martedì 4 novembre 2014

In groppa a un somarello con pochissimi bagagli




L’«Atlante storico della Carità» di Juan María Laboa.

(Silvia Gusmano) «È emozionante verificare come in ogni momento, in ogni luogo, si siano radunati uomini e donne con una disponibilità e immaginazione sorprendenti, allo scopo di far sorgere un’umanità più felice, più solidale, più vicina a Dio e alle sue creature, in progetti che abbracciavano tutte le manifestazioni della vita, dalla più tenera infanzia alla cura dei defunti». 
L’Atlante storico della Carità di Juan María Laboa (Città del Vaticano - Milano, Libreria Editrice Vaticana e Jaca Book 2014, pagine 239, euro 49) è un’appassionata descrizione del variopinto mosaico di vicende umane che rappresenta il volto generoso, toccante e autentico della Chiesa di Cristo. Anche attraverso le splendide immagini proposte — fotografie, mappe, dipinti, miniature di testi antichi — e con un ammirevole sforzo di sintesi che non sacrifica mai la complessità del tema trattato, l’opera ripercorre la storia e la geografia della carità cristiana dai primi diaconi a suor Emmanuelle, da Papa Gregorio a Papa Francesco, da Roma imperiale a New York, da Calcutta a San Salvador. Nella convinzione che il cristianesimo è «la religione della fraternità, dell’abbandono generoso, della speranza e dell’allegria condivise» e che in quanto tale va raccontato. La prima cosa che colpisce leggendo questa intensa indagine sui migliori frutti dell’insegnamento di Gesù, è la ricorrenza del termine «creatività», laddove il filo rosso che unisce «tutti i santi della carità» — noti o ignoti che siano — è senz’altro la loro inventiva, la volontà di rimboccarsi le maniche per trovare, in linea con i propri carismi e con i propri talenti, soluzioni efficaci ai problemi del tempo in cui vivono, incarnando così quell’ideale di amore concreto per il prossimo, troppe volte solo evocato o predicato. Così san Giuseppe Calasanzio, che nel 1597 apre la prima scuola popolare gratuita per bambini poveri. Così la Compagnia (laica) di Genova che, nel 1500, fonda l’Ospedale degli Incurabili e accoglie quei malati di sifilide — contagiati dai soldati di Carlo VIII — respinti da tutti gli ospedali. E così quattro secoli più tardi, l’abbé Pierre che apre la sua casa ai senza tetto e alzando la voce contro l’egoismo e l’indifferenza della società contemporanea, forza il Parlamento francese ad approvare una legge sulla costruzione degli alloggi popolari. Altrettanto creativo e fecondo è il silenzio di chi sceglie di farsi piccolo tra i piccoli, condividendo in modo assoluto le loro sofferenze, perché tanto spesso nella vita «c’è bisogno di amici, prima che di medici e di sacerdoti». È il caso dei Piccoli Fratelli e delle Piccole Sorelle del Sacro Cuore che vivendo dei frutti del proprio lavoro, in semplici comunità di fratellanza — laici e sacerdoti alle medesime condizioni — si mescolano agli emarginati di tutte le periferie del mondo, senza predicare né evangelizzare. Solo amando e camminando insieme, sulle orme del beato Charles de Foucauld. «Gratuitamente avete ricevuto e gratuitamente date» leggiamo nel Vangelo di Matteo e tanti protagonisti della carità cristiana hanno vissuto quest’esortazione in modo radicale e coraggioso, divenendo «segni dell’amore vivo ed espansivo» e fonte di ispirazione al bene per tutte le generazioni a venire. Si pensi alla meravigliosa opera di Madre Teresa di Calcutta e delle Missionarie della Carità o ai tanti martiri di ogni epoca che hanno sacrificato la vita in nome di Cristo e dell’amore fraterno. Deportato ad Auschwitz nel 1941, Padre Massimiliano Kolbe scelse di morire al posto di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia, che così si salvò. I monaci cistercensi dell’abbazia di Nostra Signora dell’Atlante, in Algeria, affrontarono la morte pur di non abbandonare i contadini che avevano nel loro monastero un rifugio e un sostegno. E come loro, monsignor Romero, don Puglisi, don Diana e migliaia di religiosi e di religiose, forti delle parole di Gesù: «Non c’è amore più grande di dare la vita per i propri amici». 
