La chiamano “scelta” quella di Brittany Maynard, giovane 29enne di San Francisco che nel fiore della vita ha scoperto di avere un tumore al cervello. Tumore che voleva sradicare quel fiore prima che arrivasse l’inverno, ma Brittany lo ha anticipato recidendo il suo stelo lo scorso primo novembre.
La chiamano scelta, ma scelta non è. Perché chi è sotto tortura, del dolore e della disperazione, non è libero di scegliere alcunchè, solo è costretto a scegliere. Non è una scelta perché questa si apre alla libertà, ma ora che Brittany si è tolta la vita la sua libertà è morta con lei. Non è una scelta perché dalle parole della giovane si capiva che nel suo cuore non c’era scelta alcuna: o soffrire o morire. Ma queste non erano le uniche opzioni che le offriva ancora la vita.
C’era l’affetto dei suoi cari per lei e il suo di affetto per loro, la possibilità di compiere ancora del bene, la sua testimonianza di amore per la vita e molte altre occasioni per dare senso al suo ultimo miglio. Brittany lo aveva come intuito che questa sua vita a termine – ma quale vita non lo è? – aveva ancora da dare molto ed infatti lo scorso 30 ottobre decise che la morte poteva attendere facendo intendere che avrebbe rimandato la data in cui avrebbe varcato la soglia fatale dell’eutanasia. Ma poi le lunghe ombre dello sconforto hanno prevalso.
La chiamano scelta, ma così non può essere definita quella che opta per una male – la morte – e non per un bene – la vita. Perché quest’ultima custodisce sempre in sé una preziosità immensa che né il dolore, né la sofferenza, né la solitudine possono mai intaccare e spegnere. Come un diamante buttato nel fango che conserva intatto il suo valore intrinseco. Certo, sarebbe meglio pulirlo da quel fango per far risplendere appieno la sua lucentezza, ma anche se così non fosse rimarrebbe sempre un diamante. La chiamano scelta quella di morire, come se un’esistenza gravata dalla malattia, anche da quella dall’esito infausto, fosse una condanna a vivere e l’evasione da questo carcere fosse l’unico modo per rimanere uomini e per tutelare la propria libertà. Ma il luogo vero di umanità è il tempo che Dio ci ha concesso su quest’aiuola, anche se non più fiorita.
Il luogo vero di umanità è quello accanto all’amato che si sta spegnendo. Lì ci sono infinite occasioni non solo per rendere significativi gli ultimi istanti di un’esistenza, ma per dare senso e recuperare senso ai giorni precedenti se questi sono stati vissuti in modo vacuo e spento. L’assistere e il lasciarsi assistere, il curare e il lasciarsi curare sono straordinarie occasioni di amore il cui peso specifico, proprio perché la clessidra si sta svuotando, è altissimo.
Densi, densissimi sono gli ultimi giorni prima di morire. Giorni che valgono un’intera esistenza. Brittany, la cui responsabilità di certo non sottoponiamo a giudizio, si è lasciata sfuggire forse il tratto di vita più profondo proprio perché più drammatico. (T.S.)
*Eutanasia, il Vaticano contro Brittany: «Non è morte con dignità»
Il Messaggero
Il suicidio assistito è «un'assurdità» perchè «la dignità è un'altra cosa che mettere fine alla propria vita». Lo afferma all'agenzia Ansa, il presidente della pontificia accademia per la Vita, mons. Carrasco de Paula, commentando il caso di Brittany, l'americana di 29 anni il cui caso ha fatto il giro del mondo, aiutata dai social network (...)
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Incertezze anche sull’eutanasia?
La confusione regna sovrana in casa cattolica. Adesso anche sull’eutanasia si fanno strani distinguo. Fino a non molto tempo fa, basti pensare ai tristi casi di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro, le idee erano chiare. Ora invece si respira un’aria diversa, e il cedimento di fronte alle incalzanti campagne laiciste è ormai dietro l’angolo.
