La plenaria dei vescovi francesi sul ruolo delle donne.
(Giovanni Zavatta) Una realtà non ancora sottolineata abbastanza, eppure presente, sempre più numerosa, nell’insegnamento cattolico, nell’approfondimento teologico (anche nei seminari), a livello di consigli diocesani ed episcopali. Colpa di certe resistenze originate dalla tradizione, dalla consuetudine, da antiche “rappresentazioni mentali”. Ma «non bisogna, con il pretesto che la porta del sacerdozio è per loro chiusa, scartare ogni altra pista pratica. La vita della Chiesa non si riassume nella figura del prete». L’arcivescovo di Lille, Laurent Ulrich, responsabile del comitato Studi e progetti su «Uomini e donne», ha proposto all’assemblea plenaria della Conferenza episcopale francese, conclusasi domenica a Lourdes, una seria riflessione sul ruolo delle donne nel governo della Chiesa. Sono intervenuti, fra gli altri, la biblista Anne-Marie Pelletier, la teologa Marie-Laure Durand, il segretario generale dell’insegnamento cattolico, Pascal Balmand, e la direttrice aggiunta del Servizio nazionale per l’evangelizzazione dei giovani e per le vocazioni, Ségolaine Moog, che ha parlato dell’educazione affettiva dei ragazzi.
Dal rapporto uomo-donna nella Scrittura a una complementarità da esaltare quando si parla di insegnamento, di responsabilità teologica, di decisioni da prendere sulla vita della Chiesa: «Ciò che Dio vuole chiaramente — ha detto la Pelletier — è una testimonianza congiunta di uomini e donne». Invece, a volte, «gli uomini sono portati a non vedere le donne dove esse sono», imputando questo alla tradizione maschile del sacerdozio. Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, afferma che «la Chiesa riconosce l’indispensabile apporto della donna nella società, con una sensibilità, un’intuizione e certe capacità peculiari che sono solitamente più proprie delle donne che degli uomini. (...) Vedo con piacere come molte donne condividono responsabilità pastorali insieme con i sacerdoti, danno il loro contributo per l’accompagnamento di persone, di famiglie o di gruppi ed offrono nuovi apporti alla riflessione teologica. Ma c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa — scrive il Pontefice — (...) nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali» (103). Monsignor Ulrich ha ricordato le parole del Papa, sottolineando che la testimonianza evangelica è fatta di uomini e donne, non è limitata a una metà dell’umanità e la vocazione del prete è di essere al servizio di tutte le vocazioni. Ma è anche una questione di abilità, di competenza: l’arcivescovo di Lille, rammentando la sua scelta di affidare a una donna la direzione dell’insegnamento diocesano, ha spiegato che lo ha fatto per le sue capacità e che quando era vescovo di Chambéry ha nominato una donna economa diocesana per lo stesso motivo e «non per una simbolica presenza». Bisogna vincere le resistenze, ha aggiunto, passare a formulare proposte concrete.
La base di partenza deve essere un atteggiamento di servizio e non di rivendicazione. A ricordarlo sono le stesse donne che hanno posti di responsabilità nelle diocesi francesi e alle quali il quotidiano «la Croix» ha dato loro voce nell’edizione di giovedì 6 novembre. Ne emerge un quadro sostanzialmente positivo, caratterizzato da dialogo, ascolto, considerazione nei loro confronti da parte dei propri vescovi. «Quando un sacerdote ha il senso del dialogo, lo ha con tutti e il fatto di essere donna non cambia niente», dice Christine Martin, delegata episcopale per i movimenti e le associazioni dei fedeli nel consiglio pastorale della diocesi di Metz. Ma non mancano coloro che lamentano di non essere prese sufficientemente sul serio, di non poter contare di più a livello decisionale, sui «grandi orientamenti ecclesiali». E la teologa Marie-Jo Thiel, docente all’università «Marc Bloch» di Strasburgo e direttrice del Centro europeo di insegnamento e ricerca in etica, va oltre, accusando di anacronismo certi uomini di Chiesa e riconoscendo che in tal senso il cammino da fare è ancora lungo.
«Si parla di uomini e donne. Non è un argomento semplice. È una questione di generazione e di cultura», commenta Pauline Dawance, da due mesi direttrice del Servizio nazionale per la catechesi e il catecumenato, alla sua prima assemblea plenaria: «Sono curiosa di vedere come è stato accolto quanto proposto sul tema da Anne-Marie Pelletier per il comitato Studi e progetti. Non stiamo parlando di rivendicazioni ma del beneficio che ne scaturirebbe se le donne potessero essere ascoltate e partecipare alle decisioni. Un beneficio per tutta la Chiesa. Sarebbe il caso che su questo si riflettesse un po’ di più».
L'Osservatore Romano