Commoventi anche le pagine che raccontano il fervore cristiano di quanti, sin dalle origini, hanno dedicato la propria esistenza ad annunciare la buona novella: evangelizzatori, mendicanti, itineranti che hanno percorso tutte le strade del mondo, per condividere con fratelli lontani e sconosciuti la gioia di avere un Padre comune. «I missionari — scrive Laboa — recavano un bagaglio essenziale, qualche giaciglio, le grate per confessare, un crocifisso, qualche dipinto della Vergine Maria e i paramenti per celebrare. Tutto questo in groppa a un somarello o a un mulo. Il francescano san Francisco Solano fu l’esempio migliore di missionario itinerante. In quelle difficili condizioni viaggiò da Cartagena de Indias fino a Tucumàn, mantenendo instancabilmente il proprio ritmo di predicazione e distribuzione dei sacramenti». Veri eredi degli itineranti dei primi secoli sono oggi i catechisti africani, formati dai missionari e pronti a diffondere l’insegnamento cristiano e a occupare posizioni di rilievo nelle Chiese dei loro Paesi. 
Il discorso sul ruolo dei laici nella storia della carità cristiana, d’altronde, non è meno ricco e affascinante di quello che riguarda i religiosi. In tanti frangenti critici per le istituzioni ecclesiastiche, i laici hanno rappresentato un pungolo prezioso per la Chiesa, «desiderosi di seguire con decisione i precetti evangelici» e di «esercitare comunitariamente la carità». Nel XX secolo la loro presenza nella vita della Chiesa «si è sviluppata in modo spettacolare» traducendosi in innumerevoli esperienze di volontariato e vicinanza al prossimo. Anche in quest’ambito sorprendono la creatività e il coraggio di alcuni. Sempre con la sua «Bibbia sbrindellata» in mano, Dorothy Day, dalle pagine del «Catholic Worker» e nelle tante piazze dove ha gridato contro le ingiustizie del mondo, ha scosso le coscienze americane e occidentali come un vento ristoratore. «E dobbiamo ricordare — scrive Laboa — i molti laici che con i propri studi, le proprie proposte di legge, l’esperienza nelle proprie fabbriche, proposero leggi più giuste sul lavoro e sulla sicurezza sociale». Coloro che non si voltarono dall’altra parte. 
«Non così voi» costituisce il nucleo vitale del Cristianesimo. Eppure, sostiene Laboa, «la nostra storia risulta talvolta una limpida dimostrazione di incoerenza collettiva». Se da una parte, infatti, «è difficile trovare nella storia dell’umanità tante espressioni di amore e dedizione agli altri quante ce ne sono state nelle comunità cristiane», dall’altra «l’intransigenza e l’intolleranza», di pari passo con «le tentazioni contro la carità» hanno preso spesso il sopravvento a vantaggio della «forza d’inerzia» e di una certa mediocrità. Fortunatamente — e torniamo ai protagonisti del libro — non sono mai mancate «persone che si sono armate d’amore, speranza e sapienza, per combattere l’ignoranza, la fame e l’esclusione». Veri innovatori, veri rivoluzionari. Uomini e donne vissuti sulle orme di Gesù, che come Lui, «non hanno guidato le proprie vite secondo le regole del buon senso», e non hanno esitato, se necessario, a infrangere le tradizioni e capovolgere le priorità del proprio secolo. San Francesco d’Assisi è in questo senso l’esempio più luminoso. La sua radicalità nel seguire le proposte di Gesù è un rifugio da ogni tentazione contro la carità, un potente richiamo all’essenza del messaggio evangelico, spesso smarrita. Da qui, l’entusiasmo dei fedeli per la scelta del suo nome da parte del Papa venuto da terre lontane, «audace e coraggioso tanto nelle sue esigenze quanto nel suo modo di vita», deciso a «ripensare e cambiare le priorità» e a salvaguardare la specificità della carità cristiana che «non si riduce mai a un interesse sociale, ma nasce dalla figura di Gesù». Perché «per la Chiesa — scrive Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est — l’esercizio della carità costituisce una dimensione essenziale e irrinunciabile della sua identità».
L'Osservatore Romano