In questi giorni sta facendo discutere la scelta di Brittany Maynard, ragazza statunitense di 29 anni, malata terminale di tumore al cervello, che ha deciso di ricorrere al “suicidio assistito” per poter morire “con dignità”. Nel merito, l’agenzia Sir (della Conferenza Episcopale Italiana) ha intervistato Salvino Leone, medico ginecologo e bioeticista, docente di Teologia morale presso la Facoltà Teologica di Sicilia e presidente dell’Istituto di Studi bioetici “Salvatore Privitera” di Palermo. Ebbene, le risposte pubblicate lasciano perplessi. Leone mette subito le mani avanti dichiarando che «bisogna essere molto prudenti prima di formulare giudizi più o meno avventati». Certamente si deve sempre evitare di parlare con superficialità relativamente a situazioni del genere. Il dolore, la sofferenza, la malattia e il travaglio interiore cui un malato di cancro è sottoposto esige che tutti facciano un passo indietro. Però la scelta di ricorrere all’eutanasia va giudicata eccome! Il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2277 afferma chiaramente che l’eutanasia «è moralmente inaccettabile», in quanto costituisce «un’uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana». Aggiunge poi che «l’errore di giudizio, nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest’atto omicida, sempre da condannare e da escludere» (corsivo mio). Come si vede, in pieno pontificato di S. Giovanni Paolo II, non si aveva paura di esprimere giudizi su determinati atti. Le parole del Catechismo cozzano non poco con quanto sostiene Leoni, secondo cui, «in casi di eutanasia non compiuta per motivi futili, edonistici o di volontà ipotetica di evitare sofferenze nel futuro e così via, ci sono una serie di valenze soggettive e di “attenuanti”, coinvolte in una sincera scelta ponderata di coscienza, che possono sminuire o, come dice la Chiesa, addirittura eliminare del tutto la colpevolezza morale del soggetto». Ma tutto ciò crea soltanto confusione. Nessuno infatti dice e può dire che la povera Brittany è stata condannata all’inferno. Solo Dio è giudice delle anime e vede i cuori. Tuttavia, non ci si può esimere dal ribadire che il cosiddetto suicidio assistito è sempre condannabile e mai ci possono essere attenuanti. Peraltro, quali sarebbero i casi in cui l’eutanasia viene scelta “per motivi futili, edonistici o di volontà ipotetica di evitare sofferenze nel futuro”? E la povera Brittany non ha forse voluto evitare sofferenze ulteriori? Insomma, Leone mischia le carte e semina caos. E lo fa da docente di teologia morale!
Perché non ha ribadito con forza che l’eutanasia è contraria alla legge naturale, scritta nel cuore di ogni uomo, cristiano, islamico o ateo che sia? Perché non ha spiegato che proprio per questo la difesa della vita è un valore non negoziabile, su cui non si può scendere a compromessi? Quale può essere la testimonianza cristiana di un cattolico impegnato che conclude l’intervista invitando a rispettare la scelta della giovane americana «senza giudizi affrettati e senza condanne, perché se qualcuno di noi si dovesse trovare malauguratamente nella stessa situazione, non so poi di fatto, anche in un orizzonte di fede cristiana, quale decisione prenderebbe»? Si tratta forse di una non tanto velata critica al Catechismo approvato da S. Giovanni Paolo II?
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WASHINGTON D.C., 28 Oct. 14 / 10:05 pm (ACI/EWTN Noticias).
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Carta de un seminarista con cáncer terminal a la mujer con el mismo mal que planea suicidarse
WASHINGTON D.C., 28 Oct. 14 / 10:05 pm (ACI/EWTN Noticias).
Un seminarista espera ordenarse como diácono a comienzos de 2015 y como sacerdote en 2016, a pesar de que los médicos le pronosticaron apenas un año y medio de vida, en 2008. Ahora le envía un mensaje a una mujer que ha anunciado que se someterá al suicidio asistido el 1 de noviembre.
A Phillip Johnson, que tiene actualmente 30 años, le diagnosticaron cáncer cerebral de grado III, conocido como astrocitoma anaplásico, hace seis años, cuando servía como oficial de la marina estadounidense en el Golfo Pérsico.
