguata comprensione delle virtù proclamate dall’islam» e la convivenza pacifica tra i fedeli delle diverse religioni. Fra loro i cristiani, presenti fin da tempi antichissimi, «si sentono e sono cittadini a pieno titolo» ha detto il vescovo di Roma, che ha ricordato le parole di Benedetto XVI, il quale nel 2009 ha visitato la Terra santa. E qui infatti si tocca con mano la profonda verità delle affermazioni del Vaticano II sul dialogo tra le religioni e sulla libertà religiosa. Riassunte queste ultime da Paolo VI con un’espressione straordinariamente efficace: nessuno sia costretto a credere, nessuno sia impedito di credere.
L'Osservatore Romano
Come cinquant’anni fa, il Papa è arrivato ad Amman, ricevuto con rispetto e cordialità da re Abdullah II, figlio di Hussein, il sovrano che aveva riservato a Paolo VI un’accoglienza davvero all’altezza di un avvenimento senza precedenti, in una gelida giornata d’inverno raccontata in tutto il mondo da centinaia di inviati speciali. Un’accoglienza con ragione entrata nella storia e subito ricordata nel caloroso discorso di benvenuto dal re hascemita, che ha sottolineato come la visita di Paolo VI sia stata la prima di un Papa in un paese musulmano.
Proprio la dimensione dell’accoglienza è stata subito evocata da Francesco per salutare la Giordania, oasi di pace che ospita numerosissimi rifugiati: palestinesi e iracheni, ora soprattutto siriani, in fuga da una guerra orrenda che ha già causato centocinquantamila morti e milioni di profughi. Per la tragedia della Siria il vescovo di Roma — anima dell’iniziativa di preghiera che nello scorso settembre ha impressionato tutto il mondo — ha di nuovo invocato una soluzione pacifica, «necessaria e urgente». Non vi è infatti altra via per il superamento dei conflitti e delle tensioni perduranti in tutta la regione.
Per questo Abdullah II ha lodato apertamente la leadership di Papa Francesco, che a sua volta ha definito il sovrano «uomo di pace», ringraziandolo per lo sforzo nel «promuovere una più adeguata comprensione delle virtù proclamate dall’islam» e la convivenza pacifica tra i fedeli delle diverse religioni. Fra loro i cristiani, presenti fin da tempi antichissimi, «si sentono e sono cittadini a pieno titolo» ha detto il vescovo di Roma, che ha ricordato le parole di Benedetto XVI, il quale nel 2009 ha visitato la Terra santa. E qui infatti si tocca con mano la profonda verità delle affermazioni del Vaticano II sul dialogo tra le religioni e sulla libertà religiosa. Riassunte queste ultime da Paolo VI con un’espressione straordinariamente efficace: nessuno sia costretto a credere, nessuno sia impedito di credere.
L'Osservatore Romano
*
L'attesa di Papa Francesco a Betlemme
Domani mattina, seconda tappa del viaggio in Terra Santa, il Papa arriverà a Betlemme. Dopo la cerimonia di benvenuto con l'incontro col presidente palestinese Mahmoud Abbas, Papa Francesco celebrerà la Messa nella Piazza della Mangiatoia.
Il Papa arriverà in elicottero da Amman, sorvolando la barriera grigia del muro di separazione che taglia l’orizzonte ed il destino di Betlemme. Sui palazzi che si affacciano sulla Piazza della Mangiatoia dove Francesco celebrerà la Messa, grandi pannelli con l’immagine del Papa e di Abu Mazen. Si calcolano 10 mila fedeli. Verranno dai territori del nord, dalla Galilea, dalla Cisgiordania e 600 anche da Gaza, tra loro non solo cattolici ma anche ortodossi.
I cristiani a Betlemme rappresentavano l’80% della popolazione: oggi sono poco più del 18%. La gente di Betlemme ha molto apprezzato che il Papa - prima della visita privata alla Grotta della Natività - abbia scelto di intrattenersi a pranzo con cinque famiglie cristiane in situazioni difficili che potranno così comunicargli problemi e sofferenze. Una viene dalla Galilea, esule da un villaggio distrutto dalla guerra del 1948, le altre da Beit Jala, Betlemme, Gaza e Gerusalemme.
Betlemme è l’unica città della Cisgiordania ad avere tre Campi profughi e come San Giovanni Paolo II, Papa Francesco visiterà il Campo di Dheisheh, il più grande dopo quello di Gaza dove vivono 15 mila persone. Una drammatica realtà che dal lontano 1948 accoglie 900mila palestinesi rimasti da un giorno all’altro senza casa né lavoro. Camminare per le strade di questi Campi è desolante: case fatiscenti e sovraffollate allineate come tessere di un domino, fogne a cielo aperto, disoccupazione, violenza e nello sguardo della gente solo rassegnazione, nonostante gli sforzi dell’Onu e di molte Ong che lavorano per i profughi palestinesi. Il silenzio che incombe tra le vie polverose del Campo, è rotto soltanto dalle voci e dalle grida dei bambini che giocano a pallone. E il Papa – prima di lasciare la Palestina - ne incontrerà alcune centinaia provenienti anche dai vicini Campi di Aida e Beit Jibrin.
Lungo il percorso papale, tra le stradine affollate di Betlemme, si prevede un’accoglienza calorosissima anche da parte dei musulmani. Betlemme è tappezzata di manifesti e festoni con i colori del Vaticano e dello Stato di Palestina tra cui spicca un grande striscione dove è scritto: Benvenuto Francesco: dalla Terra della speranza alla speranza della Terra.
Radio Vaticana
*
P.Lombardi: la preghiera al Santo Sepolcro passo avanti nel dialogo ecumenico
Il Secolo XIX - Vatican Tabloid
Il Secolo XIX - Vatican Tabloid
(Francesco Peloso) “E' la prima volta che ci sarà una preghiera ecumenica comune al Santo Sepolcro, Il Papa e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I infatti pregheranno insieme lì. I cristiani naturalmente pregano tutti nel Santo Sepolcro, ma in modo separato. E' dunque (...)