"Recuerdo el momento en que vi las imágenes computarizadas de los escaneos cerebrales. Fui a la capilla de la base y caí al piso llorando. Le pregunté a Dios '¿por qué yo?'", escribió Johnson en una columna publicada el 22 de octubre, titulada "Querida Brittany: Nuestras vidas valen vivirlas, incluso con cáncer cerebral" para el sitio web de la Diócesis de Raleigh (Estados Unidos).
Johnson fue enviado a casa para radiación y quimioterapia y luego dado de alta de la marina, antes de entrar a formación para el sacerdocio, una llamada de la que dijo haberse dado cuenta desde los 19 años.
Incluso con tratamiento agresivo, la mayoría de investigación muestra que el promedio de tiempo de supervivencia para este tipo de cáncer es de 18 meses, dijo.
Citando a la mujer de 29 años que ha expresado en un video su decisión de morir por un suicidio asistido médico, Brittany Maynard, Johnson dijo que "que te digan que tienes ese tipo de línea de tiempo aún se siente como si fueras a morir mañana".
Después de consultar a sus médicos, Johnson entendió que "gradualmente perderé control de mis funciones corporales en una edad joven, desde parálisis a incontinencia, y es muy probable que mis facultades mentales también desaparecerán y me llevarán a confusión y alucinaciones antes de mi muerte".
Al igual que la mujer enferma terminal, él no quiere morir o "sufrir el probable resultado de esta enfermedad".
"Yo creo que nadie quiere morir de esta manera".
Sin embargo, Johnson cree que un sufrimiento así no disminuye su valor como persona. "Mi vida significa algo para mí, para Dios y para mi familia y amigos, y, salvo una recuperación milagrosa, continuará significando algo mucho después de que esté paralizado en una cama de hospital".
"Mi familia y amigos me aman por quien soy, no solo por los rasgos de personalidad que lentamente se irán si este tumor avanza y toma mi vida".
Johnson reconoce la tentación de Maynard de acabar con su vida "en sus propios términos". Él admitió que a veces deseó que el cáncer acabara con su vida rápidamente para terminar el sufrimiento, y que esperaba ser curado del cáncer por un milagro.
El haber recibido este tiempo adicional para vivir ha probado ahora ser un milagro en sí mismo, dijo Johnson. De hecho, ha "experimentado incontables milagros" a través de su enfermedad.
En su preparación para el sacerdocio, Johnson ha sido capaz de servir a otras personas con enfermedades terminales, y aprendió que "el sufrimiento y el dolor de corazón que es parte de la condición humana no tiene que ser desperdiciado e interrumpido por miedo o buscando control en una situación aparentemente incontrolable".
"Quizás este es el milagro más importante para mí".
Evitar el sufrimiento a todo costo, incluso a la expensa de la vida de uno, es una forma de tratar de ganar control "en medio de la confusión", pero ignora el valor redentor del sufrimiento.
"No buscamos el dolor por sí mismo, sino que nuestro sufrimiento puede tener gran significado si tratamos de unirlo a la Pasión de Cristo y ofrecerlo por la conversión o intenciones de otros".
Johnson dijo que al acabar su vida prematuramente, Maynard se perderá los "momentos más íntimos de su vida" a cambio de una opción más rápida "que se enfoca más en sí misma que en cualquier otro".
En su propia experiencia, el seminarista ha soportado tristeza, pero también ha experimentado periodos de "gran alegría".
"Aún me pongo triste. Aún lloro. Aún le ruego a Dios que me muestre Su voluntad a través de todo este sufrimiento y me permita ser Su sacerdote si es Su voluntad, pero sé que no estoy solo en mi sufrimiento", dijo, señalando el apoyo de su familia, amigos y de la Iglesia.
Johnson dijo que seguirá rezando por Maynard en su enfermedad, para que ella "entienda el amor que todos tenemos por ella antes de que acabe con su propia vida".
Si ella deja de lado la idea de suicidarse y escoge luchar contra la enfermedad, ella sería "un ejemplo increíble e inspiración para otros incontables en su situación".
"Ella ciertamente sería una inspiración para mí mientras continúo la lucha contra mi propio cáncer"